Sono giorni che penso di scrivere questo piccolo articolo per ricordare una persona speciale. Eppure, ogni volta che provavo a iniziare, le parole si fermavano. Perché raccontare uomini come Mimmo Franco non è semplice: certe anime appartengono più ai silenzi, che alle frasi, più ai gesti, che ai racconti. Poi ho capito che forse il modo più vero per ricordarlo era proprio questo: tornare a uno dei racconti, che lui stesso mi fece alcuni anni fa. Mimmo raccontava i ragazzi difficili della Locride come si raccontano i figli: senza giudicarli mai, cercando dentro ognuno una scintilla da salvare. E mentre parlava, ripeteva spesso una parola semplice, quasi antica: “camminare”. Camminare non soltanto sulle strade della vita, ma dentro gli altri, accanto agli ultimi, senza fermarsi davanti al buio. Camminare anche quando il peso delle storie diventava troppo grande da sopportare. Forse è stato questo il suo dono più raro: insegnare, che la speranza non è un miracolo improvviso, ma un passo lento e ostinato controvento. Ed è da quel cammino, che oggi desidero iniziare questo ricordo. Con la scomparsa di Mimmo Franco, Melito Porto Salvo saluta uno degli ultimi educatori capaci di attraversare gli anni più feroci del nostro territorio, senza perdere la fiducia negli esseri umani. Un uomo, che ha sottratto ragazzi alla malavita armandosi soltanto di ascolto, pazienza e amore educativo.
In un tempo in cui molti insegnavano la paura, lui insegnava ancora la possibilità del futuro. Mimmo Franco era un uomo di comunità, un educatore sociale e ha speso la propria esistenza dentro le crepe più dolorose del territorio calabrese, lì dove spesso lo Stato arrivava tardi e il destino sembrava già scritto. Lo ha fatto senza clamore, senza cercare riconoscimenti, ma con quella dedizione mite e ostinata, che appartiene soltanto a chi ha scelto di stare dalla parte fragile della vita. Negli anni più bui della nostra terra, Mimmo era presente. Entrava nelle case del dolore con passo discreto, ascoltava silenzi impossibili da raccontare, accompagnava ragazzi sospesi tra due mondi: quello della famiglia di sangue e quello della possibilità di diventare altro. I “Gruppi Appartamento”, della Cooperativa Sociale Marzo 78, nati alla fine degli anni Settanta grazie all’intuizione profetica di don Italo Calabrò, furono per Mimmo non soltanto un luogo di lavoro, ma una missione umana. Quelle case non avevano le sbarre dei vecchi riformatori; avevano tavole apparecchiate, libri scolastici, parole pazienti, porte aperte verso il futuro. In quelle stanze semplici si combatteva una battaglia silenziosa: strappare i minori alla logica dell’appartenenza criminale e restituire loro il diritto di sognare. Mimmo conosceva bene il peso dei condizionamenti familiari. Aveva visto ragazzi intelligentissimi piegarsi alla forza del clan, figli incapaci di tradire un destino imposto dal sangue. Eppure non smise mai di credere nella possibilità del cambiamento. Mi raccontava con emozione di tanti giovani trasferiti lontano dalla
Calabria, accompagnati da educatori, assistenti sociali e parroci verso città sconosciute del Nord Italia, quasi fossero piccoli esodi biblici in cerca di salvezza. Dietro ogni ragazzo accolto c’era una storia, che sembrava uscita da un romanzo tragico del Sud: padri latitanti, fratelli in carcere, madri consumate dall’omertà e dall’orgoglio familiare. Mimmo non giudicava. Cercava piuttosto una crepa nella durezza delle esistenze, un punto da cui potesse filtrare luce. E quella luce, talvolta, arrivava davvero.
Chi lo ha conosciuto racconta di un uomo generoso, sempre disponibile, incapace di voltarsi dall’altra parte. Anche nel mondo dello sport, con la PolisportivaMelitese, Mimmo aveva lasciato la sua impronta gentile. Credeva nei giovani, nello sport come educazione alla vita, nella comunità come luogo dove nessuno dovesse sentirsi escluso.
La cittadina melitese lo piange, come si piangono le persone rare: con un dolore composto, quasi sacro. Perché con Mimmo Franco non scompare soltanto un educatore sociale. Se ne va una memoria vivente della Calabria migliore, quella che ha combattuto la rassegnazione con la tenerezza, la violenza con l’ascolto, l’oscurità con la pazienza quotidiana della bellezza del fare, non dell’avere.
Spero di essere stata all’altezza di raccontare, almeno in parte, la misura silenziosa di un uomo come Mimmo Franco. Non è semplice consegnare alle parole esistenze, che hanno scelto di vivere soprattutto nei gesti, nell’ascolto, nella discrezione quotidiana del bene e della cura autentica. Eppure sentivo il dovere umano di provare a farlo, perché certe vite continuano a illuminare anche dopo il congedo. Porterò con me il privilegio di averlo conosciuto, di aver ascoltato i suoi racconti e quei consigli semplici, che sapevano somigliare alla vita vera: camminare accanto agli altri senza giudicare, restare umani anche dentro il dolore, non smettere mai di credere, che ogni essere umano custodisca una possibilità di luce. Un passo alla volta, “ostinato controvento”. Forse è questa l’eredità più preziosa, che Mimmo lascia a chi lo ha incontrato: la capacità di attraversare il buio senza appartenergli mai del tutto. E mentre la sua terra lo saluta con commozione, resta l’immagine più vera di lui: un uomo in cammino, controvento, con una piccola lampada accesa tra le mani.









