Fabio Macagnino incarna una traiettoria artistica che attraversa geografie e linguaggi, tenendo insieme radice e visione.

Nato a Hilden, in Germania, e cresciuto tra nord Europa e Calabria, ha scelto di vivere e operare nella Locride, trasformando questa appartenenza in una postura culturale prima ancora che musicale. Cantautore, percussionista e attore, è attivo da oltre vent’anni sulla scena calabrese e nazionale con un percorso coerente, segnato da ricerca, sperimentazione e responsabilità civile. Nella sua musica si avverte
un’idea compositiva che tiene conto dello spazio, della stratificazione, dell’equilibrio tra pieni e vuoti.

Significativo nel suo percorso musicale è il termine “Candalìa”, che va oltre ogni etichetta: rappresenta un vero e proprio modo di vivere il tempo, un invito a rallentare, a dare valore all’ascolto e alla relazione, sottraendosi alla frenesia della produzione continua.
Questa filosofia trova piena espressione nell’album Candalìa (Sveva Edizioni, 2017), prodotto da Paolo Del Vecchio e arricchito dalla collaborazione di musicisti come Agostino Marangolo, Ernesto Vitolo e Lino Cannavacciuolo.

Il disco supera la tradizionale dicotomia tra musica popolare e linguaggio contemporaneo, proiettando la tradizione calabrese in una dimensione europea e cosmopolita. Nel corso degli anni Macagnino ha fondato e animato diversi progetti – tra cui ScialaRùga e TaranKhàn – che hanno lavorato sulla rielaborazione della musica popolare calabrese.

La tarantella, liberata dalla sua esclusiva collocazione rituale o folklorica, viene tradotta in forma di canzone e trasferita su palchi concertistici, mantenendo autonomia e specificità ma aprendosi a nuove stratificazioni sonore. La sua ricerca non è mai citazionista: attinge alle radici senza musealizzarle, riconoscendo nella tradizione un organismo vivo, irripetibile e non strumentalizzabile. L’uso del dialetto, delle ritmiche arcaiche e delle timbriche mediterranee dialoga con un linguaggio contemporaneo, restituendo un racconto della Locride che tiene insieme bellezza e criticità, memoria e trasformazione.


Con il singolo “Movimento Terra”, Macagnino riafferma la dimensione comunitaria del fare musica.

Il progetto nasce in collaborazione con il Gruppo Movimento Terra, formazione composta da musicisti locali impegnati tra basso, mandolino, lira calabrese, fisarmonica e altri strumenti della tradizione. La produzione artistica è firmata da Mujura, mentre il mix è stato realizzato presso l’Arango Sonic Studio di Caulonia. Il videoclip, diretto da Vincenzo Caricari, è stato pubblicato il 29 giugno 2025.

L’idea di una “band allargata” assume un valore culturale preciso: in un contesto dominato dalla riduzione e dall’individualizzazione dei processi creativi, Macagnino investe nella coralità, nella convivialità e nella costruzione di uno spazio sonoro condiviso. La musica diventa così gesto estetico e al tempo stesso pratica sociale.

La Locride rappresenta per l’artista una “geografia dell’anima”: non semplice sfondo, ma matrice identitaria e orizzonte etico. La scelta di vivere in Calabria si configura come atto culturale consapevole, in dialogo con un dibattito più ampio sul rapporto tra centro e margine, tradizione e modernità, consumo e relazione.

A questo percorso musicale si affianca la scrittura. Nel 2014 pubblica “By the Jasmine Coast” (Città del Sole Edizioni), racconto di viaggio che intreccia musica, immagini e riflessioni, restituendo lo sguardo duplice di chi è cresciuto in Germania ma ha scelto la Calabria come spazio esistenziale. Il libro compone un mosaico narrativo dedicato alla Costa dei Gelsomini, luogo simbolico in cui le identità si incontrano e si ridefiniscono.


La musica che racconta il territorio torna ora in una dimensione dal vivo. Fabio Macagnino si esibirà con il Gruppo Movimento Terra al Teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria lunedì 9 marzo 2026. Il concerto rientra nel TraDuemari Festival – Edizione Speciale Festa della Donna. L’appuntamento si preannuncia come un viaggio musicale tra radici popolari e sonorità contemporanee, in cui identità e futuro dialogano senza nostalgie né concessioni folkloriche. In questa tensione tra memoria e visione si colloca l’intero percorso di Fabio Macagnino: un canto che nasce dal margine e sceglie di parlare al centro, trasformando la musica in spazio di riflessione culturale e possibilità condivisa.

