Lotta alla mafia/ La Lombardia nella morsa della 'ndrangheta

INCHIESTA SULLE MAFIE IN VALPADANA (1)

Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, Basilischi o Quintamafia

Un convegnista, durante un meeting culturale in un salone dell’ex Provincia di Reggio Calabria stipata come le sardine, negli Anni Novanta del XX° secolo, formulò un’ipotesi: “Secondo me, la mafia è nata con l’uomo e con l’umo morirà”.

Apriti cielo ! Un brusio dissenziente si levò per tutto l’auditorium.

Il gotha non solo reggino, del fenomeno mafioso, presente a quella tavola rotonda, storse il naso.

Per loro, le mafie erano nate nel Milleottocento; ed al massimo, fine millesettecento.LA 'NDRANGHETA PARLA BRESCIANO |

Fermo restando la ‘favola’ dei tre fratelli spagnoli, membri della Garduña, fuggiti da Toledo nel 1412, per vendicare l’onore della sorella violata; fondarono, Osso ‘Cosa Nostra’ in Sicilia, Scarcagnosso la ’Ndrangheta in Calabria e Mastrosso, la ‘Camorra’ in Campania.

Sbarcarono nell’isola della Favignana,  su una barca a vela Il primo rappresenta Gesù Cristo, il secondo San Michele Arcángelo, e il terzo a San Pietro.

Scelsero come rifugio cave di argilla, dove rimasero nascosti per 29 anni, 11 mesi e 29 giorni.Si costituisce il boss Salvatore Barbaro, pioniere della ...

Alcuni studiosi del fenomeno sono convinti che le mafie, con varia denominazione, si siano sviluppate in tutto il mondo a partire dal periodo Neolitico.

Comunque già cinquemila anni fa gli Assiro Babilonesi ed i Sumeri, conoscevano la ‘faida’, legge del taglione o “Occhio per occhio, dente per dente”, uno dei fondamenti delle mafie.

Tramandata attraverso la scrittura cuneiforme ed il Codice di Hammurabi.A Romano di Lombardia incontro su “La mafia in Lombardia e a ...

Su un punto, concorda la maggior parte degli addetti ai lavori; le mafie si sono sviluppate durante il Risorgimento , nell’Era Fascista e Repubblicana, al seguito delle ondate migratorie nei cinque continenti.

In Italia, anche con l’istituto del soggiorno obbligato, nelle regioni del nord Italia.

Tra i primi Pesce Savino, fratello di don Peppino ‘Unchia’, per un certo periodo ‘capo dei capi’.

 

Dice www.wikimafia.it: “Nel 1954 Giacomo Zagari lascia San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro, per stabilirsi a Galliate Lombardo, piccolo comune in provincia di Varese; nel varesotto a Malnate. Sin dal suo arrivo a Galliate, Zagari diviene un punto di riferimento per i calabresi della zona. Nella campagna del varesotto trova subito lavoro nell’edilizia, ma le sue attività principali sono altre, dal contrabbando alle rapine, nonché i delitti su commissione.”Operazione “Wall Street”. Quando la Lombardia scoprì la 'Ndrangheta

La Repubblica scriveva negli Anni Novanta:” IN MANETTE AL NORD I CAPI DELLA ‘ NDRANGHETA

