Parlare di sé non è mai un esercizio neutro: ogni parola oscilla tra il rischio dell’enfasi e quello della prudenza. Consapevole di questo equilibrio sottile, la Dirigente Scolastica Caterina Autelitano sceglie di raccontarsi attraverso le tappe decisive del proprio percorso professionale, guidata da una visione che richiama il pensiero di Jean-Paul Sartre: “Noi siamo ciò che facciamo di ciò che gli altri hanno fatto di noi”. Non un destino già scritto, ma un’identità che prende forma nelle scelte e nelle responsabilità assunte nel tempo.

Il suo primo incontro con i segni alfabetici del sapere avviene a cinque anni: se la sorella maggiore Olimpia va a scuola, deve andarci anche lei. Sono soprattutto la logica e i numeri a catturare il suo interesse fin da subito. Ricorda ancora oggi, con quel sottile dolore che accompagna ogni assenza, come suo padre amasse sottoporle semplici quesiti di logica che, a volte, la tenevano impegnata per ore intere. Un ricordo che non appartiene solo a lei: c’è ancora chi lo rammenta con affetto.
Quell’imprinting precoce, quella curiosità quasi istintiva per il ragionamento e per la struttura nascosta delle cose, avrebbe segnato in modo indelebile il suo percorso formativo e, più tardi, la sua visione dell’insegnamento e della scuola. Non come luogo di trasmissione passiva del sapere, ma come spazio vivo in cui la mente impara a interrogarsi, a cercare, a non accontentarsi della prima risposta.
Il suo cammino formativo prosegue negli Istituti salesiani: la scuola media presso l’Istituto “Caterina Marzano” di Bova Marina e la scuola superiore presso l’Istituto magistrale “Maria Ausiliatrice” di Soverato. In quegli anni, tra letture, teatro, esercizi spirituali e vivaci partite a palla avvelenata, matura un’ottima preparazione culturale di base che non è solo accademica, ma profondamente umana: gli Istituti salesiani diventano i luoghi in cui impara che formarsi significa anzitutto imparare a stare nel mondo con gli altri.
Diplomata a diciassette anni, a diciotto è già nei doposcuola e nei corsi di scuola popolare. Come ama ricordare, è passata quasi senza soluzione di continuità dai banchi alla cattedra, non perché avesse fretta, ma perché insegnare era già, per lei, un modo naturale di essere.
Parallelamente frequenta l’Università degli Studi di Messina, conseguendo nei tempi regolamentari la laurea in Materie letterarie, cui segue una seconda laurea in Pedagogia. Due percorsi che, lungi dall’essere paralleli, si intrecciano e si alimentano a vicenda: la letteratura come esplorazione dell’esperienza umana, la pedagogia come riflessione sul senso del trasmettere.

Ma è la filosofia a rappresentare il centro di gravità della sua formazione intellettuale. Non la filosofia come esercizio astratto o disciplina scolastica, bensì come testimonianza della fatica, nobile e necessaria, con cui l’uomo ha tentato, e tenta, di tracciare dimensioni di senso all’esistenza. Una fatica che la affascina e che continuerà, nel tempo, a interpellarla.
E non potrebbe essere altrimenti, per chi ha scelto di dedicare la propria vita alla scuola. Così, evidenzia con naturalezza come il pensiero di alcuni filosofi abbia inciso sulla sua formazione culturale.
Ne ricorda solo qualcuno. Le viene in mente Bertrand Russell quando dice che esiste un “isomorfismo strutturale tra pensiero, linguaggio e mondo”: le parole non sono contenitori neutri, ma riflettono e al tempo stesso plasmano la struttura del nostro pensiero.
E, poi, Giovanni Gentile e la sua suggestiva coincidenza tra “pensiero pensante e pensiero pensato”: il pensiero non è mai un oggetto fisso che si trasmette da una mente all’altra, ma un atto vivo, un processo che si compie nel momento stesso in cui si esercita. Dunque educare non è trasferire contenuti, ma creare le condizioni affinché il pensiero dell’altro possa nascere, muoversi, sorprendersi da solo.
È in questa convinzione profonda che risiede, forse, la radice più autentica della sua vocazione educativa.


