Lo avevano annunciato in una conferenza il 23 agosto 2025, lo hanno consegnato alla comunità nel giorno della memoria, il 27 gennaio 2026.

C’erano tutti, autorità, forze dell’ordine, rappresentanti delle associazioni dei partigiani e degli internati, associazioni locali, cittadini. C’erano il presidente dell’associazione Calliurghia, Musitano, il vice e conduttore dell’evento, Cacciatore, l’artista e ideatore Candela. Il luogo deputato, la villetta Gramsci a lato della Scuola elementare, è stata una scelta emblematica. Poi i rituali saluti, i ringraziamenti, il confronto, le testimonianze, con prosieguo nell’auditorium della musica poco distante. Una iniziativa portata a termine con il supporto sociale coinvolgimento economico degli stakeholder con il sistema del crowdfunding.

Il risultato.

Un busto che ricorda un nostro concittadino militare internato, in rappresentanza di tutti, che libera una libellula spesso considerata un simbolo di libertà, perché vola leggera, veloce e imprevedibile, muovendosi liberamente in ogni direzione, poggiandosi anche su acque putride rimanendo in superficie, senza farsi contaminare . Allo stesso tempo rappresenta trasformazione, leggerezza interiore e rinnovamento, grazie al suo ciclo di vita che la porta dall’acqua all’aria.

Leggera come il vento, libera come la luce.

Il ricorso alla libellula è emblematico se si pensa alla scelta esistenziale dei nostri militari internati: al contatto con soggetti “malati” non si contaminarono.

Ma vediamo meglio.

È un tema importante e per molto tempo poco raccontato.

Chi erano gli Internati Militari Italiani (IMI)

Dopo l’8 settembre 1943, con l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, circa 650.000 militari italiani furono catturati dalle forze tedesche. A questi soldati venne proposta una scelta brutale:

  • continuare a combattere al fianco della Germania nazista,
  • oppure essere deportati.

La maggioranza rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o alla Wehrmacht. Per questo motivo non furono considerati prigionieri di guerra (che avrebbero avuto tutele internazionali), ma classificati come “Internati Militari Italiani”: una definizione giuridica creata apposta per negare loro diritti.

Le condizioni di internamento

Gli IMI furono deportati in lager e campi di lavoro in Germania e nei territori occupati:

  • fame cronica
  • lavoro forzato (industrie belliche, miniere, agricoltura)
  • freddo, malattie, violenze
  • altissima mortalità (oltre 50.000 morirono)

Nonostante tutto, la loro scelta fu una forma di resistenza senza armi: dire “no” significava pagare con la sofferenza, ma anche non collaborare con il nazifascismo.

Il significato storico e morale

Oggi gli IMI sono riconosciuti come:

  • parte integrante della Resistenza italiana,
  • esempio di dignità, coscienza civile e fedeltà a valori democratici,
  • simbolo di una resistenza silenziosa e collettiva, spesso dimenticata nel dopoguerra.

Per decenni la loro storia è rimasta ai margini: non erano eroi armati, non erano reduci “vincitori”. Solo dagli anni ’90 in poi è iniziato un vero processo di riconoscimento pubblico.

Monumenti e luoghi della memoria

In Italia esistono numerosi monumenti, lapidi e sacrari dedicati agli IMI. Alcuni esempi significativi:

  • Roma – Sacrario delle Bandiere al Vittoriano: lapidi dedicate agli internati militari.
  • Milano – Memoriale della Shoah (Binario 21): ricorda anche la deportazione degli IMI.
  • Padova, Torino, Firenze, Bologna: monumenti comunali e targhe commemorative.
  • Cimiteri militari tedeschi e italiani: dove molti IMI sono sepolti senza nome.

Spesso questi monumenti non sono imponenti: sono stele semplici, lapidi nei parchi, iscrizioni nei municipi. Anche questo dice molto: una memoria discreta, come lo fu la loro resistenza.

Perché ricordarli oggi

Ricordare gli IMI significa:

  • riconoscere che resistere non vuol dire solo combattere con le armi,
  • dare voce a una scelta etica collettiva,
  • riflettere sul valore della libertà e sul prezzo del rifiuto dell’ingiustizia.