Appena giunta a Villa Zephyros, ciò che più mi ha colpita non è stato soltanto lo splendore delle sue architetture musive o il bianco lucente delle sue mura sospese tra cielo e mare. Prima àncora della bellezza, è arrivata un’altra sensazione, più sottile e profonda: un’energia buona, antica, quasi familiare, capace di avvolgere il visitatore come il vento dolce dello Ionio nelle sere d’estate. Ad accogliermi, con quella rara gentilezza, che appartiene ai luoghi dove la memoria è ancora sacra, sono stati la Dott.ssa Severina Carteri, lo scultore Domenico Carteri e la loro dolcissima mamma, anime custodi di questo straordinario universo artistico, incastonato nel cuore della Locride.

I due fratelli incarnano, ciascuno a modo proprio, la voce più autentica della Calabria grecanica. Figure profondamente attive nel panorama culturale del territorio, hanno dedicato la loro esistenza alla salvaguardia delle radici storiche della Magna Grecia e della comunità greca di Calabria, trasformando la memoria in una forma concreta di resistenza culturale.

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Domenico lo fa attraverso la materia: scolpendo, modellando, dando forma alla pietra e ai mosaici come se volesse trattenere il respiro degli antenati dentro ogni opera. Le sue sculture sembrano emergere direttamente dalla terra ionica, custodendo il silenzio delle civiltà antiche e il linguaggio arcaico della tradizione pastorale grecanica. Severina, invece, porta avanti la stessa missione attraverso la parola e la divulgazione culturale. Nelle sue narrazioni rivivono la lingua grecanica, i rituali del mondo contadino, i saperi tramandati dalle donne e dagli anziani di queste terre sospese tra Oriente e Mediterraneo. La sua opera di promozione culturale appare come un ponte delicato tra passato e presente, tra memoria e futuro.

Fin dai primi istanti trascorsi a Villa Zephyros, ho avuto la sensazione che questo luogo non fosse semplicemente una casa-museo, ma un rifugio dell’anima. Un luogo dove arte, identità e spiritualità mediterranea convivono in armonia, mentre il vento continua a raccontare, tra gli ulivi e le maioliche, l’eco lontana della Magna Grecia. Le sue linee si fondono naturalmente con il paesaggio circostante, come se fossero emerse dalla roccia. Ovunque riaffiora la grecità di Calabria: nei mosaici, nelle simbologie arcaiche, nei richiami alla civiltà mediterranea, che continua ad abitare l’anima di queste terre.

Le mura suonano il ritmo eterno delle stagioni, attraverso frammenti di maioliche policrome assemblate, secondo antiche tecniche musive. Non semplice decorazione, ma un linguaggio poetico, che sfida il tempo e le intemperie. Ogni superficie della villa sembra vibrare di una spiritualità antica, come se la materia stessa custodisse un racconto millenario.

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Villa Zephyros nasce circa trent’anni fa dal dialogo interiore tra la sensibilità visionaria di Carteri e le suggestioni di grandi maestri dell’architettura come Frank Lloyd Wright e Marcello Piacentini. Eppure, ciò che prende forma a Ferruzzano sfugge a qualunque definizione stilistica: è un universo onirico e mediterraneo, dove arte e paesaggio si fondono senza confini. L’esperienza artistica di Domenico Carteri affonda le proprie radici negli anni trascorsi, presso gli Scavi archeologici di Pompei, dove l’artista ha lavorato nel restauro di reperti romani e greci, apprendendo la complessa tecnica dei calchi in gesso, cemento e acqua utilizzata per restituire forma agli esseri umani, agli animali e agli oggetti sepolti dalla cenere. Da quella esperienza nasce il suo rapporto quasi sacrale con la materia: la convinzione, che ogni frammento custodisca una memoria invisibile pronta a riaffiorare. È forse proprio a Pompei, che Carteri impara ad ascoltare il silenzio della pietra, a riconoscere nelle crepe della materia il battito nascosto del passato. Un sapere antico, che oggi riaffiora nelle pareti musive di Villa Zephyros, nelle sue sculture monumentali, nei simboli, che sembrano emergere da una civiltà mai davvero scomparsa. Le sue opere non appaiono semplicemente costruite: sembrano riportate alla luce, come reperti dell’anima mediterranea restituiti al presente.

Salvino Nucera

Padre Kosmas

Durante l’incontro con l’artista, si ha la sensazione di entrare non soltanto in una casa-museo, ma in una dimensione interiore. Carteri apre il suo studio creativo come si aprirebbe un tempio della memoria: uno spazio magico e silenzioso dove le visioni lentamente prendono forma. Tra bozzetti, materiali e opere, emerge prorompente il busto dedicato al professore e studioso dei Greci di Calabria – Salvino Nucera, destinato a essere inaugurato presso il Municipio del comune roghudese. L’artista racconta con voce intensa anche la nascita della grande scultura collocata all’ingresso di Roghudi, sulla rotatoria, che accoglie il viaggiatore come una soglia simbolica verso l’area grecanica. Un’opera monumentale, che diventa un emblema identitario. Per Carteri, infatti, l’arte non è mai separata dalla memoria collettiva. Ogni scultura, ogni mosaico, ogni figura modellata nella materia rappresenta un tentativo di sottrarre all’oblio il patrimonio spirituale della civiltà grecanica. “Tenere salde le radici, diventa allora non uno slogan, ma una forma di resistenza culturale, un atto d’amore verso la propria terra” – ha esordito l’artista.


