La Sacra corona unita, 37 anni fa il battesimo in cella di Pino ...

Parroco invita fedeli a messa boss, chiesa rimasta chiusa. Parroco ...Raffaele Cutolo è stato condannato a morte - Il RiformistaLe migliori 12 immagini su S.C.U | Carcere, Mafia, Colletto biancoForte, numerosa, ricca, potente, spietata e poco conosciiuta, alla conquista dei ricchi mercati del Pimonte, Liguria e Lombardo-Veneto

LA SACRA CORONA UNITA, LA QUARTA MAFIA SOTTOVALUTATA E PER ANNI ‘GRATIFICATA’ DAL NEGAZIONISMO PIU’ BECERO, AVANZA A PASSI DA GIGANTE VERSO LA CONQUISTA DEI LUCROSI MERCATI

Domenico Salvatore

BARI-‘Lo Stato siamo noi, ribadiscono i procuratori in conferenza stampa’.

‘Lo Stato siamo noi, ripetono i funzionari di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza alle lezioni su Legalità & Giustizia’; ed i convegnisti nelle tavole rotonde, simposi, seminari, fiaccolate notturne, cortei silenziosi, sit-in in piazza ecc. e nei talk show in televisione, ma anche alla radio e sui giornali.

‘Lo Stato siamo noi, affermano i docenti in lezione davanti ai loro studenti’.

Una litania che comincia in famiglia dove i genitori accorti, acculturati e maturi, impartiscono i primordi della delicata materia.

Un leit motiv, tuttavia che anche i mafiosi intercettati, si ripetono ad libitum; andando oltre nel loro delirio d’onnipotenza…:”Dobbiamo conquistare, il pianeta, con le buone o con le cattive !”

Uno degli errori macroscopici, pacchiani, goffi, improduttivi e controproducenti è quello di sottovalutare certi fenomeni sociali; e poi, versare lacrime di coccodrillo.

E’ successo con Cosa Nostra, ‘ndrangheta e Camorra e non poteva ‘saltare’ la Sacra Corona Unita; a parte un’altra illustre sconosciuta come la quintamafia o dei Basilischi.

Fino agli Anni Ottanta e Novanta del XX° secolo la mafia pugliese, trasformata negli anni in un “franchising” del crimine, nelle sue varie articolazioni, era presso che sconosciuta…nonostante tantissima violenza, droga, armi, rifiuti, cemento, boat-people, diamanti ed estorsioni.

Sebbene, si avesse notizia degl’interessi malavitosi o clonazione in Puglia, della Camorra e della ‘ndrangheta.

All’alba del Terzo Millennio dell’Era Cristiana, la magistratura che sul territorio coordina le forze di polizia, la DNAA e la Commissione Parlamentare Antimafia scoperchiano il vaso di Pandora della SCU.

Si scoprono gl’interessi mafiosi all’estero …Albania, Spagna, Regno Unito, Germania, Paesi Bassi; gli alleati… Cosa Nostra, Camorra’, Ndrangheta, Mafia albanese; i sottogruppi… Società foggiana
Camorra barese, Sacra corona libera; le attività… Traffico di droga,
Traffico di armi, Contrabbando, Usura, Estorsione, Prostituzione, Gioco d’azzardo, Riciclaggio di denaro, Omicidio, scomesse clandestine, filiera del cemento, traffico di boat-people, infiltrazioni negli enti locali e nella politica, traffico di gioielli e pietre preziose ecc.; insomma un malloppo simile a quello della altre mafie, di cui in un certo senso sono fotocopia.

Capomafia riconosciuto della SCU è Giuseppe Rogoli…

“Fu una bella mattina di sabato santo, quando allo spuntare del sole mi venne in mente di fare una bella cavalcata, andai nella mia scuderia bianca, presi la mia cavallina bianca con fronte stellata, briglie d’oro e staffe d’argento e cavalcai per monti e colline, fino quando non arrivai su una distesa pianura, dove c’erano due uomini che si tiravano di coltello, scesi dalla mia cavallina bianca con fronte stellate, briglie d’ oro e staffe d’argento e mi misi spalla e spalla con il mio avversario”.

– “Cosa ne avete fatto?”,

-“Ne ho fatto sangue”,

-“E dove l’avete colpito?”,

-“Sotto all’avambraccio destro”,

-“Allora siete un bevitore di sangue?”,

-“Alt, saggi compagni! Non sono un bevitore di sangue, ma come ben sapete non ho fatto altro che unire due anime in un solo corpo”»

Giuramento, gradi e gerarchie : la Picciotteria  , la Camorra, lo Sgarro, la Santa, il Vangelo, il Trequartino, il Crimine, il Medaglione, il«Medaglione con Catena e infine il Bastone.

La mafia pugliese controlla tutto sul territorio e tiene un piede in tre staffe (‘Ndrangheta, Camorra e Cosa Nostra)

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Fonte, La Gazzetta del Mezzogiorno:”

È trascorso quasi mezzo secolo da quando la notte del Natale del 1981 nel carcere di Trani, per la prima volta viene pronunciata la parola mafia da pregiudicato mesagnese Giuseppe Rogoli. Non per una manifestazione di vicinanza ai mafiosi siciliani, calabresi o campani. No. Si stanno gettando le fondamenta per quella che diventerà la quarta mafia, la Sacra Corona unita, la mafia pugliese che nel corso degli anni ha imbrattato di sangue la splendida Puglia.

Giuseppe Rogoli è un piastrellista mesagnese che all’epoca ha 32 anni, scolarizzazione quasi zero (a malapena ha completato le elementari) e sta scontando nel carcere di Trani la pena che gli è stata comminata per avere partecipato nel 1980 ad una sanguinosa rapina in banca a Giovinazzo: un tabaccaio che si trova dinanzi al suo negozio viene ucciso da uno dei colpi che i banditi sparano per coprirsi la fuga.La mappa della criminalità organizzata in Puglia

In carcere Rogoli era entra in contatto con esponenti della ‘ndrangheta. Si affilia a Umberto Bellocco, capobastone della cosca Bellocco, che gli conferisce il grado di santista e gli concede l’autorizzazione a creare la Sacra corona unita.