Ecco di seguito l’intervista al cantautore Fabio Macagnino:

  • Fabio, come descriveresti il tuo percorso musicale dagli esordi fino a oggi?


È stato un cammino a spirale: parto, mi allontano, faccio giri larghi… e poi torno sempre lì, a quello che sono davvero. Ho attraversato band, teatro, viaggi, silenzi, rumori. Col tempo ho capito che non cercavo uno stile: cercavo una voce che assomigliasse alle persone
vere. Con le contraddizioni, con la polvere addosso, con la bellezza che non fa rumore.

  • Quanto hanno influenzato la Calabria e le tue radici il tuo stile musicale?


La Calabria non è un tema che porto nelle canzoni. È l’aria che respiro mentre le scrivo. È una luce che sa essere dolce e crudele nello stesso momento. Mi ha insegnato a stare nelle cose senza semplificarle. E soprattutto mi ha insegnato il valore della compagnia, della convivialità: la mia musica nasce lì.

  • Come concili la tradizione popolare calabrese con sonorità contemporanee?


Non cerco di “fondere” niente. Prendo la musica popolare calabrese come una materia viva, la metto nel presente e la faccio dialogare con quello che sono oggi. Se funziona, non si sente lo sforzo: sembra una cosa naturale.

  • “Movimento Terra” sembra avere un messaggio molto forte: qual è l’idea centrale
    che vuoi trasmettere?


Che restare fermi troppo a lungo è pericoloso. Non per il corpo, ma per l’anima. È una canzone che dice: muoviti, muoviti insieme a qualcuno. Perché quando ci si muove insieme, cambia il paesaggio.

  • Hai detto che questa canzone è legata al concetto di “chi si ferma è perdutu”. Puoi
    spiegare meglio cosa significa per te?


Non è un invito alla frenesia. È un invito a non cedere alla rassegnazione. A non dire “tanto è inutile”. È una frase che mi ricorda di restare sveglio. E’ una canzone che ci chiede di capire…che restare fermi, a volte, significa lasciare che le cose accadano senza di noi. E allora l’unica risposta possibile è partecipare.

  • Come è nata l’idea del titolo “Movimento Terra”? C’è un legame simbolico con il
    territorio o la società?


All’inizio è nato per gioco, dall’altra mia passione, l’architettura, dalle ditte di Movimento terra, poi la mia riflessione si è spostata sul fatto che la terra da noi si muove davvero: frana, fiorisce, trema, respira. Mi sembrava un’immagine perfetta per parlare anche delle persone e delle comunità.

  • Durante la creazione della canzone, ci sono stati momenti particolarmente
    significativi con la band o durante le registrazioni?


Quando la canzone ha smesso di essere mia ed è diventa nostra. Quando ci guardiamo e capiamo che sta succedendo qualcosa che non avevamo programmato. Quelli sono i momenti più belli.

  • In che modo pensi che la musica possa “muovere le coscienze” come suggerisce il
    brano?


Senza fare discorsi. La musica entra dal petto. Ti cambia l’umore, e quando cambia l’umore cambiano anche le scelte.

  • La tua musica ha spesso un forte legame sociale. Come pensi che un artista possa
    influenzare positivamente la comunità?


Creando spazi di incontro veri. Se dopo un concerto la gente resta a parlare, a guardarsi, a ridere… allora qualcosa si è mosso davvero.

  • Quali sfide incontri nel trasmettere messaggi importanti senza perdere la leggerezza
    o la musicalità del brano?


La sfida è dire cose importanti senza diventare pesante. È facile trasformare un pensiero forte in un discorso serio, quasi rigido. Ma la musica non deve schiacciare, deve respirare. A volte un sorriso porta la verità più lontano di una dichiarazione solenne. Credo che la chiave sia l’ironia. Non il cinismo, non il sarcasmo. L’ironia che ti permette di guardare le cose con profondità senza irrigidirti. Io ho sempre sentito dentro di me due atteggiamenti: quello più contemplativo, quasi nordico, che mi porto dalla Germania dove sono nato, e quello più sanguigno, istintivo, del Sud. Cerco di tenerli insieme. La riflessione mi aiuta a non essere superficiale. L’energia mi aiuta a non essere pesante. E in mezzo c’è la
melodia, che tiene tutto in equilibrio.

