“Educare è un atto d’amore: verso la conoscenza, le nuove generazioni, il futuro”
Parlare di sé non è mai un esercizio neutro: ogni parola oscilla tra il rischio dell’enfasi e quello della prudenza. Consapevole di questo equilibrio sottile, la Dirigente Scolastica Caterina Autelitano sceglie di raccontarsi attraverso le tappe decisive del proprio percorso professionale, guidata da una visione che richiama il pensiero di Jean-Paul Sartre: “Noi siamo ciò che facciamo di ciò che gli altri hanno fatto di noi”. Non un destino già scritto, ma un’identità che prende forma nelle scelte e nelle responsabilità assunte nel tempo.
Il suo cammino inizia negli Istituti salesiani, dove matura una solida preparazione culturale: la scuola media presso l’Istituto “Caterina Marzano” di Bova Marina e l’Istituto magistrale “Maria Ausiliatrice” di Soverato. Diplomata a 17 anni, a 18 è già nei doposcuola e nei corsi di scuola popolare. Come ama ricordare, è passata quasi senza soluzione di continuità dai banchi alla cattedra. Parallelamente frequenta l’Università degli Studi di Messina, conseguendo nei tempi regolamentari la laurea in materie letterarie, cui segue una seconda laurea in Pedagogia. L’anno della prima laurea coincide con l’immissione in ruolo
nella scuola dell’infanzia, a seguito di concorso per titoli ed esami. Insegna per sei anni, poi transita nella scuola elementare, dove rimane per altri cinque.
Sono anni di studio intenso e crescita continua: corsi di formazione in didattica, comunicazione e pedagogia, spesso seguiti a proprie spese e fuori sede; incarichi di formatrice sui nuovi programmi di Scienze nella scuola primaria; numerose abilitazioni conseguite con preparazione autonoma. Una tensione costante al miglioramento, che culmina con la vittoria del concorso nazionale per Dirigente Scolastica (allora Direttrice Didattica) a soli 34 anni.
La prima sede è Seriate, in provincia di Bergamo, cui si affianca Sorisole. È un anno di prova complesso: giovane, meridionale, priva di esperienza dirigenziale, deve dimostrare sul campo competenza e autorevolezza. Ricorda ancora il sospetto iniziale e il pregiudizio, sciolti solo dal rigore del lavoro quotidiano. Tutti gli atti amministrativi sono redatti personalmente, in un’epoca priva di internet o strumenti digitali di supporto. Al termine dell’anno riceve una valutazione altamente lusinghiera. Rientrata in Calabria, guida scuole in contesti territoriali complessi: Platì, Brancaleone (con reggenza ad Africo), Motta San Giovanni–Lazzaro, divenuto poi Istituto Comprensivo, dove resta per sedici anni.
Successivamente assume la dirigenza dell’IIS “Francesco La Cava” di Bovalino, istituto articolato in diversi indirizzi liceali e professionali, realtà complessa e sfidante che accompagna fino al pensionamento nel 2020, dopo 48 anni di servizio.
Parallelamente, svolge attività di formatrice nei corsi di preparazione al concorso magistrale e al concorso per dirigenti scolastici, nonché nei percorsi per docenti in anno di prova. Molti insegnanti sono entrati in ruolo grazie a quei percorsi; alcuni sono oggi dirigenti scolastici.
Alla domanda che le rivolgo — cosa l’ha spinta verso la dirigenza? — la risposta è limpida e incisiva: il desiderio di guidare la crescita di un “pensiero che pensa”. Non una semplice formula, ma l’idea di una scuola come laboratorio permanente di consapevolezza, dove il pensiero si alimenta di ascolto, incontri e confronto, generando libertà, autonomia e spirito critico.
La sua visione non si arresta alle definizioni formali. Non soltanto “comunità educante”, ma comunità di apprendimento: uno spazio condiviso in cui studenti, docenti, personale e famiglie crescono insieme, intrecciando esperienze e costruendo significati. Perché ciascuno è il risultato degli incontri che attraversa — persone, letture, luoghi, opportunità — e la scuola rappresenta il crocevia privilegiato di questi percorsi. A orientare ogni scelta professionale vi sono stati principi solidi e irrinunciabili: legalità, trasparenza, competenza, ascolto e condivisione. La sua leadership si è forgiata in un equilibrio sottile tra fermezza e prossimità, tra autorevolezza e relazione. Ha compreso che non tutto può essere trasformato, che esistono resistenze oltre la volontà individuale, e che la maturità consiste nel riconoscere il confine tra ciò che dipende da noi e ciò che ci supera.
Le soddisfazioni più autentiche non si misurano in riconoscimenti formali, ma nei cambiamenti silenziosi: un docente che matura professionalmente, un ex studente che torna a ringraziare, un genitore che riconosce la serenità del proprio figlio, una giovane insegnante che la descrive come “un faro”. L’insegnamento più prezioso che consegna è profondamente umano: le relazioni sono il cuore di tutto. L’autorevolezza si costruisce nel tempo, attraverso la coerenza tra parole e azioni. E anche la fragilità, quando è condivisa con autenticità, può trasformarsi in forza generativa.
Innovativa nello sguardo culturale, inclusiva nella cura delle persone, la dirigente Autelitano ha vissuto la scuola non come un apparato da gestire, ma come una comunità viva, in cui il pensiero cresce, dialoga e impara a interrogare sé stesso. Una vita interamente dedicata alla scuola — e alla sua capacità di formare coscienze.
