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Il giudice e Serafina

di Ilario Ammendolia

Il luogo dove Serafina nacque non era una frazione del paese, così come la casa non era una vera casa.
Era solo una “casa sparsa” come scrisse l’ufficiale di anagrafe nel momento in cui dovette registrarla. Tre mesi dopo avvolta in un ruvido tessuto di ginestra, la madre la portò in Chiesa, la moglie del sacrestano fu l’occasionale madrina, e così fu battezzata.
La casa era un rettangolo d terra battuta circondato da quattro pareti di argilla senza intonaco e coperta da tegole malferme,
Una finestra senza vetri, una porta malmessa, senza letti. Solo tre giacigli che poggiavano su tavolacci di fortuna. Un focolare con pietra di fiume, due pignatte ed una teglia per la cucina. Poi tanti ganci conficcati nelle travi: uno per la “lumera” , altri per asciugare gli indumenti o per agganciarli quando dentro casa entrava l’acqua e non si potevano lasciare per terra.
Lei era la settima figlia femmina, un solo maschio. Il marito della madre ancor prima che Ella nascesse disse che sarebbe andato a Crotone per lavoro ma non si fece più vedere.
Rimasta sola con tanti bambini, su interessamento dell’ufficiale sanitario che si recava spesso nelle vicinanze della “casa sparsa” per curare il suo castagneto, la madre fu assunta nei lavori di “bonifica” e la bambina conobbe il lavoro quando aveva solo pochi mesi. Era la madre a portarla con sé, così si era procurata una “naca” e, mentre lavorava, l’appendeva a qualche ramo o dentro qualche capanno di fortuna come un fagotto, anzi, spesso, la collocava proprio accanto agli zaini in cui gli uomini portavano il cibo.
Quando Serafina aveva dieci anni pascolava le capre ed era al pascolo anche qual sabato mattina quando arrivò l’ufficiale sanitario con la sua cavalla bianca.
L’uomo smontò da cavallo, parlò con la madre, le consegnò qualche pane di granturco, qualche soldo, un po’ di farina. La madre mandò a chiamare Serafina, le si avvicinò e con le lacrime agli occhi le disse che per qualche tempo avrebbe dormito fuor casa. Avrebbe dovuto seguire il dottore verso il Paese.
In verità né la madre voleva venderla , né il dottore comprarla. Il dottore era un uomo complessivamente mite anche se rigoroso e taciturno. La madre sperava in un avvenire migliore per la figlia.
Così Serafina scalza, con il suo vestito di ginestra, si mise a seguire la cavalla bianca. La madre e le sorelle la guardavano mentre si allontanava, lei si girava …e le lacrime scendevano grosse come grandine, scivolavano nella bocca e sentiva un sapore acre come di sale. Poi gli occhi si riempivano di altre lacrime e vedeva la strada e gli alberi come gli oggetti riflessi nell’acqua del pozzo.
Anche la madre piangeva ma le sue lacrime scendevano verso il cuore e lo restringevano a tal punto che si sentiva soffocare fin quasi a perdere la conoscenza.
Poi, man mano che la cavalla bianca camminava, la “casa sparsa” divenne sempre più piccola sino a sparire e Serafina incominciò a vedere le case del paese, i contadini che rientravano con i loro asini, le mandrie di capre e di pecore, le donne che, come la madre, portavano grossi pesi sulla testa.
La sera fu sistemata nel magazzino che dava nel portone e per la prima volta dormì in un letto vero e con lenzuola bianche, sebbene consunte.25 Aprile a Caulonia, il Comune sposa l'iniziativa dell'Anpi ...
Dormiva tra l’odore delle mele cotogne, delle sorbe appese a rocche sul soffitto insieme a quelle di pomodori “siccagni” ed alle “reste” di cipolle e peperoncini. Il dottore aveva portato Serafina come “regalo” alla figlia che aveva sposato uno dei magistrati più autorevoli del circondario e che tutti giudicavano come una persona seria ed irreprensibile.
