Il percorso coerente di una dirigente scolastica che ha coniugato innovazione e servizio, dando alla scuola visione e rotta.
“All’inizio c’è una finestra. Legno appena verniciato, bianco, nuovo come una pagina ancora intatta. E una bambina. Su quella pagina una stringa, una parola tutta attaccata, irriverente, sbilenca: “mortadellamaleducata”. Non era una marachella. Era la “parola magica che apriva tutte le porte”, la conquista di cittadinanza nel mondo degli alfabeti.

Silvana Borgese sorride mentre rievoca quello che definisce il suo “battesimo alfabetico”. Un episodio dell’infanzia assunto come gesto fondativo di una vocazione. Perché in quella prova di scrittura – quando in classe la maestra faceva ancora tracciare aste e cornicette – c’era già l’intuizione che la scrittura fosse altro, fosse apertura, soglia, possibilità.
Dirigente scolastica innovativa e inclusiva, La Borgese – con quel “La” che sostituisce il titolo e funge da nome – ha guidato istituzioni educative con la convinzione che “ogni scuola, in fondo, per nascere davvero, deve saper interrompere un silenzio. Il silenzio delle idee, delle passioni, delle relazioni, delle assuefazioni. Per lei quell’antica finestra è diventata metafora di ciò che la scuola appariva in quei suoi anni: una cornice tra dentro e fuori, uno spazio bianco carico di promessa. Avrebbe trascorso la sua prima giovinezza in anni in cui, come tiene a sottolineare, il futuro era “il sol dell’avvenire. Lo si sognava, lo si preparava, lo si conquistava. Nessun appiattimento sul presente, e il tempo della paura era ancora lontano.
La sua storia professionale – insegnante a diciannove anni, direttrice didattica a ventinove— si legge come un progressivo ampliarsi di quella finestra iniziale. “Ogni lettera è un cardine che si muove, ogni parola un varco”. Continuerà a farsi chiamare “direttrice” anche quando la dirigenza scolastica, verso i suoi 49 anni, adotterà un’unica denominazione e qualifica per tutti gli ex capi d’istituto. “Non mi interessano i lustrini, nulla per me è cambiato sul piano dello stile e delle idee che considero “portanti” e funzionali per un’efficace conduzione scolastica. Potrei azzardare che ho da sempre operato secondo la sostanza “autonomistica” della dirigenza (molti amano dire “manageriale”), continuando però a salvaguardare gelosamente tutta la sostanza “pedagogica” e la cura verso la didattica del mio amato ruolo direttivo.

Nella sua idea di leadership educativa, l’autorità è declinata come autorevolezza, non una prerogativa da esibire, ma una freccia da orientare. È da quella parola sbilenca – utile ad accreditarsi quale maestra nei giochi del ” far finta che” con le sue compagne ancora alle aste, da quella fusione prende forma un percorso capace di coniugare innovazione, credibilità e spirito di servizio. Una scuola come edificio di finestre, dove l’educazione non chiude, ma apre.

A diciannove anni, varcando per la prima volta la soglia di un’aula entrò nel suo futuro. C’era il profumo della scuola, la promessa silenziosa di un cammino ancora tutto da scrivere. Nel 1981, al Nord Italia, dopo aver vinto il concorso nazionale a direttrice didattica (La dirigenza, come oggi la conosciamo, è stata attribuita a direttori e presidi con un corso- concorso pluriennale nel 2000) – Silvana iniziò la sua prima esperienza di guida. Non fu soltanto un incarico, ma un’assunzione di responsabilità verso una comunità educante, un intreccio di storie, di volti, di speranze. Leggere il racconto che ne fa nel libro di cui è coautrice (Generazione don Milani, curatore Raffaele Iosa, ed. Erickson, 2017) consente di rintracciare le coordinate delle sue scelte culturali, ideali, professionali. In una parola: le sue coordinate di vita.
Dal 1984/85 al 1989 diresse le scuole elementari e materne di Bova Marina in provincia di Reggio Calabria.
Furono – ci dice – cinque anni intensi, luminosi, vissuti come una stagione feconda, di incontri con molti insegnanti di grande professionalità e di altissimo spessore deontologico verso cui – sottolinea – si sente debitrice. Hanno arricchito la sua umanità e dato contributi preziosi alla comunità di Bova Marina. Ne ricorda i nomi, le qualità, i volti. Evita di elencarli per timore di dimenticare qualcuno. In quel tempo, dice testualmente la dirigente ” il professor Elio Cotronei, Presidente del Consiglio d’Istituto, fu compagno di un dialogo istituzionale alto e generoso. La nostra collaborazione, straordinariamente fertile, si arricchì anche del suo prezioso contributo – offerto con gratuita dedizione – come formatore nell’area della matematica”. A Bova Marina, quasi come germogli nati da un terreno pronto ad accoglierli e con la disponibilità di alcune valentissime insegnanti, presero forma in via sperimentale i primi moduli didattici: un’idea nuova di scuola che cresceva, si interrogava, osava.
Gli anni Novanta soffiarono come un vento nuovo, carico di trasformazioni e di promesse. Per lei — la Direzione Didattica “Nosside” di Reggio Calabria — quel vento prese la forma di un frutto maturo: un sodalizio lungo ventidue anni, un percorso condiviso che ancora oggi risuona nei corridoi della memoria e nelle tracce lasciate nella comunità scolastica.