L’anno della prima laurea coincide con l’immissione in ruolo nella scuola dell’infanzia, a seguito di concorso per titoli ed esami, quasi un sigillo istituzionale a una scelta che era già stata compiuta nel profondo. Insegna per sei anni, poi transita nella scuola elementare, dove rimane per altri cinque. Anni preziosi, in cui la teoria si misura quotidianamente con la realtà concreta di bambini in carne e ossa, con le loro domande imprevedibili, la loro logica sorprendente, la loro capacità di andare al cuore delle cose senza sapere di farlo.

Questi anni di insegnamento non sono però un tempo di attesa, ma di formazione continua e consapevole. Segue corsi in didattica, comunicazione e pedagogia, spesso frequentati a proprie spese fuori sede; svolge incarichi di formatrice sui nuovi programmi di Scienze nella scuola primaria; consegue abilitazioni in materie letterarie e storia e filosofia, conquistate con studio autonomo e determinazione.
C’è in tutto questo qualcosa che va oltre l’aggiornamento professionale: è la stessa tensione intellettuale dell’infanzia, quel non accontentarsi mai della risposta già trovata, che ora si traduce in una ricerca metodica e appassionata. Una tensione che culmina, a soli trentaquattro anni, con la vittoria del concorso nazionale per Dirigente Scolastica, allora denominata Direttrice Didattica. Un risultato che non giunge per caso, ma come esito naturale di chi ha sempre vissuto la scuola non come un luogo dove stare, ma come
un problema aperto da continuare a pensare.
La prima sede è Seriate, in provincia di Bergamo, cui si affianca Sorisole. L’anno di prova si rivela subito complesso, e non solo sul piano amministrativo. Giovane, meridionale, priva di esperienza dirigenziale, si trova a dover conquistare sul campo un’autorevolezza che nessun concorso può conferire per decreto. Ricorda ancora il sospetto iniziale, il pregiudizio silenzioso che aleggiava intorno a lei, ma ricorda anche come quell’atmosfera si sia dissolta, lentamente e completamente, grazie al rigore del suo lavoro quotidiano. Ne è stata testimonianza il giudizio di valutazione altamente lusinghiero, al termine dell’anno
scolastico.

È una lezione che non ha mai dimenticato: l’autorevolezza non si rivendica, si costruisce, atto dopo atto, giorno dopo giorno.
Rientrata in Calabria, guida scuole in contesti territoriali complessi: Platì, Brancaleone, (con reggenza ad Africo) e poi Motta San Giovanni-Lazzaro, divenuto nel tempo Istituto Comprensivo, dove rimane per sedici anni.

Sono anni in cui la sua visione della scuola si affina e si consolida: non anni di resistenze
da subire, ma di crescita professionale da costruire, giorno dopo giorno. Anni di innovazione didattica e organizzativa, di progetti che aprono le aule al territorio e il territorio alle aule, di una leadership educativa che impara a fare della complessità non un ostacolo ma una risorsa.
In quei sedici anni trova anche qualcosa che non sempre è scontato: docenti appassionati del loro lavoro, che credono nella scuola anche quando la scuola è lontana dai riflettori e dalle risorse, che entrano in classe ogni mattina con la stessa dedizione silenziosa di chi sa che educare è una responsabilità, non una routine. Con loro costruisce un patto professionale fatto di fiducia reciproca, di stima, di confronto, di obiettivi condivisi, di affetto. (Un affetto che, con un gruppo nutrito di loro, permane ancora oggi: ogni anno viene celebrato con almeno un incontro per una pizza o un gelato).
La scuola di Motta San Giovanni-Lazzaro diventa così un laboratorio vivo, in cui ogni difficoltà si trasforma in occasione, ogni contraddizione in domanda di senso, ogni limite in punto di partenza.
Successivamente assume la dirigenza dell’IIS “Francesco La Cava” di Bovalino, istituto articolato in diversi indirizzi liceali e professionali: una realtà complessa e sfidante, che accompagna fino al suo pensionamento nel 2020, dopo quarantotto anni di servizio. Qui scopre, o forse riscopre con occhi nuovi, la bellezza dell’incontro con i ragazzi più grandi. Adolescenti che fanno domande scomode, che mettono alla prova ogni certezza, che cercano negli adulti di riferimento non risposte preconfezionate ma autenticità. Con loro il dialogo si fa più diretto, più acceso, a tratti più imprevisto, e proprio per questo più ricco. Guidare una scuola secondaria superiore significa stare dentro la vita dei giovani in un momento cruciale della loro formazione, quando si decide, spesso senza saperlo ancora, chi si vuole diventare. È un privilegio che sente profondamente, e che porta con sé fino all’ultimo giorno. Costruisce anche in questa sede con i docenti un rapporto fondato sulla fiducia reciproca e sul rispetto professionale. Non una gerarchia da amministrare, ma una comunità da animare.
Sa ascoltare prima di decidere, sa valorizzare le competenze di ciascuno, sa creare quello spazio di confronto in cui un collegio smette di essere un organo formale e diventa un luogo vivo di elaborazione pedagogica

