Il caso Vinci/Quel corto circuito dell'informazione, a rischiare sono libertà e democrazia

Il caso Vinci/Quel corto circuito dell'informazione, a rischiare sono libertà e democrazia

29 novembre 2017   08:54

Posted by Domenico Salvatore-

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Vinci e… Perdi

 

di Domenico Salvatore

 

Enzo Vinci, direttore responsabile di Television ‘Capo Sud’ Channel è di nuovo alla ribalta della cronaca. Colpevole di essere...giornalista. Di comunicare, di informare, di  i suoi lettori sovrani che chiedono notizie a getto continuo. Un avviso di garanzia non si nega a nessuno. Blocco ferroviario? "Ma quando mai, si difende lui, ero lì per servizio, sissignori; nelle mie vesti di giornalista. Stavo solo compiendo il mio dovere."

Sempre e comunque sulla graticola rovente come San Lorenzo od al tiro con l'arco come San Sebastiano. Ma stavolta non c'azzeccano le minacce subìte, velate od esplicite, nell'esercizio della professione giornalista.

Costretto obtorto collo a patire il supplizio di Sisifo..."Come punizione per la sagacia dell'uomo che aveva osato sfidare gli dèi, Zeus decise che Sisifo avrebbe dovuto spingere un masso dalla base alla cima di un monte. Tuttavia, ogni volta che Sisifo raggiungeva la cima, il masso rotolava nuovamente alla base del monte. Ogni volta e per l'eternità, Sisifo avrebbe dovuto ricominciare da capo la sua scalata senza mai riuscirci."

Se non quello di Tantalo..."Tantalo, a memoria eterna del suo misfatto, sebbene sia oramai un'ombra, avverte costantemente il bisogno di mangiare e bere, ma nonostante sia circondato da cibo e acqua non può né nutrirsi né dissetarsi. È legato ad un albero da frutto carico di ogni qualità di frutti, ed immerso fino al collo in un lago d'acqua dolce; tuttavia, appena Tantalo prova a bere, il lago si asciuga, e non appena prova a prendere un frutto i rami si allontanano, o un alito di vento improvviso li fa volare via lontano dalle sue mani. Inoltre un grosso macigno incombe su di lui, minacciando di schiacciargli il cranio e facendolo così vivere in uno stato di terrore perenne." Pater dimitte illis quia nesciunt quid faciunt.

Un giornalista, per ideale, per valore morale, per servizio, per cultura, per il bene comune, per convinzione o convincimento e per qualunque altra ragione, dedica tutta la sua vita alla professione.

In nome di Dio, della libertà, della democrazia. Senza doversi preoccupare di vincere o di perdere, quando si affrontino le battaglia di civiltà.

Qualcheduno ha detto e scritto che il giornalista sia solo; non ha amici, ma solo rivali ed avversari.

E mette a repentaglio la sua esistenza ed a rischio e pericolo, quella dei suoi familiari.

Diritto-dovere, sancito dalla Carta Costituzionale. E vince, perché viaggia sui binari della legalità, dell’onestà, della trasparenza, della giustizia, della lealtà e degli altri valori morali ed ideali che animano la nostra amata Repubblica.

Il giornalismo è un’istituzione sacrosanta ed inviolabile. Lo hanno ribadito in tutte le salse, Capi di Stato e premiers, il Papa, l’Onu, l’Ue ed altre personalità di spicco e persone giuridiche.

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Non concepisce, nè immagina, neppure lontanamente di doversi scontrare con le altre istituzioni, presenti sul territorio o di rimbeccarsi come i capponi di Renzo.

Anzi coopera quotidianamente con Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Regione, Provincia, Comune e Parlamento, enti, associazioni, volontariato, Chiesa, famiglia, società, Stato, mondo della scuola, Sindacato e via discorrendo.

Ogni giorno la politica, la Chiesa, lo Stato, i Governatori, i Sindaci ecc. si appellano all’informazione ed alla comunicazione, quale panacea di tutti i mali.

E’ l’amore indissolubile per il giornalismo, bellezza! Il crollo delle illusioni perdute? Ma  il giornalista, non è Lucien Rubemprè e Honorè de Balzac non c’azzecca.

La felicità? Oggi la tocchi, domani non si sa.