Serafina per la prima volta ebbe le scarpe, ne soffrì un poco perché i suoi piedi non erano abituati o, forse, perché non erano proprio della sua misura, ma si abituò presto. Le adattarono i vestiti della sorella più piccola della padrona e, le fecero fare un lungo bagno in una capiente “bagneruola” in alluminio. Quindi le aggiustarono i capelli e Serafina incominciò a sembrare un’altra persona.
Lavorava per la padrona e per i padroncini, complessivamente non la trattavano male ed, a poco a poco, quella lontana “casa sparsa” senza pavimento, le appariva come un brutto sogno.
Aveva da mangiare, la nuova casa era calda di inverno e fresca di estate, il letto soffice. La pelle delle mani e dei piedi della ragazza sembrava rinata.
Gli anni passarono in fretta e Serafina non tardò a crescere. Il vecchio medico diceva che aveva preso l’altezza del padre e la grazia della madre. Era alta, almeno per quei tempi, le guance sembravano colorate, i capelli neri e piuttosto mossi, gli occhi bellissimi, le labbra carnose.
Cresceva come una pianta abituata ad una lunga siccità e poi innaffiata a volontà.
Gli uomini del paese la divoravano con gli occhi.
“Serafina ci lascerà presto” sussurrava la padrona mente vedeva la ragazza venir su in salute e bellezza.
Ma Serafina era rimasta “selvaggia”, come se in un angolo remoto del suo animo fossero rimasti annidati i lunghi silenzi dei pascoli quando restava per ore a guardare il cielo immobile e la natura aspra della montagna.
Quando la sgridavano si chiudeva a riccio e solo qualche volta, una lacrima le sfuggiva rigandole il viso.
Quando Serafina aveva diciassette anni, il padrone, don Nicolino, autorevole magistrato, ne aveva ventidue in più.
Era un bell’uomo, ben vestito e con la barba curata, le mani lisce e le dita lunghe.
La padrona era rimasta incinta per la sesta volta e così avevano deciso di dormire, per qualche tempo, in camere separate.
Una sera in il giudice aveva cenato, quindi era andato al “circolo dei nobili” per una partita a carte, il bicchierino di moscato, il liquore alle fragole, il sigaro profumato.
Poi lentamente si avviò verso casa, infilata la chiave del portone, incominciò a delinearsi nella sua testa un’idea che si era più volte affacciata e che lui aveva prontamente scacciato e con fermezza.
Aprì il portone e lo socchiuse lentamente, iniziò a salire le scale ma…al terzo gradino ci ripensò e ritornò indietro.
Si guardò intorno ed ascoltò in un grande silenzio, il vento che accarezzava il portone.
Toccò la porta dove dormiva Serafina e questa si aprì.
Era buio ma lui conosceva la stanza. Così entrò e si abbassò sul letto, la ragazza si sveglio’ di colpo: “Serafina sono io, fammi un po’ di spazio, sento freddo”. Serafina ubbidì, forse attendeva quel comando, forse lo subì almeno per quella volta.
Il magistrato entrò nel letto dove Serafina era distesa e dopo poco anche nel suo corpo.
Lei si sentiva accarezzare e provava un misto di piacere e terrore. Ubbidiva, forse voleva ubbidire ai comandi sussurrati dolcemente al suo orecchio.
Ad ogni bacio aveva la sensazione di salire una rampa di scale che la portava verso un mondo che da sempre le era sembrato irraggiungibile come il cielo.
Ogni carezza era la conquista di un pezzetto di azzurro , di un angolo di felicità!
Da quella sera furono più le volte che don Nicolino si fermava con Serafina che quelle che saliva le scale.
La cosa andò avanti per più di due anni. Ormai tutte e due non aspettavano altro che quel momento. Durante la giornata, nelle rare volte che il giudice restava in casa, lei non alzava mai lo sguardo e lui faceva finta di ignorarla.
Ma…arrivò un giorno in cui le mestruazione finirono. Serafina non diede alcun peso.
La padrona invece incominciò ad accorgersi che qualcosa non andava nel fisico della ragazza: era spesso pallida, i fianchi sembravano allargati, il seno ingrossato.
