Dopo il precedente articolo che segue il percorso di vita di Silvana Borgese, un’intervista per riaffermare la sua profonda caratura di pensiero, vale a dire l’alto livello intellettuale, la qualità elevata e la profondità delle sue riflessioni.
- Come definirebbe, in sintesi, la sua idea di scuola?
Consideri che la mia prima formazione teorica è avvenuta sui testi e sugli autori dell’attivismo pedagogico e, dunque, già epurata da quell’idea di scuola come mera trasmissione di nozioni della mia esperienza di alunna.
Con i suoi scenari culturali, umani e sociali, la scuola, più che conoscenze o categorie concettuali, insegna “il mondo”, veicolandone immagini, visioni, direzioni interpretative. La trama delle relazioni, i modelli culturali e umani che in essa agiscono, le dinamiche e il clima che vi si respirano fanno degli ambienti scolastici una struttura che connota il sapere impregnandolo di tonalità esistenziali. E tutto ciò passa implicitamente.

- Nel suo contributo al libro Generazione Don Milani ( curatore Raffaele Iosa, ed. Erickson, 2017) lei parla dell’Olimpo dei suoi riferimenti pedagogici…
Sì, questa prima radice teorica “attivista” si è successivamente alimentata attraverso un pensiero pedagogico più accentuatamente rivolto al sociale e con forte vocazione democratica, dimensioni che in Don Lorenzo Milani assunsero i toni di una denuncia sociale aspra ed inappellabile
Don Milani( Lettere ad una professoressa), il maestro Mario Lodi ( Al Vho) e il linguista Tullio De Mauro ( Le 10 tesi per una educazione linguistica democratica) hanno dato forti direzioni al mio percorso professionale.

Con il marito Luigi Mesiano alla Fiera del Libro
- Visione é una parola che nel libro ritorna spesso. Nel suo lessico sembra avere il suono profondo delle cose necessarie.
Siamo governati dalle visioni. Ognuno di noi, anche inconsapevolmente, mette in campo nell’agire una propria visione delle cose e del mondo.
Data la pluralità di soggetti che intervengono in un processo così delicato e importante come quello educativo, una Visione comune ( e ora uso il maiuscolo) diventa allora atto essenziale e preliminare per ogni istituzione scolastica.
Si tratta di mettere in chiaro questa visione, prelevarla dal sottofondo individuale dei tanti che vi partecipano, farne oggetto di analisi, confronto, negoziazione (ma mai al ribasso rispetto ai valori costituzionali e umani), darle forma e poi collocarla sullo sfondo immediatamente visibile e riconoscibile degli scenari scolastici.
L’ Autonomia ha riconosciuto alle scuole libertà educativa, didattica e organizzativa oltre che di ricerca: esercitarla significativamente e responsabilmente significa darle contenuti, individuare una meta, scegliere la strada maestra da percorrere, dotarla di una segnaletica chiara.
Senza una Visione non si dà rotta, non si hanno direzioni, sono a rischio l’ organicità e la coerenza delle azioni.
Essa serve allora alla Scuola come bussola, una bussola efficiente nel senso che ne guida l’interno e che però non si smagnetizzi ad ogni pressione esterna, ad ogni shock sociale, ad ogni pretesa di egemonia culturale, ad ogni offerta mercatale di progetti esterni o di protagonismi.
Ognuno di questi fattori, se non adeguatamente filtrato da un’intelligente valutazione circa la sua congruenza/efficacia rispetto alla mission scolastica, diventa come un’onda che la investe e ne devia la rotta. Ma una nave che cambia direzione a ogni onda non attraversa il mare: sopravvive. Naviga a vista.
E so che parlo di un tema caro a molti docenti, che si sentono insidiati da tutte quelle interferenze che riempiono la nave di zavorra e dissipano il loro tempo didattico.