Lo dice anche Orietta Berti con ‘L’altalena’ di Pace – Panzeri – Pilat…

“Puo’ morire anche l’ultima illusione/l’amore no/mai mai mai mai mai/non ci lasceremo mai mai mai mai mai/e’ un girotondo la felicita’/oggi la tocchi domani non si sa/ti svegli un bel mattino con il sole/e il pomeriggio il sole non c’e’ piu’/a questo mondo tutto va su e giu’/e nell’amore me lo insegni tu/oggi mi lasci domani sei con me/e’ un altalena il nostro amor/mai mai mai mai mai/non ci lasceremo mai mai mai mai mai/non ci lasceremo mai/puo’ morire anche l’ultima illusione/l’amore no/…”

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Tante le raccomandazioni dei presidenti della Repubblica (Enrico De Nicola, Luigi Einaudi, Giovanni Gronchi, Antonio Segni, Giuseppe Saragat, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Antonio Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella), e dei papi ( Eugenio Pacelli, Angelo Giuseppe Roncalli, Giovanni Battista Montini, Albino Luciani, Karol Wojtyla  e Jorge Mario Bergoglio; nominalmente li abbiamo conosciuti tutti), alla coesione, unione, concordia, connessione, affiatamento, intesa e coordinamento delle istituzioni. Ma la stampa, lo è?

Tempo perso signor maestro! C’è democrazia e libertà, senza una libera stampa?

Purtroppo, ci sono segnali inquietanti e tendenze preoccupanti, che mettono in discussione il libero esercizio della professione giornalistica; a parte le leggi assurde che non hanno né capo e né coda, proposte dai parlamentari liberticidi e corti di memoria. Pater dimitte illis quia nesciunt quid faciunt.

Il giornalista di frontiera e di prima linea, sa bene a che cosa vada incontro quando decide di percorrere questa strada sdrucciolevole; a parte le minacce, querele, denunce, intimidazioni, ricatti, pressioni dei gruppi di potere, i processi, le condanne. Noi ne sappiamo qualcosa.

Noi pensiamo che l’antimafia, sia al di sopra di ogni sospetto e che faccia il suo dovere sino in fondo, tutelando e garantendo; e non sia passerella e vetrina, come silurano certi colleghi.

Ma lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia, si legge su internet, ci provò a smascherare i rischi dell’impostura di un’antimafia da vetrina, nell’oramai famoso articolo sul Corriere della Sera (10 gennaio 1987), dedicato al rapporto tra politica, popolarità e lotta alla mafia quasi una profezia; lui che la mafia l’aveva fatta diventare caso nazionale negli Anni Sessanta con saggi e romanzi ( ‘Il giorno della civetta’), sbattendola in faccia ad una opinione pubblica distratta, ad una classe dirigente spesso connivente, indicando la strada da perseguire, quella dei soldi, delle banche, delle tangenti. Lo scrittore aveva mostrato all’Italia l’esistenza della mafia, squarciando una spessa cortina di pudori, silenzi compiaciuti, omertà. La sua analisi storica e culturale, era una base indispensabile per capire le origini e lo sviluppo di Cosa Nostra; contro le derive autoritarie o deliri di onnipotenza

L’ex presidente dell’Antimafia Francesco Forgione trent’anni dopo nel suo libro “I tragediatori”, uscendo fuori dal politically correct, sibila sull’impostura definendola ‘La caduta degli dèi’.

Non basteranno gli errori e gli orrori del figlio di Neanderthal per farci cambiare idea ed opinione. Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris.

Libertà di pensiero, reati d’opinione, diritto del cittadino all’informazione…Siamo stati da sempre schierati per la legalità, la giustizia, la trasparenza, la libertà, la democrazia, la morale ed altri valori ideali.

Non tanto nei cortei silenziosi o clamorosi, fiaccolate, proteste di piazza, contestazione plateali, assemblee pubbliche con o senza sindacati e partitocrazia; al chiuso ed all’aperto o sui mass-media.

Quanto nei luoghi dove abbiamo esercitato la funzione docente (per quarant’anni) e giornalistica (per cinquant’anni) e nei luoghi della memoria, dove comunque siamo stati attori protagonisti; compatibili con la professione esercitata.

Premesso che abbiamo dovuto nostro malgrado saggiare l’amarezza e la delusione profonda dell’incidente di percorso… per omesso controllo e concorso in diffamazione.

 Il rischio di finire in carcere per una condanna per diffamazione è ancora molto concreta, nonostante tutte le chiacchiere che si sono fatte in Parlamento.

Il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, finito agli arresti domiciliari nel 2012 tornò libero per un intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che commutò la pena detentiva in una multa.

Clamoroso fu anche il caso  dell’editore Cipriani. Antonio Cipriani  responsabile di 15 testate free-press, è stato costretto obtorto collo a chiudere, dopo 34 processi per omesso controllo. Condannato dal tribunale di Oristano.  

Non è davvero piacevole, anzi, essere inquisiti, indagati, investigati e tutto il resto, senza aver commesso reato alcuno.

