Una città che brilla di luci artificiali mentre l’ombra del regime si allunga sulle coscienze. È qui, nel cuore pulsante della propaganda nazista, che Nadia Crucitti colloca il suo romanzo “Berlino 1940. La convocazione” edito dalla casa editrice reggina “Città del Sole”, un’opera che non racconta solo una vicenda storica, ma interroga il lettore sul confine fragile tra talento e colpa, tra obbedienza e responsabilità.


Il protagonista è “Veit Harlan” regista realmente esistito, destinato a diventare il volto cinematografico dell’antisemitismo nazista con “Jud Süß”. Crucitti lo osserva nel momento più delicato della sua parabola umana: quando l’ambizione, travestita da occasione irripetibile, bussa alla porta sotto forma di convocazione ufficiale. Non un ordine gridato, ma una chiamata cortese, inevitabile, seducente. Harlan non è un mostro, e proprio per questo inquieta. È un uomo colto, un artista che ama il cinema, convinto che l’arte possa restare pura anche quando il mondo si contamina. Si racconta di non essere un ideologo, di non odiare, di non decidere. Ma il romanzo mostra con lucidità come “la rinuncia alla scelta sia già una forma di scelta”, e come il silenzio, in certi tempi, parli più forte delle parole.


Lo stile di Nadia Crucitti accompagna il lettore con passo misurato e avvolgente. La prosa è limpida, ma attraversata da una tensione costante: quella di una coscienza che si ritrae, che scivola lentamente verso la giustificazione. La narrazione segue Harlan nella sua ascesa professionale, ma ciò che davvero conta è il suo progressivo allontanamento da sé stesso. Attorno a lui si muove una Berlino borghese e colta, fatta di salotti, teatri, studi cinematografici. Un mondo che non urla, non protesta, non si ribella. Un mondo che “si adatta”. Questo ambiente diventa un personaggio collettivo, forse il più inquietante: quello del consenso passivo, della normalità che rende l’orrore quotidiano. La figura di “Joseph Goebbels” emerge come una presenza magnetica. Non un tiranno brutale, ma un raffinato architetto della persuasione. Non ordina: convince. Non costringe: lusinga. È lui a capire che l’arte, più della forza, può plasmare le coscienze. Ed è attraverso di lui che il romanzo mostra come il potere ami servirsi del talento, purché questo accetti di non farsi domande. Il titolo racchiude il senso profondo dell’opera. “Berlino 1940” non è solo una data: è un tempo in cui l’innocenza non è più possibile. “La convocazione” non è soltanto una chiamata professionale, ma un “esame morale”, una soglia. Dopo di essa non esiste più il “prima”. L’artista entra nel sistema e ne diventa ingranaggio, anche se continua a chiamarsi fuori. Crucitti non giudica, non assolve, non condanna apertamente. Affida tutto alla memoria e allo sguardo del lettore. Ed è qui che il romanzo compie il suo gesto più audace: “convoca chi legge”. Lo chiama a interrogarsi, a chiedersi cosa avrebbe fatto, quanto avrebbe resistito, quale prezzo avrebbe accettato di pagare.


“Berlino 1940. La convocazione” è un libro che parla del passato, ma non smette di guardare il presente. Racconta il male che non nasce dall’odio dichiarato, ma dall’adattamento, dalla carriera, dalla paura di perdere ciò che si è costruito. Ricorda che l’arte non è mai solo arte e che, nei momenti decisivi della storia, “anche il talento deve rispondere delle proprie scelte”.


Per commemorare la Giornata della Memoria, il libro; “Berlino 1940 – La convocazione” di Nadia Crucitti illumina il punto esatto in cui la Storia entra nelle case e nei pensieri, chiedendo conto alle coscienze. Nelle sue pagine l’ombra del potere si allunga sui gesti quotidiani, e la memoria diventa racconto, attesa, scelta. Una narrazione che non alza la voce, ma resta, come una luce necessaria, a ricordarci che il passato non è mai davvero passato. La scrittrice Nadia Crucitti vive a Reggio Calabria e si muove tra narrativa, critica e scrittura teatrale con una voce attenta alle zone d’ombra della storia e dell’intimità. Laureata in Materie letterarie, ha intrecciato fin dagli esordi riflessione critica e invenzione narrativa, collaborando alle antologie del Premio multimediale di poesia Nosside e a diverse riviste culturali. Alla metà degli anni Ottanta risale l’articolo *Affinità concettuali tra “L’uomo è forte” e “1984”, già indicativo di un interesse per i meccanismi del potere e della coscienza. Dopo la raccolta di racconti “Notti di luna bugiarda” (1990), la sua scrittura approda al romanzo con “Casa Valpatri” (Mondadori, 1996), vincitore del Premio “Cronaca familiare” di *Famiglia Cristiana*, in cui la dimensione privata si apre a una più ampia interrogazione morale e storica.