Offre alla curiosità di noi giovani, da poco nati negli anni 90, la narrazione di cosa rappresentarono quegli anni per la scuola italiana.
Furono anni di passaggio, di riforme e di sperimentazioni, di autonomia scolastica che cominciava a delinearsi, di nuove prospettive pedagogiche e di un’idea di scuola più aperta al territorio e all’Europa. Si affermava una visione più dinamica dell’insegnamento, attenta ai bisogni degli alunni, alla pluralità dei linguaggi, all’inclusione e alla progettualità. In quel clima di rinnovamento, la scuola non era soltanto luogo di istruzione, ma laboratorio di cittadinanza e crescita collettiva. Gli anni Novanta rappresentarono, dunque, una stagione di semina: molte delle pratiche educative che oggi consideriamo acquisite affondano le radici proprio in quel periodo di fervore e cambiamento. Rileggere quegli anni significa riconoscere come la scuola italiana abbia iniziato allora a ridefinire la propria identità, aprendosi al dialogo, alla sperimentazione e a una nuova consapevolezza del proprio ruolo sociale .”Per la scuola primaria gli anni 90 furono difficili e insieme avventurosi: si passò dal maestro unico ai moduli didattici, da un tempo scuola curricolare generalmente organizzato in solo orario antimeridiano ad un orario esteso al pomeriggio, dai programmi scolastici del 1955 a quelli, ricchi di nuova cultura disciplinare e psicopedagogica approvati nel 1985. Una trasformazione che chiedeva coraggio, visione e fiducia nel futuro. Ma – continua – “ogni cambiamento, quando è guidato dalla passione educativa e da una strategia che supporta, affianca e sostiene, supera la paura del nuovo e diventa promessa di orizzonti più ampi”

La dirigente Borgese, nel corso degli anni, ha fatto di questo affiancamento ai docenti e agli operatori scolastici la costante della sua presenza tra loro. Dice testualmente “Per marciare sulla strada del vero cambiamento, non quello di facciata o di superficie, bensì quello che investe la sostanza dei processi professionali, il perentorio o il paternalistico (la sostanza non cambia) “armatevi e partite” ha il solo effetto di sparigliare il gioco, disseminando preoccupazione se non paura, per “quel che si lascia non sapendo cosa poi si trova” e la paura, si sa, paralizza o cerca scorciatoie.
Il più fecondo motto di chi desidera effettivamente cambiare è allora “armiamoci e partiamo”, una manifestazione di intenti concreti e di impegno “operativo” che funziona e dà risultati riscontrabili.

I tempi tecnici dell’intervista incalzano e altrettanto i tempi di attenzione dei nostri lettori. E ci accorgiamo che non abbiamo parlato di visioni, di rotte di leadership, di intelligenza artificiale, di territorio, domande che avremmo desiderato porle, ma per cui non rimane più spazio. Le proponiamo un secondo tempo. Sarà un ping pong tra retrospettiva e prospettiva, un po’ come guidare: occhiate frequenti allo specchietto retrovisore, ma sguardo attento in avanti.
Ci congediamo per oggi con un’ultima notazione biografica, uno spunto che Silvana Borgese ci affida definendosi “studentessa di ritorno”.
È come se tornasse a sedersi su uno di quei suoi davanzali interiori: guarda fuori, guarda dentro.
È consapevole che l’apprendimento non chiude mai i battenti. La scuola resta la sua metafora primaria: una finestra spalancata sul mondo e, allo stesso tempo, uno specchio. Quel primo segno sbilenco tracciato sul bianco si rivela oggi più che mai un manifesto.
Ogni leadership educativa nasce da un’incisione imperfetta, da un gesto che osa andare oltre la superficie. E finché ci sarà una finestra da aprire, un alfabeto da decifrare, una freccia da orientare, la scuola continuerà ad abitare il suo sguardo: come un edificio senza tempo, costruito non di mattoni, ma di possibilità.