Con Rogoli partecipano alla creazione della Scu Vincenzo Stranieri di Manduria e Mario Papalia legato a Cosa nostra.

L’ispirazione, come per tutti i criminali mafiosi, è fortemente religiosa. Le tre parole che compongono la quarta mafia in itinere hanno un preciso significato: Sacra perché l’affiliazione è una consacrazione che non si può rompere; Corona perché è il simbolo del Rosario o corona, e Unita perché tutti i membri debbono essere uniti e forti come gli anelli di una catena.

Inizialmente l’affiliato giura di rappresentare sempre, sino alla morte, Giuseppe Rogoli: «Giuro su questa punta di pugnale bagnata di sangue, di essere fedele sempre a questo corpo di società di uomini liberi, attivi e affermativi appartenenti alla Sacra corona unita e di rappresentarne ovunque il fondatore Giuseppe Rogoli». Quando poi Rogoli diverrà solo il Sommo vecchio nella formula di giuramento verrà sostituita la fedeltà a lui con quella a San Michele Arcangelo.

La Scu è strutturata come la ‘ndrangheta. Il primo grado è il picciotto, quindi viene il camorrista, e poi gli sgarristi, santisti, evangelisti, trequartisti, medaglioni e medaglioni con catena. Otto medaglioni con catena compongono il vertice che comanda la squadra della morte. La Scu si sviluppa velocemente. Fa proseliti soprattutto tra tanti giovani mesagnesi senza lavoro e un po’ scapestrati. Rogoli dal carcere tiene le fila dei suoi ragazzi. Ma ampliandosi cominciano a sorgere i problemi. Antonio Antonica, giovane mesagnese, che è il primo affiliato a Rogoli, riceve dal suo capo la mansione di reggente. Quando rifiuta di trafficare con la droga Rogoli lo fa ammazzare. Per eliminarlo sono necessari bel due tentativi. Nel primo i sicari, che lo hanno atteso mentre rincasa, riescono solo a ferirlo. Non sbagliano invece quando fanno irruzione in ospedale e lo freddano nel letto in cui è ricoverato per le precedenti ferite.

Da questo momento è una scia di sangue. Le cosche più agguerrite e vicine a Rogoli sono quelle di Salvatore Buccarella di Tuturano, di Giovanni Donatiello e Giuseppe Gagliardi, mesagnesi, e di Ciro Bruno di Torre Santa Susanna.

Lo scontro intestino è terribile. Nel 1990 nel Brindisino si contano oltre 50 omicidi e con gli assassinii arrivano anche i primi pentiti e i primi arresti. Cade l’insospettabile Cosimo Screti di Torre Santa Susanna, un politico dalla faccia pulita accusato di essere il cassiere della Scu.

Nasce la Sacra corona libera con i nuovi arrivati: Antonio Vitale, Massimo Pasimeni, Massimo D’Amico. Un breve periodo di tranquillità nella quarta mafia che viene interrotta dal pentimento di D’Amico. Sulle ceneri di questa Scu si inserisce il breve periodo di Giuseppe Leo, un odontotecnico mesagnese, di una ferocia inaudita. Dopo avere ammazzato l’ultimo dei suoi avversari interni, viene denunciato da uno degli uomini dell’ucciso. Subito dopo la cattura si pente.

A questo punto le redini tornano in mano a Massimo Pasimeni e ad Antonio Vitali. Al quale si aggiungono gli emergenti Ercole Penna, marito della nipote della moglie di Rogoli, e Daniele Vicentino, entrambi mesagnesi. Questo nuovo vertice deve fare i conti con quella scheggia impazzita che sono il brindisino Vito Di Emidio e i suoi uomini. Condannato all’ergastolo Di Emidio si dà alla latitanza. Viene catturato nel maggio del 2001 e si pente pure lui, confessando venti omicidi (forse ventuno, non ricorda il numero esatto).

 

Penna e vicentino danno una nuova veste alla Scu. Niente più affiliazioni e investimenti nelle attività illecite. La nuova Scu si appoggia su tanti imprenditori insospettabili e investe attraverso loro. Propugna la pace sociale e il consenso tra la popolazione. Penna mantiene basso il profilo e riesce anche a vincere la resistenza di Vicentino che vorrebbe attuare una strategia della tensione. Il 29 settembre del 2010 Penna viene arrestato assieme a tanti altri. Sfugge Vicentino ma sarà catturato dopo qualche mese. Penna il 9 novembre successivo chiede di parlare con il sostituto procuratore antimafia Alberto Santacatterina e inizia la collaborazione.

Il post Penna è ricco di collaboratori di giustizia. Si pentono in tanti. Accusano capi, gregari e anche i loro parenti più stretti, consentendo alla giustizia di entrare in meandri della criminalità molto difficili da individuare. Giuseppe “Gabibbo” Gravina falcidia la sua famiglia con chiamate di correità. Stessa cosa Sandro Campana che praticamente scava la fossa sotto i piedi del fratello Francesco, nuovo capo della frangia mesagnese, che sino ad allora era riuscito ad evitare le accuse di omicidio.”

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Fonte Wikipedia:” (1. Giuramento)

«Giuro sulla punta di questo pugnale, bagnato di sangue, di essere fedele a questo corpo di società formata, di disconoscere padre, madre, fratelli e sorelle, fino alla settima generazione; giuro di dividere centesimo per centesimo e millesimo per millesimo fino all’ultima stilla di sangue, con un piede nella fossa e uno alla catena per dare un forte abbraccio alla galera.»
(2. Giuramento)

«Giuro su questa punta di pugnale bagnata di sangue, di essere fedele sempre a questo corpo di società di uomini liberi, attivi e affermativi appartenenti alla Sacra corona unita e di rappresentarne ovunque il santo, san Michele Arcangelo»
(3. Giuramento)

La SCU è divisa in 47 clan, autonomi nella propria zona ma tenuti a rispettare interessi comuni a tutti i circa 1.561 affiliati della Sacra corona unita. Si tratta quindi di un’organizzazione orizzontale per molti versi simile a quella della ‘Ndrangheta.
Gerarchia
Il primo grado è la “picciotteria”, il successivo il “camorrista”, cui seguono “sgarrista”, “santista”, “evangelista”, “trequartista”, “medaglione” e “medaglione con catena della società maggiore”. Sono gradi di chiara matrice ‘ndranghetista

Sacra corona unita (Le tre parole che compongono la quarta mafia in itinere hanno un preciso significato: Sacra perché l’affiliazione è una consacrazione che non si può rompere; Corona perché è il simbolo del Rosario o corona, e Unita perché tutti i membri debbono essere uniti e forti come gli anelli di una catena.)