1980-81, Scuola Elementare C. Alvaro Reggio Calabria. ultimo anno d’insegnamento, poi Dirigente
- E il punto che sembra starle più a cuore ed emerge da quanto sopra è dunque che la Visione educativa non può essere il gesto solitario del comandante.
Esattamente. Se lo fosse diventerebbe il solito orpello per quella congerie di documenti scolastici che hanno sopraffatto la scuola senza incidere sul suo cammino.
Viceversa, se agisce come “sentita” piattaforma comune da cui prendere avvio e su cui impiantare tutto l’agire istituzionale (piani programmi didattici, progettualità, patti scuola / studenti/ famiglie), con una riflessività allargata che ne richiami le direzioni ad ogni suo tornante strategico, una Visione rimane sempre “presente”, diventa familiare direi, la si sente propria e praticabile. E cioè ha il potere di fare tessere ragioni comuni, compattare il sistema e ridurre la conflittualità. Credo di aver dedicato a questo obiettivo una fetta importante del mio tempo e delle mie energie.

D.D. Bianco – Scuola di Caraffa -Natale 1983
- Tessere ragioni comuni… Gli ultimi due paragrafi del suo contributo a Generazione Don Milani potrebbero fungere a proposito da manuale di istruzioni. Ce ne parla?
Giá… Gli anni alla direzione della Nosside (ben 22), come lei ha ben detto, rappresentano il frutto di un ruolo ormai decisamente maturo, dove i vari pezzi degli studi compiuti e delle esperienze vissute si sono intrecciati e incastrati, disegnando un quadro di congruente e – posso permettermelo? – di lucida prospettiva.
La condivisione porta a tessere ragioni comuni nel senso che rinforza il senso di appartenenza istituzionale, consente di sentirsi a casa e di stare bene nel luogo in cui si trascorre tanta parte del proprio tempo attivo e della propria vita.
Sentirsi parte di un ambiente, di un percorso, di una storia incoraggia ad aprirsi, a dare il meglio di sé.
Ed è proprio in questo ganglio che una Dirigenza può intervenire per valorizzare e investire quel mare di risorse costituite dalle persone che vi lavorano dentro. Ognuno secondo i propri talenti, il proprio valore aggiunto di competenza e, perché no?, di desideri di realizzazione.
Ogni docente, ogni collaboratore scolastico, ogni amministrativo, ma anche ogni genitore disponibile ad entrare in gioco, sono stati per la Nosside una finestra aperta, una possibilità diversa, un’opportunità ulteriore.
Docenti molto preparati e aggiornati rispetto alle più avanzate ricerche sul campo – e come tali diffusamente riconosciuti nell’ambiente scolastico – da impegnare nel coordinamento dei gruppi di studio (una scuola che apprende da sé ); collaboratori scolastici ex muratori, elettricisti, idraulici, imbianchini, un ben di Dio per le necessità della scuola, coinvolti nel manutenere quotidianamente gli edifici scolastici; amministrativi ricchi di laure da valorizzare; genitori degli OO.CC, spesso gente intelligente , sensibile al bene comune e capace di interpretare efficacemente le istanze del territorio … Beh, il loro contributo di conoscenza e analisi, nonché la loro intermediazione e presenza nei momenti più critici possono essere di grande supporto. E insomma, What else?
Ah, no, dimenticavo un elemento importante. C’è una condizione che rende questa disponibilità utilizzabile: quanto “non previsto e non contrattualizzato nazionalmente” e quindi le competenze extra, i talenti individualmente coltivati e offerti alla scuola, INSOMMA, TUTTO QUEL VALORE INDIVIDUALE “AGGIUNTO” messo volenterosamente e volontariamente a disposizione dell’Istituzione , VA PUBBLICAMENTE RICONOSCIUTO. Sempre, ad ogni livello e in tutte le sedi, seppur con l’opportuna avvertenza di mantenere in equilibrio i protagonismi. Protagonista della scuola deve essere il NOI, ovvero, parimenti, tutti coloro che concorrono alla realizzazione del servizio svolgendo dignitosamente il proprio dovere.
Il docente con compiti di guida in un gruppo di studio accetta di essere a sua volta guidato in un gruppo con centrature diverse, l’ insegnante che oggi impara domani insegnerà ai nuovi arrivati.
È un equilibrio delicatissimo che merita estrema attenzione e, in tutta onestà, mi ci sono molto impegnata.