L’avviso di garanzia, il processo e la condanna. Colpevoli dell’aria fritta. Per reati d’opinione Ma non tocchiamo quest’argomento, pro bono pacis.

Era tutta roba da archiviare, senza nemmeno riflettere. Ma non fu così. E non possiamo dire in contumacia od a nostra insaputa.

Non ci siamo incatenati a nessuna cancellata. Né siamo andati sui giornali a protestare la nostra assoluta innocenza, rispetto ai capi d’accusa.

Abbiamo cominciato a scribacchiare, se non ricordiamo male nel 1967 alla Tribuna del Mezzogiorno con articoli siglati, se andasse bene, oppure senza firma.

Ci siamo interfacciati direttamente od indirettamente con i procuratori capo della Repubblica di Reggio Calabria, Sebastiano Surace, Carlo Bellinvia, Giuliano Gaeta, Antonio Catanese, Giuseppe Pignatone e Federico Cafiero de Raho; e con gli aggiunti, pro tempore o facente funzione; Salvatore Boemi, Nicola Gratteri, Francesco Scuderi, Michele Prestipino Giarritta, Gaetano Paci, Giuseppe Lombardo e Gerardo Dominijanni.

Ma anche con i procuratori nazionali antimafia ed antiterrorismo, (Il PNA non ha il potere, tipico degli uffici del pubblico ministero, di indagine e di esercizio dell'azione penale; la DNA venne istituita con la legge 20 gennaio 1992 n.8 con il compito di coordinare, in ambito nazionale, le indagini relative alla criminalità organizzata) presunti tali o facenti funzione (Alto commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa): Emanuele De Francesco ( 1982- 1985), Riccardo Boccia (1985-1986), Pietro Virga (1986-, Domenico Sica, inizialmente con poteri ridotti; è sottoposto alla vigilanza del Procuratore generale presso la Corte di Cassazione che riferisce al Consiglio Superiore della Magistratura, circa l'attività svolta e i risultati conseguiti dalla Direzione Nazionale Antimafia e dalle Direzioni distrettuali antimafia istituite presso la Procura della Repubblica del tribunale dei 26 capoluoghi di distretto di Corte d'appello .

Poi, vennero: Bruno Siclari (1992-1997), Pier Luigi Vigna ( 1997-2005), Piero Grasso (2005-2012), Franco Roberti (2013-2017) e Federico Cafiero de Raho (2017- ) con un leggero e maggiore riconoscimento dei poteri da esercitare.

Abbiamo interagito per la parte di nostra competenza anche con la Commissione Parlamentare antimafia o Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, istituita per la prima volta con legge del 20 dicembre 1962 (può compiere audizioni di membri del Governo e del Parlamento, magistrati, rappresentati delle forze dell'ordine, di enti locali ed economici, collaboratori di giustizia ed altri, per analizzare, da vari osservatori, l'evoluzione del fenomeno mafioso.  Anche missioni in diverse regioni italiane, per approfondire ed osservare nel concreto le problematiche legate alla presenza mafiosa sul territorio) presieduta da Paolo Rossi, Renato Pafundi, Francesco Cattanei, Luigi Carraro, Nicola Lapenta, Abdon Alinovi, Gerardo Chiaromonte, Luciano Violante, Tiziana Parenti, Ottaviano Del Turco, Giuseppe Lumia, Roberto Centaro, Giuseppe Pisanu, Francesco Forgione e Rosy Bindi.

Ed ovviamente con i Comandi di Gruppo e poi Provinciali di Carabinieri e Guardia di Finanza, e Questura ( e comandi zonali e di stazione; l’attuale vicecomandante nazionale dell’Arma, Antonio Ricciardi, fu capitano e comandante della Compagnia di Melito Porto Salvo).

Dunque, siamo stati sempre in mezzo ai fautori e promotori, ma anche delegati, della legalità, della giustizia, della libertà, della democrazia, della trasparenza e così via.

Nonostante ciò, ligi al dovere, rispettosi delle leggi e della morale, non siamo stati immuni rispetto a certe querele e denunce farlocche, false, inattendibili ed infondate.

Ma in questa sede, fatta la premessa, dobbiamo occuparci del diritto-dovere di cronaca.

Non solamente dello strombazzato articolo 21 della Costituzione(…” Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”) e delle successive leggi, modifiche ed integrazioni;

 

 O della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948:

Art. 19:

Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”

Una definizione della libertà di manifestazione del pensiero è inclusa nel comma 1 dell’articolo 5 della Costituzione della Repubblica federale di Germania del 1949:

“Ognuno ha diritto di esprimere e diffondere liberamente le sue opinioni con parole, scritti e immagini, e di informarsi senza impedimento da fonti accessibili a tutti. Sono garantite la libertà di stampa e d’informazione mediante la radio e il cinematografo. Non si può stabilire alcuna censura.”.