Ecco di seguito l’intervista:
- Percorso professionale e motivazioni
- Può raccontarci come è iniziato il suo percorso nel mondo della scuola e quali sono state le tappe più significative della sua carriera?
Parlare di sé stessi non è certamente un’operazione agevole: per un verso si rischia di cadere nell’autocelebrazione, per un altro verso di attenuare il proprio racconto per timore di agire nel senso primario.
Mi limiterò, pertanto, a tracciare le fasi più salienti del mio percorso di formazione professionale, avendo ben presente la visione di Sartre secondo il quale noi non abbiamo un’essenza naturale
originaria predeterminata ma “Noi siamo ciò che facciamo di ciò che gli altri hanno fatto di noi”. Chi ci definisce, pertanto, sono le nostre azioni, le cose che abbiamo fatto e facciamo.
Dunque, parto dall’inizio.
Ho studiato con profitto presso Istituti salesiani, maturando un’ottima preparazione culturale di base: ho frequentato la scuola media (come si chiamava ai miei tempi) presso l’Istituto “Caterina Marzano”di Bova Marina e la scuola superiore presso l’Istituto magistrale “Maria Ausiliatrice” di Soverato.
Mi sono diplomata a 17 anni e già a 18 anni e, per quattro anni, ho insegnato nei doposcuola e nei corsi di scuola popolare. (Si può dire che sono passata dai banchi di scuola alla “cattedra”). Nel frattempo ho frequentato l’Università di Messina e conseguito, nei tempi regolamentari, la laurea in materie letterarie. Mi sono subito riscritta all’Università per il conseguimento della laurea in Pedagogia. Laurea quest’ultima che ho conseguito dopo 6 anni.
L’anno di conseguimento della mia prima laurea ha coinciso con l’immissione in ruolo nella scuola dell’infanzia, a seguito di partecipazione a specifico concorso per titoli ed esami. Ho insegnato nella scuola dell’infanzia per 6 anni per transitare, successivamente, a seguito di partecipazione a concorso per titoli ed esami, nell’allora scuola elementare. Ho insegnato in questo ordine di scuola per ulteriori 5 anni.
In questo arco temporale ho curato la mia crescita professionale con letture specifiche e con la partecipazione, spesso a mie spese e fuori sede, a corsi di formazione di didattica, comunicazione e pedagogia in generale. Ho tenuto, a mia volta, corsi di formazione sui nuovi programmi per l’insegnamento delle Scienze nella scuola primaria in molti Circoli didattici della Provincia; ho partecipato, con preparazione autonoma, a più concorsi per titoli ed esami conseguendo due abilitazioni per l’insegnamento di lettere alla scuola media, due per l’insegnamento di storia e filosofia nella scuola secondaria di secondo grado e una di pubbliche relazioni sempre nella scuola secondaria di secondo grado. Sono stata ammessa alla prova orale, che non ho sostenuto perché coincidente con la preparazione al concorso direttivo, del concorso per l’insegnamento di italiano, latino e storia nella scuola secondaria di secondo grado. Ho vinto, anche questo con preparazione autonoma, il concorso per titoli ed esami, di ambito territoriale nazionale, a Dirigente Scolastica (allora Direttrice Didattica) a 34 anni. La mia prima sede di servizio è stato il Circolo Didattico di Seriate in Provincia di Bergamo. Ad esso si è affiancato, dopo qualche mese dalla presa di servizio, con assegnazione d’ufficio, il Circolo Didattico di Sorisole. - Il mio anno di prova è stato davvero un bel banco di prova per più ordini di motivi: ho dovuto dimostrare che, anche se giovane per quel ruolo e priva di esperienza, ero in possesso delle competenze necessarie al suo esercizio. Per i primi due mesi sono stata osservata con “sospetto”, accompagnata dal pregiudizio che investe tutti noi meridionali agli occhi degli abitanti del nord: siamo tutti ignoranti e disonesti.
- Ricordo che, a tal proposito, ad uno degli assistenti amministrativi, in servizio nell’ufficio di segreteria, è stato chiesto chi mi scrivesse le circolari, portandolo a rispondere che tutti gli atti amministrativi di mia competenza erano prodotti direttamente da me.
- Ed è proprio corretto dire direttamente: all’epoca non c’era internet o l’intelligenza artificiale a fornire risposte a qualsiasi domanda o modelli pronti all’uso.
- Ho fatto, durante questo mio primo anno lavorativo da Direttrice Didattica, un’esperienza professionale altamente formativa.
- Al termine dello stesso sono stata gratificata da un giudizio di qualifica altamente lusinghiero.
- Dopo un anno, sono rientrata in Calabria con assegnazione di sede di trasferimento al Circolo Didattico di Platì.
- Dopo un anno ho ottenuto il trasferimento al Circolo Didattico di Brancaleone dove sono rimasta per quattro anni con gestione in reggenza (sempre con assegnazione d’ufficio) anche del Circolo Didattico di Africo. Da Brancaleone mi sono trasferita al Circolo Didattico di Motta San Giovanni- Lazzaro, poi divenuto Istituto Comprensivo, dove sono rimasta per 16 anni.
