Ci sono scritture, che nascono da un’urgenza interiore e altre, che sembrano affiorare lentamente, come sorgenti nascoste sotto la pietra. La voce di Marinella Vitale appartiene a questa seconda categoria: una voce, che non cerca il clamore, ma la profondità; che non racconta soltanto storie, ma ascolta il respiro dei luoghi e delle persone.

Docente di discipline umanistiche, Marinella Vitale ha esordito nell’aprile del 2021 con la raccolta poetica “Al tramonto del giorno” (Calabria Letteraria Editrice), seguita pochi mesi dopo dal saggio “In viaggio con Dante” (Grafiche), pubblicato nell’anno del settecentenario della morte del Sommo Poeta. Oggi approda alla narrativa con “La vita sa essere dolce” (Iride Edizioni), il suo primo romanzo, confermando una sensibilità letteraria capace di attraversare generi diversi senza perdere la propria identità.
La sua avventura nella scrittura prende forma durante i lunghi mesi della pandemia. Mentre il mondo rallentava e le città si svuotavano, Marinella Vitale apriva ogni sera una finestra luminosasul web. Attraverso una pagina Facebook pubblicava una poesia al giorno, offrendo parole di conforto a chi viveva la solitudine delle case chiuse e l’incertezza del domani. Accadde qualcosa di straordinario. Attorno a quei versi si raccolse una comunità inattesa. Persone provenienti da città vicine e lontane, perfino da Barcellona e da altri angoli del mondo, iniziarono a ritrovarsi quotidianamente in quello spazio virtuale. Commentavano, confidavano emozioni, condividevano paure e speranze. “La poesia è linfa per le nostre anime”, scriveva qualcuno. E quelle parole, insieme a molte altre, vennero custodite dall’autrice e riportate nel libro quasi come piccole luci ai margini del testo, testimonianze di una fraternità nata nel tempo della
distanza.

Nella raccolta poetica: “Al tramonto del giorno” si avverte un raro equilibrio tra memoria e speranza. I versi, che talvolta richiamano, per sensibilità la lezione di Franco
Costabile, scelgono la luce invece dell’amarezza. Il dolore collettivo della pandemia si trasforma in occasione di riflessione sul mondo, sulle sue ferite ambientali, sulle migrazioni, sul lavoro e sulle disuguaglianze. Ma tutto viene trasfigurato da una lingua morbida, accogliente, capace di accarezzare il lettore come fanno le ombre del crepuscolo, quando si adagiano sui tetti e sui campi.
Non stupisce, che quella raccolta abbia ricevuto l’attenzione di studiosi e intellettuali come Vito Teti, Rino Caputo e Italo Leone, autori delle tre prefazioni, che accompagnano il volume. Perché il libro non è soltanto una raccolta di poesie: è il racconto di un’esperienza umana condivisa tra le mura domestiche e le connessioni digitali.

Da quel primo approdo poetico nasce adesso un’opera narrativa intensa e stratificata. Il libro: “La vita sa essere dolce” conduce il lettore a Calamonte, un paese immaginario sospeso tra i boschi dell’Aspromonte e un mare, che sembra cambiare colore a ogni ora del giorno. È qui che arriva Francesca Cundari, giovane avvocata milanese segnata da fragilità antiche, chiamata a raccogliere un’eredità inattesa lasciata da una donna sconosciuta. Il viaggio, che la attende non riguarda soltanto una casa o un patrimonio. È un itinerario dell’anima. Tra le stanze di Villalba, l’antico palazzo dei baroni de Lellis, tra fotografie ingiallite, numeri di telefono sbiaditi e segreti custoditi dal tempo, Francesca si trova costretta a confrontarsi con ciò che ha perduto e con ciò che ancora può diventare.


