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Operazione Taurus / Il ricco Lombardo-Veneto nelle mani della ‘ndrangheta

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Veneto Mafia Mappa Naccarato - Cosa VostraLe relazioni della DNAA, della Commissione Parlamentare Antimafia, della DIA, dei Comandi Regionali e provinciali della Guardia di Finanza e dei Carabinieri, delle Questure e delle Prefetture ma anche dei Procuratori Generali in occasione dell’Anno Giudiziario, confermano il trend della criminalità organizzata

LE DINASTIE DELLA ‘NDRANGHETA, STANNO COLONIZZANDO LIGURIA, PIEMONTE, VALLE D’AOSTA, LOMBARDIA, TRENTINO, VENETO, FRIULI VENEZIA GIULIA, EMILIA ROMAGNA, TOSCANA, MARCHE, UMBRIA E LAZIO

Domenico Salvatore

MILANO-Il leit motiv dei magistrati in conferenza stampa,  alla televisione, sui giornali e alla radio, se non nei convegni e nei talk-show, è sempre lo stesso:”La ‘ndrangheta è una mafia unitaria, sempre uguale, a Reggio Calabria, Milano, Melbourne o Montreal, non c’è differenza sostanziale”.

Al Nord Italia, i casati di ‘ndrangheta, operano in sintonia, ma la testa pensante della ‘ndrangheta è sempre a Reggio Calabria, al Crimine di Polsi, alla ‘Provincia’; non sono mancati i tentativi di scissione o di autonomia, tutti falliti e rintuzzati.

Uno dei capimafia più carismatici, ricchi e potenti era Antonio Dragone, ben collegato con massoneria e servizi segreti deviati, imprenditoria e magistratura malleabile (disponeva anche di un parco macchine di grossa cilindrata blindate e super-accessoriate), collegato con altre famiglie di ‘ndrangheta e con altre mafie.

Fu lui, formalmente un bidello di scuola, a creare la ‘ndrina di Cutro, dopo una faida nel 1972, che portò all’omicidio di: Francesco Dragone, Antonio Spagnolo, Vittorio Colacino e Gaetano, Domenico e Salvatore Oliverio; ne facevano parte anche i Grande Aracri .Il sogno di Nicolino Grande Aracri

Si era fatto le ossa in Calabria, ma poi si era ritagliato una grossa fetta di potere in Emilia Romagna, Bassa Lombardia e Veneto Basso; costretto a un periodo di soggiorno obbligato a Montecavolo, frazione di Quattro Castella nel reggiano, dove instaurerà una locale con interessi in provincia di Reggio Emilia, nel modenese e a Piacenza.

Il potere nella mafia, non si ostenta, non si dimostra, nè si difende  gonfiando i muscoli, alzando la voce o digrignando i denti, ma con tutti i mezzi e gli strumenti del caso; comprese le faide, tipo quella con i Vasapollo, da cui ne uscirà vincente; e la successiva (di Cutro) con i Grande Aracri che nel frattempo avevano conquistato la leadership nel locale di Cutro, che il 10 maggio 2004, gli è costata la vita e le perdita del potere; a vantaggio dei Grande Aracri e loro satelliti, che hanno ereditato tutto l’ambaradan calabrese e quello emiliano, lombardo e veneto; sebbene Nicolino e suo fratello Ernesto Grande Aracri, vengano condannati all’ergastolo dalla Corte d’Appello di Catanzaro; verdetto, confermato dalla Corte di Cassazione; è andata meglio ad Angelo Greco, uno dei killers di ‘Totò’ Dragone, condannato a 30 anni di reclusione; e ad un maresciallo ‘venduto’ e traditore del Corpo, della Bandiera e del Giuramento, sul libro paga dei mammasantissima, condannato a quattro anni di reclusione, per concorso esterno in associazione mafiosa.File:Map of region of Veneto, Italy, with provinces-it.svg - Wikipedia

Il potere mafioso, paradossalmente, si difende anche con le operazioni della DDA a carico…Operazione Taurus, Grande Drago, Edilpiovra, Pandora, Zarina, Aurora, Aemilia 1, Aemilia 2, Kyterion 1, Kyterion 2, Camaleonte, Avvoltoio, Valpolicella, Isola Scaligera ecc.

L’espansionismo della Piovra calabrese, dapprima a macchia di leopardo e poi a macchia d’olio, cominciò subito dopo la fine della 2^ Guerra Mondiale.

Favorito da almeno tre elementi-base: la ‘fame’ di conquiste e di arricchimento dei nuovi emigranti; il negazionismo più becero da parte delle autorità nordiche, che si ostinavano ad ignorare il fenomeno mafia; la ricerca frenetica dei mercati ricchi come quelli della Pianura Padana.Veneto - A.K.S.I. Associazione Italiana di Kinesiologia Specializzata

“Seguite il denaro frusciante  e troverete la mafia”, sosteneva il giudice Giovanni Falcone.

Ma la diffusione dell’Onorata Società, Fibbia o Cosa Nuova e perfino “Gramigna”, fu favorita da altri fattori.

Primo fra tutti, il disastroso istituto-provvedimento del soggiorno obbligato nelle regioni del Nord Italia; un errore madornale, un rimedio peggiore del male, perchè, non solo non cancellò il fenomeno mafia, ma anzi lo propagò irrimediabilmente a dismisura; per non dire, che gettò le basi per la conquista di ampi territori del Nord-Ovest ( ed oggi del Nord-Est).

S’impermalosivano e s’inalberavano ministri e sottosegretari, deputati e senatori, sino all’altro giorno, se un giornalista ( compresi quelli delle testate di regime, allineate o filogovernative)osasse scrivere un verbo, un aggettivo, un avverbio in più; se solo adombrasse un inciucio.Beni confiscati alle mafie. I dati del Veneto. Li pubblicano i ...

Tuttavia, gl’imprenditori, impresari, operatori commmerciali, industriali o presunti tali, facevano soldi con la motopala nell’edilizia pubblica e privata; con un conto in banca da far impallidire …Paperon dei Paperoni ( nel 2015, i carabinieri avevano trovato un conto corrente dei Grande Aracri con la disponibilità di 200 milioni di euro) ; i promotori dello pseudo politically correct,  facevano carriera nel Consiglio Regionale con i voti degli ‘amici degli amici’ e qualche volta, entravano persino a Palazzo Madama od a Montecitorio.

Finchè non incappavano nelle maglie della Giustizia; procuratori della Repubblica incorruttibili e sostituti procuratori per nulla duttili e malleabili, ma amanti della Legalità e della Trasparenza.

E ce ne sono, per carità, come il procuratore capo della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, il più famoso in attività, una vita con la scorta, più volte minacciato ed intimidito”Sei un morto che cammina….prima o poi ti ammazzeremo ecc.”, simbolo stesso della Giustizia in Italia.Teramo: Unioncamere, primo forum sulla legalità

E si scagliavano velenosissimamente contro i…seminatori di zizzania.

Nel loro mirino subdolo e viscido, c’erano anche magistrati coraggiosi, incorruttibili, liberi e lungimiranti come Enzo Macrì viceprocuratore nazionale antimafia, definito  alternativamente…:”visionario, sognatore, fanatico, allucinato” ecc.

Aveva osato affermare che la ‘ndrangheta avesse nel mirino, la conquista dei lucrosi mercati della Pianura Padana; apriti cielo!

Casati di ‘ndrangheta, spesso impegnati in faide sanguinarie e sanguinose, ma tornata la pax mafiosa, ci si dimentica di tutto e di tutti; prima viene il business o les affaires, poi tutto il resto.

E’ successo ai Longo-Versaci di Polistena, negli ultimi anni, interessati da una serie di operazioni della DDA reggina…”Alba e tramonto (1 luglio 2008), Artù (2 marzo 2011), Imelda (10 marzo 2011), Scacco matto ( 15 marzo 2011), Crimine 1 (13 luglio 2010), Crimine 2 (8 marzo 2011), Crimine 3 (14 luglio 2011), Artemide ( 18 settembre 2017), Artù (3 agosto 2011), Libera Fortezza ( 17 giugno 2020), Taurus ( 20 luglio 2020)…

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Oggi la nomina del nuovo procuratore di Milano, il favorito resta ...Bruno Cherchi indicato dal Csm per guidare la Procura di Venezia ...

“Associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, estorsione, rapina, usura, ricettazione, riciclaggio, turbata libertà degli incanti, furto aggravato, favoreggiamento, violazione delle leggi sulle armi con aggravanti mafiose.

   Operazione Taurus

VENEZIA. Un vero e proprio radicamento di durata ormai ventennale, con esponenti di ‘ndrine della piana di Gioia Tauro che interagivano con il tessuto imprenditoriale ed economico della provincia di Verona, ai confini con Lombardia ed Emilia-Romagna, è stato scoperchiato al termine di una lunga indagine del Ros dei carabinieri di Padova con il coordinamento della Procura antimafia di Venezia, che ha portato al blitz con cui  sono stati notificati 33 provvedimenti cautelari, di cui 26 in carcere e sette con obbligo di firma.Si costituisce il boss Salvatore Barbaro, pioniere della ...

Destinatari sono esponenti delle famiglie calabresi Gerace-Albanese-Napoli-Versace, stanziate a Sommacampagna e in altri comuni limitrofi della provincia scaligera.

Una »gemmazione« delle ‘ndrine originarie, con cui sono rimasti legami operativi e una precisa divisione dei compiti,in costante connessione con il »Crimine di Polsi« in Calabria, confermando ulteriormente il carattere unitario della ‘

ndrangheta.

