C’è un luogo, all’estremo lembo della Calabria, dove il vento porta ancora echi antichi e le parole sembrano custodire una promessa. È da questo confine sospeso tra mare e mito che nasce “Pucambù”, il nuovo album di Aldo Gurnari, cantautore di Bova Marina, voce profonda e luminosa di una terra che non ha mai smesso di raccontarsi. Un lavoro che canta le radici e rilancia, con delicata ostinazione, la memoria dei greci di Calabria. Il titolo del disco si offre fin da subito come una soglia poetica, un varco da attraversare. “Pucambù” nasce dall’eco di una poesia in lingua grecanica di Salvino Nucera, professore e studioso appassionato e instancabile custode della cultura dei greci di Calabria, recentemente scomparso. Ma più che un semplice omaggio, il richiamo è una continuità viva, un filo che non si spezza, ma unisce.


Nella parola “Pucambù” vibra una visione: quella di una luce minuta e ostinata, simile alla fiamma di una lampada antica, capace di resistere al tempo e al vento. Non è una luce che guarda indietro con nostalgia, ma una presenza che illumina il cammino, che accompagna e orienta. È memoria che respira, che si rinnova, che continua a dire. La lezione poetica di Nucera affiora qui come una sorgente discreta: nella cura della lingua, nella fedeltà a un paesaggio umano e sonoro, nella capacità di trasformare il margine in centro, il frammento in canto.

Iaria, Gurnari alla lira grecocalabra e sullo sfondo Cotronei e Spirlì alla Fondazione per i Greci di Calabria

La sua parola, radicata nella grecità calabrese, non si è mai chiusa in un passato immobile, ma ha saputo aprirsi al tempo, attraversarlo, restituirlo come esperienza viva. Così “Pucambù” diventa più di un titolo: è un’immagine che arde, una piccola fiamma che continua a custodire e a trasmettere. Una luce che non consuma, ma genera; che non si spegne, ma si consegna, di voce in voce, come accade alle storie destinate a restare., la memoria culturale, la parola poetica che resiste al tempo e all’oblio. In questo simbolo si raccoglie l’intero senso dell’album, che si configura come un viaggi o tra lingua, identità e suoni contemporanei. Ascoltare “Pucambù” è come attraversare una soglia: si entra in uno spazio dove il tempo rallenta, dove ogni suono sembra provenire da una memoria collettiva più vasta. Le canzoni si muovono leggere, quasi in punta di piedi, come ospiti rispettosi in una casa antica. Ed è proprio qui che si manifesta il cuore profondo dell’opera: la “filoxenia”, quell’arte dell’accoglienza che i greci di Calabria hanno trasformato in identità, gesto quotidiano, respiro condiviso. Il disco si articola in dieci tracce, ciascuna con una propria direzione espressiva, ma unite da un filo invisibile che tiene insieme lingue, suoni e radici. All’interno di questo tessuto narrativo affiorano figure e memorie che hanno segnato un’epoca. Brani come “Ego ce to fengari” e “Zzoddhuna” riportano alla voce intensa di Bruno Casile, il “poeta contadino” così definito da Pier Paolo Pasolini, qui rievocato anche attraverso le musiche di Carmelo Romeo.


Tra i momenti più intensi si colloca “Pedimmu’”, dedicata al professore Filippo Violi, noto studioso e storico della grecità calabrese. Il brano, già inciso in passato, ritorna in questo lavoro trasformato e riletto: una nuova veste sonora che non tradisce l’origine, ma la rinnova, come accade alle memorie più vive, capaci di mutare senza disperdersi. Accanto a queste radici profonde, il disco si apre anche a traiettorie inattese. “Voglio fare il gentiluomo” dialoga con suggestioni che affondano nell’opera buffa e nel repertorio classico, mentre altri passaggi affrontano temi più ampi e stratificati, come la riflessione sulla questione meridionale, ispirata agli scritti di Pasquino Crupi. È un movimento naturale, mai forzato: dal locale all’universale, dalla memoria intima alla storia collettiva. Nel mondo evocato da Aldo Gurnari, l’ospitalità non è solo apertura all’altro, ma riconoscimento reciproco. È uno sguardo che accoglie senza chiedere, un abbraccio per chi arriva, una voce che chiama per nome anche lo straniero. Le sue
canzoni sembrano costruire dimore invisibili, rifugi sonori in cui chi ascolta può sostare, perdersi, ritrovarsi. In questo senso, “Pucambù” diventa un atto di custodia: un archivio poetico che protegge e rinnova una cultura fragile e preziosa. La lingua stessa diventa casa. L’italiano si intreccia a inflessioni antiche, a suoni che portano il sapore del greco e della pietra, del sale e del sole. Non è nostalgia, ma continuità: una corrente sotterranea che attraversa i secoli e riaffiora in ogni verso. Gurnari non canta solo parole, ma soglie, passaggi, ritorni.