“Non descrivo i luoghi, ma racconto l’anima dei luoghi”, afferma la scrittrice. Ed è forse questa la chiave più autentica del romanzo. Nei suoi libri la geografia non è mai semplice sfondo. È una forza viva, che modella le identità, le accompagna e talvolta le contraddice. Milano e Calamonte rappresentano due modi diversi di stare al mondo, due respiri differenti, due visioni dell’esistenza. La memoria, altro grande tema della sua scrittura, non viene concepita come un archivio immobile. È materia viva, in continua trasformazione. Ogni ricordo cambia colore a seconda dello sguardo, che lo osserva. Ogni ritorno al passato diventa una riscrittura. Ma è soprattutto il concetto di “restanza” a emergere come nucleo profondo della riflessione narrativa di Marinella Vitale. Richiamando il pensiero dell’antropologo Vito Teti, la scrittrice racconta la restanza come una scelta contemporanea, un diritto che si affianca a quello della migrazione. Restare non significa immobilità, ma capacità di generare nuovi significati, di rigenerare luoghi e identità. Significa sentirsi radicati e insieme spaesati, custodire una terra e contemporaneamente immaginarne il futuro. In questo senso Francesca diventa una figura simbolica. È una donna fragile, ferita da una tragedia familiare, ma capace di trasformare la vulnerabilità in forza. Il suo percorso parla dell’universo femminile contemporaneo e della straordinaria capacità di rinascere dopo le fratture dell’esistenza.

La Calabria raccontata da
Marinella Vitale sfugge alle semplificazioni. È una terra “aspra e luminosa”, come ama definirla l’autrice. Una regione fatta di contrasti, ombre e splendori, antiche ferite e generosa accoglienza. Una Calabria, che non coincide soltanto con le cronache della criminalità, dello spopolamento o del disagio sociale, ma custodisce ancora i valori dell’ospitalità, della solidarietà e dell’amore, per la natura. Nel romanzo trovano spazio anche pagine dedicate alle migrazioni e alla rivolta di Rosarno del 7 gennaio 2010. Marinella Vitale intreccia realtà e immaginazione per dare voce a chi spesso rimane invisibile, agli uomini e alle donne che attraversano il Mediterraneo inseguendo una speranza. Quel mare, che ritorna più volte nella narrazione come simbolo potente: confine e ponte, distanza e incontro, nostalgia e rinascita. Anche lo stile rispecchia questa pluralità di significati. La lingua si muove con naturalezza tra lirismo e concretezza, accogliendo il dialetto e le sue imperfezioni preziose. È una scrittura che conserva il ritmo della poesia e che l’autrice continua a verificare ad alta voce, convinta, che la musicalità della frase sia parte integrante del significato. Alla fine del viaggio resta una certezza semplice e luminosa, forse il lascito più profondo di questa storia: la necessità di restare umani. Custodire ciò che conta davvero. Difendere la fragilità senza vergogna. Comprendere, che le radici non sono catene ma ponti. E che, talvolta, come insegna Francesca e come suggerisce la stessa autrice, restare può richiedere più coraggio che partire. Nelle pagine di Marinella Vitale la vita conserva sempre una possibilità di dolcezza. Una dolcezza conquistata, mai ingenua. Simile a
quella luce, che permane per qualche istante dopo il tramonto, quando il giorno sembra finito e invece continua a raccontare, sottovoce, la sua storia.

Ecco di seguito l’intervista della scrittrice Marinella Vitale:
1) Nelle sue opere i luoghi sembrano possedere una forte dimensione narrativa. Che
rapporto esiste tra geografia e identità nella sua scrittura? La memoria è uno degli
elementi ricorrenti dei suoi libri. La considera uno spazio di conservazione o di continua riscrittura del passato?

I loghi, per me, non sono descrizioni oleografiche. Non descrivo i luoghi, ma racconto l’anima dei luoghi, nel romanzo non c’è il paesaggio, ma il sentimento del paesaggio. La geografia modella l’identità, la plasma, la contraddice. Milano e Calamonte, il paese immaginario tra la bassa montagna aspromontana e il mar Tirreno, che è il paradigma della Calabria, sono due modi diversi di vivere, di respirare. Quanto alla memoria, non la considero un archivio immobile. È una materia viva, che si riscrive ogni volta, e ogni volta assume colorazioni diverse, è un dialogo continuo con il passato e con se stessi.


2) Quale responsabilità sente quando racconta una terra complessa e spesso
rappresentata attraverso semplificazioni?


La responsabilità di non semplificare. Di raccontare con occhi lucidi, senza giudizio e senza indulgenza, la Calabria reale: una terra aspra e luminosa, ospitale e contraddittoria, un ossimoro di bellezza e di buio. E soprattutto di mostrare che la Calabria non è solo ‘ndrangheta, caporalato, spopolamento dei paesi, carenza di lavoro, ma anche i valori antichi e senza tempo dell’ospitalità, dell’accoglienza, della solidarietà, dell’amore per la natura e per la propria terra.