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Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Nomi alternativi La quarta mafia, mafia pugliese

Area di origine   Puglia

Aree di influenza      Italia, Albania, Spagna, Regno Unito, Germania, Paesi Bassi

Periodo 1981 – in attività

Sottogruppi Società foggiana

Camorra barese

Sacra corona libera

Alleati   Cosa Nostra

Camorra

‘Ndrangheta

Mafia albanese

Attività Traffico di droga

Traffico di armi

Contrabbando

Usura

Estorsione

Prostituzione

Gioco d’azzardo

Riciclaggio di denaro

Omicidio

Manuale

La Sacra Corona Unita (SCU) è un’organizzazione criminale italiana di connotazione mafiosa che ha il suo centro in Puglia, prevalentemente attiva nel Salento e che ha trovato degli accordi criminali con organizzazioni criminali dell’est europeo. Per la sua specificità emerge e si distacca dalle altre mafie italiane.

Ha raggiunto il suo apice tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta del XX secolo. Successivamente all’intervento dello Stato, e a un gran numero di arresti, è stata indebolita e marginalizzata, per poi perseguire a partire agli anni dieci del XXI secolo, una strategia di mimetizzazione e di infiltrazione nel tessuto imprenditoriale, alla ricerca del massimo consenso in tutti gli strati della società, come denunciato più volte da Cataldo Motta, procuratore capo della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Lecce.

Indice

Storia

Nome

Il nome di questa organizzazione trova radici nella classica anti cultura mafiosa.

Sacra: Perché al momento dell’affiliazione il nuovo membro viene “battezzato” o “consacrato”.

Corona: Nelle processioni si usa il rosario.

Unita: Per ricordare la forza di una catena fatta di tanti anelli.

 

Origini

Nel 1981 il boss camorrista Raffaele Cutolo, affidò a Pino Iannelli e Alessandro Fusco il compito di fondare in Puglia un’organizzazione di diretta emanazione della Nuova camorra organizzata che prese il nome di Nuova camorra pugliese (Società foggiana).

Questa associazione prese piede soprattutto nel foggiano a causa della vicinanza territoriale e dei contatti preesistenti tra esponenti della malavita locale e i camorristi campani.

Come risposta al tentativo di Cutolo di espandersi in Capitanata, la ‘Ndrangheta diede vita alla Sacra Corona Unita, associazione malavitosa di stampo mafioso formata da esponenti locali.

Pare sia nata la notte di Natale del 1981, ma verosimilmente altre fonti danno come data di fondazione il 1º maggio 1983, allorquando il mesagnese Giuseppe Rogoli detto Pino, già affiliato al clan della ‘ndrangheta Bellocco di Rosarno, chiesto e ottenuto il permesso al capobastone Umberto Bellocco, fondò la prima ‘ndrina pugliese all’interno del carcere di Trani, dove era detenuto. Attualmente Pino Rogoli è rinchiuso nel carcere di Viterbo dove sta scontando tre ergastoli.

Nel 1987 Rogoli affidò a Oronzo Romano e Giovanni Dalena la costituzione di un’altra ‘ndrina nel sud barese chiamata La Rosa, sempre con il consenso della ‘ndrangheta. L’attività di gestione degli enormi flussi di denaro derivanti dalle attività illecite fu affidata a Nicola Murgia che fu per questo motivo soprannominato “il cassiere” dalla Direzione Investigativa Antimafia.

Il braccio destro di Rogoli fu Antonio Antonica, primo affiliato di Rogoli a causa dell’antica amicizia nonché personaggio di spicco della malavita mesagnese.

Antonica

A causa dello stato di detenzione di Rogoli, Antonio Antonica era stato nominato responsabile unico delle attività illecite che si svolgevano nell’area brindisina. Antonica ebbe il compito anche di nominare alcuni capi zona della provincia di Brindisi. Con le prime scarcerazioni il numero degli affiliati aumentò e ognuno pretendeva la sua parte di guadagno.

Antonica sentiva il peso dell’organizzazione tutto sulle sue spalle ed ebbe una discussione con Rogoli che gli negò il permesso di trafficare droga.

Antonica, così, preferì abbandonare Rogoli e creare un clan contrapposto. Questo comportò l’inizio di una guerra lunga tre anni di conflitti e sgarri che portò alla sua uccisione.

Iniziò la rifondazione della Sacra corona unita partendo dalle modalità di affiliazione, con regole più rigide e severe. Così nel carcere di Trani nacque la Nuova sacra corona unita il cui statuto sarebbe stato firmato oltre che da Rogoli, da Vincenzo Stranieri di Manduria da Alberto Lorusso e da Mario Papalia legato a Cosa nostra.

Nel 1987 la Sacra corona unita era composta dalle famiglie più rappresentative del brindisino guidate da Salvatore Buccarella, Alberto Lorusso, Giovanni Donatiello, Giuseppe Gagliardi e Ciro Bruno(pentito morto in carcere nel 2019) e da qualche propaggine nella provincia di Taranto.

Alla lunga proprio il gran numero di cosche contribuirà ad un altro periodo di tensione all’interno dell’organizzazione tra brindisini e leccesi. Lo schieramento brindisino della Sacra corona unita, con Salvatore Buccarella e Giovanni Donatiello, è stato quello che dimostrò nel corso degli anni una maggiore compattezza, finché non è stato colpito da una pesante offensiva giudiziaria.

La Sacra Corona Unita dopo la rifondazione era presente in città provinciali della provincia di Brindisi e Taranto a: Mesagne, Oria, Ostuni, Carovigno, Torre Santa Susanna, Latiano, Francavilla Fontana, Ceglie Messapica, Villa Castelli (città dove la “SCU” ha avuto membri importanti, Grottaglie .