Leggi anche

Ndrangheta in Veneto: 33 arresti e oltre cento indagati

Ecco gli arrestati per associazione mafiosa

Carmine Gerace, 39 anni, Gioia Tauro;

Antonio Albanese, 60 anni Valeggio sul Mincio;

Giuseppe Napoli, 65 anni, Sommacampagna;

Giuseppe Versace, 60 anni, Castel d’Azzano.

Francesco Versace, 57 anni, Valeggio sul Mincio;

Diego Versace, 65 anni, Sommacampagna;

Agostino Napoli, 51 anni, Caselle di Sommacampagna;

Mario Gerace, 38 anni, Rizziconi (RC)

A seguire le altre misure cautelari

},> ALBANESE Antonio in relazione ai capi 1, 3, 12, 13, 14, 15, 16, 21, 28, 36 dell’imputazione

provvisoria

},> ANSELMI Ezio in relazione ai capi 107, 108, 109 dell’imputazione provvisoria

},> ARABIA Salvatore in relazione ai capi 92, 102, 105, 106, 108, 109 dell’imputazione provvisoria

},> CAPICCHIANO Rosario in relazione al capo 21 dell’imputazione provvisoria

},> CORICA Antonino in relazione ai capi 44, 49, 50, 51 dell’imputazione provvisoria

},> CORICA Rocco in relazione ai capi 44, 52, 53 dell’imputazione provvisoria

},> GERACE Carmine in relazione ai capi 1, 15, 16 dell’imputazione provvisoria

},> GERACE Mario in relazione ai capi 1, 3, 15, 16 e 44 dell’imputazione provvisoria

}> GIARDINO Alfonso in relazione ai capi 108 e 109 dell’imputazione provvisoria

},> GIARDINO Alfredo Antonio in relazione ai capi 108 e 109 dell’imputazione provvisoria

},> GIARDINO Francesco in relazione ai capi 108 e 109 dell’imputazione provvisoria

},> GRISI Francesco Giovanni Giuseppe in relazione ai capi 108 e 109 dell’imputazione provvisoria

>- MERCURIO Domenico in relazione ai capi 21, 107, 108, 109 dell’imputazione provvisoria

},> MULTAR! Carmine in relazione al capo 21 dell’imputazione provvisoria

},> MUTO Franco in relazione al capo 92 dell’imputazione provvisoria

}> NAPOLI Agostino in relazione ai capi 1, 3, 4, 38, 60, 61, 62, 63, 65, 71, 72, 73, 74, 75, 76, 77

dell’imputazione provvisoria

},> NAPOLI Giuseppe in relazione ai capi 1, 20 (esclusa l’usura), 21, 28, 29 dell’imputazione provvisoria

},> PUGLIESE Michele in relazione ai capi 21, 102, 104, 105, 107, 108, 109 dell’imputazione provvisoria

},> TIROTTA Santo in relazione ai capi 3, 6, 32, 45, 48, 92, 93, 94, 95, 97, 102, 104, 105, 106, 108, 109

dell’imputazione provvisoria

},> TRIPODI Francesco in relazione ai capi 15 e 16 dell’imputazione provvisoria

:;:,. TRIVIERI Giuseppe in relazione al capo 92 dell’imputazione provvisoria

},> VALLONE Francesco in relazione ai capi 107, 108 e 109 dell’imputazione provvisoria

},> VERSACE Diego in relazione ai capi 1, 22 (escluso il furto), 24, 44, 48 e 49 dell’imputazione

provvisoria

},> VERSACE Francesco (cl. ’63) in relazione ai capi 1, 8, 26, 27 dell’imputazione provvisoria

},> VERSACE Francesco (cl. ’57) in relazione ai capi 44 e 49 dell’imputazione provvisoria

},> VERSACE Giuseppe in relazione ai capi 1, 3, 5, 14, 18, 19, 20 (esclusa la fattispecie di usura), 26, 27,

30, 32, 34, 49 dell’imputazione provvisoria

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L’ordinanza di custodia cautelare

“Con riferimento agli indagati Albanese Antonio, Napoli Giuseppe, Versace Giuseppe, Versace Diego,

Napoli Agostino, Versace Francesco cl. ’63, Gerace Carmine e Gerace Mario, ai quali viene contestato il

reato di cui all’art. 416-bis c.p. (capo 1), oltre ad una pluralità di reati fine, è certamente ravvisabile il

pericolo di reiterazione di reati della stessa specie di quelli sub iudice, rischio che si ritiene concreto ed

attuale: il coinvolgimento dei predetti indagati in attività delittuose, poste in essere in forma associata e in

modo abituale e sistematico, quasi frenetico, con le tipiche modalità mafiose, rende infatti pressoché certo

il rischio che i predetti possano rendersi protagonisti di nuovi episodi delittuosi, in difetto di intervento

cautelare.

“Le modalità e la tipologia dei fatti commessi, connotati da violenza e intimidazioni, inducono a ritenere

inoltre sussistente il pericolo di inquinamento probatorio, anche in considerazione del fatto che le vittime

non hanno quasi mai denunciato i fatti, dei quali hanno riferito alle forze dell’ordine solo in tempi successivi

e quasi mai spontaneamente, manifestando sempre concreto timore nei confronti degli indagati. Risulta

d’altra parte riscontrato l’interesse di questi ultimi ad eliminare o ridurre gli elementi di accusa, per cui si ritiene che il perdurare dello stato di libertà degli indagati possa rappresentare un ostacolo alla

conservazione della prova.

“Con riguardo ai menzionati indagati opera peraltro la presunzione di legge di cui all’art. 275 comma 3 c.p.p.

di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, non ravvisandosi elementi che consentano di ritenere la

rescissione dei legami con l’organizzazione criminosa né la radicale disgregazione dell’organizzazione

stessa.

“Si rammenta infatti che, in tema di custodia cautelare in carcere applicata nei confronti di indagato per

delitto di associazione mafiosa ovvero di altro delitto aggravato dall’art.416-bis.1 c.p., la doppia

presunzione di cui all’art.275, comma 3, c.p.p. può essere superata solo dalla prova della rescissione dei

legami con l’organizzazione criminosa, essendo il giudizio di attualità delle esigenze cautelari immanente

alla disposizione speciale di cui all’art. 275, comma 3, c.p.p. (cfr. da ultimo Cass. n. 35848 dell’ll.6.2018).

“Si rileva in ogni caso che nel caso in esame le esigenze cautelari si presentano assolutamente come attuali e a tal fine non possono ignorarsi la pericolosità e la pervasività del sodalizio contestato al capo 1

dell’imputazione provvisoria, i contatti continui, praticamente quotidiani, tenuti con esponenti della

‘ndrangheta calabrese, la gravità dei fatti anche in considerazione delle modalità con cui sono stati

commessi, tali da evidenziare una vera e propria abitualità ad agire con violenza e prepotenza e con aperto

disprezzo delle regole basilari della pacifica convivenza.

“Nei confronti di Napoli Agostino sussiste peraltro un grave quadro indiziario in relazione a innumerevoli

delitti in materia di stupefacenti di cui all’art.73 d.p.r. 309/90, commessi nell’arco di diversi anni, che egli

commette con una professionalità e sistematicità tali per cui appare illogico pensare ad una desistenza

spontanea, in assenza di cautela.

(…)

“Sussistono poi attuali e concrete esigenze cautelari (in particolare quelle di cui alla letttera C) dell’art. 274

c.p.p.) nei confronti di Corica Antonino (capi 44-49-50-51), Corica Rocco (capi 44-52-53), Versace Francesco

  1. ’57 (capi 44-49), Tripodi Francesco (capi 15 e 16), Capicchiano Rosario (capo 21) e Multari Carmine

(capo 21), anch’essi legati a contesti di ‘ndrangheta, indagati per reati aggravati dall’art. 416-bis.1 c.p.

Dagli atti di indagine emerge come I predetti siano stabilmente inseriti in contesti criminali mafiosi e dediti

ad attività delittuose gravi le cui modalità operative denotano una sistematicità e abitualità tali per cui non

è possibile pensare che al tipo di illecito commesso gli indagati rinuncino spontaneamente, in assenza di

cautela. Anche nei confronti di tali soggetti opera, d’altra parte, la doppia presunzione di cui all’art. 275,

comma 3, c.p.p.

(…)

“Nei confronti di Cubi Luca (capi 8 e 30), Cipriani Cesare (capo 3), Puttini Renzo (capo 4), Beltrame Enzo

(capo 18-19), Voltolini Massimo (capo 20 esclusa l’usura), Roman Alessandro (capo 21} e Venturi Diego

(capo 27) sussiste un grave quadro indiziario in relazione a delitti aggravati dal metodo mafioso.

“Si tratta di soggetti che non hanno esitato ad associarsi con esponenti della criminalità organizzata per

vessare altre persone e per ottenere con prepotenza – con il metodo tipico delle associazioni mafiose

appunto -vantaggi e altre utilità con contestuale altrui danno (non solo economico).

Alla luce delle modalità e delle circostanze dei fatti e anche in considerazione della particolare spinta

delinquenziale che ha mosso tali soggetti, espressione di una chiara scelta di campo verso l’illegalità, non

può ritenersi che le condotte siano occasionali ma deve invece ritenersi concreto e attuale il rischio di

recidivanza.

“Non può tuttavia non tenersi conto, nella scelta della misura applicabile, del minore spessore criminale e

dunque della minore pericolosità di questi soggetti rispetto a quelli più sopra indicati e del rilievo che

rispetto a questi dispiega la distanza dai fatti contestati. Per tali motivi, le esigenze specialpreventive si

ritengono fronteggiabili con la misura coercitiva della presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria.