3) La protagonista è una donna chiamata a confrontarsi con scelte decisive. Che cosa la interessa indagare dell’universo femminile contemporaneo?

Mi interessa la fragilità che diventa forza. Mi interessa il modo in cui le donne, dopo secoli di sudditanza, hanno imparato ad esprimere le loro emozioni, i loro bisogni, le loro passioni. E mi interessa soprattutto la capacità delle donne di rinascere, come l’araba fenice, dopo le fratture, gli inciampi, i dolori inevitabili dell’esistenza.

4) Come si colloca la sua scrittura nel panorama della narrativa italiana contemporanea?

Mi colloco in una linea narrativa che unisce introspezione, radici, memoria e impegno civile. Con una scrittura che vuole essere accessibile ma non semplice, emotiva ma non sentimentale.


5) Nel suo romanzo emerge spesso una tensione tra appartenenza e ricerca di libertà. È una chiave di lettura che riconosce nella sua opera? Quale necessità narrativa ha dato origine a questo romanzo?

L’appartenenza e la libertà sono due poli che si attraggono, un campo magnetico che appare evidente nel romanzo, ma direi anche nella mia vita di donna. In quanto a quale sia stata la necessità narrativa da cui è nato questo romanzo, ho sentito l’esigenza, partendo da un avvenimento che ha occupato per giorni tutti i media, ossia la rivolta dei neri a Rosarno il 7 gennaio del 2010, di dare voce a chi non ha voce, cercare di restituire un volto e un’identità non solo ai migranti, regolari e clandestini, ma, in un certo senso, anche a coloro che un volto e un’identità non l’avranno mai, ingoiati in un Mediterraneo che è diventato un cimitero.


6) Francesca Cundari è una donna che si trova improvvisamente davanti a un’eredità
inattesa e a una verità da ricostruire. Che cosa rappresenta questo personaggio nel suo percorso creativo?

Francesca è una donna fragile, una fragilità che arriva da lontano, quando, nell’età più delicata e vulnerabile, quella dell’adolescenza, una tragedia familiare ha sconvolto la sua vita. Ma sarà capace di fare i conti coi fantasmi del passato, sarà capace di rialzarsi, di vincere finalmente i dubbi e le paure, la sua anima di vetro. Sarà capace di scelte radicali che cambieranno la sua esistenza. Il cambiamento di Francesca ci dice che, anche se non possiamo riavvolgere il filo della nostra vita, possiamo fermarci e iniziare un percorso diverso, creare un nuovo finale.


7) Quanto conta il tema delle radici nella vicenda di Francesca? Quando è nata l’idea di questo romanzo? Ricorda il momento o l’immagine da cui tutto ha avuto inizio?

Conta moltissimo. Le radici sono il filo, che riporta Francesca a sé stessa, alla sua identità. In quanto all’idea da cui è nato il romanzo, fin dall’inizio, poco più di tre anni fa, ho pensato che la protagonista di questo romanzo dovesse essere una donna; nessuno, secondo me, sa scandagliare l’animo femminile meglio di una donna. La vita sa essere dolce è per grandi linee un romanzo di formazione, di rinascita. È una storia di fragilità e di coraggio, di disperazione e di speranza, di impegno e di passione, che nasce soprattutto dall’immaginazione. Ma ho ritenuto importante mescolare la realtà alla fantasia, raccontando una storia vera, la rivolta dei neri a Rosarno, allargando lo sguardo a un tema sociale di scottante attualità, che interroga le nostre coscienze, ossia il tema dei migranti, di cui racconto storie non vere, ma verosimili, scritte con
l’inchiostro dell’indignazione e della compassione.


8) Perché ha sentito il bisogno di raccontare proprio questa vicenda in questo momento della sua vita e del suo percorso di scrittrice?

Perché arriva una fase dell’esistenza in cui non si ha più il timore di mostrare la propria fragilità, la propria vulnerabilità. Pasolini in un suo scritto che ho citato nel mio saggio “In viaggio con Dante”, parla del valore della sconfitta, dice che all’antropologia del vincente preferisce il suo sacro poco. Ho sentito che questo era per me il momento di affrontare il tema della fragilità. Ho sentito, che questa storia chiedeva di essere raccontata ora, con la maturità emotiva necessaria.

9) Francesca Cundari è un personaggio di fantasia, ma contiene qualcosa di Marinella Vitale?


