TERRORISMO COME METASTASI

27.03.2016 23:09

di Elio Cotronei.

     Non si è spenta l’eco degli atti di terrorismo a Parigi e Bruxelles che un nuovo atto di terrorismo interessa ignari cittadini, a prevalenza cristiani, dicono le agenzie, legando l’attentato all’essere cristiani in festa pasquale come se i parchi cittadini non fossero luoghi di concentrazione domenicale per tutti, famiglie comprese, e senza distinzione di religione.

Il premier Renzi, su Twitter, rivolge un pensiero alla strage di Lahore in Pakistan per opera della follia di un Kamikaze che si sarebbe fatto esplodere vicino all’ingresso di un parco mentre la folla stava per uscire verso le 17.13 della odierna giornata pasquale.

Il numero di vittime accertato, oltre 50 morti e 200 feriti prevalentemente donne e bambini.

a sinistra davanti alla Borsa e gli estremisti accerchiati in boulevard Ansach; a destra il parco di Lahore

I cittadini di Bruxelles reagiscono al clima derivante dai recenti attentati riunendosi pacificamente davanti alla Borsa cittadina in Boulevard  Ansach, “bisogna continuare a vivere e convivere con la situazione che si è creata”. La manifestazione è turbata dall’arrivo di un gruppo di estremisti , in manifestazione non autorizzata,  che si sono posti in chiave razzista, lanciando pietre, bottiglie e altri oggetti. La maggior parte dei manifestanti era rappresentata da estremisti di destra. Molti indossano cappucci e passamontagna e facevano il saluto romano. La polizia li ha circondati e spinti fuori dalla piazza de la Bourse per evitare uno scontro, guadagnandosi il plauso di una folla abituata a vivere in una società cosmopolita e che non accetta l’equazione <>. 

Molti di loro venivano da Vilvorde e da Anversa.

 

Si legge per metastasi: “Diffusione, per via ematica o linfatica, di un processo morboso (spec. tumorale) in un punto dell'organismo diverso da quello del focolaio; la formazione tumorale che è stata prodotta dalla diffusione del focolaio (Sabatini – Colletti, Dizionario della Lingua Italiana)

Ma qual è il focolaio? Nel recente comunicato di un terrorista di Anversa – Antwerpen (Belgio) il monito è “più attaccherete in Siria (ndr, dove c’è il Califfato, sedicente stato islamico, dove vengono addestrati i terroristi e da dove partono in uomini armi come quelli presenti in Libia)  più aumenteranno gli attacchi più aumenteranno gli atti di terrorismo; quello che è avvenuto a Parigi e Bruxelles è stato solo un saggio”

 La metastasi è ampiamente diffusa, cellule terroristiche sono  dappertutto. E’ di oggi l’arresto di un algerino a Napoli, trasferitosi da Bruxelles, incaricato di fornire documenti falsificati.  Perché a Napoli? E’ da pensare ad un  contatto con la malavita organizzata?

Gli attentati terroristi trasmettono un messaggio che si collega all’ideologia presentata nei manifesti jihadisti, essi hanno sempre un significato simbolico che ha per obiettivo quello di spingere i combattenti a realizzare altre azioni.

Potrebbe sembrare una conclusione semplicistica ma il protocollo vuole che prima si asporta il tumore senza tentennamenti e poi si continua con la cura per neutralizzare la diffusione del morbo. A buon intenditore …

Negli ultimi vent'anni, nel mondo sono stati registrati 70.433 atti di terrorismo, oltre 10 al giorno. Più di 165mila persone vi hanno perso la vita. Quasi 280mila i feriti. Poco più di 3mila (4% del totale), invece, gli atti suicidi, avvenuti essenzialmente tra Medio Oriente, Nord Africa e Asia meridionale. Sono queste alcune delle informazioni che emergono dal Global terrorism database (Gtd), la più esaustiva e affidabile banca dati in materia, curata dalla University of Maryland.

Le Regioni e i Paesi più colpiti. Le regioni del mondo maggiormente colpite dai terroristi sono di gran lunga Medio Oriente e Nord Africa, che insieme hanno subìto due terzi (63%) degli attacchi compiuti dal 1994 al 2013, seguite dal sud-est asiatico e dall’Africa sub-sahariana (18% complessivamente). Considerando invece soltanto l’ultimo anno disponibile, si registra addirittura un incremento di tale incidenza percentuale.

I Paesi più colpiti sono Iraq e Afghanistan, che da soli addirittura ammontano al 30% del totale mondiale, rispettivamente con circa 12mila e 9mila atti di terrorismo.

                                                                                                                           

In Libia, 29esimo Paese al mondo con 360 attentati, di cui 351 nel solo biennio del dopo Gheddafi (appena 9 nei 17 anni precedenti), il che fornisce un’idea della destabilizzazione causata nel Paese dopo l’intervento militare del 2011.

Riportiamo uno studio di  Marcin Styszynski Assistant Professor, Faculty of Arabic and Islamic Studies; Chair of Asian Studies, Adam Mickiewicz University in Poznan (Poland).La brutalità e la violenza degli atti terroristici, e le distruzioni che provocano, spesso ricercano un significato addizionale, o simbolico, che riesca ad esprimere particolari idee. Due esempi dimostrano che gli atti di terrore possono avere le motivazioni più diverse. Per esempio, nel 356 A.C., Erostrato, un operaio povero, dette fuoco al tempio di Artemide a Efeso perché cercava in tutti i modi una celebrità che non avrebbe potuto guadagnarsi altrimenti (1). Nel 1974 Samuel Joseph Bych, un disoccupato disperato e frustrato per la situazione economica degli Stati Uniti, tentò di assassinare il presidente Richard Nixon dirottando un aereo che voleva far schiantare sulla Casa Bianca a Washington. Il piano di Bych alla fine è fallito, perché è stato ucciso all’aeroporto, vicino alla porta dell’aereo (2). Questi due esempi dimostrano, però, che un atto terrorista permette di trasmettere al pubblico un messaggio simbolico. L’azione di Bych era motivata da preoccupazioni sociali ed economiche sincere. Per contro, l’azione di Erostrato era piuttosto egocentrica e megalomane, ma l’incendio del tempio di Efeso è restato nella storia come il primo atto simbolico del terrorismo.

