In un recente articolo-intervista, a firma Francesca Aleida Martino, apparso su deliapress, si è parlato di Ettore Castagna che, nell’Area grecanica della Calabria, i più associano a “Paleariza”, festival etno-culturale e musicale di cui è stato l’artefice.
Evidentemente Castagna è qualcosa di più se considerazioni alte non sono mancate.
Così scrive:” Sono nato a Catanzaro nel 1960 e mi occupo di antropologia culturale dal 1979. Nel corso del tempo le esperienze e le occasioni di ricerca e di riflessione si sono moltiplicate. I miei interessi hanno viaggiato fra le rive più diverse perché non ho saputo né voluto fare altro. La riflessione antropologica è stata ed è il principale motore di questo viaggio. Tutto ciò mi ha portato a spostarmi fra letteratura, documentarismo, giornalismo, musica, comunicazione, progettazione come rotte dentro a uno stesso mare. Non sempre facile da attraversare. Ma questo, forse, è il bello. Oltreché una parte importante del senso.”
Le sue pubblicazioni: La Grecìa perduta, Tredici gol dalla bandierina, Del sangue e del vino, Sangue e onore in digitale e altri ancora e le registrazioni… Nel web si può approfondire.
Riportiamo l’analisi fatta dal promotore presso la Feltrinelli, Stefano Traiola:
“Caro Ettore,
leggendo questa intervista ho avuto l’impressione che il tema centrale non sia la musica popolare, la lira calabrese o persino la Calabria greca. Il tema centrale è la memoria di un mondo che il mercato ha dichiarato inutile.
Quando affermi di preferire la memoria alla nostalgia, tocchi una questione decisiva. La nostalgia addolcisce il passato e lo trasforma in spettacolo. La memoria, invece, restituisce dignità alla verità storica, anche quando è scomoda. Ricorda la povertà, la fatica, l’emigrazione, le ingiustizie, ma anche i saperi, le relazioni e le forme di solidarietà che abitavano quel mondo.
Leggendo le tue parole mi è tornato in mente Gramsci, quando invitava a distinguere tra popolo e folklore. Per lui la cultura popolare non era un repertorio di curiosità da esibire, ma una visione del mondo, una forma di esperienza storica. Oggi sembra accadere il contrario: ciò che resta delle culture popolari viene spesso ridotto a prodotto turistico, a marchio identitario, a intrattenimento. La tarantella diventa spettacolo, il dialetto diventa slogan, la tradizione diventa confezione.
Anche Marx probabilmente riconoscerebbe in questo processo una forma di mercificazione. Il capitalismo non si limita a organizzare il lavoro e l’economia: tende a trasformare in merce ogni cosa, compresa la memoria. Così ciò che nasceva dalla vita concreta delle persone viene separato dal suo contesto e rimesso sul mercato come prodotto da consumare. Non si vendono più soltanto beni, ma identità, appartenenze e radici.
Le tue riflessioni richiamano anche Fromm. Quando descrivi una società rinchiusa nei propri schermi, nei codici digitali, nei centri commerciali, sembra di ascoltare la sua critica a un mondo che ha sostituito l’essere con l’avere. Le culture locali non muoiono soltanto perché qualcuno le aggredisce dall’esterno; muoiono perché gli esseri umani vengono progressivamente allontanati dalle relazioni vive che le generano e le mantengono.
E poi c’è Pasolini. Forse è la presenza che più si avverte dietro le tue parole. Pasolini vedeva nella modernizzazione consumistica una forza capace di distruggere in pochi decenni mondi culturali costruiti in secoli di storia. Non perché fossero perfetti o innocenti, ma perché erano umani. La sua denuncia non era nostalgica; era la denuncia di una perdita antropologica. Leggendo questa intervista ho avuto l’impressione che tu stia raccontando qualcosa di simile: non la fine di una tradizione, ma la scomparsa di una pluralità di modi di vivere, di parlare, di pensare e di sentire.
Eppure, nonostante tutto, il tuo lavoro testimonia che la memoria può essere una forma di resistenza. Non una resistenza rivolta al passato, ma al presente. Ricordare significa opporsi all’omologazione. Significa rifiutare che la storia venga ridotta a marketing e che l’identità venga trasformata in un marchio commerciale.
Forse la domanda che emerge dalla tua intervista non riguarda soltanto la Calabria. Riguarda tutti noi.
Che cosa resta di una comunità quando perde la propria memoria?
E soprattutto: è possibile costruire un futuro diverso senza conoscere davvero la storia di chi siamo stati?
Per questo considero il tuo lavoro non soltanto un’opera di ricerca o di divulgazione culturale, ma un atto politico nel senso più alto del termine: un invito a sottrarre la memoria alla dimenticanza e alla mercificazione.
Con stima e gratitudine”
“Cercheranno di romperti le ossa ma tu vai diritto”, così viene esortato Ettore Castagna.
Abituato come sono ad essere multitasking, anche se poi di fatto si tratta di task-swiching, mentre mi trovavo in un Centro Commerciale mi risuonavano queste parole. Davanti a me c’era un cartello “poisson sans arêtes ” che sta a significare “pesce senza spine” ma potrebbe essere senza spina dorsale. Ed ecco lo swich: l’arêtes , cioè la spina dorsale fa stare diritti, la schiena dritta è della persona che possiede forza interiore e carattere.
Ed ecco che scatta la molla della ricerca etimologica, sovrastata in questo caso da un’associazione immaginativa, da una suggestione fonetica, con la parola greca areté – ἀρετή che richiama la virtù,. l’eccellenza, la forza morale, Per i filosofi come Platone e Aristotele, significava realizzare pienamente la propria natura e vivere secondo ragione.
L’associazione tra “spina dorsale” e “virtù” può essere una suggestiva interpretazione simbolica, ma non riflette l’origine delle parole.
Comunque Ettore Castagna ha dimostrato di possedere sia l’arête che l’areté