(…)

“Venendo ora alle contestazioni in materia di stupefacenti, si osserva che nei confronti di Conte Simone

sussiste un grave quadro indiziario in relazione ai delitti di cui all’art.73 d.p.r. 309/90 di cui ai capi 61, 62 e

63; egli è stato arrestato in data 18.2.2015 per il fatto di cui al capo 65 dell’imputazione provvisoria ed è

266 stato per questo giudicato e condannato dal Tribunale di Verona alla pena di anni sei ed euro 40.000 di

multa.

“Allo stesso modo, Petushi Artur (cui sono contestati i fatti di cui ai capi 62-63-65-66-67-68-69-70-71-72) è

stato arrestato il 22.9.2015 e condannato in via definitiva; egli risulta essere stato ammesso alla misura

alternativa dell’afffidamento in prova ai servizi sociali.

“Lo stesso dicasi per Celo Bledar, tratto in arresto il 30.4.2015 e giudicato per essere stato colto in possesso

di 16 chili di cocaina. I fatti a lui contestati nel presente procedimento sono antecedenti l’arresto.

I fatti contestati ai suddetti soggetti nel presente procedimento sono stati commessi anteriormente ai fatti

per i quali sono stati arrestati e condannati in via definitiva. Essi risultano dunque aver scontato la pena.

A fronte di tale circostanza, in assenza di informazioni recenti, le esigenze cautelari non possono ritenersi

attuali.

“Anche con riguardo a Baldan Gabriele (indagato per i capi 62, 63, 64, 79) la lontananza dai fatti induce ad

escludere l’attualità delle esigenze cautelari, nonostante la gravità delle condotte riscontrate.

«Un plauso alla Direzione distrettuale antimafia di Venezia per la brillante indagine che ha portato all’arresto di 33 persone e a oltre 100 indagati con l’accusa di gravi reati. Un’operazione che conferma, da un lato, la costante lotta dello Stato nei confronti dei fenomeni criminali e, dall’altro, la presenza di strutture legate alla ‘

Ndrangheta nella nostra regione». Lo afferma in una nota Federico D’Incà, Ministro per i Rapporti con il Parlamento.

«Negli ultimi mesi – prosegue D’Incà – abbiamo assistito a diversi interventi da parte degli inquirenti e delle forze dell’ordine nei confronti della criminalità organizzata, anche per quanto riguarda il contrasto ai reati ambientali. Come già ribadito, nessuno può sottrarsi allo Stato: il Governo continuerà a lottare per la legalità, senza mai abbassare la guardia sulle infiltrazioni malavitose nel territorio». (ANSA).Polistena - Wikipedia

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(ANSA) – ROMA, 15 LUG – Sono 33 gli ordini di custodia cautelare emessi dal gip del Tribunale di Venezia, su richiesta della locale Ddda, nei confronti di altrettanti indagati accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, estorsione, rapina, usura, ricettazione, riciclaggio, turbata libertà degli incanti, furto aggravato, favoreggiamento, violazione delle leggi sulle armi, con le aggravanti mafiose. I provvedimenti scaturiscono da un’attività investigativa del Ros per accertare la presenza, in Veneto, di strutture ‘ndranghetiste. Oltre cento le persone raggiunte da avvisi di garanzia.

Un vero e proprio radicamento di durata ormai ventennale, con esponenti di ‘ndrine della piana di Gioia Tauro che interagivano con il tessuto imprenditoriale ed economico della provincia di Verona, ai confini con Lombardia ed Emilia-Romagna, è stato scoperchiato al termine di una lunga indagine del Ros dei carabinieri di Padova con il coordinamento della Procura antimafia di Venezia, che ha portato al blitz con cui stamani sono stati notificati 33 provvedimenti cautelari, di cui 26 in carcere e sette con obbligo di firma.
Destinatari sono esponenti delle famiglie calabresi Gerace-Albanese-Napoli-Versace, stanziate a Sommacampagna e in altri comuni limitrofi della provincia scaligera. (ANSA).
Cittanova (Rc): convegno dal tema "la missione sociale della BCC ...

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STRAGE SULLA SPIAGGIA IN MEZZO AI BAGNANTI

GIOIA TAURO E’ regola di ‘ ndrangheta: deve essere eliminato chiunque vuole fare affari per conto proprio disturbando quelli dei clan dominanti. Ed ecco così la strage, spettacolare perché esemplare, sulla spiaggia, tra bagnanti impauriti e in fuga al tuono secco dei fucili a canne mozze. Ora lo dicono tutti: i Giuliano, padre e due figli, sono stati uccisi perché avevano alzato la testa, volevano ritagliarsi una propria fetta della torta mafiosa, agivano sempre più da indipendenti, erano entrati, per quel che se ne sa, nel pericoloso mercato della droga già controllato da cosche potenti che hanno fatto di Gioia Tauro un terminale tra i più importanti e significativi del traffico di stupefacenti tra sud e nord. La loro esecuzione è stata quasi consequenziale: lasciar fare, far finta di niente, per i boss del narcotraffico avrebbe significato una perdita di prestigio, oltre che di denaro. Bruno Giuliano, 61 anni, e i figli Domenico di 25 e Antonio di 19, erano andati avanti per la loro strada, si sentivano sicuri. Dalla Marina forse speravano di iniziare la loro scalata, di diventare i padroni della città e della piana delle 32 cosche dove si fanno affari di miliardi non solo con il mercato della droga, ma anche con gli appalti e subappalti. Ma non avevano fatto i conti, con il tribunale della ‘ ndrangheta e con la lupara. La sentenza è stata eseguita ieri mattina, sulla spiaggia di Gioia Tauro, che alle 9,30 era già affollata per il gran caldo esploso dopo una notte di lampi, tuoni, vento e tempesta. Bruno Giuliano e i due figli gestivano un chiosco e un parcheggio abusivi sorti da qualche anno accanto al lungomare, proprio nei pressi del vecchio Lido Gerace, chiuso a quanto pare per interferenze mafiose. Il commando armato è arrivato con due auto. Tre sicari sono saltati fuori imbracciando fucili calibro 12 automatici. Hanno incrociato subito Bruno Giuliano. Stava sotto la tettoia di canne del parcheggio e non ha avuto neppure il tempo di rendersi conto di quel che gli stava per capitare. E’ stato abbattuto con due colpi. Poi, sembra, uno dei killer gli avrebbe scaricato adddosso l’ intero caricatore di P38. POLISTENA - Vaneggiamenti Salvinisti….Altro che Comunismo ...A questo punto i figli Domenico e Antonio sono usciti dal chiosco per vedere cosa stesse accadendo. Hanno guardato in faccia i sicari, hanno intuito il pericolo, e si sono messi a correre in direzioni opposte per disorientarli. Evidentemente però il commando era formato da professionisti che non si sono fatti sorprendere: Domenico Giuliano è caduto, colpito a morte, sulla sabbia accando alla rotonda del lido; il fratello Antonio, invece, aveva tentato di raggiungere la folla di bagnanti tra cui forse voleva cercare scampo ma uno dei sicari ha fermato la sua corsa con alcuni devastanti colpi di lupara alle spalle. Quindi è calato il silenzio. Tranquilli come erano arrivati i sicari si sono dileguati, senza trovare ostacoli sulla loro strada e soprattutto senza incrociare occhi indiscreti capaci di dare una mano alle forze dell’ ordine. Finito il raid mortale, la gente, tenendosi un po’ distante dal luogo della strage ha ripreso tranquilla a fare il bagno. L’ inchiesta è in mano al sostituto procuratore della Repubblica di Palmi Elena Simoncelli, che ieri mattina ha vigilato durante il delicato momento dei rilievi sul luogo del delitto assieme al vice-dirigente del commissariato di polizia Monica Nosti. Almeno cinquanta persone sono state interrogate dagli uomini della sezione della squadra mobile di Gioia Tauro per tentare di raccogliere a caldo, come ha spiegato il dirigente Giuseppe Gualtieri, ogni elemento utile alle indagini e per controllare subito gli alibi di alcuni pregiudicati sospetti. Si indaga in un ambiente estremamente difficile.Gioia Tauro: stasera la prima grande "notte bianca" | Stretto Web I Giuliano erano temuti, era gente di rispetto. Con la legge avevano a che fare da anni, inseriti com’ erano, come è scritto nei rapporti degli inquirenti, nella grande ‘ ndrangheta di Gioia Tauro, da cui, addirittura, Domenico Giuliano solo tre anni fa aveva avuto l’ incarico di vendicatore per averle date di santa ragione, dopo averlo sequestrato, a un tizio che si era reso protagonista di un furto in casa di un protetto della mafia. Bruno Giuliano, comunque, ex sorvegliato speciale ed ex soggiornante obbligato, nel 1981 venne arrestato in un grande blitz che portò in carcere 62 presunti appartenenti al clan dei Piromalli (vennero poi tutti assolti dal tribunale di Palmi). Poi non aveva avuto più incidenti con la giustizia. Il figlio Domenico, invece, era stato sospettato di concorso in omicidio, coinvolto in una storia di rapine e accusato di detenzione di armi, reato per il quale era finito in carcere, l’ anno scorso, anche il giovane fratello Antonio.
dal nostro inviato PANTALEONE SERGI
09 agosto 1990 sez.
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Il killer della ‘ndrangheta faceva il muratore