“MILANO – Hanno spadroneggiato per trent’ anni organizzando sequestri, uccidendo ostaggi, avversari e pentiti, taglieggiando i commercianti, riciclando i soldi nel traffico di cocaina e in imprese commerciali grazie a complici incensurati. Varesotto e comasco erano la loro “Isola felice”, per omicidi e affari, fin dagli anni Sessanta. E appunto “Isola felice” era denominata l’ operazione scattata ieri all’ alba, dopo quattro anni di indagini dei carabinieri dei Ros su 155 affiliati alla ‘ ndrangheta da tempo residenti al Nord ma in stretto contatto con le potenti famiglie calabresi dei Pesce e dei Piromalli. Nel corso dell’ operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia sono state arrestate 87 persone – 62 in Lombardia, 6 in Piemonte, 12 in Calabria – ed altri 54 provvedimenti sono stati notificati a detenuti. La potente organizzazione sarebbe responsabile del sequestro e dell’ omicidio nel 1974 di Emanuele Riboli, lo studente di 17 anni di Varese, per il cui riscatto la famiglia pagò 200 milioni e il cui corpo non fu mai ritrovato. Gli stessi uomini avrebbero rapito nel 1976 Cristina Mazzotti, la studentessa comasca trovata morta in una discarica, uccisa dai sonniferi che i suoi carcerieri le somministravano durante i trasferimenti. E ancora, nel 1990, la banda, ritenuta responsabile di 6 tentati sequestri, 19 omicidi e 14 estorsioni, aveva organizzato il rapimento, sempre in provincia di Varese, di Antonella Dellea. Ma proprio quell’ azione, sventata dai carabinieri dopo un conflitto a fuoco nel quale morirono quattro banditi, ha dato lo spunto alle indagini. Mentre si preparava quel sequestro, infatti, era stato arrestato uno degli ideatori, Antonio Zagari. Anche se era finito in cella per una rapina, Zagari era una figura di primo piano dell’ organizzazione e le sue confessioni, con quelle di altri quindici “collaboratori”, hanno permesso di ricostruirne l’ intera struttura. Fu Zagari, figlio del potente boss Giacomo emigrato al Nord una trentina di anni fa, a parlare del rapimento di Emanuele Riboli, figlio di un industriale, ucciso forse perchè aveva riconosciuto i suoi carcerieri. Fu Zagari a rivelare i dettagli dei sei sequestri che l’ organizzazione stava preparando per finanziare una grande campagna di acquisti di cocaina. E sempre Zagari svelò i legami della banda con le famiglie calabresi necessari per trasferire i sequestrati, dopo brevi periodi di prigionia al Nord, in Aspromonte. Nelle confessioni di Zagari i magistrati della direzione distrettuale antimafia Spataro, Musso, Minale e Chiaro hanno trovato le conferme delle informazioni già raccolte dai carabinieri e suffragate dal racconto di altri “pentiti”. Su queste basi il giudice preliminare milanese Maurizio Grigo ha emesso i 155 ordini di custodia cautelare. Tra le decine di persone arrestate ieri in tutt’ Italia, qualche insospettabile e molti pregiudicati. A Torino è finito in manette Domenico Lo Iacono, 69 anni, laureato in lettere e per questo conosciuto come “O’ professore”, che gli inquirenti considerano uno dei capi storici della ‘ ndrangheta della zona di Rosarno e sospettano di aver organizzato il rapimento Mazzotti. L’ organizzazione era autonoma nelle decisioni rispetto alla ‘ ndrangheta calabrese, ma manteneva stretti contatti con la “casa madre” ricevendone, dicono i magistrati, “le linee guida” sia per quanto riguarda i rapimenti che per la punizione dei delatori come nel caso di Antonio Lanceotti, ucciso in Piemonte nell’ 89 perché aveva accusato di gravi reati alcuni esponenti della ‘ ndrangheta.

di CATERINA PASOLINI 15 gennaio 1994 sez. “

Le mani della mafia sulla pianura, tra prostituzione, droga e ...

 

Lo Stato c’è. Ed ha sferrato tutta una serie di operazioni, celebrato anche maxi processi condannato capi e gregari a migliaia di anni di galera; sequestrato e confiscato beni mobili ed immobili per centinaia e centinaia di milioni di euri.

Ma rimase presso che inascoltato, il grido di dolore del viceprocuratore nazionale Vincenzo Macrì e l’allarme rosso, lanciato a più riprese.