- Per mutamento di incarico da Lazzaro sono stata assegnata all’IIS Francesco La Cava di Bovalino, comprendente più indirizzi di studio: Liceo classico, Liceo scientifico con opzione scienze applicate e Liceo sportivo, Liceo linguistico e Istituto Professionale per i servizi commerciali. Un Istituto complesso e di non facile gestione. In questo Istituto sono rimasta fino al mio pensionamento, avvenuto nel 2020 per limiti di servizio. Sono andata in pensione, riscattando due anni del percorso di laurea, con 48 anni di servizio. Una vita spesa nella scuola!
- Da dirigente scolastica ho tenuto, con regolare autorizzazione, per più annualità, corsi di preparazione al concorso magistrale, al concorso per dirigenti scolastici, ai corsi di formazione per docenti in prova. Molti docenti di scuola primaria sono stati immessi in ruolo a seguito di quei percorsi formativi. Qualcuna è oggi Dirigente Scolastica.
- Cosa l’ha spinta a intraprendere il ruolo di dirigente scolastica?
Riassumo la mia risposta alla sua domanda in una frase lapidaria: il desiderio o l’ambizione di guidare la crescita di un “pensiero che pensa”.
E’ non è una tautologia: “un pensiero che pensa” si nutre di ascolto, di incontri, di condivisione e
costruisce attraverso di essi la propria libertà, autonomia e capacità critica.
E la scuola è il luogo per eccellenza deputato a promuovere questo processo
- Quali valori l’hanno guidata nelle sue scelte professionali e nel suo stile di leadership?
I miei valori di riferimento sono sempre stati: legalità, trasparenza, competenza, ascolto e
condivisione
2. La visione educativa
- Come definirebbe, in sintesi, la sua idea di scuola?
Potrei rispondere alla sua domanda con definizioni burocratiche, standardizzate. Potrei dirle che la scuola deve essere una comunità educante, definizione molto in voga. Ma all’interno di questa definizione non potrei non rilevare che i due termini utilizzati sembrano voler indicare la presenza
di qualcuno che educa a fronte di qualcun’altro che viene educato.
Io invece penso alla scuola, e torno ad una risposta già data, come luogo di crescita del “pensiero
che pensa”, come luogo di apprendimento e di crescita per tutti gli attori coinvolti.
Questo perché penso che tutti noi siamo la forma degli incontri che abbiamo fatto. Intendendo per
incontri, le persone, i luoghi, le esperienze che abbiamo vissuto, le letture che abbiamo fatto.
Ognuno apprende qualcosa da ciò che incontra nel suo cammino.
Dunque, a scuola apprendono tutti. Perciò, definirei la scuola una comunità di apprendimento.
- Quali sono, secondo lei, le competenze più importanti che la scuola del presente deve
sviluppare negli studenti?
Per rispondere a questa domanda potrei utilizzare l’elenco delle competenze chiave fissate
dall’Unione Europea:
competenza multilinguistica e alfabetica funzionale, competenze in matematica, scienze,
tecnologia e ingegneria (STEM), competenza personale, sociale e “imparare a imparare,
competenza digitale, competenza di cittadinanza, competenza imprenditoriale, consapevolezza ed
espressione culturale.
E certamente, la trama veloce del nostro tempo rende tali competenze fondamentali per formare i
cittadini di domani.
Io però ad esse aggiungo che è altrettanto fondamentale che la scuola educhi gli studenti a maturare una buona consapevolezza di sé, la capacità di gestire le proprie emozioni, l’empatia, il pensiero critico e creativo, la capacità di relazionarsi agli altri, di comunicare in modo efficace,
la capacità di trovare soluzioni in modo autonomo e responsabile e quella di saper analizzare le
informazioni per distinguere tra fatti e opinioni. E’ una formazione quest’ultima che si attiva non
solo e non tanto attraverso insegnamenti formali, ma attraverso l’autorevolezza di docenti competenti, capaci di porre in essere strategie didattiche efficaci e un agito professionale che sia
testimonianza di impegno, passione e ascolto, nonché di osservazione ed attenzione verso i
singoli studenti e i loro bisogni di cura, motivazione, incoraggiamento e, a volte, protezione.
Nel corso della mia carriera ho incontrato tanti alunni fragili e affetti da attacchi di panico e tanti
docenti dotati di queste peculiarità.
Li chiamavo scherzosamente “i cavalli di razza”.
Ma, purtroppo, ne ho incontrato anche tanti freddi, frettolosi, distaccati, annoiati, insensibili ai
consigli ed alle sollecitazioni.
Ho sempre pensato che avrebbero dovuto cambiare professione.
- Come si concilia l’esigenza di innovazione con il rispetto della tradizione educativa?
Quando si affronta il problema del rapporto tra tradizione e innovazione si coglie il rischio di ridurre
tutto ad una battaglia, ad una contrapposizione tra vecchio e nuovo, tra chi ha paura della
tecnologia e chi la celebra come soluzione universale.
Io ritengo che questa contrapposizione sia sterile. Ciò che chiamiamo vecchio, la tradizione,
costituisce la struttura portante, l’essenza, il midollo della formazione scolastica. Come tale essa
non può essere sostituita, ma può soltanto tradursi in nuovi linguaggi, in nuove strutture, in nuove
modalità di trasmissione, restando comunque sempre riconoscibile pur nel cambiamento di forma.
3. Gestione e leadership
- Cosa può fare una scuola perché nessuno si senta invisibile?