Per nove anni ha vissuto a Castellamonte in via Carlo Botta 96, dicendo a tutti di aver lasciato la Calabria per trovare un lavoro. E dal 2000 Giuseppe Cutellè, 48 anni di Laureana di Borello, in provincia di Reggio, ha lavorato come muratore nei cantieri della zona. Nessuno sospettava che quel silenzioso operaio fosse in realtà uno spietato sicario che la Corte di Assise di Palmi il 14 febbraio 2006 aveva condannato a diciotto anni di reclusione per la partecipazione alla famigerata strage di Polistena (due morti e due feriti gravi nel settembre del 1991) e per l’ omicidio di Vincenzo Chindamo e il ferimento di suo fratello Antonio, caduti in un agguato a Laureana di Borello nel gennaio dello stesso anno. Cutellè, rimasto a piede libero nonostante le pesantissime accuse grazie ai ricorsi presentati dal suo avvocato Antonio Managò di Reggio Calabria, che in Cassazione era riuscito a far annullare le precedenti sentenze di condanna, dal 2000 si era trasferito a Castellamonte, cercando di nascondere dietro la facciata di una vita modesta ma irreprensibile il suo passato. Nel tardo pomeriggio di lunedì però i carabinieri della Compagnia di Ivrea hanno bussato alla porta della sua casa per eseguire l’ ordine di arresto emesso dalla Corte di Appello di Reggio Calabria che in mattinata aveva confermato la condanna a diciotto anni di reclusione inflitta a Cutellè tre anni fa dalla Corte di Assise di Palmi. «Vi aspettavo, sapevo solo che era questione di tempo e che sareste arrivati», ha detto laconicamente Giuseppe Cutellè, lasciandosi ammanettare dai carabinieri. Il processo di appello al sicario della strage di Polistena si era aperto il 24 novembre scorso ed era uno stralcio al processo scaturito dall’ inchiesta «Piano Verde» contro le cosche della ‘ndrangheta egemoni nei territori a cavallo tra le province di Reggio Calabria e Vibo Valentia. Nel dibattimento principale erano state giudicate diciassette persone tra cui boss della mafia calabrese come Pino Piromalli e Girolamo Molè di Gioia Tauro, Antonio Pesce di Rosarno e Luigi Mancuso di Limbadi. Un gruppo di fuoco che il 17 settembre 1991 a Polistena tese un agguato a due coppie di fratelli: Michele e Antonio Versace e Biagio e Vicenzo Rao. Per abbattere i loro bersagli i sicari usarono fucili d’ assalto kalashnikov, pistole calibro nove parabellum e lupare calibro 12. Per i due Versace non c’ era stato scampo, i fratelli Rao invece furono più fortunati e, pur gravemente feriti, riuscirono a sopravvivere all’ agguato. «Gli assassini determinavano il decesso di Versace Antonio e Versace Michele – hanno scritto i giudici della Corte di Appello di Reggio Calabria – mentre non determinavano quello degli altri per cause non dipendenti dalla loro volontà…». In parole povere, Cutellè e i suoi complici volevano uccidere tutti e quattro i fratelli, solo la fretta aveva impedito loro di completare il massacro. Sul calabrese rifugiatosi a Castellamonte pendeva però un’ altra accusa di omicidio. Insieme ad altre diciotto persone, tra cui il fratello Antonio e Giuseppe Garisto, Domenico La Manna e Salvatore Maiolo – «nel frattempo defunti» (come sottolineano i giudici) – è stato identificato come l’ autore dell’ uccisione di Vincenzo Chindamo, ammazzato l’ 11 gennaio 1991 a Laureana di Borello, in un agguato durante il quale il fratello Antonio Chindamo, anche lui vittima designata, era stato ferito gravemente.

MEO PONTE

Fonte Gian Luca Congiusta Onlus…

Il sicario faceva l?imprenditore preso dopo nove anni di latitanza
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22 Gennaio 2009 Staff
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Giuseppe Cutellé è autore di 6 omicidi per conto della ’Ndrangheta
Il sicario faceva l’imprenditore.
Preso dopo 9 anni di latitanza

CASTELLAMONTE 21/01/2009 – Da 9 anni viveva tranquillamente a Castellamonte, in Canavese, e godeva di forti protezioni. Giuseppe Cutellé, 47 anni, impresario edile, era un pericoloso killer della mafia, esecutore materiale di almeno sei omicidi.

La sua latitanza dorata è terminata lunedì scorso quando i carabinieri, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dalla Corte d’Assise d’Appello del tribunale di Reggio Calabria e firmata dal presidente Fortunato Amodeo, lo hanno preso quando non era ancora giorno.

Boss della ’NdranghetaCentro polisportivo di Rosarno, Idà: "è necessario chiarire una ...
Dunque, il famigerato sicario della ’Ndrangheta si era rifugiato in una zona della provincia di Torino che già le relazioni degli anni scorsi della Commissione Parlamentare Antimafia indicano come ad alto rischio di infiltrazione della criminalità organizzata e dove alcune cosche locali si sarebbero specializzate proprio nell’assistenza dei latitanti. Un inquinamento criminale che i carabinieri conoscono bene, tanto da concentrare in Canavese forze e attenzioni particolari.
Dunque, l’arresto di Cutellè è un risultato importante conseguito dai militari dell’Arma e portato a termine con rapidità e perizia. Il killer della ’Ndrangheta era affiliato a quella che attualmente viene considerata la più pericolosa e potente cosca calabrese, quella dei Piromalli-Molé di Gioia Tauro. Un clan mafioso specializzato nel narcotraffico, con profondi legami con i produttori di cocaina in sudamerica e con altre attività, utilizzate per riciclare il denaro sporco, proveniente dal traffico di stupefacenti, nel settore dell’edilizia, nell’usura e nel racket. Giuseppe Cutellé era incensurato.L'allarme del prefetto: a Venezia la mafia punta sui locali in ...

Stragi di mafia
Un sicario perfetto, con un’attività legale e stimata ma sempre pronto, all’evenienza, ad abbracciare il kalashnikov per uccidere su commissione laddove, in Italia o all’estero, gli veniva ordinato dai boss.

Cutellé è stato uno degli autori della famigerata strage di Polistena (Reggio Calabria) del 17 settembre del 1991, nel corso della quale rimasero uccisi i fratelli Antonio, Michele e Biagio Versace. Inoltre, il killer è anche l’autore degli omicidi di Vincenzo Rao e di Vincenzo e Antonio Chindamo, avvenuti a Laureana di Borrello l’11 gennaio dello stesso anno. Per questi gravissimi fatti di sangue, portati a termine attraverso l’utilizzo di micidiali armi da fuoco (Kalashnikov, fucili calibro 12, pistole calibro 9 parabellum e revolver calibro 38), sono state condannate altre 17 persone, tra cui i boss Pino Piromalli e Girolamo Molè di Gioia Tauro, Antonino Pesce e Luigi Mancuso di Rosarno.

Cittadino esemplare
Sconcerto e stupore nella cittadina canavesana per l’arresto dell’impresario. «Abitava al numero 7 di questa via (via Carlo Alberto dalla Chiesa) – dice un vicino di casa – ma non avevamo mai avuto da dire su di lui. Era una persona riservata e un gran lavoratore. Apparentemente una persona irreprensibile».

bardesono@cronacqui.it

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TRAMONTA L’ IMPERO DEI PIROMALLI

GIOIA TAURO – Finisce anche il gran potere dei Piromalli di Gioia Tauro. Un nome di grido nel Gotha del potere mafioso calabrese, una tradizione di decenni, che ieri è stata stroncata in una nuova operazione della polizia di Reggio Calabria, probabilmente l’ ultima diretta dal questore Aldo Gianni che lunedì prenderà possesso del suo nuovo incarico a Palermo. Dopo sei mesi di indagini e grazie alle dichiarazioni di un nuovo pentito della ‘ ndrangheta è stata fatta piena luce su 37 omicidi consumatisi dal 1988 in poi nella piana di Gioia e svelato un traffico nazionale ed internazionale di cocaina. In tutto 26 gli arresti ma molti i latitanti (alcuni lo erano già da tempo) che sono riusciti a sfuggire agli ordini di custodia cautelare firmati dal Gip distrettuale antimafia su richiesta della procura. I nomi di spicco tra gli arrestati sono quelli dei fratelli Antonio e Gioacchino Piromalli, 44 e 49 anni, nipoti del famigerato “don Momo”, il patriarca della mafia reggina morto in un letto d’ ospedale alcuni anni fa, e dell’ altrettanto famoso “don Peppino”, 72 anni, da tre anni rinchiuso nel supercarcere di Palmi. Antonio e Gioacchino sono figli di un altro dei terribili fratelli Piromalli, Antonino, assassinato nel 1956 in un agguato. In pratica i due sono considerati gli eredi del potere della famiglia Piromalli alla cui testa resta però sempre don Peppino il quale dall’ interno del carcere continua, evidentemente, a dettare legge. L’ operazione, denominata “Tirreno”, ha consentito di portare alla luce i rapporti tra le potenti famiglie della zona tirrenica della Calabria, stretta in un vincolo dominato dai Piromalli ma di cui fanno parte anche i Molè e gli Stillitano di Gioia, i Pesce di Rosarno e le cosche vincenti di Il Comune di Rosarno si dota di videosorveglianza | ApprodoNewsTaurianova. Con l’ aggiunta determinante di una famiglia di Limbadi, un piccolissimo centro della neonata provincia di Vibo Valentia, capeggiata dai fratelli Luigi e Giuseppe Mancuso. “Era questo – ha detto in conferenza stampa Aldo Gianni – un tassello che ci mancava per avere un quadro abbastanza chiaro delle organizzazioni criminali della provincia. Quello che è emerso è che si puntava ad un controllo totale del territorio ed è stata sgominata una delle più efferate organizzazioni criminali di cui facevano parte i Piromalli ma anche i Molè ed i Mancuso”. Per realizzare, infatti, questo dominio i Piromalli hanno seminato il terrore con omicidi anche in via preventiva contro chiunque si ponesse ad intralciare il loro potere. Non si tolleravano ingerenze di sorta neanche da parte di piccolissimi gruppi criminali e l’ operazione di ieri ha portato alla luce anche i killer incaricati di sterminare gli avversari volta a volta. Tra i 37 delitti scoperti ci sono anche tre stragi di interi nuclei familiari: i fratelli Giuliano (trucidati sulla spiaggia di Gioia Tauro), i fratelli Versace di Polistena e quasi per intero i componenti la famiglia Priolo di Gioia. la Repubblica/fatti: Arrestato nella notte Piromalli, superboss ...Annullata ordinanza di custodia nei confronti di Pino Piromalli ...Ndrangheta: tutti i dettagli sull'arresto di ''don Peppino ...PIROMALLI Gioacchino | Promovideo Tv NewsReggio Calabria, maxi blitz contro la 'Ndrangheta: 33 arresti ...Operazione Pedigree/Ndrangheta:blitz a Reggio C., 12 arresti ...Il cartello criminale della zona tirrenica della provincia di Reggio da sempre costituisce l’ anello economico forte della mafia calabrese. Fin dai tempi degli appalti per il quinto centro siderurgico che doveva realizzarsi a Gioia e che vide l’ alleanza tra i Piromalli ed i Mancuso. Da allora c’ è stato un dominio intessuto di violenze “a volte anche inspiegabili”, ha spiegato il questore, che ha trovato una nuova luce con le dichiarazioni del pentito, una figura questa che si sta facendo strada anche nel fitto muro d’ omertà della ‘ ndrangheta. E non è finita qui, perché l’ operazione “Tirreno” non è che la prima parte dell’ offensiva contro i Piromalli, limitata per ora agli omicidi e al traffico di droga. Sullo sfondo ci sono i rapporti con il mondo politico, istituzionale ed affaristico. Nessuno lo conferma ufficialmente ma ci si chiede se il pentito abbia aperto nuovi squarci anche sugli affari del mega-porto e soprattutto sui subappalti della centrale termoelettrica dell’ Enel, un affare sul quale da anni sta indagando anche la procura di Palmi diretta da Agostino Cordova.Inchiesta sull'imprenditore vibonese Michele Lico, ad accusarlo ...