“soggiorno obbligato. Introdotto dalla legge 575/1965, prima legge organica in materia di antimafia, il soggiorno obbligato, ha permesso a molti capimafia e semplici affiliati di stanziarsi nei territori del nord e centro Italia. Il provvedimento si è rivelato un grave errore probabilmente dovuto alla poca conoscenza di un fenomeno che appariva, ai tempi, come estremamente collegato al luogo di residenza del mafioso. Il soggiorno obbligato era fondato su un presupposto errato: il mafioso fuori dal suo territorio è un pesce fuor d’acqua. Una grave sbaglio che ha permesso a boss di primo piano di ramificare la propria influenza nei ricchi territori industriali. Ancora oggi paghiamo le conseguenze di quella misura. Alcuni dati della Dia risalenti a metà anni 90 quantificano il soggiorno obbligato dal 1965 al 1993 in 326 soggiornanti obbligati nella sola provincia di Modena. In regione il numero è di gran lunga maggiore arrivando a quota 2305, provenienti da diverse zone d’Italia, di questi ‘segnalati” 1257 provenivano dalle regioni del Sud dove le mafie hanno avuto origine. Interessante, alla luce degli ultimi avvenimenti, è il dato di provenienza regionale dei soggiornanti per cui il 29% proveniva dalla Campania e il 27% dalla Calabria. Una volta insediatisi hanno iniziato a fare affari e a Modena i Casalesi sono riusciti a mimetizzarsi nel tessuto economico da perfetti imprenditori. Dopotutto come ci insegnano le carte investigative la mafia casertana, molto simile, per la sua struttura verticistica, alla cupola di Cosa Nostra, nasce come mafia a vocazione prevalentemente imprenditoriale. Non sono mancati neanche boss e semplici affiliati dei casalesi che ai giornalisti e agli investigatori rispondevano con sprezzante superbia «io sono un imprenditore». Quindi un clan, quello dei casalesi, molto diverso dalla camorra napoletana, una mafia metropolitana, quest’ultima, con conflitti intestini al suo interno dovuti al controllo del territorio in cui prevale l’interesse individuale rispetto all’equilibrio dell’organizzazione. E di affari ne trattano parecchi. L’edilizia nel modenese è fortemente infiltrata dalle imprese dei clan, il sostituto procuratore della Dda di Bologna, aveva denunciato la presenza di 570 imprese edili i cui proprietari provengono da Caserta e zone limitrofe. Altra questione scottante è la questione delle estorsioni a carico dei compaesani. E’ il caso dell’imprenditore edile di Castelfranco, Giuseppe Pagano, gambizzato perche aveva deciso di denunciare, insieme ad altre vittime, gli uomini del clan, facenti capo a Raffaele Diana, capozona per conto del clan nel modenese, latitante tutt’ora inserito nella lista del Viminale dei trenta ricercati più pericolosi. Per quell’intimidazione mafiosa furono arrestati nel 2007 Enrico Diana, nipote di Raffaele Diana, Giuseppe Claudio Virgilio, Rodolfo Spatarella e Antonio Noviello, a quest’ultimo è stato notificato un ulteriore capo d’accusa nell’operazione che ha portato all’arresto i cugini del bar tabacchi, Francesco Cannas e Fiorenzo Santoro, legati alla ‘ndrangheta padrona del traffico di cocaina. Non deve destare stupore il legame tra le due consorterie mafiose, quella casertana e quella calabrese, già messa in evidenza dallo storico calabrese, Enzo Ciconte, il quale in un’intervista proprio alla Gazzetta di Modena aveva dichiarato: «Sicuramente collaborano tra loro (casalesi e ‘ndrangheta), il campo criminale è vasto, sono città più grandi dei paesi da cui provengono e hanno capito che è controproducente farsi la guerra. Si scambiano droga quando uno dei due rimane a secco, si scambiano informazioni. Non sono assolutamente in concorrenza». Ma non è solo l’edilizia la miniera d’oro dei casalesi. Poche settimane fa in un consiglio provinciale straordinario sulle infiltrazioni Ciconte e Musti, Dda di Bologna, avevano denunciato anticipatamente la presenza di bische, camuffate da circoli, protette da porte blindate e telecamere gestite dal clan dei casalesi e grazie alle quali si assicurano un profitto incredibilmente alto che, da come si è appreso dall’ultima operazione Medusa, può essere quantificato in diverse centinaia di migliaia di euro al mese. In sintesi, come ricordavano i due esperti durante il consiglio provinciale, i reati di stampo mafioso commessi a Modena e provincia sono l’estorsione nei confronti di imprenditori campani, le lesioni volontarie a scopo intimidatorio, gli incendi dolosi per punire chi non vuole assoggettarsi al clan, le intimidazioni tramite proiettili lasciati davanti ai cantieri, truffe e fallimenti, il traffico internazionale di droga, il riciclaggio del denaro sporco, le bische clandestine e l’usura, preoccupante piaga sociale che aumenta proprio nei momenti di crisi economica, quando la liquidità scarseggia, le banche faticano a concedere prestiti e le imprese vivono in equilibrio precario.