Il contrasto

L’Operazione Salento inizia il 10 maggio 1995 e termina il 3 novembre 1995, prendono parte 1.713 soldati dell’esercito italiano. L’operazione, nata principalmente per fronteggiare l’immigrazione clandestina, ebbe risultati molto positivi anche nella lotta alla SCU. Queste sono state le attività svolte:

1.650 posti di osservazione;

10 pattugliamenti in profondità;

767 controlli di autoveicoli;

2.604 identificazioni di persone;

3.029 fermi di clandestini;

10 fermi di persone sospette.

Le pene inflitte agli affiliati furono numerose e severe tanto da decapitare quasi del tutto l’organizzazione.

Con l’Operazione Primavera condotta in Puglia tra il 28 febbraio 2000 ed il 30 giugno 2000 si mette fine al contrabbando di sigarette e generi di monopolio quasi in maniera definitiva, rendendo questa attività del tutto marginale se non inesistente.Il rito misterioso della Sacra Corona: “Giuro su questa punta di ...

Le attività di contrasto alla Sacra Corona Unita continueranno fino ai giorni nostri, collocando l’Organizzazione ai margini del panorama mafioso italiano ed internazionale.

Gli anni 2000

Negli ultimi anni sono emersi numerosi nuovi personaggi, dai soprannomi coloriti, che hanno concentrato sul racket, sul contrabbando di sigarette e sulla droga, le principali attività criminali. Alcuni di loro hanno fondato la Sacra corona libera. Ultimamente qualche membro di rilievo della SCU ha deciso di collaborare con le forze di polizia italiane, determinando così l’arresto di alcuni esponenti dell’organizzazione.Cellino San Marco (BR) - Sacra Corona Unita, "istruzioni" per il ...

Secondo la Direzione investigativa antimafia, oggi la criminalità organizzata pugliese “si presenta disomogenea, anche in ragione della persistente pluralità di consorterie attive, molto diversificate nell’intrinseca caratura criminale e non correlate da architetture organizzative unificanti”.

Nel 2008 viene assassinato Peppino Basile, consigliere provinciale dell’Italia dei Valori, impegnato in costanti denunce sulle infiltrazioni mafiose a Ugento (Le).

Secondo il rapporto della Direzione investigativa antimafia, analizzando l’andamento delle segnalazioni sul sistema SDI di fatti -reato ex art. 416 bis codice penale- si nota una notevole diminuzione nella regione delle denunce di tali fattispecie delittuose, che si attestano al numero di 3. L’interpretazione di questo trend, da leggere sinergicamente con gli andamenti dei dati delle associazioni a delinquere non connotate da profili mafiosi, deve tenere in adeguato conto il positivo risultato storico di un’incisiva attività delle forze di polizia nel corso degli anni, il cui risultato giudiziario ha conseguito la detenzione di molti elementi apicali dei maggiori gruppi criminali. Il 23 aprile 2011 è stato arrestato ad Oria colui che aveva preso le redini dell’organizzazione dai capi storici (Giuseppe Rogoli e Salvatore Buccarella), il latitante Francesco Campana. Con l’arresto di Campana, che segue a poca distanza l’operazione Last Minute del 28 dicembre 2010, con la quale furono arrestati 18 tra capi e promotori della Sacra corona unita, si ritiene di aver inflitto un durissimo colpo alla criminalità organizzata locale.San Michele Arcangelo 8 maggio e 29 settembre

Struttura

«Giuro su questa punta di pugnale bagnata di sangue, di essere fedele sempre a questo corpo di società di uomini liberi, attivi e affermativi appartenenti alla Sacra corona unita e di rappresentarne ovunque il fondatore, Giuseppe Rogoli»

(1. Giuramento)

«Giuro sulla punta di questo pugnale, bagnato di sangue, di essere fedele a questo corpo di società formata, di disconoscere padre, madre, fratelli e sorelle, fino alla settima generazione; giuro di dividere centesimo per centesimo e millesimo per millesimo fino all’ultima stilla di sangue, con un piede nella fossa e uno alla catena per dare un forte abbraccio alla galera.»

(2. Giuramento)

«Giuro su questa punta di pugnale bagnata di sangue, di essere fedele sempre a questo corpo di società di uomini liberi, attivi e affermativi appartenenti alla Sacra corona unita e di rappresentarne ovunque il santo, san Michele Arcangelo»

(3. Giuramento)

La SCU è divisa in 47 clan, autonomi nella propria zona ma tenuti a rispettare interessi comuni a tutti i circa 1.561 affiliati della Sacra corona unita. Si tratta quindi di un’organizzazione orizzontale per molti versi simile a quella della ‘Ndrangheta.

Gerarchia

Il primo grado è la “picciotteria”, il successivo il “camorrista”, cui seguono “sgarrista”, “santista”, “evangelista”, “trequartista”, “medaglione” e “medaglione con catena della società maggiore”. Sono gradi di chiara matrice ‘ndranghetista.

Il 16 giugno 2018 si conclude un’operazione contro i clan Mercante-Diomede e Capriati di Bari in cui viene confermato l’uso di questi riti.

Otto medaglioni con catena compongono la “Società segretissima” che comanda un corpo speciale chiamato la “Squadra della morte”.

Bisogna specificare che questa piramide di ruoli ha un valore soprattutto simbolico: spesso il potere detenuto dal singolo affiliato non corrisponde in realtà alla sua posizione nella gerarchia formale.

Faide

«Le faide sono incubatrici di violenza e riesplodono quando meno te lo aspetti.»

(Nicola Gratteri “Fratelli di sangue”)

Faida del Gargano

In data 23 giugno del 2004 il blitz «Iscaro-Saburo» portò all’arresto di altre cento persone, presunte affiliate ai clan della faida del Gargano. In data 21 aprile 2009, il presunto boss Franco Romito e il suo autista Giuseppe Trotta vengono crivellati nella loro auto in località Siponto. Sono tre le armi utilizzate per compiere il duplice omicidio; recuperati sull’asfalto 4 bossoli di un fucile calibro 12 caricato a pallettoni, numerosissimi bossoli calibro 7.62 di una mitraglietta e 4-5 di una pistola calibro 9per21. I due sono stati raggiunti da una pioggia di proiettili in più parti del corpo. Franco Romito aveva il volto completamente sfigurato e non aveva più la mano sinistra. Franco Romito potrebbe essere stato ucciso per essere stato per anni, con i suoi familiari, confidente dei Carabinieri e in molte indagini sulla famiglia mafiosa del clan opposto, Libergolis di Monte Sant’Angelo.