Parallelamente, per tutta la durata della carriera, svolge attività di formatrice nei corsi di preparazione al concorso magistrale e al concorso per dirigenti scolastici, nonché nei percorsi per docenti in anno di prova. Non è un’attività marginale: molti insegnanti sono entrati in ruolo grazie a quei percorsi; alcuni sono oggi dirigenti scolastici. C’è in questo una continuità profonda con la vocazione originaria, quella di chi non ha mai smesso di credere che trasmettere non significhi svuotarsi, ma moltiplicarsi.
La presidenza provinciale dell’ANDIS le apre, poi, un orizzonte diverso. Confrontarsi periodicamente con colleghi che abitano contesti lontani dal proprio, ragionare insieme su problemi comuni, cercare soluzioni che nessuno potrebbe trovare da solo: è un esercizio che allarga lo sguardo e affina il giudizio. Capisce, in quegli incontri, che la scuola è un sistema, e che chi la guida non può permettersi di restare chiuso dentro le proprie mura.Arriva poi per lei, quasi per vie traverse, anche una breve stagione politica: assessore al
bilancio del Comune di Bova Marina. Bastano pochi anni per toccare con mano quanto sia difficile tradurre le intenzioni in decisioni concrete, mediare tra esigenze che non si lasciano comporre facilmente, tenere insieme i conti e le persone. Un’esperienza che non dimentica, e che le restituisce una consapevolezza in più: governare una scuola, un Comune, qualsiasi cosa è sempre, prima di tutto, un atto di responsabilità verso una comunità.

Alla domanda su cosa l’abbia spinta verso la dirigenza, la risposta è limpida e incisiva: il desiderio di guidare la crescita di un “pensiero che pensa”. Non una tautologia o una formula retorica, ma una convinzione radicata nella stessa filosofia che l’aveva affascinata da studentessa.
Se il pensiero non è mai un oggetto fisso da trasferire, ma un atto vivo che si compie nell’incontro, allora la scuola non può essere un luogo di trasmissione passiva: deve essere un laboratorio permanente di consapevolezza, dove il pensiero si alimenta di ascolto, di confronto, di domande che restano aperte. La dirigenza, in questa prospettiva, non è gestione del potere ma coltivazione delle condizioni affinché questo processo possa avvenire per gli studenti, per i docenti, per tutti coloro che abitano quella
comunità.

Ed è proprio qui che la sua visione si fa più precisa e più esigente. Non soltanto “comunità educante”, formula ormai consunta dall’uso, ma comunità di apprendimento: uno spazio condiviso in cui studenti, docenti, personale e famiglie crescono insieme, intrecciando esperienze e costruendo significati. Perché ciascuno è il risultato degli incontri che attraversa: persone, letture, luoghi, occasioni inattese. E la scuola rappresenta il crocevia privilegiato di questi percorsi. Non un’istituzione che forma dall’esterno, ma un ambiente che trasforma dall’interno, proprio perché permette agli individui di incontrarsi davvero e
costruire la propria identità, sempre in evoluzione.
Spesso, infatti, il mancato riconoscimento di sé stessi non è una responsabilità individuale, ma l’effetto di un ambiente che limita la comunicazione ed esclude dalla partecipazione e dalla condivisione. L’essere umano non nasce con un’identità già formata: essa si costituisce attraverso il rispecchiamento, attraverso lo sguardo dell’altro. Già Hegel (e qui torna, quasi naturalmente, alla filosofia) nella dialettica servo padrone della Fenomenologia dello Spirito ha mostrato magistralmente come la coscienza di sé emerga solo attraverso il riconoscimento reciproco, sottolineando anche che questo processo può degenerare in una lotta per la vita e per la morte quando ciascuno cerca il riconoscimento senza essere disposto a riconoscere l’altro. Tutti abbiamo bisogno del riconoscimento altrui per sapere chi siamo. Questo bisogno
ontologico può trasformarsi facilmente in lotta: quando l’identità dipende dallo sguardo dell’altro, l’altro diventa sia necessario che minaccioso. Il suo riconoscimento ci costituisce, ma il suo rifiuto ci annichilisce.
La scuola, in quanto comunità di apprendimento, come ha amato definirla, è il luogo privilegiato dove sentirsi visti, accolti e valorizzati.