10 marzo 2009 sez.”

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Soggiorno obbligato

Nella sola Toscana dal 1961 al 1972 ne erano stati inviati 228 che rappresentavano il 9,08% di tutti i soggiornanti.  Firenze 40, Siena 34, Arezzo 30, Livorno 28, Pisa 25, Grosseto 24, Massa Carrara 20, Lucca 14, Pistoia 13, Totale 228.

La regione con maggior numero di soggiornanti era la Lombardia con 376, pari al 15,05%, seguita dal Piemonte con 288, pari all’11,19% e dall’Emilia Romagna con 246, pari al 10,1%.

Il primo di tutti, fu Giuseppe Cucinella luogotenente del bandito Salvatore Giuliano di Montelepre “Condannato a 3 ergastoli e 161 anni di reclusione” era stato rinchiuso nel manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto; dal quale era stato dimesso perché ritenuto “guarito”. Era stato messo in libertà, ma certo non era ritenuto meno pericoloso di prima tanto è vero che sorse il problema di controllarlo, di non mandarlo in giro del tutto libero; di dirottare Cucinella all’Isola del Giglio. La prima “ondata” di soggiornanti obbligati risale al volgere degli anni Cinquanta. La seconda, assai più massiccia,  al decennio successivo, quando nel Veneto ne giunsero 143 : 27 a Vicenza, 25 a Padova, 22 a Rovigo, 21 a Verona, 17 sia a Treviso che a Venezia e 14 a Belluno. A prima vista potrebbero sembrare troppi. In realtà rappresentavano soltanto il 6,06 per cento del totale, che ammontava a 2360 unità. Nelle Marche ne arrivarono 156, in Piemonte 207, in Toscana 228, in Emilia 246, in Lombardia addirittura 372. E come se ciò

non fosse ancora bastato, in seguito, in queste stesse regioni, furono spediti tanti altri boss di un certo calibro, come ad esempio i vari Contorno, Duca, Fidanzati,  Casillo e Piromalli in Veneto. Il business degli stupefacenti che nel frattempo era stato avviato da tre “maestri” di prim’ordine di Cosa Nostra : Lucky Luciano, Frank Coppola e Joe Adonis, “padrini” dalla singolare esperienza che, rimpatriati come “indesiderabili” dagli Stati Uniti per il ruolo svolto nell’escalation del gangsterismo americano, si erano stabiliti rispettivamente a Napoli, a Pomezia (Roma) ed a Milano, posizioni strategiche  che, a poco a poco, permisero di creare le condizioni per lo sviluppo del commercio e del conseguente spaccio dell’eroina in tutta la penisola, Giuseppe Palmeri, il quale, già nel 1970, pur essendo sorvegliato speciale, costituiva nel Padovano il punto di riferimento di un’organizzazione internazionale di trafficanti di stupefacenti siciliani che acquistavano morfina in Medio Oriente, la facevano raffinare in Francia e trasferivano in Italia l’eroina ottenuta per spedirla poi in America per la vendita. In questo contesto, Giuseppe Palmeri  faceva la propria parte avvalendosi della collaborazione di Leonardo Crimi, suo vecchio amico,  soggiornante obbligato a Conegliano, nel Trevigiano, ma originario di Vita, piccolo centro agricolo quasi confinante con Santa Ninfa.