  • Pensi che la musica tradizionale calabrese possa avere un ruolo internazionale?
    Come la stai valorizzando nel tuo lav
    oro?


Sì. Perché parla di cose universali. Amore, lavoro, rabbia, festa, perdita. Non sono temi
locali. Sono umani. Il punto è non trattarla come un ricordo da esibire, ma come una
musica viva. Se la metti sotto una teca diventa folklore. Se la fai respirare nel presente,
diventa linguaggio. Viviamo in un tempo di grande appiattimento. La globalizzazione ci ha
dato connessioni straordinarie, ma spesso ha uniformato i suoni, i ritmi, perfino le
emozioni. Io credo invece in una specie di “regionalismo critico”, per usare un termine
dell’architettura che mi è caro: tenere insieme l’universale e il genius loci. Non chiudersi in
un’identità folkloristica, ma nemmeno sciogliersi in un indistinto globale. Nel mio lavoro
cerco proprio questo equilibrio: restare radicato, ma dialogare con il mondo. La musica
popolare calabrese non deve imitare nulla per essere internazionale. Deve solo essere
vera. E quando qualcosa è vero, viaggia da solo.

  • Tra tutte le tue canzoni, perché “Movimento Terra” è quella a cui sei più legato?


È difficile per me dire a quale canzone sono più legato. Ogni brano è legato a un momento diverso della mia vita. “Movimento Terra” però è rappresentativa di una fase precisa. È una canzone che mi chiede congruenza. Ogni volta che la canto mi ricorda di non addormentarmi dentro le abitudini. E poi ci sono profondamente legato per via del mio gruppo, Movimento Terra. Nasce da lì, da quell’energia condivisa. Non è solo un brano. È il suono di un incontro.

  • C’è un episodio o una storia personale dietro questa canzone che vuoi condividere?


Sì, c’è. Come dicevo, questa canzone è legata al mio gruppo, e per me è una storia molto personale. Dopo tanti anni di musica, di incontri, di cambi di formazione, di equilibri cercati e a volte persi, ho finalmente trovato un gruppo di musicisti con cui sento di aver creato le condizioni che ho sempre desiderato. Sono persone stabili, sincere, professionali. Arrivano preparate, ma soprattutto arrivano con il cuore aperto. Non suonano per mettersi in mostra, suonano per costruire qualcosa insieme. E questa differenza è enorme. Con loro ho trovato un equilibrio raro: disciplina e libertà, precisione e ascolto, energia e profondità. Quando proviamo, quando registriamo, quando saliamo sul palco, sento che c’è fiducia
vera. E quando c’è fiducia, la musica non è più uno sforzo: è un movimento naturale. Il titolo del brano nasce proprio da questo. “Movimento Terra” è il nome del gruppo, ma è anche ciò che mi trasmettono ogni volta. È quello che accade tra noi. È quello che insieme riusciamo a comunicare. Non è solo una canzone. È la fotografia di un momento in cui ho sentito che la terra sotto i piedi si muoveva nel modo giusto.

  • Come ti senti quando la canti dal vivo, davanti al pubblico?


Come se lanciassi una pietra in acqua e guardassi le onde allargarsi. E spesso le onde
sono più forti delle pietre.

  • Se la tua musica fosse un paesaggio, quale sarebbe quello che immagini mentre
    componi?


Una costa ionica al tramonto, calma apparente, danze malinconiche ad occhi chiusi e
sogni ad occhi aperti poi, d’improvviso, quadri sereni squarciati da ritmi ubriachi come un
vento che non si sa da dove arriva e verso dove va…come questa musica.

  • Ci sono momenti o ricordi della tua infanzia calabrese che senti vibrare ancora in
    ogni nota?