di FILIPPO VELTRI

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‘Ndrangheta, colpo alla cosca di Polistena Longo – Versace: 22 misure cautelari
Fonte, www.nuovosud.it

Altro sud, Giu 16,2020 0Quali sono le famiglie di 'Ndrangheta? La "mappa" città per città ...

I carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, con il supporto dei Reparti territorialmente competenti, dello Squadrone Carabinieri Eliportato “Cacciatori “e dell’8° Nucleo Elicotteri di Vibo Valentia, in collaborazione con i militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia diretta dal Procuratore Capo Giovanni Bombardieri, hanno dato esecuzione all'”Ordinanza di applicazione di misure cautelari e Decreto di Sequestro Preventivo” emessa dal G.I.P. del Tribunale, Caterina Catalano, su richiesta del Procuratore Aggiunto Calogero Gaetano Paci e dai pm Giulia Pantano e Sabrina Fornaro – con la quale sono stati disposte 22 ordinanze di custodia cautelare ed il sequestro di beni per oltre 5 milioni di euro.
L’attività, alla quale partecipano oltre 300 militari tra Carabinieri e Finanzieri, è svolta nei confronti di soggetti appartenenti o contigui alla cosca di ‘ndrangheta Longo-Versace di Polistena (RC), responsabili, tra l’altro, dei reati di associazione di tipo mafioso, usura, estorsione, riciclaggio, esercizio attività finanziaria abusiva, detenzione illegali di armi, tutti aggravati dalla finalità e dal metodo mafioso. L’operazione Libera Fortezza portata oggi a termine ha colpito la ‘ndrangheta presente nel territorio polistenese in grado, secondo quanto ricostruito con la collaborazione del Gico della Guardia di Finanza, di inquinare il settore dell’erogazione del credito, soprattutto in favore di persone in difficoltà economiche. Gli indagati dopo aver individuato la vittima bisognosa e aver concesso il prestito in denaro, ottenevano la promessa di restituzione di un importo maggiorato molto oneroso nei fatti insostenibile. In alcuni casi è stato imposto il 27% d’interesse mensile, mentre un imprenditore al quale erano stati dati 15.000 euro, attraverso minacce e pressioni è stato costretto a pagare in due anni 55.000 euro a titolo di soli interessi (con un tasso usurario superiore al 200%), restando comunque debitore per la restituzione del capitale. I soldi venivano erogati in contanti dietro la consegna da parte della vittima di assegni ”in bianco”, a titolo di garanzia, che comprendevano la cifra prestata e gli interessi del primo mese.La 'ndrangheta calabrese: clan e famiglie più potenti in Calabria
Cifre che lievitavano con il tempo finché non veniva restituito tutto (capitale più interessi) in un’unica soluzione. In caso di mancato pagamento le vittime venivano minacciate e/o subivano azioni intimidatorie, facendo leva sull’appartenenza alla ‘ndrangheta degli interessati alla restituzione. Alcune delle persone finite nel giogo dell’usura assumevano il ruolo ambiguo di tramite per far pervenire le minacce dei sodali a terzi soggetti, o, a loro volta, tentavano di saldare il proprio debito facendo da tramite per elargire altri prestiti usurai. Modalità che hanno consentito di creare un sistema di riciclaggio finalizzato alla sostituzione di una grande quantità di assegni di provenienza delittuosa con denaro contante, che a sua volta continuava ad alimentare il sistema illecito di finanziamento.
Le indagini che hanno portato all’operazione Libera Fortezza sono state avviate nel 2014 dalla Compagnia carabinieri di Taurianova a seguito degli accertamenti dei militari della stazione di Polistena nei confronti di un imprenditore che aveva confidato all’Arma di essere finito sotto il giogo di esponenti della criminalità organizzata locale. L’attività investigativa ha permesso di individuare altre numerose vittime e di appurare quindi l’esistenza di una vera e propria rete di usurai ed estortori facente capo alla cosca Longo – Versace. Destinatari delle 22 misure cautelari odierno sono infatti capi, discendenti e gregari del clan. In particolare: Luigi Versace, Domenico Giardino e Diego Lamanna che avevano compiti di decisione delle modalità di gestione degli affari del sodalizio criminale, di individuazione delle azioni delittuose da compiere, di valutazione della solvibilità dei debitori e di mediazione nei conflitti tra affiliati o membri di altre ‘ndrine. Vincenzo Rao gestore dei rapporti economici della consorteria con i numerosi debitori, destinatari di continue erogazioni del credito, con ruolo di contabile delle pendenze creditorie non ancora soddisfatte.
Circosta Claudio, Circosta Francesco, Ierace Fabio, Longo Francesco, Longordo Cesare, Politanò Vincenzo, Pronestì Maria, Raco Antonio, Tibullo Mariaconcetta, Valerioti Andrea, Zerbi Antonio avevano invece compiti di esecuzione degli ordini e direttive dei capi: quotidiane azioni intimidatorie, procacciamento delle vittime e riscossione. Sposato Giovanni e Sposato Francesco Domenico, esponenti dell’omonima cosca operante in Taurianova, pur non essendo affiliati al clan Longo-Versace, hanno fornito il loro supporto, facendo desistere, mediante minacce, due imprenditori di Taurianova ad avviare un bar-pasticceria a Polistena, che avrebbe fatto concorrenza al locale di Tibullo Mariaconcetta. Diversi i vincoli di parentela tra gli indagati e gli storici capi cosca di Polistena: Luigi Versace è figlio del boss Antonio Versace ucciso tra gli anni ’80 e ’90 e di Maia Violetta Longo filia del boss Luigi Longo; Diego Lamanna è genero di Domenico Longo figlio di Luigi Longo; Domenico Giardino è genero di Francesca Longo figlia di Luigi Longo.”Polistena, operazione “Scacco Matto” la polizia arresta 35 persone ...Polistena, la 'ndrina e i ruoli che cambiano: chi sono i capi ...Ndrangheta s.p.a. - Radici arcaiche e tradizioni senza tempo (I ...****************************************************