D.D. Bova Marina – Scuola dell’Infanzia Palizzi Marina
- Cosa aggiungerebbe ad un concetto di leadership dirigenziale che non si desuma da quanto già detto e nelle sintesi delle parole visione, condivisione, democrazia, valorizzazione delle risorse umane e…Noi?
Una sola parola, Ethos, ethos nell’accezione greca di credito, credibilità, uno degli ingredienti ritenuti indispensabili nella Retorica ellenica.
Ethos non dunque nel significato comune di morale, ma di coerenza, di coincidenza per quanto più possibile tra Dire e Fare, tra quanto si proclama e le azioni in cui si traduce, tra quanto si scrive nei documenti (scolastici) e quanto si assume a verifica della loro realizzazione.
Se, nei test finalizzati a conoscere le opinioni e la valutazione delle famiglie degli allievi relativamente al servizio scolastico (test proposti a fine anno in forma rigorosamente anonima), se, ripeto, il risultato era di un 95% per cento di positività, in Collegio docente la discussione si concentrava soprattutto su quel rimanente 5% di insoddisfazione. Ovviamente anche l’insoddisfazione verso la dirigente scolastica.
L’Ethos è ciò che consente ad un dirigente di legittimarsi pienamente nella propria autorevolezza all’interno dell’istituzione scolastica, ma anche di potenziare l’immagine e il peso di tutta la Scuola nella dialettica con gli altri soggetti territoriali: amministrazioni, associazioni, organizzazioni.
- Qualche domanda ancora sulle criticità e le sfide della scuola di oggi
Le grandi criticità rimangono ancora quelle di sempre, l’incapacità di coniugare effettivamente EQUITÀ (cura e successo dei più deboli e recupero delle sacche di dispersione scolastica) e QUALITÀ , ovvero livello di istruzione di tutti gli allievi compatibile con gli standard indicati come irrinunciabili.
Gli ultimi dati sulla dispersione scolastica (come abbandono della scuola prima del completamento dell’obbligo) danno un valore di circa il 10% sul totale degli studenti, con queste differenziazioni :
Genitori con licenza media: abbandona gli studi il 22,7% dei figli.
Genitori laureati: abbandona solo il 1,2% – 2,3% dei figli.
Tralasciando poi la percentuale altissima degli studenti che arriva sì al diploma, ma senza possedere le competenze previste in lingua italiana, matematica.
E dunque una dispersione decisamente ancora correlata alle condizioni socio- culturali dell’ambiente di provenienza, anche se nuovi fattori, che investono tout court il profilo della famiglia e della società, vanno oggi messi in conto per descrivere la caduta dell’interesse dei ragazzi verso la scuola.
E tuttavia la partita, soprattutto nelle scuole secondarie, è troppo grande e la Scuola, da sola, nella stragrande maggioranza dei casi ha dimostrato di non riuscire ad affrontarla neanche quando si riversano nelle sue casse i necessari quattrini (PON, POR…)
Ci vogliono pensieri nuovi, alleanze nuove e impianti educativi e didattici che, soprattutto nelle scuole a più alta densità di abbandoni (le scuole professionali), sovvertano la centratura sulla vecchia lezione frontale su cui si modula ancora gran parte della didattica. Ambienti e impianti capaci di motivare, personalizzare riattivare circuiti di desiderio esistenziale. E ovviamente, una totale riconsiderazione della funzione docente, del suo trattamento economico e della sua disfunzionale burocratizzazione .

