“Bruno Lucisano è uno dei pochi autori capaci di restituire il sorriso alla letteratura calabrese”.
Così lo definì il grande critico Pasquino Crupi, riconoscendo nella sua poesia quella rara capacità di trasformare il dialetto in luce, memoria e respiro collettivo.

Oggi, con la scomparsa del poeta di Brancaleone, quella voce autentica del Sud sembra consegnarsi definitivamente al vento dello Ionio, lasciando dietro di sé versi intrisi di malinconia, ironia e amore profondo per la propria terra.

Bruno Salvatore Lucisano non è stato soltanto un autore dialettale, ma un custode dell’anima calabrese. Nei suoi componimenti vivevano il mare, le partenze, le stagioni contadine, le parole antiche dei vicoli e il silenzio di una civiltà popolare che lui ha saputo preservare dalla dimenticanza. La sua poesia, sospesa tra sogno e realtà, ha dato dignità letteraria al dialetto brancaleonese, trasformandolo in canto universale.

Lucisano non scriveva soltanto versi: raccoglieva anime, custodiva memorie, dava parola ai sassi, agli ulivi piegati dal sole, alle mani consumate dalla terra e al silenzio delle partenze. Nei suoi componimenti viveva una Calabria che non chiedeva di essere raccontata, ma soltanto ascoltata. Il suo dialetto era una lingua di mare e polvere, di cortili assolati e notti lente d’estate. Ogni parola sembrava nascere dalla terra stessa, come una radice antica capace di tenere insieme passato e futuro. Nei suoi versi il tempo rallentava: si sentiva il passo degli anziani sulle pietre del paese, il richiamo lontano delle madri, il respiro del vento tra le case addormentate.

Bruno Lucisano apparteneva a quella rara stirpe di poeti che non inseguono la gloria, perché abitano già qualcosa di più grande: la memoria della propria gente. Scriveva come si prega, con pudore e verità. E mentre il mondo correva veloce verso l’oblio, lui continuava a salvare frammenti di umanità dentro il suono caldo del dialetto brancaleonese.

La sua opera letteraria rappresenta oggi una delle testimonianze più autentiche della cultura popolare dell’area grecanica e della Locride. Attraverso raccolte poetiche, poemetti e testi teatrali, Lucisano ha consegnato alla memoria collettiva un patrimonio di immagini, suoni e sentimenti destinato a sopravvivere al tempo.


Tra le sue opere più significative emergono “A purga i Toriu. Nu bruttu sonnu” del 2005, il poemetto “A di vinu cummeddia” del 2009 — particolarmente apprezzato dal critico Pasquino Crupi — e “U paradisu?” del 2010, dove il poeta intreccia ironia e spiritualità popolare con la leggerezza malinconica tipica della sua scrittura.
Con “Jjanda mara” del 2011 la sua voce poetica raggiunge una maturità intensa e luminosa: una raccolta attraversata dal sapore del mare, dal dolore delle distanze e dalla nostalgia delle radici. Nel 2014 pubblica “Luna Nova”, opera intima e visionaria presentata a Brancaleone, insieme ad altri componimenti di forte impatto poetico come “Maru cu mori” e “A preghera di morti”, testi nei quali il dialetto si fa quasi preghiera civile, canto sommesso rivolto agli ultimi e alla memoria dei padri. Particolarmente significativa è anche la raccolta “Brancaleuni. Poesie nel dialetto di Brancaleone, Bruzzano, Staiti”, pubblicata da Patrum Edizioni: un’opera che custodisce l’anima linguistica del territorio e restituisce dignità letteraria a una lingua antica, fatta di vento, sale e pietra. Ma Bruno Lucisano non fu soltanto poeta. Il suo amore per la parola popolare trovò espressione anche nel teatro dialettale, dove l’ironia diventava racconto della vita quotidiana e specchio della comunità. Opere come “Pipiromania” “U Batteru” e la farsa “Peppa a molla” conservano il gusto autentico della comicità calabrese, sospesa tra sorriso e malinconia. Anche negli ultimi anni Lucisano continuò a seminare poesia attraverso il suo blog personale, pubblicando componimenti come “Acqua santa”, “A luci” e “I cretini”. Scritti brevi e intensi, nei quali la sua voce restava fedele alla gente semplice, alle inquietudini del presente e alla bellezza fragile della memoria. La sua poesia si muoveva sempre tra ironia popolare, spiritualità e nostalgia.”. E davvero nei suoi versi abitava qualcosa di raro: una dolcezza antica, mai artificiale, capace di trasformare la quotidianità in canto.

Ora che il poeta se n’è andato, sembra quasi che Brancaleone trattenga il fiato. Il mare continua il suo eterno movimento, le rondini tagliano ancora il cielo del Sud, ma qualcosa è cambiato: manca quella voce capace di trasformare la nostalgia in poesia. Eppure i poeti non muoiono davvero. Restano sospesi nei luoghi che hanno amato. Restano nelle parole tramandate sottovoce, nei ricordi di chi li ha ascoltati, nelle sere d’inverno in cui qualcuno riaprirà un suo verso e vi troverà dentro l’odore del gelsomino, il sale dello Ionio, il silenzio delle campagne e quella malinconia luminosa che appartiene soltanto alla Calabria.

Brancaleone saluta Bruno Salvatore Lucisano come si salutano gli uomini che hanno
custodito l’anima di una terra: con dolore, con gratitudine e con quel silenzio pieno di poesia che
soltanto il mare conosce.