Maurizio Punturieri

 

In uno sfacciato e soleggiato mezzogiorno d’estate, l’emozione prese il sopravvento sulla calura che ardeva le strade…il giovane cronista era tornato…il Sud lo aveva inghiottito di nuovo…era un giorno senza tempo e senza data…ciondolava per le strade deserte e sfaldate e da ogni dove si fondevano profumi e melodie…dalle finestre aperte di case apparentemente disabitate le radio diffondevano melodie senza fine…gli anni ‘70…i ritmi semplici, mielosi, amori cantati e ricantati, atmosfere sognanti…è nell’aria l’odore, il sapore della salsa di pomodoro, delle tavole apparecchiate…era il solito Sud senza tempo quello che aveva incontrato due anni prima e che lo aveva inghiottito e trasformato…un Sud morboso, caldo, intimo, probito, passionale, vorace…un Sud che gli aveva assorbito ogni anima, ogni respiro…un Sud in cui voleva morire e perdersi ed a cui aveva già ceduto l’anima…una melodia lo colpì…una melodia semplice e popolare che veniva dagli anni ‘70 e che portava con sè tante storie…le gazzose bevute risalendo dal mare, i primi baci, la canottiera bianca sui calzoncini da bambino, l’odore delle melenzane fritte, il motorino, il calore di uno sguardo appena incrociato…un passato che lo accompagnava e gli faceva vivere il presente senza peso, in modo onirico, entusiasmante come se fosse eterno e senza tempo…al di là di tutto, dei pensieri, dei dolori, delle gioie…un mondo sospeso, senza tempo in cui si annullava…ma, in fondo, era questo il Sud che al giornale interessava fosse descritto…il Sud della sua anima ribelle