D.D. Bova Martina – Scuola Elementare
- Quali sono, secondo lei, le competenze più importanti che la scuola del presente deve sviluppare negli studenti?
Con l’ingresso nell’era dell’intelligenza artificiale stiamo sperimentando qualcosa di totalmente inedito e gravido di incognite.
Da anni la rete si propone come l’intera enciclopedia dello scibile, accessibile a chiunque con un semplice smartphone e un clic. Semplificando potremmo dire che al problema atavico della distribuzione e dell’ accesso al sapere come bene sociale è oggi subentrato – paradosso imprevisto della storia – quello di un surplus, un eccesso di offerta di conoscenza e informazione che la scuola deve insegnare a filtrare.
È una sovrabbondanza che ci porta ad essere “perennemente connessi ma non più comunicanti”, con algoritmi che trascinandoci in “bolle” digitali di pensieri e opinioni simili, convergenti e confermativi, alterano le percezione delle cose e degli eventi
Serve allora potenziare le competenze riflessive sul sapere, sulla sua struttura, sulle angolazioni prospettiche che esso riflette, i punti di vista, gli scopi la temperie culturali in cui esso nasce e si consolida. E sono davvero essenziali le competenze critiche per affrontare l’informazione da cui siamo sommersi, per poter riconoscere e decostruire narrazioni digitali e concetti non compatibili con i principi di realtà, ovvero estranei all’obbligo di fedeltà al “vero” e mistificanti rispetto al valore e all’etica della coesistenza.
Ed è necessario infine puntare sul potenziamento delle relazioni dal vivo, in un ecosistema relazionale fatto di persone reali e incontri diretti con l’altro – alterità, pluralità, diversità – che aiutino a rivitalizzare le ragioni dello stare insieme e a maturare visioni del mondo e delle cose non perentorie. Una palestra del confronto, ma anche del dissenso costruttivo e del conflitto governato, dove i diversi imparano a prendere le proprie misure RELAZIONANDOSI, assumendo posizioni dialettiche e rinegoziando significati e posture. Il così detto Hikikomori e il bullismo rappresentano espressioni diverse (ovviamente molto diverse), ma entrambe deviate della socialità giovanile.
- Come si concilia l’esigenza di innovazione con il rispetto della tradizione educativa?
L’intelligenza artificiale abita un mondo esclusivamente cognitivo, senza le inflessioni emozionali di un vissuto e di tale dimensione essa ci rimanda la sua “perfetta ” espressione linguistica. Penso sia necessario allora rimettere a fuoco il senso umano e sociale del mondo, le dimensioni affettive ed etiche dello stare insieme, capitalizzando le attitudini all’empatia, all’accoglienza, alla cura quali modalità che orientino la dimensione esistenziale di una comune storia di formazione.
- Qual è stata la soddisfazione più grande della sua carriera?
Verificare che c’è una versione della dirigenza al femminile, dove la relazione, la cura, la condivisione, l’autorevolezza, possono innestare processi di qualità istituzionale.
- C’è un insegnamento umano, non solo professionale, che porta con sé dal suo percorso?
Investire sul positivo produce positività .
E, ancora… da chiunque puoi imparare qualcosa.
- Quali consigli darebbe ad un giovane dirigente ?
Imparare dai propri errori utilizzandoli nel miglioramento del proprio “essere” professionale e umano.
Conclusione
- Se dovesse racchiudere la sua esperienza in una parola o in un’immagine, quale sceglierebbe?
La foto del mio primo giorno di scuola e, quanto alla parola, beh… potrebbe essere “determinazione”
– C’è un messaggio che vorrebbe lasciare ai docenti, agli studenti o ai genitori che la ricordano?
Ho dato tutto quanto ho potuto e ho saputo, ma ho ricevuto da voi molto di più. Grazie di cuore
- Qual è il tratto distintivo che spera rimanga del suo lavoro nella scuola che ha guidato?
La passione e la trasparenza.

Rimpatriata della generazione Nosside, Scuola Ravagnese, luglio 2025. Pensionamento docenti