Spesso, il mancato riconoscimento di sé stessi non è una responsabilità individuale, ma l’effetto di
un ambiente che limita la comunicazione ed esclude alla partecipazione ed alla condivisione.
L’essere umano, infatti, non nasce con un’identità già formata: essa si costituisce attraverso il rispecchiamento, attraverso lo sguardo dell’altro. Già Hegel, nella dialettica servo-padrone della
Fenomenologia dello Spirito, ha mostrato magistralmente come la coscienza di sé emerga solo
attraverso il riconoscimento reciproco, sottolineando anche che questo processo può degenerare
in una lotta per la vita e per la morte quando ciascuno cerca il riconoscimento senza essere disposto a riconoscere l’altro. Tutti abbiamo bisogno del riconoscimento altrui per sapere chi siamo. Questo bisogno ontologico di riconoscimento può trasformarsi facilmente in lotta: quando l’identità dipende dallo sguardo dell’altro, l’altro diventa sia necessario che minaccioso.
Il suo riconoscimento ci costituisce, ma il suo rifiuto ci annichilisce.
La scuola, in quanto comunità di apprendimento, come ho amato definirla, deve essere luogo
privilegiato dove sentirsi visti, accolti e valorizzati. Raggiungere questo obiettivo non è un’operazione semplice: essa richiede molta cura e attenzione nella scelta delle strategie da utilizzare, del linguaggio da usare, dell’approccio interpersonale e delle piccole azioni concrete da porre in essere perché ogni membro della comunità si senta appartenere ad essa. E’ necessario creare un clima favorevole all’ascolto, alla condivisione di visioni valoriali ed educative, alla partecipazione attiva ai diversi percorsi formativi, alla strutturazione di relazioni interpersonali autentiche, alla valorizzazione delle potenzialità di ciascuno che siano docenti, personale ATA o studenti.
Si tratta, insomma, di camminare insieme verso la stessa meta, soffermandosi, quando necessario, per non lasciare indietro nessuno.
–
- C’è un gesto educativo che, secondo lei, può spezzare la catena del bullismo?
Un gesto educativo per spezzare la catena del bullismo?
Mi viene in mente questo: scrivere su una parete dell’aula, a caratteri cubitali, questa preziosa
frase di Nelson Mandela:
“IL RISPETTO PER LA DIGNITÀ DI OGNI INDIVIDUO È ALLA BASE DELLA NOSTRA LIBERTÀ”.
Naturalmente questo è poco più che un gesto simbolico, anche se il valore semantico delle parole
della frase è potente.
Una frase, perciò non basta, di certo.
Bisogna partire dal presupposto che il bullismo, in senso lato, è figlio di una cultura basata sull’intolleranza e stigmatizzazione della diversità, sulla celebrazione sociale del valore della legge
del più forte.
Esso si lega strettamente a giovani che registrano profondi e, spesso non espressi o non
riconosciuti, disagi psicologici: la paura di essere esclusi, l’inadeguatezza a seguire il programma
scolastico, il bisogno e la ricerca dell’ammirazione degli altri.
Per questo, il fenomeno coinvolge anche chi assiste in modo silenzioso ed inattivo, rinforzando
l’azione persecutoria di chi ambisce “al palcoscenico”, alla popolarità.
Essendo un fenomeno molto complesso, non credo possa esistere un “gesto educativo” in grado di
prevenirlo o contenerlo.
Più azioni, invece, possono e debbono essere intraprese. A largo raggio: introduzione sistematica
a scuola dell’educazione emotiva, sentimentale ed alle relazioni; creazione di uno sportello di
ascolto con la presenza di professionisti specializzati.
Nella gestione quotidiana: creazione in classe di un clima armonioso, che favorisca la nascita di
relazioni positive, promuova lo sviluppo di competenze emotive atte a rafforzare la capacità di
mettersi nei panni degli altri; partecipazione a tutte le attività proposte e ai processi di definizione di regole comuni; valorizzazione costante delle diversità individuali; prestazione della massima attenzione alle dinamiche di relazione presenti all’interno della classe e osservazione dei cambiamenti di umore, dei comportamenti dei singoli studenti, intervenendo tempestivamente con ascolto, cura, attenzione, prevenzione, coinvolgimento delle famiglie interessate e della polizia postale in presenza di episodi anche sospetti di bullismo; ricorso, ove ritenuto necessario ed efficace, all’adozione di severi provvedimenti disciplinari per gli autori degli atti di bullismo.
– Quali strategie ha utilizzato per creare un ambiente scolastico positivo e motivante per
docenti e studenti?
Tante e non eccezionali strategie:
Tenere la porta dell’ufficio sempre aperta per attestare disponibilità all’ascolto del personale e degli studenti, obbligandosi al disbrigo delle numerose pratiche amministrative fino ad ora inoltrata del tardo pomeriggio; prestare massima attenzione al rispetto dei diritti di ciascuno; partecipare alle attività di programmazione dei gruppi/dipartimenti disciplinari per offrire supporto e consigli; presiedere sempre tutti i consigli di classe per accertarsi del clima presente nelle classi e tra docenti, della qualità della didattica posta in essere sollecitando, ove necessario, correttivi; fare visita alle classi durante lo svolgimento delle lezioni; condividere sempre tutte le scelte organizzative e progettuali dell’Istituto; coinvolgere e valorizzare in modo diffuso le competenze del personale tutto; prestare massima attenzione alle necessità impreviste dei singoli. Esserci, sempre.
