La Giornata della Memoria, che ricorre il 27 gennaio, è dedicata al ricordo delle vittime della Shoah (ebrei, ma anche rom e sinti, oppositori politici, persone con disabilità, omosessuali e altre minoranze perseguitate dal nazifascismo). La data richiama la liberazione del campo di Auschwitz-Birkenau nel 1945.

Il suo significato va oltre la commemorazione:

  • ricordare ciò che è accaduto per restituire dignità alle vittime e alle loro storie;
  • riflettere sulle responsabilità individuali e collettive che resero possibile lo sterminio;
  • educare contro l’odio, il razzismo e l’antisemitismo;
  • vigilare affinché discriminazioni e violenze non trovino di nuovo spazio.

La Giornata della Memoria afferma che il ricordo è un dovere civile: conoscere il passato è essenziale per difendere i diritti umani e la democrazia nel presente.

Quindi, la Giornata della Memoria è un richiamo civile che interroga il presente. Ricordare significa restituire dignità alle persone annientate dall’odio e, allo stesso tempo, riconoscere le responsabilità individuali e collettive che resero possibile quella tragedia. La memoria, in questo senso, non è passiva: è uno strumento di consapevolezza e di difesa dei diritti umani.

Oggi il contesto storico è diverso, ma non mancano segnali che destano preoccupazione. La diffusione di linguaggi discriminatori, il riemergere di revisionismi e negazionismi, la ricerca di capri espiatori in tempi di crisi economica e sociale, insieme a una crescente sfiducia nelle istituzioni democratiche, richiamano dinamiche già viste nel passato. A questi fenomeni si aggiunge l’indifferenza, spesso silenziosa ma decisiva, che permette a tali processi di radicarsi.

La storia insegna che le grandi involuzioni non iniziano con eventi clamorosi, ma con piccoli passi tollerati o ignorati. Per questo la Giornata della Memoria non riguarda solo ciò che è stato: serve a leggere criticamente il presente e a ricordare che la vigilanza democratica è un dovere quotidiano.

Si possono individuare segnali che alcuni studiosi e osservatori leggono come tentativi di “fascistizzazione”, intesa non come ritorno formale ai regimi del Novecento, ma come progressiva trasformazione autoritaria della cultura politica e del discorso pubblico. Proprio perché questi processi avanzano per gradi, raramente si presentano in modo esplicito.

I segnali più ricorrenti includono:

  • Centralità del leader e delegittimazione del dissenso: il potere viene personalizzato, mentre il confronto critico è descritto come tradimento, disfattismo o ostacolo alla “volontà del popolo”.
  • Uso strumentale della paura: insicurezza, migrazioni, crisi economiche o culturali diventano leve per giustificare restrizioni di diritti e semplificazioni autoritarie.
  • Costruzione del “noi contro loro”: minoranze o gruppi sociali vengono indicati come minaccia all’identità nazionale, favorendo esclusione e stigmatizzazione.
  • Indebolimento delle garanzie democratiche: attacchi alla magistratura, alla stampa indipendente, agli organismi di controllo, spesso presentati come “élite” lontane dal popolo.
  • Rivalutazione simbolica del passato autoritario: minimizzazione dei crimini storici, ambiguità verso il fascismo, uso disinvolto di simboli e linguaggi che ne richiamano l’immaginario.
  • Normalizzazione della violenza verbale: il linguaggio politico si radicalizza, rendendo accettabili espressioni che in passato sarebbero state considerate inammissibili.

È importante sottolineare che la fascistizzazione non è un evento, ma un processo: non richiede la soppressione immediata della democrazia, ma la sua graduale svuotamento. Per questo la memoria storica è centrale: non per evocare analogie meccaniche, ma per riconoscere quei segnali precoci che la storia ci ha già insegnato a non sottovalutare.