INCHIESTA SULLE MAFIE IN VALPADANA (3) | DeliaPress.it

ARRESTATA UNA DONNA-BOSS AVEVA UN ARSENALE IN CASA

GIOIA TAURO Una donna-boss che prende il posto del marito ucciso nella guerra di mafia? Per la polizia è ancora troppo presto per formulare giudizi definitivi. Certo ha fatto assai scalpore trovare in casa di una vedova dei famigerati Piromalli di Gioia Tauro una piccola santabarbara ed anche un quantitativo non modesto di droga. Non era mai successo prima ed ora gli investigatori stanno cercando di capirne di più anche, eventualmente, per ridisegnare la mappa della mafia in una delle zone calde della Calabria. L’ arrestata si chiama Grazia Pisano, di 48 anni, di professione macellaia, vedova con un figlio. Suo marito si chiamava Antonio Piromalli, un cognome che da queste parti dice tutto ed era stato ucciso otto anni fa. L’ altra notte i poliziotti del commissariato di Gioia, nel corso di una perquisizione in una stalla che si trova a cinquanta metri dall’ abitazione della donna, hanno trovato nove candelotti di gelatinite (oltre un chilo di esplosivo), un chilo di polvere nera, numerosi detonatori, metri e metri di miccia catramata a lenta combustione e poi 45 grammi di droga. Si tratta forse di eroina ma, per averne la certezza, il commissario Antonino Surace ha deciso di inviare tutto al laboratorio chimico di Reggio Calabria che nei prossimi giorni dovrebbe dare la risposta definitiva. Che ci faceva tutto quel materiale in casa di Grazia Pisano? E come mai i poliziotti si sono fermati proprio in casa della donna che è un’ incensurata a fare la perquisizione? Dalle prime risposte date da Grazia Pisano alla polizia non viene fuori granché. La donna si sarebbe infatti mostrata all’ oscuro della presenza della dinamite e della droga nella stalla, che veniva usata per deposito degli animali prima della loro macellazione. Ma si tratta, molto probabilmente, di risposte di routine, solite. Almeno in questo senso vengono considerate dai poliziotti che parlano di veri e propri cliché utilizzati in casi come questi. Ma anche il perché della perquisizione proprio in casa Pisano lascia più di un dubbio. Che ci sia stata una soffiata è probabile. I poliziotti negano: tutto dicono si inquadra in una serie di perquisizioni notturne nel quartiere, dove negli ultimi tempi si sono succeduti episodi di intimidazione, con attentati dinamitardi ai danni di negozi e imprese. Forse se ne saprà di più dall’ interrogatorio cui Grazia Pisano sarà sottoposta nel carcere di Reggio Calabria da parte del sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Palmi, competente per territorio. La donna negli ultimi otto anni non aveva mai fatto parlare di sé. Casa e lavoro, come si dice. Dal marito ucciso aveva ereditato la macelleria, annessa all’ abitazione in via De Rose, una strada che dal centro conduce al porto di Gioia Tauro. Il lavoro sembrava essere il suo unico svago ed anche il modo per mantenere il figlio Angelo, oggi di sedici anni, appena un bambino quando gli uccisero il padre. Antonio Piromalli, cinquantacinque anni, cugino dei più noti Giuseppe (condannato a vari ergastoli in processi di mafia ed attualmente detenuto) e don Mommo, il carismatico capo della ‘ ndrangheta reggina morto alcuni anni fa di malattia, era stato freddato da due killer nel settembre del 1980 proprio dentro la macelleria. Lui stava servendo alcuni clienti quando i due killer si sono presentati incappucciati, armati di pistola e di fucile a canne mozze. Per Piromalli non c’ era stato niente da fare. Allora il suo delitto fu inquadrato nella feroce faida che contrapponeva i Piromalli ai Tripodi, una famiglia che cercava di emergere nell’ organigramma mafioso della piana di Gioia Tauro e che fu quasi per intero sterminata, al termine di una cruenta guerra di mafia a Gioia e nei paesi vicini.

di FILIPPO VELTRI

 

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Fonte:”

Il Dispaccio
C’è un nuovo pentito: Gioia Tauro trema

di Claudio Cordova – Sembra sapere molte cose Antonio Russo, il nuovo collaboratore di giustizia che ha permesso alla Dda di Reggio Calabria di “entrare” dal punto di vista investigativo a Gioia Tauro con il fermo disposto nei confronti del 79enne Giovanni Copelli, considerato l’attuale capo della storica famiglia Piromalli. Il fermo nei confronti di Copelli, infatti, si fonda soprattutto sulle dichiarazioni di Russo, ma anche sui riscontri emersi dalle indagini degli ultimi anni.

Russo è un soggetto nato e vissuto a Gioia Tauro che, pur non essendo mai stato formalmente affiliato alla ‘ndrangheta, per svariate ragioni ha costantemente avuto rapporti con l’articolazione dell’organizzazione operante nel comune della Piana, in particolare con le famiglie Piromalli e Molè, divenendone personaggio di fiducia. Russo, infatti, ha rapporti con le due famiglie egemoni a Gioia Tauro da più di vent’anni e nel tempo ha avuto modo di conoscere l’organigramma, gli affari e le dinamiche interne della storica cosca, fino al momento della frattura all’interno della stessa, determinata dall’omicidio di Rocco Molè.

Da sempre, infatti, le famiglie Piromalli e Molè saranno unite nel controllo su Gioia Tauro e – in particolare – sui lucrosi traffici nel porto. Poi però i rapporti si incrineranno, fino alla frattura insanabile, culminata nell’omicidio del boss Rocco Molè, freddato l’1 febbraio 2008.

La famiglia Russo risulta dunque essere piuttosto vicina ai due clan. Nel 1990 Luciano Russo, fratello del collaboratore, ha sposato Dorotea Debora Molè , figlia di Domenico Molè cl. 43. Questi inoltre è é fratello di Antonino cl.’28, inteso “Nino”, e Gioacchino cl.’31, e figlio del capostipite Girolamo cl.’07. Concetta Piromalli, suocera di Luciano Russo, é figlia dello storico boss Giuseppe Piromalli cl. 21, a sua volta cognato di Giovanni Copelli, fermato dai sostituti procuratori Giovanni Musarò e Giulia Pantano con l’accusa di essere il reggente del clan.

La figura dei fratelli Russo emerge anche nelle vicende che hanno come protagonista Giovanni Zumbo, il commercialista-spione condannato in primo grado per concorso esterno in associazione, come “talpa” delle cosche. Da amministratore del supermercato storico della cosca Molè, Idea Sud, Zumbo avrebbe messo in atto diversi comportamenti sospetti. Dagli accertamenti del Ros svolti su delega del pm Giovanni Musarò, dunque, emergeranno “molteplici fattori dai quali si evince il ruolo attivo svolto nell’ambito della gestione amministrativa dell’Idea Sud S.r.l. dalla famiglia Molè, anche in seguito al sequestro delle quote”. Attività investigative attuate per riscontrare le dichiarazioni di Antonio Chiodo, direttore della Banca Intesa San Paolo filiale di Gioia Tauro nel periodo dal 10 luglio 2006 al 15 aprile 2008, che raccontò di alcune operazioni bancarie richieste da alcuni soggetti vicini ai Molè con riferimento al supermercato: quei soggetti sarebbero stati proprio Luciano e Antonio Russo.

Insomma, Russo è uno di quei soggetti che rappresentano la vera forza della ‘ndrangheta: non formalmente affiliato, sarà sempre e comunque un punto di riferimento per i clan. La sua collaborazione può segnare una svolta nelle indagini su Gioia Tauro, da sempre luogo chiuso, in cui è assai difficile per gli inquirenti fare breccia. L’ultima grande indagine su Gioia Tauro, infatti, è quella di qualche anno fa, denominata “Cent’anni di storia”, in cui la Dda di Reggio Calabria riuscirà a colpire i colletti bianchi del clan.

Adesso, però, la collaborazione di Russo può aprire nuovi scenari: l’uomo, infatti, ha deciso di iniziare la collaborazione ad agosto, quando era detenuto in attesa di giudizio solo per il reato di associazione per delinquere finalizzata alla truffa. Aveva le mani in pasta in diversi affari, Antonio Russo: per questo gli inquirenti sono fiduciosi sul fatto che il suo patrimonio conoscitivo possa svelare diversi retroscena su affari, alleanze e cointeressenze delle cosche di Gioia Tauro, anche con colletti bianchi dell’imprenditoria e delle Istituzioni. Nel corso degli interrogatori con il procuratore aggiunto Michele Prestipino, Russo parlerà infatti dell’esistenza, all’interno del Commissariato P.S. di Gioia Tauro, di una “talpa” a disposizione dei Piromalli e nella fattispecie di Girolamo Piromalli (detto “Mommino”), in grado di accedere a notizie riservate o, comunque, di riferire informazioni utili alla pianificazione o all’adozione di iniziative volte ad eludere le investigazioni e a vanificare l’esecuzione dei provvedimenti restrittivi.

RUSSO Antonio : … allora so … che Mommino una volta mi confidò che nella Polizia aveva un uomo… non ho mai saputo chi… io personalmente …
Dr. PRESTIPINO GIARRITTA Michele : … aspetti…
RUSSO Antonio : … uhm…
Dr. PRESTIPINO GIARRITTA Michele : … che nella Polizia aveva un uomo che significa …
RUSSO Antonio : … che gli dava le notizie in anteprima …
Dr. PRESTIPINO GIARRITTA Michele : … si… ma quale Polizia …
RUSSO Antonio : … Polizia di Stato di Gioia Tauro…
Dr. PRESTIPINO GIARRITTA Michele : … quindi il Commissariato… che aveva un uomo…
RUSSO Antonio : … si…
Dr. PRESTIPINO GIARRITTA Michele : … ma non Le ha detto il nome…
RUSSO Antonio : … non ha detto il nome…

Dalle dichiarazioni rese dal collaboratore, peraltro, emerge che fin dai primi anni ottanta il padre (oggi non più in vita) aveva un rapporto con i Piromalli, per conto dei quali fungeva da Presidente della locale squadra di calcio: “…mio padre era il Presidente della squadra di calcio della Gioiese ……era il Presidente Lui… si è trovato in difficoltà … perché mio padre è stato usato principalmente dal signor Gioacchino Piromalli … … Gioacchino senior… quello che è in vita… il quale gli disse a mio padre di andare avanti sempre con la squadra di anticipare che poi i soldi un giorno sarebbero arrivati … mio padre con questa squadra si è rovinato completamente … … i soldi li metteva la società… che era composta da Gioacchino Piromalli… Oliveri Matteo Giuseppe … il Barone Musco… quello in vita … non quello morto… il Barone Musco…quello in vita non quello morto … i fratelli De Leo… insomma era una bella … era una bella società… poi si sono tirati tutti indietro… mio padre aveva preso impegni con fornitori per la squadra di calcio… lo hanno lasciato solo … anche perché poi il signor Piromalli è stato arrestato… per associazione e per motivi… da li sono iniziati i nostri problemi…… la Società era Gioacchino Piromalli … più il Barone Musco ed altri … però il perno principale era Gioacchino Piromalli …”.