- Come si affrontano i conflitti interni a una scuola (tra docenti, studenti, famiglie)?
Ho avuto la fortuna di non dover mai affrontare conflitti significativi. Li ho sempre prevenuti con il dialogo, le giuste motivazioni, la condivisione.
4. Innovazione e progetti
- Durante il suo mandato ha avviato progetti innovativi? Quali ritiene siano stati i più
significativi e perché?
Davvero è difficile rispondere a questa domanda: in più di trenta anni di esercizio del ruolo
dirigenziale ho promosso numerosi progetti, tesi al miglioramento della qualità della didattica e
della formazione di studenti e docenti.
Ne citerò solo qualcuno:
1) Progetto “ARAL” per la scuola primaria di Motta San Giovanni/Lazzaro. Il progetto, durato tre anni, comprendeva una rete di scuole a livello nazionale; introduceva l’insegnamento della logica e dell’algebra nella scuola primaria e si articolava in due fasi annuali di lavoro:
nella prima l’esperto, proveniente da Bolzano, curava la formazione dei docenti attraverso incontri
teorici e attività laboratoriali anche in classe; nella seconda i docenti realizzavano nelle classi il programma definito nella prima fase. I risultati conseguiti venivano confrontati con l’esperto a fine
anno scolastico. Gli stessi venivano altresì, confrontati annualmente, con l’utilizzo di strumenti
strutturati, all’interno della rete di scuole.
2) Progetto ”La lingua che amiamo” sempre per la scuola primaria di Motta San Giovanni/Lazzaro,
durato due anni e svolto in collaborazione con l’INDIRE. Con esso è stato introdotto nelle classi
l’insegnamento della grammatica valenziale. La struttura è stata simile a quella del progetto
“ARAL”: univa formazione dei docenti per due volte l’anno, con esperta qualificata proveniente da
Vicenza, e sperimentazione in classe.
Il progetto è stato premiato dall’INDIRE.
Per la scuola secondaria di secondo grado:
a) Progetti Erasmus per docenti e per studenti;
b) Progetti di alternanza scuola-lavoro all’estero,
b) Sperimentazione organizzativa e didattica con scambio dei docenti ed introduzione nel curricolo
dei diversi indirizzi di studio di nuove discipline: Filosofia al Professionale per i servizi commerciali;
Diritto ed Economia Aziendale ai Licei.
- In che modo ha promosso l’uso delle tecnologie nella didattica e come ha sostenuto i
docenti nel processo di cambiamento e aggiornamento professionale?
Ho promosso la formazione dei docenti attraverso l’organizzazione di corsi specifici di
aggiornamento/formazione con esperti esterni e interni qualificati; ho dotato le scuole di laboratori
di informatica e multimediali sempre più efficienti e le aule di LIM e PC portatili; ho promosso l’uso
di piattaforme online.
L’ AI non era ancora entrata potentemente nel lessico e nell’uso scolastico.
5. Rapporto con la comunità scolastica
- Che ruolo attribuisce alle famiglie nel percorso educativo degli studenti?
Penso che il percorso educativo degli studenti non possa essere frammentato tra ciò che accade a scuola e ciò che accade a casa: è un continuum che richiede coerenza, dialogo e fiducia reciproca.
In questo senso le famiglie sono partner essenziali della scuola, non spettatori.
Tuttavia, è necessario chiarire i confini dei rispettivi ruoli. La scuola non può sostituirsi alla famiglia nell’educazione affettiva e valoriale di base, così come la famiglia non può sostituirsi alla scuola nella trasmissione delle competenze disciplinari e metodologiche. Ciò che serve è un’alleanza autentica, fondata sulla condivisione degli obiettivi educativi e sul rispetto reciproco delle competenze.
Nel corso della mia esperienza ho sempre cercato di costruire questa alleanza attraverso momenti di ascolto, trasparenza nelle comunicazioni, disponibilità al confronto e coinvolgimento attivo delle famiglie nella vita scolastica, non solo in occasione delle emergenze ma come pratica costante di partecipazione.
Proprio qualche giorno fa la madre di un alunno di Lazzaro, che ho stentato a ricordare, mi ha
scritto così su facebook:
“Buonasera carissima….di Lei ho ricordi straordinari e stima immutata nel tempo e nei ricordi. Sono la mamma di uno dei suoi tanti alunni e con Lei ho condiviso e arricchito il mio percorso di genitore….sono stati tempi sereni e esperienze indimenticabili. Grazie Nuccia Praticò Alampi
– - Come si costruisce una collaborazione efficace tra scuola, territorio ed enti locali?
Penso che una collaborazione efficace tra scuola e territorio nasca dalla capacità di uscire da quella logica autoreferenziale che, talvolta, caratterizza le diverse istituzioni. Ritengo che la scuola non sia un’isola, ma un nodo vitale di una rete territoriale più ampia.
Per questo ho sempre creduto nella necessità di aprire le porte della scuola al territorio e, contemporaneamente, di portare la scuola fuori dalle proprie mura. Ho costruito, pertanto, nei territori dove ho lavorato, protocolli di intesa con gli Enti locali, le associazioni culturali, sportive e di
volontariato progettando insieme significativi percorsi formativi, tesi a valorizzare le risorse del territorio e rendere la scuola un punto di riferimento culturale e sociale per l’intera comunità.
