C’è un momento, nelle terre antiche, in cui il passo dell’uomo si fa memoria. Non lascia soloimpronte sulla polvere dei sentieri, ma incide solchi invisibili nella coscienza di chi resta. È inquesto spazio sospeso tra roccia e respiro, tra vento e silenzio, che si avverte l’assenza del professore Domenico Minuto.


Si è spento all’età di 95 anni, lasciando dietro di sé non solo il vuoto di una figura autorevole,
ma una traccia viva e fertile nel tessuto culturale della Calabria. Nato a Reggio Calabria il 27 marzo 1931, è stato prima docente e poi stimato dirigente scolastico nei licei classici e scientifici, formando generazioni di studenti con rigore e passione. Non è facile raccontare unavita che è stata, prima di tutto, un cammino. Un cammino lungo più di settant’anni, consumatotra pietre dimenticate e parole salvate dall’oblio. Minuto non ha semplicemente studiato la Calabria: l’ha attraversata, ascoltata, interrogata. L’ha amata con la dedizione di chi sa che ogni rudere è una voce, ogni sentiero una narrazione interrotta che chiede di essere ripresa.


Alla sua intensa attività culturale si affiancano ruoli e impegni che ne testimoniano la statura intellettuale: la partecipazione alla Deputazione di Storia Patria per la Calabria, il contributoall’associazione Amici del Museo di Reggio Calabria, l’impegno come socio onorario dellasezione reggina di Italia Nostra e la costante vicinanza alle comunità bizantine della provincia.


In ogni ambito ha operato con discrezione e autorevolezza, mettendo sempre al centro la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico e umano. C’erano luoghi che per molti erano soltanto margini, paesi svuotati, chiesette senza tetto, muri che il tempo aveva quasi cancellato. Per lui, invece, erano centri pulsanti di una storia più profonda. Là dove altri vedevano abbandono, egli riconosceva tracce: segni tenui ma ostinati di una civiltà bizantina e grecanica che continuava a respirare sotto la superficie del presente. E così camminava, instancabile. Con passo fermo anche quando il terreno si faceva impervio, con lo sguardo capace di cogliere ciò che sfugge
alla fretta. Non era solo ricerca, la sua: era un atto d’amore. Un modo per restituire dignità a ciò che rischiava di essere dimenticato, per dire che anche le periferie della storia sono, in realtà, il
suo cuore più autentico. Ha pubblicato libri fondamentali sulla storia della Calabria e ha
contribuito in modo decisivo a mantenere viva la memoria delle minoranze linguistiche,
accompagnando studiosi, associazioni e appassionati alla scoperta delle aree grecaniche e
aspromontane. Il suo sapere non era mai statico, ma sempre in movimento, condiviso lungo i
sentieri, nei paesi, tra le persone.
Chi lo ha seguito lo sa: non guidava soltanto escursioni, ma trasformazioni. Bastava una
giornata con lui, tra pioggia e sole, tra fatica e scoperta, per imparare a vedere diversamente.
Le pietre smettevano di essere mute, i paesi non erano più distanti, le persone diventavano custodi di una sapienza antica. La sua voce, ascoltata in centinaia di incontri, non conosceva stanchezza. Sapeva essere limpida e rigorosa, ma anche leggera, ironica, profondamente umana. Parlava agli studiosi e ai bambini con la stessa serietà, come se ogni occasione fosse unica e ogni ascoltatore degno della massima attenzione. Ed è forse questo uno dei suoi insegnamenti più grandi: la cultura non è mai distante, non è mai elitaria, ma vive nel dialogo, nella condivisione, nell’incontro. Alla disciplina dello studioso ha sempre affiancato l’impegnocivile.

Difendere un monastero abbandonato o una lingua minoritaria, per lui, significava difendere una comunità, una memoria collettiva, una possibilità di futuro. In un tempo incline alla dimenticanza, il suo lavoro è stato resistenza. Ora, che il suo cammino terreno si interrompe,
resta una presenza diffusa. È nei sentieri dell’Aspromonte, nelle pietre delle chiese diroccate, nei volti di chi ha imparato da lui a guardare più a fondo. È nei libri che ci ha lasciato, certo, ma ancora di più nello sguardo, che ha saputo trasmettere. Perché ci sono maestri, che insegnano contenuti, e altri che insegnano visioni. Domenico Minuto apparteneva a questi ultimi. Ha insegnato che la conoscenza è un viaggio, che la memoria è responsabilità, che la bellezza si nasconde spesso nei luoghi più dimenticati. E allora il suo passo, in fondo, non si è fermatodavvero. Continua nei passi di chi prosegue il cammino, magari con scarponi consumati e occhi nuovi, alla ricerca di quelle stesse tracce invisibili che lui sapeva riconoscere.


Grazie, Professore. Non per ciò che ha lasciato, che pure è immenso, ma per ciò che ha acceso.