Negli anni successivi la ricerca narrativa prosegue tra sperimentazione e gioco letterario, premiata nel 2009 con “La leggenda della cavalla bianca” e accolta su riviste come “Cortocircuito”. Con “Berlino 1940. La convocazione” (2010) e “L’imperfezione dell’angelo” (2015), pubblicati da Città del Sole Edizioni, Crucitti approfondisce il rapporto tra individuo e storia, mentre nel 2021 vince il premio “Fai viaggiare la tua storia” con “Promettimi di essere libera”. Autrice anche di testi teatrali e presente in raccolte poetiche, nel 2023 è tornata sulle pagine di “Tuttolibri” de “La Stampa” con racconti e giochi letterari,
confermando una scrittura che vive di attraversamenti, memoria e libertà.

Ecco di seguito l’intervista alla scrittrice Nadia Crucitti:

  1. Il Contesto Storico e l’Atmosfera del libro “Berlino 1940 – La Convocazione” L’ambientazione: Perché la scelta del 1940? In che modo la città di Berlino, in quell’anno specifico, funge da “personaggio silente” capace di influenzare le scelte dei protagonisti?
    Il clima politico: Come viene descritta la tensione tra la facciata di ordine e grandezza del Terzo Reich e l’inquietudine sotterranea che inizia a serpeggiare tra i cittadini comuni?
    La vita quotidiana: Quali dettagli storici sono stati fondamentali per restituire al lettore il
    senso di oppressione e la claustrofobia di un regime che pretende il controllo totale sulla
    vita privata?
    Il romanzo è ambientato nella Berlino nazista, quando ormai tutto il potere era nelle mani di Hitler, diventato Cancelliere il 30 gennaio 1933. La persecuzione degli ebrei era iniziata da subito con continue leggi, che impedivano le iscrizioni agli albi professionali, lo svolgimento di determinati lavori, l’iscrizione alle scuole pubbliche, insomma si era ormai all’esclusione dalla vita pubblica e alla perdita di tutti i diritti, ma ancora, nonostante le violenze antiebraiche della “notte dei cristalli” del novembre 1938 e le numerose uccisioni, non si percepiva appieno l’orrore della persecuzione. La gente, e gli ebrei stessi, credevano a degli eccessi che col tempo sarebbero rientrati. Nel complesso neppure i tedeschi si rendevano conto delle imposizioni operanti anche su loro stessi, come ad esempio l’obbligo per i giovani di essere inquadrati, già dalle elementari, nelle organizzazioni giovanili del Reich. Se si legge Tre uomini a zonzo, il divertente libro di Jerome K. Jerome pubblicato nel 1900, si capisce molto bene come il nazismo abbia potuto mettere radici così profonde. Lo scrittore parla dei tedeschi in modo affettuoso e canzonatorio; ne viene fuori un carattere nazionale portato all’ordine, alla precisione e all’obbedienza, come nelle pagine dove Jerome scrive del tedesco medio che ammirando il paesaggio dalla cima di un monte vorrebbe trovare sia un cartello che gli dica che cosa deve guardare, sia un cartello della polizia che gli proibisca di fare questa o quella cosa. Ci sono altri esempi di questo tipo, e il romanzo si conclude con l’autore, preveggente, che si augura che il Paese abbia sempre governanti responsabili, proprio perché i prussiani tendono alla totale obbedienza all’autorità, anzi come dice lo stesso Jerome: Cieca obbedienza di fronte a ogni divisa. Ecco perché Hitler ebbe buon gioco: egli impersonava l’autorità, era il Cancelliere a cui si doveva rispetto, ogni legge che promulgava veniva vista a protezione del popolo tedesco, quindi
    l’inquietudine esisteva solo nell’animo degli oppositori politici, che non erano neppure molti perché venivano uccisi o imprigionati nei campi di concentramento e quelli ancora liberi fuggivano dalla Germania, così come fecero molti artisti.
  2. Trama e Personaggi
    La “Convocazione”: Cosa rappresenta simbolicamente la convocazione che dà il titolo al
    libro? È solo un atto burocratico o l’inizio di una discesa agli inferi personale?