– - C’è uno sguardo, un gesto, una storia che custodisce come simbolo di tutti?
Sì, ne custodisco davvero tanti, ma mi limito a raccontare solo qualcuno.
Ricordo l’abbraccio di una bambina di quinta elementare, timidissima, che non riusciva mai a intervenire in classe, quando mi recavo a fare visita. Quasi si nascondeva dietro i compagni e se la chiamavo per nome si metteva a piangere.
Durante una recita di fine anno, le fu affidato un piccolo ruolo. Quando finì la sua parte e il pubblico applaudì, i suoi occhi si illuminarono di una luce che non le avevo mai visto prima. Quando scese dal palco, tra i richiami della maestra che la sollecitava a seguire gli altri compagni, corse ad abbracciarmi. Mi sono commossa. Quell’abbraccio racchiudeva tutto: il senso di ogni sforzo educativo, la potenza trasformativa della fiducia, la responsabilità immensa che un educatore ha nelle sue mani per aiutare i suoi alunni a scoprire il proprio valore e autostimarsi. - Poi, ricordo Rocco. Rocco frequentava la terza classe del liceo scientifico di Bovalino. Era intelligente, brillante, simpatico, ma completamente disimpegnato. Quell’anno rischiava la bocciatura. Convinsi il Consiglio di classe a dargli fiducia, migliorare la sua valutazione e lasciargli tre debiti formativi (il numero massimo consentito). Poi ebbi con lui un lungo colloquio, feci leva sulle sue potenzialità, sottolineando, con un’espressione a me famigliare in presenza di alunni capaci ma svogliati, che lui stava mettendo il suo cervello sotto le scarpe, sprecando le potenzialità che la vita gli aveva generosamente donato. Gli feci presente che il Consiglio di classe gli aveva dato molta fiducia e che io ero pienamente convinta che lui quella fiducia non l’avrebbe tradita. Mi promise che avrebbe studiato sodo durante l’estate per recuperare i debiti e che, da li in poi, si sarebbe impegnato a migliorare il suo profitto scolastico. Mantenne la promessa. Negli anni a venire, ogni volta che riceveva un ottimo voto, prima di andare via, passava dal mio ufficio a comunicarmelo. Sorridevo contenta.
- E ancora ricordo Domenico. Domenico proveniva da Platì e frequentava l’Istituto professionale per i servizi commerciali. Possedeva scarse competenze di base, ma una forte volontà di miglioramento. Non sempre, a fine anno scolastico, raggiungeva esiti pienamente sufficienti in tutte le materie. Anche in questo caso, ho fatto leva sui Consigli di classe perché gli dessero fiducia e coltivassero il convincimento che, con l’aiuto di tutti loro, Domenico avrebbe colmato le sue lacune e migliorato le sue competenze. Il mancato riconoscimento dei suoi sforzi, del suo costante impegno, sottolineavo, avrebbe portato Domenico ad abbandonare gli studi. Sono stata ascoltata (come mi succedeva sempre) ed ho avuto ragione. Quando Domenico si è laureato in scienze motorie, è venuto nel mio ufficio a portarmi la sua bomboniera e mi ha detto: “Ho dedicato a lei la mia laurea; senza di lei questo obiettivo non lo avrei mai raggiunto”. E’ stata, per me, una grande gratificazione umana e professionale. Di episodi similari ne potrei ricordare moltissimi altri, ma credo di essermi dilungata anche troppo.
- Come si riconosce, secondo lei, un ragazzo che si sente finalmente accolto?
Si riconosce dal cambiamento della postura: le spalle si raddrizzano, lo sguardo si alza, la voce diventa più sicura. Ma soprattutto, si riconosce dalla partecipazione spontanea, dalla voglia di esserci, dal non aver più paura di sbagliare.
Un ragazzo accolto non si nasconde più in fondo all’aula, non distoglie più lo sguardo quando il
docente cerca i suoi occhi, non teme più il giudizio. Comincia a portare a scuola le proprie passioni, a proporre idee, a chiedere senza timore.
L’accoglienza autentica si misura dalla libertà che restituisce.
6. Criticità e sfide del sistema scolastico
- Che cosa significa prendersi cura, ogni giorno, di una comunità educante?
Significa esserci. Sempre. Significa non delegare la responsabilità, non nascondersi dietro le
pratiche burocratiche, non chiudere la porta dell’ufficio quando qualcuno ha bisogno di essere
ascoltato.
Prendersi cura significa osservare, intuire i bisogni prima che diventino emergenze, prevenire i
conflitti attraverso il dialogo, valorizzare le persone riconoscendone il contributo, sostenere chi ha
bisogno nei momenti di difficoltà, celebrare i successi collettivi.
Significa anche accettare che non si può accontentare tutti, che alcune decisioni possono essere
impopolari, ma che la responsabilità del ruolo impone la loro assunzione; significa avere la capacità di spiegare, motivare, restare saldi sui propri valori pur rimanendo aperti al confronto.
Prendersi cura, insomma, è un atto quotidiano di presenza, coerenza e dedizione.
- Quali sono state le difficoltà più complesse da gestire nel suo ruolo?
Le difficoltà più complesse non sono state quelle amministrative o organizzative, per quanto
impegnative. La vera complessità è stata quella di gestire, in qualche caso, le resistenze al cambiamento, la demotivazione di alcuni docenti, l’incapacità di alcuni di mettersi in discussione.
