Come ogni 25 marzo, mentre la luce si allunga sui profili dell’Aspromonte e il mare torna a respirare quieto, si è ripetuta una storia antica. È stato il viaggio della Madonna di Porto Salvo, un cammino che attraversa i secoli e unisce due comunità nel segno della fede e della memoria.
Nel giorno dell’Annunciazione della Madonna, hanno preso avvio i riti religiosi in onore della SS. Madonna di Porto Salvo. In questa occasione, la sacra effigie ha lasciato il Santuario di Melito di Porto Salvo per essere accolta dalla comunità di Pentedattilo, dove rimarrà per un mese intero.
Si tratta di una tradizione secolare, che si rinnova ogni anno per antico voto della famiglia marchesale Alberti di Pentedattilo. Il quadro viene portato in processione dapprima dai portatori di vara del rione Marina e successivamente affidato ai portatori pentedattilesi, che lo conducono fino al borgo antico.

Qui l’effigie sosta per un mese, durante il quale Pentedattilo si anima di numerose iniziative, sia religiose che civili, dedicate alla Madonna. È un tempo sospeso, quasi fuori dal tempo, in cui il borgo si veste di devozione e di attesa: il popolo accorre con fede e speranza, affidando alla Vergine le proprie preghiere, i silenzi, i desideri più profondi. L’ultimo sabato di aprile, infine, la sacra effigie fa ritorno in processione al Santuario di Melito di Porto Salvo, chiudendo un cerchio che ogni anno si rinnova, come un respiro antico che unisce terra, mare e cielo. Ma le radici di questa devozione affondano in un tempo lontano, fatto di storia e leggenda, di dolore e di grazia.
L’origine della chiesa-santuario di Porto Salvo a Melito risale al 1680, quando fu edificata per volontà del marchese Domenico Alberti di Pentedattilo. Ancora oggi, tra le sue mura, è custodita con amore e reverenza l’effigie della Madonna di Porto Salvo, un dipinto che sembra portare con sé il profumo del mare e il mistero dei secoli. Secondo i racconti popolari, il venerato quadro — databile al Cinquecento — giunse sulle rive di Melito dalla lontana Turchia, approdando tra le onde nei primi anni del Seicento. Ma non fu un semplice viaggio: fu, per molti, un segno. Si narra che, durante un’incursione turca lungo la costa di Melito di Porto Salvo, allora marina di Pentedattilo, una donna fu rapita e condotta in schiavitù. Nella lontananza e nella sofferenza, non smise mai di pregare la Madonna, affidandole ogni giorno il suo dolore e la speranza di rivedere la sua terra. E come accade nelle storie in cui la fede si intreccia con il destino, giunse
il giorno del ritorno. La donna, finalmente libera, tornò tra le umili capanne dei pescatori, con il cuore colmo di attesa. Tra un gruppetto di bambini riconobbe suo figlio. In quell’abbraccio si compì la grazia, silenziosa e potente, come il mare all’alba.

Si racconta che proprio in quegli stessi giorni i turchi si dismessero di una magnifica tela: la Madonna, circondata da un coro di angeli, vegliava su una nave tra le onde in tempesta, con uno sguardo colmo d’amore.
Un’immagine che parlava di protezione, di ritorno, di salvezza. Gli abitanti, inizialmente diffidenti, rifiutarono quel dono e lo gettarono in mare. Ma il mare, custode di misteri, non lo accolse. Il quadro non affondava: galleggiava, tornando ogni volta allo stesso punto della riva, come guidato da una volontà invisibile. Fu allora che compresero. Quel ritorno ostinato, quel viaggio senza fine verso la stessa spiaggia, non era un caso, ma un segno. Un richiamo silenzioso, una presenza. E così decisero di costruire una chiesa proprio lì, dove il mare aveva restituito il suo dono. Un luogo in cui la terra accoglie il cielo, e la memoria diventa preghiera.

Da allora, la Madonna di Porto Salvo continua a vegliare su questo lembo di costa, tra vento e onde, tra fede e leggenda, accompagnando il cammino di un popolo che, ancora oggi, le affida il proprio cuore.
Lungo tutto il tempo che intercorre tra il 25 marzo e il giorno della festa, la chiesa di Pentedattilo diviene meta di un pellegrinaggio incessante, un cammino dell’anima che non conosce sosta. Giorno dopo giorno, fedeli giungono da ogni luogo, portando con sé preghiere, promesse e speranze. E poi arrivano i giorni della novena, i più intensi, i più intimi. Nella piccola comunità raccolta tra le pietre antiche del borgo, si levano nell’aria i canti dialettali della tradizione: voci dolci e profonde, che sembrano nascere dalla terra stessa e salire verso il cielo, intrecciandosi al vento della sera. All’imbrunire del venerdì che precede il sabato della festa, Pentedattilo si raccoglie in un silenzio colmo di attesa. Viene celebrata una solenne Eucaristia, e subito dopo la luce delle candele accompagna la processione lungo le vie del paese. La notte non è più notte,
ma veglia: una lunga preghiera condivisa, che attraversa le ore fino al primo chiarore dell’alba. E mentre la tradizione continua a vivere, anche il presente si intreccia con essa, custodendola e accompagnandola.

Quest’anno, lo scambio tanto atteso tra i portatori melitesi e quelli pentedattilesi avverrà, come da tradizione secolare, presso la Fiumara Tabacco di Annà di Melito Porto Salvo, luogo simbolico e profondamente radicato nella memoria collettiva. Nonostante le difficoltà e i lavori di bonifica in corso, è stato possibile restituire, anche se per un tempo limitato, questo spazio alla sua funzione più autentica: quella dell’incontro. È stato concesso infatti un dissequestro temporaneo, affinché la vara e i fedeli possano attraversare quel tratto e rinnovare un gesto che appartiene all’anima di questa terra. Così, ancora una volta, il greto del torrente tornerà ad essere teatro di fede e di appartenenza, dove mani diverse si incontrano per sorreggere lo stesso peso, lo stesso amore, la stessa devozione. È un segno forte, quasi un sussurro del tempo: le tradizioni resistono, si adattano, ma non si spezzano. E in questo cammino condiviso, la fede continua a farsi strada insieme alla responsabilità, invitando ogni cuore a partecipare
con rispetto, consapevolezza e cura. Perché non è solo una processione: è una storia che continua a vivere, passo dopo passo, nel battito di un popolo. E quando la processione si dissolve e i passi tornano a farsi silenzio, resta qualcosa che non si vede ma si sente: una presenza lieve, come il vento che sale dal mare. È la memoria di un popolo che continua a credere, a tramandare, a custodire. Perché certe storie
non finiscono: ritornano, come le onde, come la fede, come quella tela che un giorno scelse la riva e non l’oblio.