I sospetti incominciavano ad esser man mano più consistenti e poi…incominciò a delinearsi l’amara realtà.
La padrona la chiamò , chiuse la porta a chiave e voleva sapere il nome del padre della creatura che la ragazza portava in grembo. Serafina si chiuse nel suo mutismo selvaggio.
Più la padrona gridava più lei restava in silenzio.
La sera rientrò il giudice che era stato “in missione” per qualche giorno.
Tanto la moglie che i suoceri non vedevano l’ora di metterlo al corrente della situazione, sicuri che Egli avrebbe trovato la giusta soluzione al problema.
Lui ascoltò in silenzio e più loro parlavano e più Lui si sentiva mancare il terreno sotto da sotto i piedi , avvertì le gambe vacillare, il respiro divenne affanno.
Poi guardò la moglie e quindi pensò ai figli , ed un attimo richiamò le sue forze per fare quello che ritenne il “suo dovere”.
Così si fece portare dinanzi Serafina e si comportò come solitamente si comportava con gli imputati.
Con voce ferma e severa le intimò : “Chi è stato? Fuori il nome! Parla per Dio..parla o ne subirai tutte le conseguenze!”
La ragazza restava n silenzio, solo gli occhi si velarono di lacrime e sentì un sapore acre in bocca , lo stesso che aveva sentito quando piangendo aveva lasciato la “casa sparsa”.Caulonia - il Territorio della Locride
Ebbe la sensazione che la sua testa si fosse svuotata di colpo e Lei non fingeva ma non ricordava assolutamente nulla.
Guardava l’uomo con la barba ben curata, con le mani lisce, le dita lunghe e non era affatto sicura che quelle mani avessero accarezzato la sua pelle, né che le labbra di Lui, adesso così ostili, avessero baciato la sua bocca e succhiato le sue mammelle.
Guardava quei visi così severi e vedeva il mondo allontanarsi, il sole tramontare di colpo ed oscurare il cielo.
Allora, il magistrato convocò il maresciallo dei carabinieri e con voce ferma disse “ maresciallo mi affido alla sua discrezione ma voglio sapere chi è stato!”
Il maresciallo ritornò dopo tre giorni con un lungo elenco di indiziati, ma il giudice tagliò corto “lasciamo cadere la cosa, ormai si farà qual che si deve fare..”
Quella notte Serafina guardava le sorbe appese al soffitto ma non sentiva più l’odore, il letto era diventato freddo e lei si sentiva mancare.
All’indomani Serafina rivide ancora la schiena della cavalla bianca mentre lasciava il palazzo per ritornare verso la “casa sparsa”, verso ma miseria nera, verso la perdizione.
Vide il “palazzo sparire alle sue spalle, il paese diventare sempre più piccolo e dopo qualche ora era già in quel rettangolo di terra battuta insieme alla madre ed alle sorelle rimaste in quella “casa”.
L’incubo dei suoi sogni diventava realtà!
Ritornò al pascolo con le poche capre! Una notte di vento e di grandine si sentì male e venne al mondo il suo bambino. Fu la madre a scegliere il nome perché lei da quando aveva fatto ritorno non aveva detto una sola parola.
Poi un giorno mentre era seduta sull’erba a guardare le capre da dietro la siepe sbucò un uomo. Uno che abitava in una “casa sparsa” come lei e non le chiese come don Nicolino di spostarsi ma Le fu sopra come una furia. Sentiva le mani screpolate e dure sulla sua pelle, la barba ispida sul petto, le unghie conficcarsi nelle carni, un repellente odore di sudore e di sporcizia.
Il giorno dopo aspettò il momento di esser sola in casa e strinse forte il suo bambino al petto, bagnandolo con tante lacrime che venivano fuori come se tutto il sangue si fosse trasformato in pianto. Qualche giorno dopo, le campane di una Chiesetta di campagna annunciavano la sua morte.
Nelle stesse ore, don Nicolino si preparava a pronunciare una sentenza….. “secondo giustizia” .”

Per gentile concessione dell’autore

N.B. La  foto in evidenza è tratta da ‘La Riviera web’ (larivieraonline.com); le altre, da internet