Ho faticato nel dover affrontare situazioni di inadeguatezza professionale che impattavano
negativamente sugli studenti, sapendo che gli strumenti a disposizione di un dirigente scolastico
per intervenire sono limitati e spesso inefficaci.
Altra grande difficoltà è stata quella di dover mediare tra le esigenze del personale e i vincoli imposti dalle normative e dalle risorse economiche sempre insufficienti. La sensazione di non poter fare abbastanza, di essere stretti tra il desiderio di migliorare e i limiti del possibile, è stata forse la
frustrazione più grande - Come vede la situazione della scuola italiana oggi?
Vedo una scuola italiana stanca, sotto pressione, spesso non sufficientemente valorizzata e
sostenuta. Una scuola che subisce continue riforme senza che venga mai data vera continuità alle
sperimentazioni avviate, con il risultato di disorientare docenti e studenti.
Vedo insegnanti spesso lasciati soli, oberati da adempimenti burocratici che sottraggono loro
tempo alla didattica, poco retribuiti e socialmente poco riconosciuti nel loro valore.
Ma vedo anche tante eccellenze, tanti professionisti appassionati che ogni giorno, nonostante tutto, continuano a credere nel loro lavoro e a investire energie nella crescita dei loro studenti.
Penso che la scuola italiana abbia bisogno di essere rimessa al centro delle priorità politiche, non a parole ma con investimenti concreti, con riforme pensate e condivise, con il riconoscimento del valore sociale e culturale che essa riveste.
- Quali riforme considera prioritarie per migliorare il sistema scolastico?
Ritengo prioritarie alcune riforme fondamentali:
Investimento nella formazione iniziale e continua dei docenti, rendendola obbligatoria, qualificata
e retribuita;
Riduzione del numero di alunni per classe, per consentire una didattica realmente personalizzata e inclusiva;
Riconoscimento economico adeguato della professione docente, allineandolo agli standard europei;
Semplificazione burocratica, liberando i dirigenti e i docenti da adempimenti inutili che non producono valore educativo;
Maggiore autonomia scolastica reale, con risorse adeguate e capacità di scelta organizzativa e didattica;
Introduzione sistematica dell’educazione emotiva e relazionale nei curricoli;
Potenziamento dei servizi di supporto psicologico nelle scuole.
7. Dimensione umana del ruolo
- Qual è stata la soddisfazione più grande della sua carriera?
La soddisfazione più grande non è legata a un singolo evento, ma a un insieme di piccole vittorie quotidiane: vedere un docente crescere professionalmente, ricevere la telefonata di un ex studente
che ti ringrazia per averlo sostenuto in un momento difficile, constatare che il clima di una scuola è
cambiato in positivo, sentirsi dire da un genitore “qui mio figlio sta bene”; sentirsi chiamare ancora “la mia dirigente” o sentire, solo qualche giorno fa davanti al teatro Cilea, una docente di scuola
primaria che non ho immediatamente riconosciuto, dire: ”Lei per me è stata un faro che ha
illuminato sempre il mio cammino professionale”.
Se devo, tuttavia, individuare una situazione specifica, direi la consapevolezza di aver contribuito a
creare, in ogni scuola che ho guidato, una comunità dove le persone si sono sentite rispettate, valorizzate e parte di un progetto comune. - E la sfida personale più difficile?
La sfida più difficile è stata quella di mantenere l’equilibrio tra fermezza e ascolto, tra autorevolezza
e vicinanza, tra la necessità di prendere decisioni anche impopolari e il desiderio di essere compresa e apprezzata.
In particolare, ho faticato ad accettare che non si possono salvare tutti, che non tutti vogliono essere aiutati a crescere, che esistono resistenze che nessuna competenza, pazienza o dedizione riescono a superare.
Imparare a distinguere ciò che dipendeva da me da ciò che non ne dipendeva è stata una lezione dolorosa ma necessaria.
- C’è un insegnamento umano, non solo professionale, che porta con sé dal suo percorso?
L’insegnamento più grande è che le relazioni sono tutto. Le competenze tecniche sono importanti, la conoscenza delle normative è necessaria, ma ciò che fa davvero la differenza è la capacità di stabilire relazioni autentiche, basate sul rispetto, sulla fiducia e sull’ascolto.
Ho imparato che l’autorevolezza non si impone, si conquista. Che la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa è la base di ogni credibilità. Che la fragilità, quando condivisa con onestà, non è debolezza ma ponte verso l’altro.
E ho imparato che la gratitudine va coltivata: sono grata a tutti coloro che hanno incrociato il mio cammino, anche a chi mi ha messo alla prova, perché da ognuno ho imparato qualcosa.
8. Guardando al futuro
- Come immagina la scuola tra 10 o 20 anni?
Immagino, o meglio spero, in una scuola più flessibile, capace di adattarsi ai ritmi e ai bisogni
individuali degli studenti. Una scuola che abbia integrato le tecnologie non come fine ma come strumento al servizio dell’apprendimento, mantenendo al centro la relazione umana insostituibile tra docente e studente.
Immagino spazi di apprendimento diversi dall’aula tradizionale, più aperti, collaborativi, connessi con il mondo esterno.
Immagino una scuola capace di valorizzare tutte le intelligenze e riconoscere pari dignità ai diversi percorsi formativi.