Dove apprendere. E a scuola apprendono tutti. Anche i dirigenti. Forse soprattutto loro. A orientare ogni scelta professionale vi sono stati principi che non ha mai negoziato: legalità, trasparenza, competenza, ascolto, condivisione. La sua leadership si è forgiata in un equilibrio sottile tra fermezza e prossimità, tra autorevolezza e relazione, consapevole che nessuna delle due polarità, da sola, è sufficiente. Ha imparato anche, con il tempo, che non tutto può essere trasformato: esistono resistenze che vanno oltre la volontà
individuale, zone d’ombra che nessuna determinazione riesce a illuminare del tutto. E che la maturità, anche quella dirigenziale, consiste nel saper riconoscere il confine tra ciò che dipende da noi e ciò che ci supera, senza che questo riconoscimento diventi rinuncia. Le soddisfazioni più autentiche, ci tiene a precisare, non si misurano in riconoscimenti formali. Si misurano nei cambiamenti silenziosi: un docente che matura professionalmente e lo si vede nello sguardo con cui entra in classe, un ex studente che torna a ringraziare anni dopo, un genitore che riconosce la serenità ritrovata del proprio figlio, una giovane insegnante che la descrive come “un faro”. La mamma di un alunno della scuola media di Lazzaro che, dopo tanti anni così le scrive su facebook : “Buonasera carissima….di Lei ho ricordi straordinari e stima immutata nel tempo e nei ricordi. Sono la mamma di uno dei suoi tanti alunni e con Lei ho condiviso e
arricchito il mio percorso di genitore….sono stati tempi sereni e esperienze indimenticabili. Grazie Nuccia Pratico’ Alampi.
Sono queste le tracce che contano, non perché siano più visibili, ma perché sono più vere. L’insegnamento più prezioso che consegna è, in fondo, profondamente umano: le relazioni sono il cuore di tutto. L’autorevolezza si costruisce nel tempo, attraverso la coerenza tra parole e azioni. E anche la fragilità, quando è condivisa con autenticità e senza difese, può trasformarsi in forza generativa, forse la più duratura.
Alla domanda: “Se dovesse racchiudere la sua esperienza in una parola o in un’immagine,
quale sceglierebbe?”, così risponde: “La parola sarebbe: cammino. Perché la mia esperienza professionale è stata proprio questo: un lungo cammino fatto di incontri, scoperte, fatiche, cadute e risalite. Un cammino non sempre lineare, a volte tortuoso, ma sempre orientato verso una meta: contribuire alla
crescita di persone libere, consapevoli, capaci di pensiero critico. L’immagine invece sarebbe quella di un ponte: un ponte tra generazioni, tra saperi diversi, tra possibilità e realtà, tra ciò che i ragazzi sono e ciò che possono diventare. E io, in questo ruolo, mi sono sentita spesso proprio così: un ponte che altri attraversavano per raggiungere la propria destinazione.”
Allora, forse, per concludere, non si può che pensare alla dirigente Autelitano come ad una dirigente innovativa nello sguardo culturale e inclusiva nella cura delle persone; una dirigente che ha vissuto la scuola non come un apparato da gestire, ma come una comunità viva in cui il pensiero cresce, dialoga e impara a interrogare sé stesso.
La dirigente Autelitano: una vita interamente dedicata alla scuola e alla sua straordinaria,
ostinata capacità di formare coscienze libere.
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Layout della Redaziione, foto fornite dall’intervistata