La libertà di espressione è sancita anche dall’articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ratificata dall’Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848:

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.

2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.

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Recentemente il procuratore capo della Repubblica di Catanzaro ex aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, rispondendo alle domande del presidente dei giornalisti della Calabria, Giuseppe Soluri, ha detto che la professione giornalistica sia bella ed affascinante, ma anche ‘difficile’ e pericolosa.

Ci occupiamo stavolta di una storia all’italiana…Melito-Una protesta in stazione per l’ospedale costa l’avviso di garanzia a sette persone.

La Gazzetta del Sud sbatte la vicenda in prima pagina: “Denunciati per 9 minuti”, la motivazione:”Il treno regionale per Rosarno partì in ritardo”….Protestavano per un’interruzione di pubblico servizio, si ritrovano indagati…per lo stesso reato. Invischiati alcuni ex assessori di Melito, il sindaco di Roghudi ed il giornalista Vincenzo Vinci....

Il direttore di “Capo Sud Television Channel”, non era lì per protestare, ma per effettuare un servizio giornalistico per la sua televisione.

Non vogliamo difendere nessuno, né criticare qualche altro. A parte che Vincenzo Vinci, sia stato la nostra controparte in Tribunale.

Il direttore Vinci, ha i suoi avvocati, non ha bisogno della nostra difesa d’ufficio.

Quanto sia difficile, se non impossibile fare comunicazione, in Calabria ed in Italia, ma fuori non è molto diverso, (in Turchia, nella prigione più grande al mondo per giornalisti sono 159 i cronisti incarcerati dal regime) te lo do io il giornalismo d’inchiesta, in una zona ad alta densità mafiosa, regno incontrastato dell’omertà e dell’illegalità, lo abbiamo sperimentato e saggiato sulla nostra pelle; a prescindere dalle parole del procuratore distrettuale antimafia.

Sono sotto gli occhi di tutti  ‘numeri’ e le cifre asettiche ed impersonali, non solo quelle dell’ufficio statistiche del ministero della Giustizia, pubblicati per la prima volta in un dossier dell’associazione Ossigeno per l’informazione, sui giornalisti, uccisi, feriti o ‘sbattuti’ in galera, se non  costretti ad esborsi per rimborsi e risarcimenti ridicoli…questi pennivendoli, scribacchini, imbrattacarte, ficcanaso, impiccioni, invadenti, travet.

“Ogni anno i giornalisti italiani ricevono migliaia di querele. E dopo lunghi processi e spese legali da sostenere, fonte  www.linkiesta.it, si scopre quasi sempre che le accuse erano infondate. Veri e propri abusi che intasano la macchina della giustizia e mettono a rischio la libertà di stampa nel nostro Paese. Lo dicono i numeri.

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Il 70 per cento dei procedimenti penali per diffamazione a mezzo stampa si concludono accertando la pretestuosità delle querele. I pochi cronisti che vengono condannati, però, rischiano molto. Tanto che nel 2015 sono stati comminati in totale 103 anni di carcere…”

Dalla gabbia del processo ‘Aemilia” a Reggio Emilia contro la ‘ndrangheta, gl’indagati volevano compagnia: «Giornalisti in galera».

“Sarebbe un gravissimo errore – commenta la Federazione Nazionale della Stampa Italiana – sottovalutare le nuove minacce che gli imputati nel processo Aemilia e i loro legali hanno rivolto, e non è la prima volta che accade, nei confronti dei cronisti che da tempo seguono tale vicenda. Non è tollerabile che si possano usare persino le aule di giustizia per tentare di intimidire chi svolge il proprio mestiere di informare i cittadini”. Il segretario generale e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, e il presidente dell’Associazione Stampa Emilia Romagna, Serena Bersani, fonte www.giornalistitalia.it, aggiungono che il sindacato dei giornalisti non solo è solidale con i colleghi, ma concorderà con tutti i giornalisti coinvolti la propria presenza alle prossime udienze del processo e, inoltre, promuoverà un’iniziativa pubblica a sostegno dei cronisti minacciati e, soprattutto, a sostegno del diritto dei cittadini ad essere informati su quanto accade nelle loro città.Dal canto suo, il presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna, Antonio Farnè, si dice certo che “l’ennesimo tentativo di delegittimare e intimorire i giornalisti messo in atto dagli imputati del processo Aemilia non condizionerà il nostro lavoro di operatori dell’informazione al servizio dei cittadini e della verità. È successo così nel gennaio scorso quando gli imputati chiesero di celebrare il processo a porte chiuse, senza la presenza dei cronisti, succederà così anche questa volta. L’informazione libera è un dovere civile e democratico. Niente e nessuno la può fermare”.