La squadra, dunque, sarebbe finita falciata dall’usura messa in atto da Teodoro Mazzaferro, che aveva prestato una grossa somma al padre di Russo. Siamo nel 1987 e Mazzaferro propone di di organizzare il furto di un enorme quantitativo di olio (“dieci miliardi di olio”) dalle cisterne del Consorzio Agrario, di cui Sabino Russo era presidente, per appropriarsi del ricavato della vendita, da effettuarsi attraverso i circuiti del mercato nero. In cambio Mazzaferro avrebbe rinunciato al credito che vantava nei confronti di Sabino Russo. In sostanza l’operazione ideata da Mazzaferro prevedeva che le cisterne venissero svuotate simulando un furto. I russo avrebbero ottenuto la restituzione di alcuni assegni bancari, di importo complessivo pari a 80 milioni di vecchie lire emessi a garanzia del pagamento dei prestiti usurari di pari valore, erogati da Mazzaferro. Il collaboratore dichiarerà che il furto dell’olio dalle cisterne del consorzio agrario di Gioia Tauro era stato commesso da Teodoro Mazzaferro junior, con la complicità di Antonio Albanese e Domenico Mazzitelli: “Nel 1987 mio padre su suggerimento di questo Mazzaferro chiude il consorzio agrario per ferie per dieci giorni … in questi dieci giorni io … personalmente con il muletto faccio entrare Mazzaferro Teodoro junior… … lo faccio entrare direttamente per potere fare un sopraluogo per potere essere commesso questo furto… si organizza fa il sopraluogo nell’arco di dieci giorni da quelle cisterne scompaiono dieci miliardi di olio … non un miliardo… dieci miliardi di olio …”. Un racconto che gli inquirenti riscontreranno tramite le dichiarazioni di Giuseppe Musco (fratello del barone Livio Musco, assassinato alcuni mesi fa) e di Saverio Genoese Zerbi, che confermeranno il dato, risalente a molti anni fa. Circa la destinazione dell’olio sottratto dal consorzio agrario di Gioia Tauro, il collaboratore riferirà che i Mazzaferro l’aveessero venduto ad esponenti della criminalità organizzata di Bari. I capitali ricavati dalla vendita dell’olio sottratto al consorzio di Gioia Tauro erano stati suddivisi – a dire del collaboratore- tra tutte le famiglie mafiose di Gioia Tauro: “… i Piromalli … Copelli … i Mole’ … i Mazzaferro … gli Stilittano… hanno preso ognuno la loro parte”.

Il racconto di Russo, comunque, va a comprendere anche gli assetti attuali della ‘ndrangheta di Gioia Tauro, con le varie zone di influenza dei clan:

RUSSO Antonio : …l’evoluzione … l’evoluzione per quello che io so … per quello che io ho vissuto che i Piromalli si gestiscono il Porto che non volevano sapere più niente con loro… non facevano entrare nessuno tant’è che anche un mio cognato che stava cercando di fare qualcosa con il Porto… fratello di mia moglie… è stato inquisito nell’operazione Porto poi assolto …
DR. MUSARO’ Giovanni : …come si chiama …
RUSSO Antonio : …Zappia Sebastiano … è stato inquisito in questa operazione Porto poi assolto … mi ricordo che un giorno fu convocato dai Piromalli non so da quale…
DR. MUSARO’ Giovanni : …ma di che periodo stiamo parlando …
RUSSO Antonio : …stiamo parlando quando c’è stata l’operazione Porto… qualche hanno prima che scattasse l’operazione Porto…

Il racconto di Russo, dunque, parte dagli anni ’90, ma traccia un’evoluzione dei rapporti di forza. Passaggi che, assai spesso, sono coperti dagli “omissis”:

RUSSO Antonio : … da quello che io so… i Piromalli si guardano solo ed esclusivamente … almeno finché … fino a quando io sono stato libero… si guardavano solo ed esclusivamente il Porto… i Molè… non so di cosa si sono interessati… però so che si interessavano per lo più sulle estorsioni… ai vari commercianti…
DR. MUSARO’ Giovanni : … uhm…ecco… Lei però prima ha fatto riferimento a zone della città controllate dalle cosche …ecco…
RUSSO Antonio : … si … la nazionale 111 per esempio… la nazionale 111 era tutta controllata dai Molè…
DR. MUSARO’ Giovanni : … controllata cosa vuole dire …
RUSSO Antonio : … cioè… che la gestivano loro… ogni attività che si apriva si doveva passare da loro… ogni estorsione andavano… riscuotevano loro …ed via… poi da che sono morti loro…
DR. MUSARO’ Giovanni … ma loro …
RUSSO Antonio : …che evoluzione c’è stata ecco… perché poi … hanno preso possesso Mommino e company quindi…

A Gioia Tauro, dunque, non si sarebbe mossa foglia senza il placet dei Piromalli. Così, dunque, Peppino Piromalli, definito da Russo “il boss di tutto”, lo avrebbe tirato fuori dal tentativo di estorsione subito ad opera di Antonio Albanese e Giuseppe Raso, detto “l’avvocaticchio”, figura già emersa nell’ambito dell’indagine “Crimine”. Tuttavia, il grosso delle dichiarazioni fin qui note riguarda soprattutto l’anziano Giovanni Copelli, ritenuto il reggente della cosca Piromalli, dopo gli arresti e i decessi dei capi storici. Russo riferirà anche dell’estorsione che avrebbe subito proprio ad opera di Copelli, che lo riteneva responsabile di un furto ai danni del genero: “Nel 2010…mi voleva uccidere… aveva il mio numero di telefono … mi chiamò per andare a casa sua … mi aspettava sotto casa con la pistola nel giubbotto … mi voleva uccidere … io ho avuto sangue freddo … gli ho detto guardate che non sono stato io … se devo pagare questa cosa che io non ho fatto … io la pago …ma non sono stato io …”. Russo fu comunque costretto a pagare una somma di 15 mila: “Ho dovuto pagare una vera è propria estorsione per salvare la mia vita per circa quindicimila euro al signor Copelli Giovanni … dice Copelli che era roba di furto di suo genero che io gli dovevo dare i soldi”.

La “tragedia” – in pieno stile calabrese – l’avrebbe messa in atto però Giuseppe Priolo, soggetto collegato (insieme alla sua famiglia) ai Piromalli. Russo evidenzia che i soggetti del gruppo di cui faceva parte Priolo “si sentivano i padroni del paese”:

DR. MUSARO’ Giovanni : … a parte … Lei quando paga quei quindicimila euro di estorsione ha detto prima … li paga per quale motivo…
RUSSO Antonio : …si… perché mi volevano uccidere … per salvaguardare la mia persona e la mia famiglia…
DR. MUSARO’ Giovanni : … questo Lei … ha detto che è successo… quando…
RUSSO Antonio : … nel 2010…
DR. MUSARO’ Giovanni : … nel 2010…
RUSSO Antonio : … giugno 2010…
DR. MUSARO’ Giovanni : … quindi Lei nel 2010 … percepiva Gianni Copelli come una persona pericolosa …
RUSSO Antonio : … certo… lo è tutt’ora …
DR. MUSARO’ Giovanni : … perché…
RUSSO Antonio : … per il … passato … da quello che io ho letto sui giornali… quando sono successi determinati fatti … io ero ancora … ragazzino …
DR. MUSARO’ Giovanni : … questo è il cognato di Peppino Piromalli …
RUSSO Antonio : … si … ma non per la pericolosità io ho avuto paura di Lui perché… io da ragazzino ricordo quando è successa la faida Piromalli-Tripodi… ehm … ricordo che Lui era uno dei cattivi… era sempre con i giovanotti…

Insomma, Copelli sarebbe un soggetto di grande rilievo nel contesto criminale di Gioia Tauro. Nel 2001 Russo sarebbe stato anche costretto a concedergli il proprio capannone per la celebrazione di un summit di ‘ndrangheta:

DR. MUSARO’ Giovanni : … le risulta che fosse inserito nella cosca Piromalli …
RUSSO Antonio : … ma guardi a me risulta solo questo episodio e ne sono a conoscenza nel 2001 … vollero prestato il mio capannone…
DR. MUSARO’ Giovanni : … chi…
RUSSO Antonio : … Gianni COopelli … in questo capannone … Lui tenne una riunione di ‘ndrangheta … chi andò … chi non andò…in quel capannone … a me è stato detto di non avvicinarmi la …
DR. MUSARO’ Giovanni : … uhm…
RUSSO Antonio : … però poi ho saputo…
DR. MUSARO’ Giovanni : … ovviamente le devo chiedere come fa a sapere …
RUSSO Antonio : … come…
DR. MUSARO’ Giovanni : … come fa a sapere … che c’è stata la riunione…
RUSSO Antonio : … adesso … si… sto completando il discorso se Lei mi da il tempo …
DR. MUSARO’ Giovanni : … si… come no… certo…
RUSSO Antonio : … io c’arrivo… poi tramite un mio operaio che quel giorno vide tutto Antonio Sacco … mi raccontò che in quel capannone furono fatti dei battezzi di criminalità e creato un capo-società… questo capo-società si chiamava Rocco Trunfio di Gioia Tauro … e… fu battezzato come malandrino diciamo… come malandrino un certo Furfaro Carmelo detto “zulu'” uno che si chiama … conosco solo il sopranome … perché poi lo conosco solo di vista … che si chiama Rocco “Zanela” … che è del rione fiume … ed un altro ragazzo che ora il cognome non lo ricordo … ma poi ha abbandonato il tutto… perché poi si è fidanzato con la figlia di Tripodi quello della expo2000 … quindi con il fidanzamento se ne è uscito non ha più voluto sapere nulla … non ricordo il nome… però lo potete trovare…

Una carica che comunque Trunfio (di professione sindacalista, secondo l’archivio del Comune di Gioia Tauro) avrebbe rifiutato per non meglio precisati “motivi di famiglia”. Una circostanza che – a detta di Russo – avrebbe sconcertato il vecchio boss Pino Piromalli, tornato a Gioia Tauro agli arresti domiciliari: “Mi disse che questo Trunfio volle dimettersi per motivi di famiglia il che Giuseppe Piromalli mi disse guardi io ho lasciato una situazione dove queste cose non esistevano e non esiste mai che qualcuno che diventa capo di società mi disse in una organizzazione ‘ndranghetista si dimette per motivi di famiglia, questo è stato uno sfogo che lui ebbe con me”.