Non credo si possano scrivere romanzi, né tantomeno poesie che non svelino qualcosa
dell’autore. Inevitabilmente nel personaggio di Francesca c’è qualcosa di me. Non nelle
vicende biografiche, se non in qualche madelaine disseminata nel romanzo, in realtà poco significativa nel quadro complessivo della narrazione; ma c’è certamente qualcosa di più profondo di me, della mia sensibilità e soprattutto del mio sguardo sul mondo.

10) Quanto c’è di autobiografico nelle emozioni, nei dubbi o nelle fragilità della
protagonista? Quale aspetto della storia le sta più a cuore?

C’è la mia inquietudine, ci sono i miei dubbi, le mie emozioni. Ma trasformati, trasfigurati dalla finzione narrativa. In quanto all’aspetto che più mi sta a cuore della storia, è il messaggio di umanità e di speranza, che emerge nella narrazione, un messaggio che diventa rappresentazione visiva, quasi cinematografica, nella scena finale, in cui, nella festa dopo la fatica della mietitura, rivive la xenia degli antichi Greci, che accoglievano gli stranieri nelle loro case.


11) C’è una scena che ha scritto con particolare intensità o commozione?

In realtà non è una scena, ma una storia dentro la storia, che si apre come una matrioska, la scoperta del segreto che il nonno Masino non ha mai rivelato a Francesca. Una storia drammatica che ci riporta a tre quarti di secolo prima.

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12) Qual è stato il passaggio più difficile da raccontare?


Il tentativo di violenza. Un pugno nello stomaco, nel primo capitolo. Ho pensato alle tante donne, che non sono donne di carta, come Francesca, ma donne vere, di carne e di sangue, che nella vita reale subiscono una violenza terribile come lo stupro.


13) Quanto conta per lei il concetto di radice e di ritorno alle origini?


Conta come un’ancora e come una ferita. Le radici sono ciò che ci trattiene e ciò che ci spinge a partire. Vito Teti, un mio punto di riferimento per le grandi doti culturali e umane, dice ne “La Restanza” che partire e restare sono i due poli dell’umanità.


14) Nel romanzo il linguaggio appare delicato ma al tempo stesso evocativo. Come ha lavorato sulla scelta delle parole? Quale importanza attribuisce alla musicalità della frase e al ritmo della narrazione?

Ho lavorato sulla scelta delle parole con lentezza. So che il linguaggio, la scrittura, sono fondamentali. Nel romanzo appare una lingua in un certo senso mobile, che cambia passo, colore, temperatura. Che a volte non teme di sporcarsi, si lascia modellare dai personaggi e dalle situazioni; altrove si colora di lirismo nei tanti passi di prosa poetica. Una lingua che non teme la contaminazione col dialetto, con espressioni colorite e imperfette. In quanto alla musicalità della frase e al ritmo della narrazione, è per me molto importante. Rileggo sempre ad alta voce quello che scrivo. Il ritmo è parte del senso. E in questo mi ha molto aiutato il fatto di avere scritto un libro di poesie, “Al tramonto del giorno”.


15) Ci sono parole o immagini simboliche che ritornano nel romanzo e che hanno per lei un significato particolare?

Il mare. Il mare di cento colori di cui parla il nonno Masino con il rimpianto di un paradiso perduto. Il mare mi ricorda le mie estati, la mia casa al mare, i tanti amici con cui abbiamo condiviso ore liete. Ma penso anche che il mare unisce e separa. E questo riporta al tema dei viaggi della disperazione e della speranza di uomini, donne, minori non accompagnati, che cercano altrove una patria in cui poter ricominciare a vivere, lontano da guerre, da fame, da diritti negati.


16) Quale riflessione o emozione desidera lasciare in eredità attraverso questo libro?


Che, qualsiasi cosa succeda, dobbiamo sempre restare umani. Tenerci stretti i valori veri della vita, le cose che contano davvero.


17) C’è una domanda che avrebbe voluto le venisse posta e che nessuno le ha ancora fatto?


Si, se la restanza di Francesca, e soprattutto la sua scelta radicale, oltre a dare una svolta alla sua vita, siano anche un messaggio politico.


18) Oggi, a libro pubblicato, cosa le ha insegnato “La vita sa essere dolce” come
scrittrice e come donna?

Mi ha insegnato che la fragilità può essere attraversata senza paura. E che restare, a volte, è più coraggioso che partire.