Le melodie si aprono come paesaggi al crepuscolo: delicate, ma attraversate da una lucemprofonda. Gli strumenti dialogano senza sovrastarsi, lasciando spazio al silenzio, che qui non è assenza ma attesa. Ogni brano è un invito a rallentare, a restare, a ascoltare ciò che spesso sfugge. In questa tessitura sonora, la memoria non è mai peso, ma seme. E poi c’è il mare, sempre presente, anche quando non viene nominato. Un mare che separa e unisce, che porta via e restituisce. È lo stesso mare che ha visto partire e tornare, che ha custodito storie di lontananza e di abbraccio. In questo orizzonte liquido, la filoxenia diventa ancora più necessaria: accogliere significa resistere alla distanza, creare ponti dove tutto sembra dividere.


Disponibile sulle principali piattaforme digitali, “Pucambù” resta soprattutto un’opera da ascoltare con lentezza e da custodire nel tempo. Non un prodotto da consumo rapido, ma un oggetto sonoro che tiene insieme passato e presente senza retorica, affidandosi alla forza concreta delle storie che lo attraversano.


In un tempo che spesso dimentica l’altro, Aldo Gurnari ricorda con dolce ostinazione che accogliere è un atto poetico. E che, forse, è proprio da queste fiammelle tenaci, da questi margini luminosi, che può ancora nascere una forma di bellezza capace di includere, custodire e trasformare.

Ecco di seguito l’intervista al cantautore Aldo Gurnari

  1. Se la cultura grecanica dovesse scomparire domani, cosa perderebbe davvero il
    mondo oltre a una lingua e a una tradizione?
    Fortunatamente ci sono molti studiosi e molte associazioni che si occupano della cultura grecanica per cui sarà difficile che scompaia. Se la cultura grecanica dovesse scomparire perderemmo le nostre radici.
  2. Oggi molti parlano di identità grecanica come patrimonio culturale: secondo te è una realtà ancora vissuta o rischia di diventare solo folklore per i turisti?
    È sicuramente una realtà ancora vissuta però credo che a volte viene presentata non in modo corretto e diventa risorsa da vendere ai turisti.
  3. Vivendo e creando musica a Bova, senti più la responsabilità di custodire una memoria antica o la libertà di reinterpretarla?
    Ti rispondo con una frase che ho ritrovato tra gli appunti di mia madre Caterina Manti: “La tradizione non è passiva ripetizione del passato ma risorsa da rivivere per rinnovarla e rinnovarsi”. E’ una frase alla quale credo fermamente tanto che l’ho riportata sul mio ultimo disco.
  4. Pensi che i giovani dell’Area Grecanica sentano ancora questa identità come propria,oppure che la globalizzazione stia lentamente cancellando queste radici?
    Conosco molti giovani che si sono avvicinati alla lingua greca di Calabria e molti di loro la parlano. Sono fiducioso, non dico sulla rinascita della lingua, ma sicuramente sulla sua sopravvivenza. Io con la mia musica contribuisco in qualche modo alla sua sopravvivenza.
  5. C’è una persona, un luogo o un ricordo della tua infanzia che ha acceso in te il bisogno di raccontare questa terra attraverso la musica?
    Sicuramente la persona è mia madre, parlava bene il greco di Calabria e ricordo le
    chiacchierate che faceva in grecanico con Bruno Casile. Aggiungo un’altra persona che è Salvino Nucera. Il mio ultimo disco si intitola “Pucambù” (da qualche parte) che è una splendida poesia che ho messo in musica e pubblicato nell’ultimo album. Già da giovanissimo, ai tempi del liceo, avevo musicato due sue poesie “Irthame” e “Evvjethi to fengari”. Trovo le sue poesie molto musicali.
  6. Il suo repertorio unisce musica classica e tradizioni locali: come nasce questa scelta?
    Più che una scelta è il frutto della mia esperienza avuta negli anni sia nell’attività artistica che negli studi musicali presso il conservatorio F. Cilea di Reggio Calabria
  7. Album come “Acue”, “Veni Jornu” e “Senti” raccontano un percorso musicale: cosa rappresentano per lei? Come dici tu è un percorso musicale che si completa con questo ultimo album “Pucambù” che è fondamentalmente una sintesi dei precedenti.
  8. Come è stata accolta la vostra musica fuori dalla Calabria? Con molto interesse, troviamo più riscontro ogni volta che suoniamo fuori. Sicuramente questo è dovuto al tipo di musica che compongo che esce dagli schemi che ormai sono consolidati soprattutto nella nostra provincia…. La mia è più d’ascolto.