Ma temo anche che, senza un deciso cambio di rotta nelle politiche scolastiche, si rischi una scuola sempre più diseguale, dove le opportunità dipendono dal contesto socio-economico di provenienza degli studenti e dove la formazione umanistica venga sacrificata sull’altare dell’utilitarismo immediato.
– Quali consigli darebbe a un giovane dirigente scolastico agli inizi della sua carriera?
Tre consigli essenziali:
Primo: non smettere mai di studiare, di formarti, di aggiornarti: la competenza è la base dell’autorevolezza.
Secondo: ascolta molto, osserva, impara dalle persone che incontri. La scuola è fatta di relazioni e nessun manuale ti insegnerà a gestirle meglio dell’esperienza e dell’umiltà di imparare dagli altri.
Terzo: sii coerente. Le tue azioni parlano più forte delle tue parole. Se chiedi impegno, sii il primo a darlo. Se chiedi rispetto, sii il primo a praticarlo. La credibilità si costruisce giorno per giorno con la testimonianza concreta del proprio agire.
E un ultimo consiglio: prenditi cura di te stesso. Questo lavoro può consumare tutte le tue energie.
Impara a stabilire confini, a delegare, a non sentirti in colpa quando dici no. Solo così potrai durare
nel tempo ed essere davvero efficace.
- Se potesse parlare alla “lei dirigente” del passato, cosa le direbbe?
Le direi: “Hai fatto bene a crederci. Hai fatto bene a non arrenderti davanti alle difficoltà, a investire tutte le tue energie in questo lavoro, a pretendere molto da te stessa e dagli altri. Le fatiche sono
state tante, ma ne è valsa la pena.
Le direi anche: sii più indulgente con te stessa: non puoi salvare tutti, non puoi accontentare tutti, non puoi essere sempre all’altezza delle aspettative. L’imperfezione fa parte del percorso umano.
E infine, le direi: ritaglia tempo per te stessa, goditi di più i momenti belli, le piccole vittorie quotidiane: sei stata così concentrata sui problemi da risolvere che, a volte, non ti sei concessa il tempo di celebrare le “tue vittorie”, ciò che di buono stavi costruendo.
- 9. Conclusione
- Se dovesse racchiudere la sua esperienza in una parola o in un’immagine, quale
sceglierebbe?
La parola sarebbe: cammino. Perché la mia esperienza professionale è stata proprio questo: un lungo cammino fatto di incontri, scoperte, fatiche, cadute e risalite. Un cammino non sempre lineare, a volte tortuoso, ma sempre orientato verso una meta: contribuire alla crescita di persone libere, consapevoli, capaci di pensiero critico.
L’immagine invece sarebbe quella di un ponte: un ponte tra generazioni, tra saperi diversi, tra possibilità e realtà, tra ciò che i ragazzi sono e ciò che possono diventare. E io, in questo ruolo, mi
sono sentita spesso proprio così: un ponte che altri attraversavano per raggiungere la propria destinazione.
- C’è un messaggio che vorrebbe lasciare ai docenti, agli studenti o ai genitori che la
ricordano?
Ai docenti dico: non sottovalutate mai la portata del vostro lavoro: ogni vostra parola, ogni vostro gesto, ogni vostra scelta didattica lascia un’impronta. Siate consapevoli della responsabilità immensa e del privilegio straordinario che avete: contribuire a formare il pensiero, il carattere, il futuro di chi vi è affidato. Non accontentatevi della routine, continuate a cercare, a formarvi, a mettervi in discussione.
E ricordate: non insegnate una disciplina, educate persone.
Agli studenti dico: siate curiosi, fate domande, non abbiate paura di sbagliare. La scuola è il luogo dove avete il diritto di provare, di cercare la vostra strada, di scoprire chi siete e chi volete diventare. Non subite passivamente, ma partecipate attivamente alla costruzione del vostro percorso di crescita. E ricordate che l’apprendimento vero non si misura con i voti ma con la capacità di pensare con la vostra testa.
Ai genitori dico: abbiate fiducia nella scuola, ma siate presenti. La collaborazione tra famiglia e scuola è fondamentale per la crescita armoniosa dei vostri figli. Sostenete i docenti nel loro lavoro educativo, ma siate anche vigili testimoni dei bisogni e delle fragilità dei vostri ragazzi. E soprattutto: trasmettete loro il valore dell’impegno, del rispetto, della responsabilità. Sono le fondamenta su cui costruiranno il loro futuro.
- Qual è il tratto distintivo che spera rimanga del suo lavoro nella scuola che ha guidato?
Spero rimanga il ricordo di una scuola dove le persone si sentivano ascoltate, rispettate, valorizzate. Una scuola dove si lavorava insieme verso obiettivi comuni, dove la porta della dirigente era sempre aperta, dove si credeva nella possibilità di miglioramento di ciascuno.
Spero rimanga l’idea che una scuola è tanto più forte quanto più è capace di prendersi cura di ogni suo membro, senza lasciare nessuno ai margini, senza dimenticare che dietro ogni ruolo c’è una persona con le sue fragilità, i suoi bisogni, le sue aspirazioni.
Spero, infine, rimanga la convinzione che educare è un atto d’amore: verso la conoscenza, verso
le giovani generazioni, verso il futuro che insieme si va costruendo.