Questo stesso sentimento attraversa anche una delle opere editoriali di cui l’artista parla con orgoglio, il volume: “Piante officinali del Mediterraneo” — Θεραπευτικά Φυτά της Μεσογείου —realizzato insieme agli studiosi: Orlando Sculli e Gennaro Salvatore Dieni, con prefazione di Francesco Macrì e Guido Mignolli. Pubblicato da Rubettino Editore e presente attualmente al “Salone del Libro” di Torino, il tomo rappresenta molto più di un semplice repertorio botanico. È un viaggio antropologico, dentro un mondo contadino ormai quasi scomparso, quello che fino al secondo dopoguerra custodiva un sapere antico, fondato sul rapporto armonioso tra uomo e natura. Attraverso schede semplici e preziose, l’opera racconta come le comunità rurali affrontassero la cura del corpo e delle malattie, grazie all’uso delle piante officinali, tramandando conoscenze secolari di generazione in generazione. Ma il libro narra anche la vita quotidiana delle famiglie grecaniche: il lino seminato nei campi e trasformato in filato, per gli abiti femminili; la lana cardata, filata e tinta dalle donne prima di essere tessuta al telaio domestico; i colori naturali ricavati dalle piante tintorie; la seta custodita nelle filande delle famiglie più agiate. È il racconto di una civiltà lenta, rituale, profondamente legata alla terra e ai suoi cicli. Attraverso approfondimenti scientifici accessibili e immagini evocative, la scrittura restituisce dignità a un patrimonio culturale, che rischiava di dissolversi nel silenzio del tempo. Le piante diventano così memoria vivente del Mediterraneo: custodi di cure, simboli, tradizioni e spiritualità. Ed è forse proprio questo il cuore dell’opera di Domenico Carteri: la volontà di trasformare la memoria in materia viva. Dunque, tra il canto del vento e le pietre trasformate in arte dal maestro Carteri, la Magna Grecia riaffiora come un sogno antico, che rifiuta di svanire.

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Ogni mosaico custodisce una storia, ogni scultura trattiene un frammento d’anima, ogni angolo della villa racconta l’amore ostinato, per una Calabria autentica, profonda, ancora capace di parlare al cuore. E forse è proprio questo il dono più prezioso di Villa Zephyros: ricordarci, che le civiltà non muoiono davvero finché qualcuno continua a custodirne il respiro. Finché, esisteranno mani capaci di modellare la memoria e occhi pronti a riconoscerne la bellezza, i greci di Calabria continueranno a vivere nel vento, nei racconti poetici, nelle pietre, nelle erbe selvatiche e nella luce infinita dello Ionio. Lasciando Ferruzzano, resta addosso una dolce malinconia, come accade dopo certi sogni, che non si vorrebbero interrompere mai. E nel silenzio del ritorno, pare quasi di udire ancora Zefiro attraversare le verande musive della villa, portando con sé l’eco lontana degli dèi antichi e delle parole perdute del Mediterraneo.

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Di Redazione: Articolo precedente: “Domenico Carteri: l’arte come identità viva tra memoria greca e visione contemporanea” di Elio Cotronei – © foto

Il cognome Carteri non ha un’etimologia greca certa e documentata, ma ci sono alcune ipotesi interessanti che collegano il nome sia al mondo latino-bizantino sia all’area greca dell’Italia meridionale.

Le fonti onomastiche italiane indicano soprattutto due possibili origini:

  1. dal nome tardo-latino Carterius;
  2. oppure da un mestiere legato alla “carta” (cartaro/cartiere, cioè fabbricante o commerciante di carta).

Nel primo caso, il nome Carterius compare anche nell’ambiente cristiano orientale: esiste infatti un San Carterio/Carterius della Cappadocia (Asia Minore greca in età bizantina). Questo rende plausibile un collegamento con la tradizione greco-bizantina.

Inoltre, la distribuzione del cognome in Calabria meridionale — specialmente nell’area reggina come Africo e Brancaleone — è significativa perché quelle zone appartengono storicamente alla cultura grecanica, cioè alle antiche comunità di lingua greca dell’Aspromonte.

Possibile collegamento greco

Se il cognome ricorre in località greche o grecaniche, potrebbe derivare da una forma ellenizzata del tipo:

  • Καρτέρης (Kartéris)
  • Καρτερός (Karterós)

dal greco:

καρτϵρος  (karteros)=  forte  ,  saldo  ,  tenace\kappa\alpha\rho\tau\epsilon\rho\omicron\varsigma\;(karteros)=\;forte\;,\;saldo\;,\;tenaceκαρτϵρος(karteros)=forte,saldo,tenace

Il termine greco karterós significa infatti:

  • forte,
  • resistente,
  • perseverante.

Da questa radice derivano parole greche come:

  • καρτερία (kartería) = perseveranza, fermezza.

È quindi possibile che Carteri sia una forma italianizzata o dialettale collegata a un soprannome greco-bizantino riferito a una persona “forte” o “tenace”.

Però serve cautela

Non esiste oggi una prova filologica definitiva che il cognome italiano Carteri derivi direttamente dal greco karterós. Le fonti genealogiche più prudenti parlano soprattutto della derivazione da Carterius o da mestieri legati alla carta.

Tuttavia:

  • la presenza del cognome in aree grecaniche della Calabria,
  • i contatti storici con Bisanzio,
  • e la somiglianza con il greco Καρτερής/Karteris

rendono l’ipotesi greca culturalmente e linguisticamente plausibile.