Nel cuore dell’Area Grecanica, a Roghudi, il Premio “O Nostos” 2025 si è rinnovato come spazio simbolico di riflessione collettiva, capace di tenere insieme memoria e visione, radicamento e apertura.
L’Access Point che ha ospitato la cerimonia non è stato soltanto un luogo fisico, ma una soglia culturale: punto d’incontro tra la stratificazione millenaria del territorio e le urgenze del presente. Promosso dal Circolo Culturale Paleaghenea, il Premio prende il nome da una parola fondativa della civiltà mediterranea.

Nostos non indica semplicemente il ritorno geografico, ma un movimento più profondo: il riconoscimento delle proprie radici come orizzonte etico e identitario. Su questo significato si è soffermata la vicepresidente Giuseppina Modaffari, sottolineando come il ritorno sia oggi una scelta consapevole, un atto di responsabilità verso la comunità. Nel suo intervento, il presidente del Circolo Mario Maesano ha richiamato il senso spirituale del ritorno, evocando il motto dell’incontro: “O Nostos mas condoferri sto spiti” – Il ritorno ci riporta a casa. Una casa che non coincide con un luogo, ma con una continuità di valori, linguaggi e appartenenze. In questo solco si è inserito il ringraziamento alle istituzioni regionali e comunali che hanno sostenuto l’iniziativa, al Comune di Roghudi e a quanti, a
vario titolo, contribuiscono a rendere la cultura un bene condiviso.


L’edizione 2025 si è svolta sotto il segno della memoria. Un anno segnato da perdite che hanno attraversato il mondo della scuola, dell’artigianato, della vita civile e affettiva della comunità. Ricordare questi “testimoni silenziosi” ha significato riconoscere il valore di un’eredità non sempre visibile, ma essenziale alla tenuta sociale di un territorio. In questo contesto si è collocato anche un momento di riflessione scientifica sulla necessità di una maggiore consapevolezza collettiva rispetto alle malattie neurodegenerative, richiamando l’attenzione sull’indissolubile legame tra identità culturale e tutela della salute pubblica.
Particolarmente intenso l’omaggio al professor Salvino Nucera, definito “Custode della Parola Antica”, figura emblematica di un sapere che ha saputo farsi trasmissione viva. La lettura della poesia “Agapào na graspo” da parte di Olimpia Nucera e il canto “Ela mu condà” hanno trasformato la memoria in esperienza condivisa, riaffermando il ruolo della lingua e della musica come strumenti di continuità culturale. I saluti istituzionali dell’assessore Pietro Modaffari e della presidente del Consiglio comunale Donatella
Maesano hanno ribadito il valore sociale dell’iniziativa. Di particolare rilievo l’intervento del vicepresidente del Consiglio Regionale Giuseppe Ranuccio, che ha interpretato il Premio “O Nostos” come un presidio di resistenza civile. Il ritorno, ha sottolineato, acquista senso quando le competenze maturate altrove rientrano nel tessuto originario, generando sviluppo, responsabilità e futuro.

La consegna dei riconoscimenti ha dato corpo a questa visione. Sono stati premiati professionisti, artisti e imprenditori che incarnano un’idea di eccellenza radicata e al tempo stesso aperta: il Dott. Beniamino Scarfone, per l’innovazione nel rapporto tra lavoro e intelligenza artificiale; l’Architetto Domenico Nucera, per aver trasformato la memoria in progetto culturale; l’Avvocato Saverio Gatto, per il rigore giuridico e l’impegno civile; l’artista Lorenza Stelitano, per il linguaggio estetico di respiro mediterraneo; il Maestro Ciccio Nucera, per la salvaguardia della musica tradizionale. A questi si sono aggiunti la Grafica Falcomatà, esempio di imprenditoria femminile legata all’arte della stampa; il Dott. Antonino Iaria, per il contributo scientifico e umano in ambito oncologico; il Panificio 360 Grani, per il recupero dei grani antichi come gesto culturale prima ancora che produttivo; la Dott.ssa Orsola Altomonte, per l’uso del coaching come strumento di emancipazione sociale; e il Dott. Walter Carmelo Cavallari, per il suo percorso professionale e umano.

Il Premio “O Nostos” si conferma così come un laboratorio culturale permanente, in cui il
ritorno non è nostalgia, ma progetto. Un invito a riconoscere che solo ciò che sa ricordare
può davvero immaginare il futuro.