Sì. Io sono nato in Germania, ma d’estate tornavo in Calabria. E la cosa che mi colpiva da bambino era una: qui si cantava. Sempre. La gente cantava per strada, nei campi, sulle biciclette, sul mulo, in cucina mentre si cucinava, sulle panchine seduti al fresco. Cantava perché era naturale farlo. Per me era una cosa sorprendente, quasi magica. Oggi quella cosa non c’è quasi più. E ci penso spesso. Mi fa riflettere. Perché se una comunità smette di cantare, forse ha smesso anche di respirare insieme. E forse, nel mio modo di fare musica, c’è proprio questo desiderio: rimettere un po’ di canto nelle strade. Anche solo per
un attimo.

  • Qual è il sogno più grande che vorresti trasmettere a chi ascolta “Movimento
    Terra”?


Che si può sempre ricominciare. Sempre. Non importa quante volte ti sei fermato. C’è sempre un punto da cui ripartire. Che imparassimo a sentirci privilegiati per il luogo in cui viviamo. Non perché sia perfetto. Spesso ci abituiamo alla bellezza e smettiamo di vederla. E poi una cosa semplice: il nostro contributo conta. Anche se piccolo. Anche se silenzioso. Ogni gesto costruisce il paesaggio intorno a noi. Io provo a ricordarlo cantando. Prima di tutto a me stesso.

  • C’è un momento magico in cui hai capito che una canzone poteva cambiare il modo
    in cui qualcuno ved
    e il mondo?


A dire il vero no. Non ho mai pensato che l’arte possa cambiare o migliorare il mondo. Sarebbe troppo comodo pensarlo. Neanche la bellezza, da sola, può salvare il mondo. Forse solo l’amore può farlo. E non a caso quella famosa frase di Dostoevskij la fa dire “all’idiota”, cioè a un innamorato. Io non credo che una canzone possa cambiare il mondo. Però può cambiare un momento. Può cambiare uno sguardo. Può cambiare una sera. E a volte, per una persona, basta quello.

  • Se potessi dare vita a un colore o a un profumo per questa canzone, quale sarebbe
    e perché?


Rosso terra e profumo di agrumi e mare. Dolce e pungente insieme.

  • Durante i tuoi concerti, quando vedi il pubblico muoversi con la musica, cosa senti
    nel cuore?

    Sento gratitudine. E una pace strana, bellissima.
  • Se la tua voce potesse sussurrare un segreto al mondo, quale sarebbe?


Prendiamoci meno sul serio.

  • Guardando il cielo sopra la Calabria, pensi che la tua musica possa diventare un
    ponte tra i sogni di chi ti ascolta e la realtà che li circonda?


È proprio quello che spero. È quello che mi muove. La musica non può cambiare il mondo, ma può creare un passaggio. Un ponte, appunto. Tra ciò che sogniamo e ciò che viviamo ogni giorno. Se anche solo per qualche minuto qualcuno sente che quel ponte esiste, allora la canzone ha fatto il suo lavoro. E io anche.

  • Fabio, chiudi gli occhi per un attimo e immagina il palco del Teatro Cilea il 9 marzo
    prossimo: cosa vedi, cosa senti e che emozioni ti attraversano mentre ti prepari a
    salire?


Chiudo gli occhi e sento il silenzio prima delle luci. Quel silenzio che pesa e protegge allo stesso tempo. Poi penso ai miei compagni del Gruppo Movimento Terra, ai loro sorrisi. Poi penso alle persone sedute lì. Anni fa, alla fine di un mio concerto, qualcuno mi disse: “La tua musica è come un abbraccio”. Non l’ho mai dimenticato. È quello che vorrei anche quella sera. Se il pubblico si sente abbracciato. Se esce dal teatro con una nuova voglia di stare insieme, di cercarsi, di condividere, di ricominciare, allora la serata ha avuto senso. Non serve altro.

  • “L’Eleganza dell’Arte” unisce musica, teatro e cultura in un unico respiro:
    come immagini di intrecciare la tua voce con questa magia quella sera?

Con rispetto e con ascolto. Il teatro ha un respiro diverso. È più profondo, più attento. Non puoi entrarci con superficialità. Io porterò la mia terra, il ritmo, le parole semplici. Ma le porterò in punta di piedi. Non voglio sovrastare quella magia. Voglio abitarla. Se la mia voce riuscirà a stare dentro quel respiro comune, tra musica, teatro e silenzio, allora non sarà solo una performance. Sarà un momento condiviso.