ucciso in una guerra fra gruppi contrapposti; Crimi, che pur essendosi esposto di meno, occupava già un grado ben più alto nell’organigramma mafioso, continuò invece a far carriera. – Nel 1980, esattamente dieci anni dopo, a Trento, prende il via la famosa inchiesta del giudice istruttore Carlo Palermo su traffici che si svolgevano all’ombra della P2. A chi facevano capo? A Karl Kofler, trentino, ed ad  Henry Arsan, siriano, in contatto, a sua volta, con Renato Gamba, titolare di una fabbrica di pistole e fucili, nonché membro del comitato per il controllo delle armi operante presso il Ministero dell’Interno. L’eroina era destinata al consumo nelle zone circostanti, mentre la morfina veniva affidata ai mafiosi siciliani che avevano come punto di riferimento Gerlando Alberti – membro della “famiglia” di Porta Nuova di Palermo gestita da Pippo Calò e “allievo” di Joe Adonis nel periodo in cui era rimasto in soggiorno obbligato in Lombardia – ed ai fratelli Gaetano ed Antonino Grado, cugini di Salvatore Contornola Repubblica/fatti: Arrestato nella notte Piromalli, superboss ...

  • Giuseppe Piromalli nel 1974 nelle Marche a Rocchetta di Fabriano
  • Domenico Tripodo ad Ustica
  • Vittorio Nucera, “trasferito” in Liguria a seguito di provvedimento di “soggiorno obbligato per associazione di stampo mafioso” in quel di Lavagna, in via Cesare Battisti.
  • Giuseppe Cataldo di Locri a Bettola in provincia di Piacenza
  • Agresta Antonio di Platì a Volpiano
  • Mario Ursino da Gioiosa Jonica e Volpiano
  • Domenico Belfiore da Gioiosa Jonica a Volpiano
  • 11
  • Trapani Rimi Vincenzo Capraia (LI)
  • Trapani Zizzo Salvatore Poggio a Caiano (FI)
  • Agrigento Altavilla Giuseppe Lastra a Signa (FI)
  • Agrigento Casà Giuseppe Bibbona (LI)
  • Agrigento Librici Alfonso
  • Castagneto Carducci (LI)
  • Agrigento Macrì Giuseppe Volterra (PI)
  • Caltanisetta Di Dio Giovanni
  • Croce sull’Arno (PI)
  • Caltanisetta Sinatra Calogero Suvereto (LI)
  • Reggio Calabria Galliano Antonio Piazza al Serchio (LU)
  • Reggio Calabria Ieraci Benito Antonio Vaglia (FI)
  • Reggio Calabria Ursino Luigi Murlo (SI)
  • Reggio Calabria Aquino Salvatore Vaiano (FI)
  • Reggio Calabria Brando Rocco Minucciano (LU)
  • Reggio Calabria Cambareri
  • Rocco Montevarchi (AR)
  • REGGIO EMILIA. Nell’ordinanza firmata dal gip catanzarese Domenico Commodoro vi sono nuovi particolari sull’agguato mortale al boss 61enne Antonio Dragone – bidello che nel 1982 giunse a Quattro Castella in soggiorno obbligato – che il 10 maggio 2004 diede una spallata decisiva alla faida fra i clan Grande Aracri e Dragone.
  • Reggio Calabria Cotroneo Carmelo Campagnatico (GR)
  • Reggio Calabria Ferraro Vincenzo S. Maria a Monte (PI)
  • Reggio Calabria Furci Rocco
  • Montelupo Fiorentino (FI)
  • Reggio Calabria Gagliano Giuseppe Poggibonsi (SI)
  • Reggio Calabria Mafrica Eusebio S. Quirico d’Orcia (SI)
  • Reggio Calabria Mammoliti Saverio Rosignano Marittimo (LI)
  • Reggio Calabria Marino Domenico Palazzuolo sul Senio (FI)
  • Reggio Calabria Mellone Ferdinando Roccalbegna (GR)
  • Reggio Calabria Montalto Nicola Castell’Azzara (GR)