Il conflitto interiore: Qual è il dilemma morale principale che affronta il protagonista (o i protagonisti)? Come si concilia la propria integrità etica con la necessità di sopravvivere in un sistema totalitario?
Le relazioni umane: In un mondo dominato dal sospetto e dalla delazione, come vengono descritti i legami affettivi? L’amore e l’amicizia sono ancora possibili o diventano strumenti di ricatto? Tra gli artisti che rimangono perché ossessionati dall’ansia di emergere c’è il regista Veit Harlan. Non ti parlerò molto di lui perché il libro è incentrato proprio sulla sua vita e sulla sua incapacità di cogliere la deriva assolutista verso cui si è ormai incamminata la Germania. Ti dico soltanto che è davvero un bravo regista – è lui ad aver ideato la dissolvenza, un tecnica che consiste nel passaggio graduale tra due immagini – e anche Michelangelo Antonioni, che vide il film in veste di giovane cronista alla Mostra del cinema di Venezia nel 1940 ne parlò con entusiasmo, e quel che più conta non è un antisemita, infatti la prima moglie era una cantante e attrice tedesca sì, ma ebrea, che morirà insieme ai figli e al secondo marito ad Auschwitz, e che aveva divorziato da Harlan per il carattere insopportabile di quest’ultimo. Perché Harlan era un umorale, soggetto a esplosioni di rabbia, egoista e vanesio, e anche superficiale, infatti è convinto di essere un uomo libero grazie alla sua amicizia col ministro Joseph Goebbels. Ma in una dittatura
difficilmente esiste amicizia, se sei ministro di un governo assolutista non sei certo un democratico e quindi se vuoi una cosa non dai all’altro la possibilità di scegliere. Ed ecco che quando ai primi del 1940 Goebbels convoca Harlan (da qui il titolo del mio romanzo) lo fa per imporgli la regia del film Jud Süss, tratto dal romanzo Süss l’ebreo dello scrittore ebreo Lion Feuchtwanger, che viene però stravolto da una sceneggiatura volta a soddisfare il desiderio di Goebbels di screditare gli ebrei. Harlan cerca in ogni modo di evitare la regia di questo film perché finalmente si rende conto dell’errore in cui è caduto, e chiede addirittura di essere mandato al fronte, ma il ministro minaccia di farlo fucilare se non accetterà.

  1. Temi Etici e Filosofici
    Il peso del silenzio: Il libro esplora il tema della complicità passiva. Fino a che punto il cittadino comune è responsabile degli orrori del regime se sceglie di non vedere?
    La Memoria: Quale messaggio vuole trasmettere l’opera alle generazioni attuali riguardo alla fragilità della democrazia e alla rapidità con cui si può scivolare nell’orrore?
    L’identità: Come cambia la percezione di sé quando si è costretti a vivere sotto una maschera di obbedienza?

Con questo film, il primo film antisemita, che dopo ogni proiezione scatenava la caccia all’ebreo da parte degli spettatori, Harlan è ormai in mano a Goebbels. E se egli non fu nè antisemita né cattivo e fu costretto come gli attori a obbedire agli ordini del ministro, io non provo alcuna commiserazione: era un uomo come tanti, basta guardarsi intorno ancora oggi per vedere una moltitudine di persone in vendita come lui, per questo ho cercato di mettere in luce il suo essere un uomo normale, perché la storia non la fanno i mostri, la fanno coloro che per opportunismo li seguono. E Harlan era un’opportunista, che cercava il successo e il denaro. Per me è colpevole, non tanto per Jud Süss, dato che allora era difficile rifiutare un’imposizione, ma perché dopo la guerra non ha mai dimostrato alcuna contrizione. Suo figlio Thomas Harlan, scrittore, documentarista e cacciatore di nazisti, che per decenni fu in lotta con lui disse che “il padre si era ritrovato ad affilare il coltello contro gli ebrei pur non essendo antisemita”. Proprio così, un uomo che ha partecipato alla persecuzione sfociata nella Shoah, solo per essere stato affascinato da Hitler e dal potere, un uomo da nulla. Ma il mondo è pieno di uomini pronti a vendersi, pieno di uomini che tacciono, come sta tacendo gran parte dell’Occidente davanti al genocidio dei palestinesi ad opera dei sionisti ebrei.
La Storia non insegna nulla, la memoria non insegna nulla, però conoscere quello che è stato ci
fa capire il presente e può aiutarci a formare valori etici, che guardano appunto al bene comune.

  1. Lo Stile Narrativo
    Il ritmo: Come viene gestita la tensione narrativa? È un crescendo di suspense o una narrazione più riflessiva e psicologica? Il linguaggio: Quale scelta linguistica è stata adottata per rendere la freddezza e la rigidità del periodo storico trattato?
    Riguardo allo stile del romanzo, il tipo di scrittura è dato da una narrazione eterodiegetica, ricca di dettagli e di avvenimenti pubblici e privati, che ricostruiscono l’epoca in cui la storia si svolge, e che segue l’ordine cronologico degli eventi, all’inizio con la pacatezza della vita di ogni giorno del protagonista e dell’affollata società in cui è immerso, per diventare poi incalzante quando il
    protagonista si trova davanti all’ineluttabile.