Eccola, sale sul palco, guarda il pubblico negli occhi e recita con la voce di chi sa esattamente dove colpire.  

Un editoriale che non si limita a criticare: mette in scena la riforma come un dramma in tre atti.

ATTO I – L’ILLUSIONE  

Sipario.  

Entra in scena la riforma costituzionale, vestita di bianco, con un sorriso rassicurante.  

Promette ordine, modernità, efficienza.  

La platea applaude, qualcuno si commuove.  

Poi, mentre le luci si abbassano, la riforma si toglie il mantello: sotto non c’è un progetto, ma un foglio bianco.  

Il resto lo scriveranno i decreti.  

E i decreti, si sa, non hanno mai avuto la fama di essere timidi.

ATTO II – LA DIVISIONE  

Il CSM, un tempo un personaggio unico, solido, riconoscibile, viene portato al centro del palco.  

Tre colpi di tamburo.  

E zac: viene diviso in due Consigli e un’Alta Corte disciplinare.  

Una scena da teatro anatomico.  

Giudici da una parte, PM dall’altra, e in mezzo un organo disciplinare che sembra uscito da un dramma barocco.  

Il pubblico osserva, confuso:  

“Ma non doveva essere una riforma che semplifica?”  

La risposta arriva dal coro:  

“Semplifica, sì. Semplifica il controllo.”

ATTO III – IL SORTEGGIO  

Entra la ruota della fortuna.  

Brilla, gira, scintilla.  

“Ecco la soluzione alle correnti!” proclama il narratore.  

Ma dietro la ruota, nascosto tra le quinte, c’è chi decide chi può essere sorteggiato.  

Un colpo di luce rivela la verità:  

non serve truccare l’estrazione, basta truccare gli estraibili.  

Il pubblico mormora.  

Qualcuno ride amaramente.  

Qualcun altro capisce che la scena non è comica: è tragica.

FINALE – L’EQUILIBRIO CHE CADE  

La riforma torna al centro del palco.  

Sorride di nuovo.  

Promette ancora ordine, modernità, efficienza.  

Ma ora il pubblico vede le crepe:  

una Costituzione svuotata e riempita dai decreti,  

una magistratura divisa come un regno in guerra,  

un autogoverno affidato alla sorte… o a chi la sorte la prepara.

Le luci si spengono.  

Silenzio.  

Poi una voce, dal fondo della sala:  

“Ma questa non è modernità. È un cambio di potere travestito da spettacolo.”