Ma un vero e proprio spaccato delle dinamiche criminali della provincia di Reggio Calabria può evincersi dalle dichiarazioni riguardanti un episodio che sarebbe avvenuto tra il 2003 e il 2005, allorquando Copelli avrebbe preteso una somma di denaro relativamente ai lavori di ristrutturazione della facciata del palazzo in cui avevano sede i magazzini UPIM di Gioia Tauro. Quei lavori, infatti, erano stati affidati alla ditta di Francesco Gattuso, detto “Ciccillo”, personaggio di rilievo della cosca Ficara-Latella, già emerso nell’indagine “Crimine”. Russo racconta di aver accompagnato Copelli a Reggio Calabria per discutere della questione con i vertici della storica cosca di ‘ndrangheta operante nella zona Sud della città, segnatamente nei quartieri Ravagnese e Croce Valanidi: “Accompagnai il Copelli fino a Reggio Calabria dopo l’aereoporto, quando fu rifatta tutta la facciata del palazzo dell’Upim a Gioia Tauro uno dei palazzi più grandi che c’è vinse l’appalto un certo Gattuso, che poi ho visto tempo addietro su un giornale quando ero in carcere all’operazione “Crimine” mi pare, o crimine o qualche altra operazione….quello anziano con i baffetti l’ho visto in fotografia. Di questo Gattuso vi posso riferire che appena ha vinto la gara d’appalto a Gioia Tauro e il Copelli venne a conoscenza di questa questione volle accompagnato da me una volta a Reggio Calabria. Dissi dove dobbiamo andare? Dobbiamo andare da certi amici miei domani è domenica mi puoi accompagnare? …. lo accompagnai subito dopo l’aeroporto e lì dopo l’aeroporto io fui ricevuto con lui e mi disse che si chiamava Ficara, ed era il.. il.. l’anziano dei Ficara, perché poi ho conosciuto il figlio quello che pare si sia costituito con il pizzetto insomma ultimamente quando io ero in carcere a Palmi. L’ho visto nel giornale e l’ho riconosciuto, è lui e non mi sbaglio, è lui. In quanto questi Gattuso erano legati a loro…. E gli dissi ma come mai questi qua.. e no perché i Gattuso sono venuti a fare un lavoro di Gioia Tauro, sono di Reggio e giustamente, siccome chi fa i lavori a Gioia Tauro deve pagare….”).

Vista l’importanza all’interno della ‘ndrangheta di Gattuso, Copelli avrà il “garbo” di andarlo a trovare fino a Reggio per pattuire la cifra da pagare. La regola di base è sempre quella che qualsiasi impresa, anche mafiosa o vicina ai mafiosi, quando effettua lavori su un determinato territorio deve necessariamente corrispondere una somma percentuale sull’importo del capitolato alla famiglia mafiosa insediata su quel territorio. Quando però la ditta è di riferimento mafioso, può esserci – come nel caso di Ciccillo Gattuso – uno “sconto”.

A reggere le redini della cosca Piromalli, dunque, sarebbe stato Gianni Copelli, “l’unico degli anziani ad essere libertà”. Anche per perpetrare una truffa ai danni delle Poste di Gioia Tauro, Russo avrebbe chiesto il permesso proprio a Copelli, che avrebbe poi ricevuto la propria parte: “Essendo un paese come Gioia Tauro … io mi rivolsi al Signor Copelli … gli dissi … signor Copelli … guardate che per tornare i soldi a voi … e qualche altro debituccio che c’ho con Paolo Caccamo e compagnia … e con gli Stillitano … dico… devo rubare alla Posta … dice … come… fai a rubare alla Posta … io questo assegno… lo verso e prelevo… se mi date l’autorizzazione io questa operazione la faccio … se no… se deve venire il direttore della Posta a trovare o Voi … o chi per Voi … ed io … devo fare il ritorno dei soldi… io questa operazione non la faccio… mi diede il benestare il signor Copelli … ed io l’operazione della Posta lo fatta… …ho chiesto il permesso … come si dice… al prete prima di entrare in chiesa … posso entrare … ecco…”. Copelli, dunque, si sarebbe mosso proprio nell’interesse dei Piromalli: “… Lui parla … perché in quel momento … in quel momento era l’unico … anziano che reggeva il paese …… della Famiglia Piromalli… che reggeva il paese… perché non si può fare niente nel paese se non c’è il beneplacito della ‘ndrangheta punto… … in quel momento Copelli era l’unico anziano che rappresentava tutte le Famiglie …”..”

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SCONFITTA LA VEDOVA DELLA MAFIA INTROVABILI I KILLER DEL MARITO

GIOIA TAURO Cala il silenzio sull’ inquietante omicidio di Vincenzo Gentile, sindaco di Gioia Tauro, personaggio controverso, chiacchierato e amato medico di boss e di povera gente, il quale in tribunale era arrivato a negare l’ esistenza della mafia nella città da lui amministrata, prima come sindaco democristiano e successivamente come esponente di una lista civica. Tre anni di indagini, su sentieri che hanno portato al buio giudiziario, e adesso il colpo di spugna: negli atti istruttori non c’ è uno straccio di prova per dare un nome e un volto all’ assassino. Gli indiziati quindi sono stati scagionati su parere conforme della Procura della Repubblica; ad uccidere il sindaco, il 7 maggio 1987, non fu Carmelo Stillitano, 30 anni, nipote del capobastone don Peppino Piromalli, né quel povero netturbino di nome Giovanni Loprete, il quale dopo qualche mese dal delitto preferì emigrare in America con tutta la famiglia. Ma soprattutto è crollato il pilastro su cui si fondava il teorema accusatorio nato dalle esplosive dichiarazioni della vedova di Gentile, Marianna Rombolà, che si è costituita parte civile, vivendo da allora blindata in casa con la giovane figlia. La signora Rombolà accusò in pratica il clan Piromalli, con cui il marito si sarebbe a suo dire scontrato, di aver deciso l’ eliminazione. Per il giudice istruttore, Giuseppina Latella, che ha prosciolto con formula ampia Carmelo Stillitano dall’ accusa di omicidio e contemporaneamente ha scagionato dieci componenti della famiglia Piromalli-Molé dall’ accusa di concorso del delitto, non ci fu in sostanza alcuna frizione, alcun conflitto tra Gentile e il clan dei Piromalli, come asserito dalla vedova del sindaco, i quali invece andavano d’ amore e d’ accordo. Tanto che, e negli atti c’ è una valanga di documentazione anche fotografica: Gentile qualche mese prima di essere ucciso era stato compare di cresima per un nipote di don Peppino; si era premurato di accompagnare nel carcere di Palmi un illustre clinico siciliano per far visitare il boss dal cuore ballerino; aveva accompagnato lui stesso al Centro tumori di Milano, viaggiando proprio con lo Stillitano, un fratello del capomafia; aveva continuato regolarmente a svolgere il suo incarico di medico di famiglia. Addirittura, nel periodo in cui don Peppino era latitante, lo fece visitare nel suo studio da due clinici siciliani. Per tre anni dunque si è battuta una pista che non ha portato a nulla. Sarà difficile a questo punto trovare indizi o prove per imbastire una nuova inchiesta. Il delitto Gentile sembra così destinato a rimanere uno dei tanti e tanti delitti di mafia rimasti impuniti. Lo sbocco dell’ istruttoria però non era tanto inatteso. I difensori di Stillitano, gli avvocati Marco Maffeo e Benito Infantino, due principi del foro di Palmi come si conviene nei grandi casi in cui l’ inchiesta punta al cuore del sistema mafioso della Piana di Gioia Taura, rifiutano qualsiasi commento alla sentenza istruttoria. Chi ne ha voglia può leggersi le carte processuali, afferma soltanto l’ avvocato Infantino, tutto ciò che c’ è dentro è sufficiente per capire. Gentile venne ucciso in un’ afosa notte di maggio davanti alla sua villa. Sul delitto di mafia nessuno ebbe dubbi. Fu un killer solitario a sparare. Ma il movente? Trovare nelle attività politiche e professionali della vittima, entrambe trentennali, un momento di contrapposizione alle cosche era difficile, nonostante in seguito la moglie abbia tentato di farne un eroe positivo. Le sue frequentazioni mafiose erano note. Il sindaco-medico sedeva alla tavola dei grandi boss non solo di Gioia Tauro, ma anche della Locride: in una festa gli venne riservato il posto d’ onore alla destra di don Antonio Macrì, capomafia di Siderno, all’ epoca il più ascoltato e più ossequiato dei boss della ‘ ndrangheta. Subito dopo il delitto i carabinieri accusarono un netturbino che silenziosamente uscì dall’ inchiesta ed emigrò. La svolta venne un anno dopo, quando la vedova Gentile consegnò alla polizia la registrazione di un colloquio con il braccio destro del marito. Giuseppe Cento, poi diventato sindaco. Per gli inquirenti era un atto d’ accusa contro i Piromalli e contro Stillitano in particolare. Ma il magistrato istruttore ha concluso diversamente. L’ inchiesta Gentile va archiviata ad opera di ignoti. Ieri intanto in un agguato mafioso a Polistena, nella piana di Gioia Tauro, sono state assassinate due persone. Domenico Giovinazzo, 45 anni, e Francesco Rositano, 38 anni, entrambi di Taurianova, sono stati uccisi a colpi di mitraglietta. Secondo gli inquirenti, si tratta di un nuovo episodio della ventennale faida tra i Raso-Albanese e i Facchineri.

dal nostro inviato PANTALEONE SERGI

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