C’è un canto antico che ancora vibra tra le onde e le pietre della costa ionica, un canto che apre
la memoria come una porta socchiusa sul tempo:
“Di la Turchia si partiu, intra na navi fu portata! E sbarco’ in fidi pia sutta a Melito la bella Maria”. Parole semplici, eppure dense di mistero, che custodiscono l’origine di una devozione profondamente radicata nel cuore di Melito. Secondo la tradizione popolare, il quadro della Madonna di Porto Salvo giunse dal mare, sospinto da una volontà più grande delle correnti.
La leggenda racconta di una giovane fanciulla rapita dai turchi, strappata alla sua terra e ai suoi affetti. Nel dolore della prigionia, non cessò mai di pregare la Vergine, affidandole ogni lacrima, ogni speranza. Fu proprio in quel buio che la luce si fece strada: la Madre le apparve in visione, invitandola a salire su una nave insieme alla sua effigie. Non un semplice invito, ma una promessa di ritorno. Il viaggio fu un atto di fede assoluto. La piccola imbarcazione, fragile davanti all’immensità del mare, divenne strumento di un disegno invisibile. Onde e vento si fecero alleati, e ciò che sembrava impossibile si compì: la nave approdò sulle rive di Porto Salvo. La giovane poté riabbracciare i suoi cari, mentre la comunità accolse l’effigie come un dono celeste, segno tangibile di protezione e grazia. Fu così che, accanto al mare, nacque una cappella. Un luogo semplice, ma carico di significato, dove lo sguardo della Madonna sembrava vegliare sui pescatori e sulle loro famiglie. Da allora, il legame tra la Vergine e il mare non si è mai spezzato: è un dialogo silenzioso fatto di partenze e ritorni, di tempeste e quiete, di paura e fiducia. Ancora oggi, quando aprile si avvicina alla sua fine, Melito si raccoglie attorno a questa memoria viva. La festa della Madonna di Porto Salvo non è soltanto una celebrazione, ma un respiro collettivo che attraversa le generazioni. I pescatori, custodi di un’antica devozione, e i “terrazzani”, figli della parte più antica del paese, si incontrano in un passaggio rituale che è simbolo di unità e continuità.

Quando la Sacra Effigie giunge in piazza, il tempo sembra sospendersi. Le campane si fanno eco di un’attesa carica di emozione, mentre la folla si stringe per cogliere anche solo un istante di quella presenza. Un fiore, uno sguardo, una preghiera sussurrata: piccoli gesti che racchiudono universi interiori. E poi, tra il crepitio dei fuochi e l’applauso della gente, il canto dialettale si leva ancora una volta, lieve e potente, come un filo che unisce passato e presente. È in quel momento che la comunità si riconosce, che la fede si fa voce, corpo, cammino. C’è anche un altro viaggio, più lento e meditativo, che ogni anno conduce l’effigie verso il borgo di Pentedattilo. Un pellegrinaggio che parla di attesa e ritorno, di legami che si rinnovano. E quando la Madonna rientra a Melito, il paese si mette in movimento: strade colme di passi, volti segnati dalla devozione, giovani e anziani uniti nello stesso cammino. Continuando questo racconto che sa di sale e di memoria, la processione si snoda tra le vie del paese come un respiro condiviso, fatto di attese e piccoli drammi interiori. Tra i momenti più intensi e carichi di significato, vi è quello in cui l’immagine dell’Immacolata giunge nei pressi del campo nomadi, avvicinandosi al luogo della consegna ai Terrazzani. È qui che il tempo sembra rallentare volontariamente: i portatori del rione marina, quasi trattenuti da un sentimento difficile da nominare, indugiano, accorciano il passo, come se volessero rimandare l’inevitabile. Poi, all’improvviso, una corsa spezza quell’equilibrio fragile: un gesto rapido, deciso, e la Sacra Effigie passa di mano, consegnata ai Terrazzani tra emozione e ritualità. In questo passaggio si condensa l’anima stessa della festa: appartenenza, identità, continuità.
Il culto della Madonna di Porto Salvo non è soltanto devozione, ma una trama fitta di vite, volti, promesse. C’è chi sceglie il silenzio dei gesti: piedi nudi sull’asfalto, un cero acceso tra le mani, il rosario stretto come un’ancora. Sono soprattutto le donne a incarnare questa forma di fede, spesso adulte, ma anche giovani ragazze, studentesse, accompagnate dalla famiglia o da un amore nascente. Nei loro occhi si leggono attese profonde, richieste sussurrate, gratitudini mai dette ad alta voce.
Molti pellegrini, giunti al Santuario, compiono un gesto antico e intimo: entrano scalzi, si avvicinano lentamente all’effigie, la sfiorano con le mani o con un fazzoletto, la baciano. È un contatto breve, ma densissimo, che per molti rappresenta il culmine emotivo dell’intera esperienza. Eppure, come accade a tutte le tradizioni vive, anche questa ha conosciuto trasformazioni e perdite. Tra i ricordi più evocativi resta la “passeggiata a mare” del 14 agosto, un rito oggi scomparso ma ancora vivido nella memoria collettiva.