  • Reggio Calabria Musolino Natale Fivignano (MC)
  • Reggio Calabria Raso Martino Gambassi (FI)
  • Reggio Calabria Siviglia Natale
  • Castiglione di Garfagnana (LU)
  • Salerno Avallone Arturo Montelupo Fiorentino (FI)
  • Cutro, Antonio Dragone a Quattro Castella (RE)UN MAFIOSO IN SOGGIORNO | CGIL Reggio Emilia
  • Nicotera, Giuseppe Muzzupappa, Reggiolo (RE)
  • Cosenza Luigi Palermo ‘U Zorru a Calusco D’Adda
  • Cosenza, Francesco “Franchino” Perna, Aulla (Macerata)
  • Antonio Dragone da Cutro a Montecavolo fraz. Quattro Castella
  • Don Mico Domenico Tripodo, quando era in soggiorno obbligato ad Avigliana e poi a Linosa; nel 1957 la malavita reggina viene coinvolta dall’operazione Marzano e don Mico viene inviato al confino ad Ustica per 5 anni. Da Ustica il giovane boss scrisse al Questore e al Prefetto di Reggio chiedendo un sussidio, da lui chiamato “mazzetta” poiché non aveva il denaro per potersi mantenere.
  • Savino Pesce, che viene assegnato per un periodo di cinque anni proprio a Buguggiate
  • Il figlio di ‘don Ciccio’, Bruno Nirta, venne ammazzato il 5 dicembre 1986 a Bovalino da due killer mentre era in auto. Nel 1983 fu arrestato per traffico di sostanze stupefacenti e contrabbando di armi, fu spedito al confino ad Arcidosso (Grosseto), a seguito della sospensione del provvedimento tornò in Calabria.
  • Questa misura restrittiva, o precauzionale, utilizzata soprattutto per esponenti della criminalità organizzata, è stata abolita con il referendum dell’11 luglio 1995; L’attuale legislazione prevede, (decreto legislativo n.159/2011) che nei confronti di soggetti pericolosi per la sicurezza e l’ordine pubblico, tra cui gli indiziati di appartenere ad associazioni di tipo mafioso, può essere proposto dal questore, dal procuratore nazionale antimafia, dal procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo di distretto ove dimora la persona e dal direttore della Dia, l’”obbligo di soggiorno” nel comune di residenza o di dimora abituale.
  • Francesco Mancuso, che nell’ ottobre del 1983 aveva preferito dileguarsi per non raggiungere il soggiorno obbligato di Scopa, in provincia di Vercelli
  • Piromalli Girolamo a Capistrello di L’Aquila negli Anni 60
  • Nel settembre 1955, zz fu spedito al confino nei Vestini (L’Aquila).
  • Gaetano Neri. Con la moglie e due figli (di 6 e 9 anni), la vittima risiedeva da circa quattro anni a Pont Saint Martin, dove era stato inviato in soggiorno obbligato; alla scadenza delle misure di prevenzione aveva preferito rimanere a Pont, dove aveva trovato lavoro come muratore;
  • Un pregiudicato di 35 anni, Gaetano Neri, originario di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, venne ucciso il 13 giugno 1991 nei pressi della sua abitazione di Pont Saint Martin, ai confini tra la Valle d’ Aosta e il Piemonte. L’ agguato è avvenuto verso le sei, mentre, come tutte le mattine, Neri era fermo in strada in attesa del pulmino che lo avrebbe dovuto portare al lavoro in un cantiere della zona. Gli si è avvicinata un’ Alfa 75 dalla quale sono stati sparati, con un fucile a pallettoni, alcuni colpi; uno di questi, esploso a bruciapelo, lo ha colpito alla testa.

-Continua