Abbiamo ricevuto l’invito a non cedere ai ricatti, alle minacce, alle intimidazioni, nientemeno che dal presidente della Repubblica del tempo Azzelio Ciampi e dal Papa, Sua Santità Giovanni Paolo Secondo:”Tenete la schiena dritta, la testa sulle spalle…”.

E c’è il diritto sacrosanto ed inviolabile all’informazione del cittadino, stabilito per legge che va difeso e tutelato.

La Dichiarazione dei Diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 (Déclaration des Droits de l'Homme et du Citoyen) è un testo giuridico elaborato nel corso della rivoluzione francese, contenente una solenne elencazione di diritti fondamentali dell'individuo e del cittadino.

Abbiamo ancora nelle orecchie le parole pronunziate qualche giorno fa dal ministro degl’Interni Marco Minniti:” "In una democrazia il diritto all'informazione e' un diritto irrinunciabile e insopprimibile, affinche' i cittadini possano giudicare e votare".

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Il ‘Caso Vinci’ per così dire, non può passare sotto silenzio. Non intendiamo glissare su un argomento di vitale importanza per l’informazione, strictu sensu.

Ma il caso sta montando; i parlamentari se ne stanno occupando del caso; e se servirà, partiranno anche interrogazioni ed interpellanze.

Vincenzo Domenico Vinci, cresciuto a pane, giornalismo, sindacato e politica, ha vissuto anche una parentesi romana, dove quale responsabile del sindacato  del settore elettrici, si confrontava con ministri, sottosegretari e segretari generali.

All’ombra dell’onorevole Costantino Belluscio, segretario particolare del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.

Non si può sorvolare sul suo lamento in televisione…’Sono andato in stazione per fare il servizio giornalistico per la mia televisione, non per fare alcuna protesta o contestazione, e mi ritrovo indagato.

Come dire che se un giornalista, si trovasse sul luogo di un delitto, per servizio, verrebbe accusato di…concorso esterno nell’omicidio, se non di complicità con i killers.”

Ci troviamo a Melito Porto Salvo una zona di frontiera e di prima linea, ad alta densità mafiosa, avamposto dello Stato, dove tutto è mafia e niente è mafia; regno incontrastato dell’omertà che cuce le bocche a doppia mandata per paura di rappresaglie, ritorsioni e vendette anche trasversali.

Basterebbe vedere come la così detta comunicazione ufficiale (televisioni, radio, giornali cartacei ed on line a perdere, non solo italiani), in occasione dei ‘fatti di Melito’, facendo di tutte le erbe un fascio e senza alcun ‘distinguo’, abbia detto pesta e corna, di tutto ed il contrario di tutto.

E quel che è peggio, danno e beffa, i cittadini sottoposti per giorni e settimane alla gogna ed alla berlina, non si sono strappati i capelli, non si sono lacerate le vesti, non hanno gridato allo scandalo ed alla vergogna; non si sono incatenati in piazza, né sono andati a smarcarsi in qualche talk show alla moda, da far impennare come il Machu Picchu, l’astina di mercurio dell’Auditel, dell’audience o share..

Il silenzio spettrale della ‘città fantasma’…”Ammia chi m’amporta  nomminteressa nenti , chi m’indi f…”; il sordido gioco delle tre scimmiette: non vedo, non sento e non parlo.

Siamo persuasi che si possa fare comunicazione. Sebbene talora ci attanaglia il sospetto che l’esercizio sia a sovranità limitata; in altri termini, non siamo perfettamente convinti che da queste parti, non si possa fare libera informazione, senza rischiare querele e denunce ad ogni stormir di fronda, pettegolezzo mirato, congetture e fantasie.

C’è sempre qualche allocco, gonzo e credulone, col bernoccolo degli affari, convinto del miraggio-abbaglio di poter richiedere ipotetici, deliranti risarcimenti, in tempi di vacche magre, spighe vuote, austerity, pauperismo e settimo buco della cintura e di lungaggini burocratico-giudiziarie, comunque disposto a riempire le tasche dell’avvocato.

Alla fine, come tutti sanno, sono più i soldi buttati al vento od alle ortiche, che quelli incassati, se e quando, che non basteranno nemmeno, per pagarsi il legale di fiducia.

Domenico Salvatore

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