Le barche, ornate di rose bianche e fiocchi azzurri, solcavano il mare come un corteo galleggiante. Una, più delle altre, custodiva la Sacra Effigie e guidava le restanti, in un lento viaggio tra Marina di San Lorenzo e Melito. A bordo, pescatori, Terrazzani, uomini di Pentedattilo: un’intera comunità raccolta sull’acqua. Il tramonto faceva da cornice a quel cammino marino, con soste e approdi fino all’arrivo serale. Poi la processione proseguiva sulla terra, e l’effigie veniva portata a piedi nudi dalle donne, in un gesto di offerta e di voto. Era un tempo in cui il sacro si intrecciava con ogni elemento: acqua, terra, luce, corpo. Anche i segni più concreti della devozione hanno subito mutamenti. I nastri, un tempo appesi alla vara e colmi di offerte fissate con spilli, sono statiaboliti per disposizione ecclesiastica. Al loro posto, una semplice cassettina. Una scelta che ha lasciato ferite e acceso discussioni, perché quei nastri non erano soltanto un mezzo, ma un simbolo, un linguaggio condiviso.

A illuminare questo passaggio è la voce autentica del decano capo vara Alessandro Manganaro, che in un’intervista concessami alcuni anni fa, ha affidato parole dense di memoria e significato. È stato un uomo di mare e di fede, che per quasi trent’anni è stato capo vara e protagonista instancabile della vita comunitaria: “Il rispetto e la devozione, che connotava la mia generazione non esiste più. Trenta anni fa, quando si cercò per la prima volta di togliere i nastri, io per primo ho manifestato la mia rabbia, decidendo insieme al popolo e tutti i portatori di vara di portare il quadro con i nastri, nonostante fosse vietato e soprattutto la processione si fece senza il prete, questo avvenne per ben due volte.
Nacquero moltissime polemiche con l’Arciprete, infatti arrivammo quasi alle mani e di conseguenza lui mi denunciò. In quel periodo mi recai da Monsignore Giovanni Ferro, che fu l’Arciprete dell’Immacolata Concezione a Melito e mi feci portavoce di tutte le lamentele del popolo, per quanto riguarda i nastri e particolarmente perché volevano cambiare il tragitto della processione. Mons. Ferro mi disse: “pescatore di Melito voi siete il capo vara andate e dite che le tradizioni non si rompono”. Per molto tempo le cose rimasero al loro posto fino a quando i nastri vennero tolti dal decreto del Vescovo Monsignore Mondello. Lottammo con tutte le nostre forze per mantenere i nastri, ma non vollero sentire ragioni. Per questo motivo io insieme ad altri pescatori “pasta antica” decidemmo di ritirarci, lasciando posto ai più giovani e al nuovo capo vara Giuseppe Tringali, che cerca di creare quello che fu un tempo. Io tengo a sottolineare che le tradizioni non devono andare perdute. La festa della Madonna di Porto Salvo è del popolo e non può perdersi, perché è parte integrante della nostra storia!!”.

Parole che non sono soltanto ricordo, ma eredità viva, consegnata al presente con la forza di chi ha custodito un’identità. Quest’anno, lo scambio tanto atteso tra i portatori melitesi e quelli pentedattilesi avverrà, come avori di bonifica in corso, è stato possibile restituire, anche se per un tempo limitato, questo spazio alla sua funzione più autentica: quella dell’incontro. Un dissequestro temporaneo permetterà infatti alla vara e ai fedeli di attraversare quel tratto e rinnovare un gesto che appartiene all’anima di questa terra. Ancora una volta, il greto del torrente tornerà a essere teatro di fede e appartenenza, dove mani diverse si incontrano per sorreggere lo stesso peso, lo stesso amore, la stessa devozione.
È un segno forte, quasi un sussurro del tempo: le tradizioni resistono, si trasformano, ma non sispezzano. E in questo cammino condiviso, la fede continua a farsi strada insieme alla responsabilità, invitando ogni cuore a partecipare con rispetto, consapevolezza e cura. Perché non è solo una processione: è una storia che continua a vivere, passo dopo passo, nel battito di un popolo. E quando tutto si compie, quando i passi si diradano e il rumore si dissolve, resta qualcosa che non si vede ma si avverte profondamente: una presenza lieve, come il vento che sale dal mare al calare della sera. È la memoria viva di una comunità che continua a credere, a tramandare, a custodire. Perché certe storie non finiscono. Ritornano. Come le onde. Come la fede. Come quella tela che un giorno scelse la riva, e non l’oblio.