Faida del Brindisino

Negli anni dal 1989 al 1991 si scatena nel Brindisino una faida, della quale saranno vittime i maggiori esponenti della società maggiore; sarà calcolata una media di più di cento morti ammazzati, definita come una delle maggiori cause dell’idebolimento dei clan in tutta l’area del brindisino, capeggiata allora dal clan Buccarella (Tuturano)

Faida di Taranto

Nel periodo dal 1988 fino al 1993 i fratelli Modeo diedero inizio a una delle più sanguinose guerre di mala in Puglia. Caratterizzata da una guerra fratricida (si vedevano contrapposti i tre fratelli Modeo contro il maggiore detto “il Messicano”), questa faida coinvolse i clan più importanti del Tarantino con uno spaventoso tasso di omicidi e attentati. La guerra si concluse con l’agguato mortale a “il Messicano”, fondatore del clan, e con l’arresto dei tre fratelli minori, trovati in una masseria bunker. I morti furono ben oltre i cento (circa 170), con coinvolgimenti di innocenti non collegati ai clan (es. strage della Barberia), questo dovuto al clima di tensione in città e soprattutto nel rione Tamburi, con affiliati che avevano il dovere di “sparare a vista” anche in pieno giorno e in presenza di passanti.

Faida del sud Salento

A partire dal 2010 la SCU del sud Salento si arricchisce con lo spaccio di cocaina nelle numerose località balneari in periodo estivo. Il fiume di denaro derivante dallo spaccio, genera una serie di tradimenti interni ai clan. A farne le spese lo storico boss di Gallipoli Salvatore Padovano, detto “Nino Bomba” ucciso dal fratello Rosario Padovano, e Augustino Potenza, boss di Casarano. Nel 2018, Melissano viene insanguinata da due omicidi di mafia, in cui cadono vittime Manuel Cesari, 32 anni, a marzo, crivellato di colpi davanti ad un fast food della cittadina, e Francesco Fasano, 22 anni, a luglio, ucciso con un colpo alla testa e abbandonato per strada. Nel 2019, ad aprile, Mattia Capocelli cade vittima di un agguato a colpi di pistola a Maglie. Nel corso dell’anno, un tentato omicidio sconvolge di nuovo Casarano, in cui la vittima miracolosamente riesce a sopravvivere ad un agguato, in cui furono sparati più di 16 colpi, in pieno centro abitato. Economia

Secondo recenti dati forniti dall’Eurispes, sembra che la Sacra corona unita guadagni:

878 milioni di euro l’anno dal traffico di stupefacenti

775 milioni dalla prostituzione

516 milioni dal traffico di armi

351 milioni dall’estorsione e dall’usura.

Un giro d’affari di circa 2 miliardi e mezzo di euro.

Sacristi principali

Vincenzo Stranieri (Manduria, capo co-fondatore)

Savinuccio Parisi (capo)

Ciro Bruno (Torre Santa Susanna, capo)

Andrea Gaeta (capo)

Angelo Notarangelo (capo), ucciso

Giosuè Rizzi (capo), ucciso

Giuseppe de Palma “Boss di origine calabrese” (capo)

Raffaele de Palma (capo)

Matteo de Palma, cognato di Mario Luciano Romito (capo di Manfredonia), uccisi a San Marco in Lamis

Vito Di Emidio (gangster)

Francesco Locorotondo (capo, catena con medaglione) Crispiano, Lizzano (TA)

Cataldo e Giuliano Cagnazzo, (capi della famiglia Cagnazzo) Lizzano (TA).

Clan “Famiglie” principali

    Provincia di Foggia

Clan Libergolis

Clan Sabatino

Clan Moretti – Pellegrino

Clan Francavilla

Clan Piarulli – Ferraro

Clan Palumbo

Clan Gaeta

Clan Rizzi

Clan Laviano

Clan Romito – De Palma

Clan Li Bergolis

Clan Crisetti

Clan Di Claudia

Clan Caputo

Clan Ferraro

Provincia di Bari

Clan Capriati

Clan Depalma

Clan Strisciuglio

Clan Parisi

Clan Conte

Clan Cipriano

Clan Panarelli

Clan Montani -Telegrafo

Clan Mercante

Clan Cassano

Clan Muolo

Clan Svezia – Laneve

Clan Valentini[

Provincia di Brindisi

Clan Rogoli – Campana

Clan Bruno

Clan Buccarella

Clan Sabatelli

Clan Brandi

Clan Pasimeni – Vicientino – Vitale

Clan Donatiello

Clan Soleti

Clan Cigliola

Clan Leo

Clan Bleve

Clan Emidio

Clan D’Onofrio

Provincia di Lecce

Clan Rizzo

Clan Tornese

Clan De Tommasi

Clan Cerfeda – Briganti

Clan Coluccia

Clan Padovano

Clan Margiotta

Clan Scarcella-Albertini

Clan Donatiello

Clan Buccarella

Clan Conte

Clan Tolla

Provincia di Taranto

ocorotondo

Clan Cicala

Clan Stranieri

 

Divisioni interne

Società foggiana

 

La Società foggiana è un cartello criminale di stampo mafioso, legato alla Sacra corona unita, che ha il suo centro nella città di Foggia e che ha trovato accordi con organizzazioni criminali come la mafia siciliana, la camorra e la ndrangheta. Il foggiano, a causa della vicinanza con la Campania, ha risentito dell’influenza della camorra e della defunta Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. La criminalità, organizzata in “batterie” (Sinesi-Francavilla, Mansueto-Trisciuoglio-Prencipe, Moretti-Pellegrino-Piscopia), è risultata in costante evoluzione ed ha aggregato in una società tutte le espressioni emergenti del territorio, riuscendo ad infiltrarsi nelle aree costiere limitrofe, nelle quali ha progressivamente imposto i propri interessi illeciti nel terziario e nelle costruzioni, in particolare assumendo il controllo del settore delle onoranze funebri.