  • Quale canzone, tra quelle che hai scritto, senti che possa raccontare meglio la tua
    storia e le tue radici calabresi in un teatro così speciale?


Direi Blue Dahlia. Perché racconta la Calabria che vivo davvero. Non quella da cartolina. Quella fatta di mare e cemento non finito. Di zagara e buche nelle strade. Di natura abbagliante e pensieri che a volte diventano giungla. Dentro quella canzone ci sono le contraddizioni con cui sono cresciuto. La bellezza e l’incompiuto. La luce e il disordine. È una terra che ti fa innamorare e arrabbiare nello stesso giorno. E io mi riconosco proprio lì. In un teatro come il Cilea non porterei una Calabria ideale. Porterei quella vera. Con le sue ferite e la sua poesia.

  • Condividere il palco con artisti come Branduardi e Cammariere: come ti ispira
    questa convivenza di talenti e anime musicali?


In realtà non condividiamo il palco nello stesso momento, ma facciamo parte dello stesso cartellone. E già questo per me è significativo. È un’opportunità che devo alla mia agenzia, la Publidema di Demetrio Mannino, che ha creduto in me e nel mio percorso. Quando ti ritrovi in un programma accanto ad artisti che hanno scritto pagine importanti della musica italiana, la prima cosa che senti è gratitudine. La seconda è responsabilità. Mi piace credere che forse certe occasioni arrivino quando hai fatto un cammino serio, coerente, lungo. Essere lì non è un punto d’arrivo. È un segno che il lavoro fatto in questi anni ha un senso. E questo mi basta.

  • Se dovessi trasformare la tua performance in un’immagine o in un colore, quale
    sarebbe e perché?


Direi un misto tra Chagall e Guttuso. Da una parte figure sospese, quasi in volo. Colori che sembrano muoversi nell’aria, blu profondi, rossi accesi. Dall’altra la carne, la terra, i volti veri. La materia viva. Perché la mia musica ha bisogno di entrambe le cose. Il sogno che solleva. E la realtà che pesa. Un equilibrio tra poesia e concretezza. Tra cielo e polvere.

  • C’è un messaggio segreto, un sogno o un desiderio nascosto che vorresti affidare a
    chi sarà lì con te tra le poltrone del Cilea?


Vorrei che per una sera si ricordassero che stare insieme è un privilegio. Che la convivialità non è una parola antica, ma una necessità odierna, quotidiana. Vorrei che uscissero dal teatro con un po’ più fiducia. Non grandi rivoluzioni. Solo il desiderio semplice di cercarsi, di parlarsi, di condividere tempo vero. Se succede, anche solo in parte, sarò molto, molto soddisfatto.

  • Guardando indietro al tuo cammino artistico, che valore ha per te questa serata: è
    una tappa, un traguardo o forse un nuovo inizio?


La vivo come una tappa importante. Non un traguardo, perché non ho mai pensato alla musica come a una gara. E nemmeno come a una scalata. È il segno che il percorso fatto finora, con pazienza, disciplina e una certa ostinazione, ha costruito qualcosa di vero.
Diversi anni fa, alla fine di un concerto in strada, su un marciapiede, una mia amica si avvicinò e mi disse: “Tu suoni ovunque con la stessa energia, la stessa passione. Che sia un marciapiede o un teatro, dai a tutto la stessa importanza”. Quella frase non l’ho mai dimenticata. E in fondo è ancora così. Un teatro come il Cilea cambia la cornice, non cambia il cuore. Per questo non lo sento come un arrivo. Lo sento come un punto importantissimo da cui ripartire.

  • Quando le luci si abbasseranno e le note svaniranno, quale emozione vorresti che
    rimanesse sospesa nell’aria e nel cuore del pubblico?


Vorrei che restasse una sensazione di autenticità. Non l’euforia del momento. Non
l’applauso. Ma la percezione di aver vissuto qualcosa di vero. Mi piacerebbe che
qualcuno, tornando a casa, pensasse: “Questa sera non era solo musica. Era presenza.”
E’ la mia accezione del significato: “ma scialai!”. Se rimane quella traccia sottile, quasi
silenziosa, allora la serata continuerà anche dopo l’ultima nota.

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