Camorra barese

È un’organizzazione mafiosa operante a Bari e nella provincia, da non confondere con la camorra napoletana. In prevalenza confederazioni tra clan, che come attività primarie continuano ad essere dediti ai reati in materia di stupefacenti, contrabbando ed estorsioni. Fra i clan spiccano gli Strisciuglio e i Telegrafo del quartiere San Paolo, il clan Parisi del quartiere Japigia di Bari (scissosi nel 1990 dalla Sacra corona unita) con a capo il noto boss Savinuccio Parisi e Tonino Capriati (clan sgominato), operante a Bari Vecchia, Diomede (Quartiere Libertà), gli emergenti Lorusso e Di Cosola (Carbonara).

Il clan Strisciuglio è egemone a Bari e dintorni; è un’associazione delinquenziale facente capo a Domenico ‘La Luna’ Strisciuglio, operante a partire dal 1997, con finalità di conquista territoriale per l’imposizione di un potere su spazi economici sempre più estesi e con una dilagante attività di violenta sopraffazione collettiva. L’organizzaizione nacque nel 1997, con la disgregazione delle famiglie mafiose dei Di Cosola e Laraspata a seguito rispettivamente dei blitz ‘Conte Ugolino’ e ‘Mayer’ e del conflitto insorto col clan Capriati. Una guerra all’ultimo sangue tra gli Strisciuglio e i Capriati, che “ha avuto la propria epifania con l’omicidio di Giuseppe Capriati ad opera degli Strisciuglio. Da lì un’escalation di violenza per le vie di Bari, nella quale hanno perso la vita innocenti come Michele Fazio, con la definitiva vittoria degli Capriati.

Sacra corona libera

La Sacra corona libera, formata da esponenti già appartenuti alla Sacra corona unita. Nasce a causa di contrasti con i vertici della SCU e propone alcune differenze: l’uso di minorenni e l’abolizione dei riti d’iniziazione.

Nuova Famiglia Salentina

Filmografia

Il Collegamento Campano e Presidio Libera vicino al Procuratore ...

LaCapaGira (1999)

Mio cognato (2003)

Le bande (2005)

Fine pena mai (2007)

Galantuomini (2008)

Libera nos a malo (2008)

Squadra antimafia 2 – Palermo oggi (2009)

Catene (sitcom, 2000-2010)

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I processi di Catanzaro e Bari: quando Cosa Nostra poteva essere sconfitta

di Stefano Baudino
“La strage di Ciaculli del 30 Giugno 1963, fonte www.antimafiaduemila.com, in occasione della quale rimasero uccisi sette membri delle forze dell’ordine, provocò la prima reale ed efficace offensiva dello Stato nei confronti di Cosa Nostra palermitana, che venne decimata dagli arresti.
Negli stessi anni anche la mafia corleonese subì colpi durissimi: grazie al fortunato binomio tra il nuovo commissario Angelo Mangano ed il colonnello Ignazio Milillo, nel giro di pochi mesi vennero arrestati, tra gli altri, Salvatore Riina e il suo boss Luciano Liggio, il quale venne scovato in una camera da letto all’interno dell’abitazione di Leoluchina Sorisi, presunta fidanzata del sindacalista Placido Rizzotto (ucciso dallo stesso Lucianeddu sedici anni prima).

Il processo incentrato sulla prima guerra di mafia, tenutosi a Catanzaro e conclusosi il 22 Dicembre 1968, nella cui cornice erano imputati 117 uomini d’onore delle cosche della città di Palermo, diede risultati sconcertanti: vennero assolti quasi tutti i mafiosi che erano stati portati alla sbarra, con l’eccezione di Angelo La Barbera, Pietro Torretta, Salvatore Greco e Tommaso Buscetta (questi ultimi due, latitanti in Sud America, giudicati in contumacia).
Dalle motivazioni della sentenza emerge chiaramente come la mafia palermitana non sia stata affatto inquadrata come un’associazione organica, gerarchica e centralizzata, ma come un complesso di fatti ed individualità tra loro indipendenti e dunque non inseribili all’interno dello stesso calderone a livello giuridico.

Un anno dopo, a Bari, si tenne un processo in cui ad essere imputati per associazione a delinquere ed omicidio erano 64 uomini, tutti quanti corleonesi. La Procura chiese per loro 3 ergastoli e un ammontare di 300 anni di carcere ma, proprio durante la mattinata dell’ultima udienza del processo, da Palermo arrivò una lettera anonima indirizzata al Presidente della prima sezione della Corte d’Assise Vincenzo Stea, il cui testo recitava queste parole: «Voi baresi non avete capito o, per meglio dire, non volete capire cosa significa Corleone. Voi state giudicando degli onesti galantuomini, che i carabinieri e la polizia hanno denunciato per capriccio. Noi vi vogliamo avvertire che se un galantuomo di Corleone sarà condannato, voi salterete in aria, sarete distrutti, sarete scannati come pure i vostri familiari. A voi ora non resta che essere giudiziosi».
Il 10 Giugno 1969 la Corte pronunciò 64 sentenze di assoluzione: tra i nomi di coloro che vennero salvati dal carcere sono presenti anche quelli di Luciano Liggio, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. “L’equazione mafia uguale associazione a delinquere – si legge nel dettato della sentenza – sulla quale hanno così a lungo insistito gli inquirenti e sulla quale si è esercitata la capacità dialettica del magistrato istruttore, è priva di apprezzabili conseguenze sul piano processuale”.

Uno Stato debole e pusillanime, in mancanza sia di un adeguato supporto legislativo antimafia (la legge Rognoni – La Torre, che introdusse il reato di associazione mafiosa nel codice penale, verrà approvata solo nel 1982) sia del sostegno di una popolazione ancora estremamente disinformata e pavida rispetto al fenomeno della crescita esponenziale della criminalità organizzata di stampo mafioso, perse la sua più grande occasione per recidere alle fondamenta un cancro che avrebbe continuato imperterrito a mietere vittime. La mafia siciliana risorse dalle ceneri delle sentenze dei processi di Catanzaro e Bari e si dimostrò subito pronta a fare molto, molto male.”.

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Fonte www.catanzaroinforma.it. “Quel primo processo di mafia celebrato nella palestra della scuola Aldisio foto

La fiction su Boris Giuliano riporta alla luce un pezzo di storia catanzarese. Mentre su quei fatti Gemelli prepara il suo quindicesimo libro
di Redazione – 25 Maggio 2016 – 6:54

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di GIULIA ZAMPINA
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Da Catanzaro è passata, nel bene o nel male , sempre, la storia di questo Paese. Unica sede di Corte d’appello per molti anni, unica sede della facoltà di medicina, prima città della Calabria ad avere una squadra a militare in serie A. Nel bene e nel male appunto, il capoluogo di Regione è stato teatro di eventi che in qualche modo hanno condizionato il corso della storia di questo Paese, oltre ad aver dato i natali ed ospitato personaggi illustri.

Ma l’esercizio della memoria, invece di diventare un motivo di orgoglio, invece di creare un sano senso di appartenenza, spesso è diventato inutile nostalgia.

E così, nei giorni in cui si rincorrono le manifestazioni in ricordo della strage di Capaci, una fiction Rai accende un campanello e ai più attenti fa notare che, prima di quel tragico 23 maggio, Catanzaro per molto e molto tempo avrebbe potuto parlare di legalità e ricordare un processo, il primo di mafia, celebrato nel capoluogo proprio per provare a dare giustizia ad altre forze dell’ordine morte in un attentato mafioso.

Un processo che ai tempi ebbe un risultato forse fallimentare dal punto di vista giudiziario, ma dal quale si ripartì di certo proprio per definire ancor meglio i contorni di quel fenomeno chiamato Mafia.

In qualche stanza polverosa della Procura catanzarese è ancora conservato un documento autografo di don Tano Badalamenti. Proprio quel boss che dal processo di Catanzaro uscì assolto, salvo poi passare alla storia come il più pericoloso dei criminali.

Anche se, ben prima della fiction dedicata a Boris Giuliano, il capo della squadra mobile di Palermo ucciso nel 1979, Bruno Gemelli, giornalista catanzarese, sulle cronache di quel processo aveva già iniziato a lavorarci proprio dare alle stampe il suo quindicesimo libro che avrà come tema il “processo dei 117”.

Per altro, nel cast della fiction Rai diretta da Ricky Tognazzi, c’è anche un catanzarese, Diego Verdegiglio.

LA STORIA

Erano gli anni ’60 e in Sicilia era scoppiata la prima guerra di mafia. Durante la notte del 30 giugno 1963 a Villabate un’automobile imbottita di esplosivo che era stata abbandonata davanti all’autorimessa del mafioso Giovanni Di Peri esplode ed uccide il custode Pietro Cannizzaro e il fornaio Giuseppe Tesauro. Alle ore 16 dello stesso giorno un’Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivo, abbandonata nei pressi della villa dei Greco a Ciaculli, esplode ed uccide sette uomini delle forze dell’ordine che erano arrivati sul posto per disinnescare la bomba; la polizia, basandosi soprattutto su fonti confidenziali e ricostruzioni indiziarie, attribuì le due autobombe a Pietro Torretta, Michele Cavataio, Tommaso Buscetta, Gerlando Alberti ed altri mafiosi del loro gruppo

La notte del 2 luglio 1963 Villabate e Ciaculli vennero circondate dalla polizia: furono arrestate quaranta persone sospette e venne sequestrata un’ingente quantità di armi. Nei mesi successivi furono arrestate 2000 persone sospette di legami con Cosa Nostra e la prima Commissione Parlamentare Antimafia iniziò i suoi lavori.

IL PROCESSO DI CATANZARO

I protagonisti della prima guerra di mafia vennero giudicati in un processo svoltosi a Catanzaro nel 1968 (il famoso “processo dei 117”); in dicembre venne pronunciata la sentenza ma solo alcuni mafiosi ebbero condanne pesanti: Pietro Torretta venne condannato a 27 anni di carcere per omicidio; Angelo La Barbera ebbe 22 anni e sei mesi; Salvatore Greco e Tommaso Buscetta (entrambi giudicati in contumacia) furono condannati a dieci anni di carcere ciascuno. Il resto degli imputati, tra cui Tano Badalementi, furono assolti per insufficienza di prove o condannati a pene brevi per il reato di associazione a delinquere e, siccome avevano aspettato il processo in stato di detenzione, furono rilasciati immediatamente. Il processo si celebrò nella palestra della scuola Aldisio, dove fu costruita una vera e propria gabbia

QUANDO LA MAFIA NON ERA ANCORA ASSOCIAZIONE MAFIOSA…LE MOTIVAZIONI

Durante il dibattimento del processo di Catanzaro, il cui pubblico ministero era il magistrato Bruno Sgromo, emersero rapporti economici tra Badalamenti, Domenico Coppola, Filippo Rimi, Giacomo Riina. Tali rapporti, però, vennero valutati dai giudici catanzaresi alla stregua di rapporti d’affari e non come indizi di cointeressenze che nulla hanno a che fare con commerci quali quelli ufficialmente dichiarati.

«All’epoca dei fatti per cui è processo, – si legge nelle motivazioni della sentenza – Gaetano Badalamenti risulta impegnato nell’amministrazione dei beni propri (industria armentizia), delle sorelle e del fratello Emanuele residente in America». La conclusione dei giudici è chiara: «Non può pertanto del tutto escludersi che rapporti economici (quali risultano attraverso i menzionati assegni) siano stati mantenuti dal Badalamenti con altri imputati, quali Rimi Filippo, Coppola Domenico (entrambi commercianti grossisti di agrumi, vini ed animali) nonché col Di Pisa (che curava il commercio di vino per l’esercizio intestato a sua madre) in conseguenza della comune loro attività commerciale» .

Insomma, sono tutti commercianti, più o meno agiati, che hanno tra loro normali rapporti relativi ai loro commerci.

COME BADALAMENTI SI RIVOLGEVA AI GIUDICI DI CATANZARO

Tra i documenti del processo, si trova anche uno scritto autografo del boss Badalamenti, indirizzato ai giudici. E’ stato Salvo Palazzolo nel suo libro “I pezzi Mancanti” a riportarne alcuni stralci: “Prego la Corte – scriveva Badalamenti ai giudici – non volere interpretare la mia assenza come mancato ossequio alla legge. Sono quasi in fin di vita, roso da mali incurabili che si sono sempre più aggravati (dimostrati dalla documentazione allegata in atti). Le cure continue cui mi sono sottoposto e che mi hanno tenuto sia pure con tenue filo alla vita, non mi sarebbero certo potuti praticare in carcere. Confida ciò all’umana comprensione dei giudici per essere scusata. Anche le sofferenze dello innocente. Costretto a vivere nascosto non sono inferiore a quelle procurate dal carcere. Spero che dopo tanti dolori sarà riconosciuta la mia innoccenza (così come scritto nel testo ndr).Io infatti, ho vissuto di lavoro e sono del tutto innoccente (così come scritto nel testo ndr) a quanto mi si addebita in quanto mai ho avuto rapporti illeciti con chicchessia e tanto meno con persone che figurano imputate nell’attuale procedimento (…)”

I PUNTI OSCURI DI QUELLA SENTENZA

Nelle motivazioni della sentenza, emerge come i giudici non siano riusciti ad interpretare al meglio l’essenza mafiosa. Un risultato che replicava quello ottenuto nel 1901 dopo l’indagine condotta dal prefetto Sangiorgi, ma manca in questa circostanza, l’attenuante di una magistratura fortemente collusa. La mafia non viene inquadrata come un’unica struttura, ma come un insieme di molte “associazioni indipendenti“. Manca l’individuazione di regole e metodi comuni a tutti gli affiliati, e riemergono chiavi di lettura trite e ritrite come quella che definisce Cosa Nostra “un atteggiamento psicologico o la tipica espressione di uno sconfinato individualismo” , quale sfondo della evidente delinquenza collettiva. Si accetta ancora che la sostanza mafiosa sia ancora “una idea e non una cosa“.

Alla luce di questa nuova sconfitta della giustizia, determinata più dall’inadeguatezza che dalla immoralità, il contributo che fornirà tra diversi anni Tommaso Buscetta diventerà di enorme importanza. Attraverso le sue parole il giudice Falcone e l’intero Paese, acquisiranno quella che sarà la moderna interpretazione della struttura mafiosa. Senza le confessioni dei pentiti o le testimonianze dirette, è risultato impossibile avere la percezione di una tale ramificazione convergente ad un unico vertice.

Nel processo di Catanzaro come tante altre volte in passato, tanti testimoni nel tempo ritrattarono, attanagliati dalla paura per vendette e ritorsioni, su se stessi, familiari, o attività economiche. Vengono così a mancare gli strumenti per nutrire la giuria con materiale probatorio inconfutabile, e cade nel vuoto la ricostruzione della rete di collegamento mafiosa nel territorio.”Operazione "Omega bis", le indagini tra pax criminale e riti di ...Bari, torna libero dopo 25 anniil boss Monti della città vecchiaBuona condotta e indulto: libero il "papa" di Foggia - La Gazzetta ...Preso Franco Libergolis il boss della mafia del Gargano - Cronaca ...Arrestato Enzo Miucci, boss del clan Libergolis - Voce del GarganoGiustizia lumaca, scarcerato Savinuccio il superboss del clan ...Società foggiana - WikipediaVieste, ucciso a fucilate: così muore Notarangelo, boss del ...Sacra Corona Unita - Bari - Gangsters Inc. - www.gangstersinc.orgSigilli ai beni del boss Francavilla Sequestro per oltre 500mila ...Il pericoloso boss di Foggia, Vito Lanza, ai domiciliari a ...

Lo Stato c’è, opera e sanziona.Non solo comminando migliaia di anni di galera ai gregari e 41 bis ai capimafia.

Ma soprattutto, si adopera per sequestrare e confiscare beni mobili ed immobili per un valore di centinaia di milioni di euri.

La DNAA diretta da Federico Cafiero De Raho, la Commissione Parlamentare Antimafia guidata da Nicola Morra, la DDA di Bari (Giuseppe Volpe, Antonio Laudati, Emilio Marzano,  Riccardo Di Bitonto, Michele de Marinis, Angelo Bassi f.f.ecc.) e le forze di polizia presenti sul territorio, svolgono un paziente, efficace e prezioso lavoro, con cadenza quotidiana.Marchio Polizia di Stato: modalità di produzione e ...arma dei carabinieri logo - Noi Notizie.La guardia di finanza firma un protocollo d'intesa con la ...Il procuratore di Reggio Cafiero de Raho: “La 'ndrangheta ha ...Procura di Bari, il Csm designa Giuseppe Volpe - Repubblica.itSfratto' al tribunale di Bari - Puglia - ANSA.itUno dei filoni preferiti dalle mafie negli ultimi decenni è  la politica; non il ‘politically correct’, ovviamente.

Dapprima preferiva controllare alla distanza, intrufolandosi nelle segreterie e manipolando le liste per inserire il vicino di casa, l’amico, il conoscente ed il parente, poi addirittura candidandosi in prima persona.

Poi il Parlamento confezionò una serie di provvedimenti legislativi di sbarramento.

Ma le mafie, (fatta la legge, trovato l’inganno) sanno come aggirare l’ostacolo. Di fatti le cronache riferiscono tanto al Sud, quanto al Nord, sulle infiltrazioni politico-elettorali ( perfino sui presidenti, vicepresidenti e segretari di seggio; anche sugli scrutatori ed i rappresentanti di lista).Comune di Bari - Sindaco

Le mafie non si accontentano più di un consigliere comunale, assessore e sindaco; sia pure provinciale e regionale.

Aspirano a condizionare l’elettorato per eleggere senatori, deputati e ministri e sottosegretari; a parte la cariche, gli incarichi e le altre prebende di sottogoverno, ovviamente.

Il  Procuratore Nazionale (De Raho), ha lanciato l’allarme rosso sulle prossime elezioni regionali in Puglia ed a seguire Liguria, Lazio, Campania, Toscana e via dicendo.pbs.twimg.com/profile_images/816604291393847297...

Prevenire, è meglio che curare o guarire. Non bastano gli scioglimenti per infiltrazioni mafiose o gli aresti, processi e condanne, per risolvere il problema.

Va bene il deterrente della stangata-repressione. Ma servono innanzitutto strumenti e mezzi legislativi ed una cultura della Legalità.File:Vista aerea della città di Andria.jpg - Wikipedia

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