Motivazioni e reazioni simili sono all’origine degli attentati terroristi attuali, sia che siano commessi da gruppi jihadisti affiliati ad Al Qaeda che dallo Stato Islamico.

Gli attentati si legano spesso alle idee e agli slogan pubblicati nei manifesti dei gruppi jihadisti. Essi condannano l’influenza militare, economica e culturale dell’Occidente nel mondo mussulmano, e gli islamisti radicali pensano che quest’ultimo dovrebbe tornare ai primi secoli dell’islam e applicare strettamente la sharia, la legge coranica. La propaganda jihadista afferma anche che questa influenza occidentale si apparenti ad una nuova crociata contro l’islam e che si accompagni alla persecuzione dei mussulmani nei paesi occidentali e ad interventi militari in paesi come l’Afghanistan, l’Iraq, la Somalia, il Mali o la Cecenia.

L’espressione di idee radicali è stata evidente in occasione degli attentati terroristi contro luoghi, persone e istituzioni che simboleggiano la dominazione dell’Occidente. L’attacco contro la nave militare statunitense USS Cole del 2000, in Yemen, gli attentati contro le ambasciate USA del 1998 a Nairobi, in Kenya, e a Dar es Salaam, in Tanzania, o gli atti terroristi dell’11 settembre 2001 a New York e a Washington.

Le immagini degli attacchi vengono sistematicamente utilizzate dalla propaganda jihadista che mette in primo piano le distruzioni e le fiamme simboleggianti le fiamme dell’inferno, come punizione per i peccati. L’inferno è variamente descritto nel Corano, che parla del fuoco ardente, chiamato jahim, quello fiammeggiante chiamato ladtha, quello forte che brucia chiamato sa’ir, il fuoco intenso per calore chiamato saqar, o il fuoco che annienta chiamato hatama (3). I nomi dimostrano che l’inferno è il luogo degli orrori, del dolore e dell’angoscia, destinato a quelli che rifiutano la sharia. I jihadisti tentano di realizzare una visione realista dell’inferno, che si ritrova nei loro attacchi terroristi e che li giustifica.

Gli attacchi dell’11 settembre e le immagini forti che li hanno accompagnati ha permesso la creazione di un apparato simbolico che ha ispirato e motivato i jihadisti nella preparazione di altri attentati simili. E’ così che deve interpretarsi l’attacco contro il consolato statunitense di Bengasi dell’11 settembre 2012, che ha provocato la morte di John Christopher Stevens, l’ambasciatore USA in Libia e di due agenti del servizio di sicurezza (4). Nonostante alcune rivendicazioni abbiano presentato l’attentato come una reazione all’uscita del film “L’innocenza dei Mussulmani” (5) che, secondo i Mussulmani, conteneva offese al profeta Maometto, la data dell’attacco era la commemorazione simbolica degli attentati del 2001 e costituiva un omaggio reso ai terroristi di New York e Washington.

Tuttavia il significato di diversi altri attentati è spesso più complicato da declinare perché i simboli che essi utilizzano si riferiscono a quella che i jihadisti chiamano “la politica ostile dell’Occidente contro il mondo mussulmano”, cui hanno deciso di rispondere con reazioni violente.

Per esempio, gli attentati di Londra del 2005 hanno colpito il simbolo della croce, che indica la moderna crociata di cui si sentono vittime.

Se si collegano i quattro punti dove i quattro terroristi hanno fatto esplodere le loro bombe, ne risulta il simbolo della croce. Sulla carta di Londra l’immagine è un po’ deformata, in quanto il quarto terrorista si è impaurito e non si è fatto saltare nel luogo stabilito – all’interno della linea sud del metro – ma in un bus, mentre i suoi tre compagni hanno percorso una strada diretta all’interno della metropolitana, e hanno commesso i loro atti a nord, a ovest e a est della capitale britannica (6).

Il simbolismo ha caratterizzato anche gli attentati di Madrid del 2004, quando diverse bombe sono esplose nei treni e nella stazione della capitale spagnola. Il governo ha subito attribuito gli attentati all’ETA, prima di capire che si trattava di un attacco islamista, solo quando è stata ritrovata una camionetta con sette detonatori a bordo e una cassetta audio con dei versetti del Corano che giustificavano l’attacco. Gli attentati erano, secondo i terroristi, una risposta alla partecipazione della Spagna all’operazione militare in Iraq e hanno direttamente provocato il ritiro delle truppe spagnole da quest’ultimo paese (7).

Questa rivendicazione, però, non convince affatto, soprattutto se si tiene conto dei manifesti pubblicati da Osama Bin Laden e Ayman Al-Zawahiri, che rivendicano la penisola iberica come terra d’islam – chiamata in arabo Al-Andalus, essa venne conquistata nel 711 e persa nel 1492 – e che propugnano la riconquista della regione. La Spagna faceva parte di una coalizione antiterrorista comprendente 48 paesi alleati agli Stati Uniti, e non costituiva dunque l’unico bersaglio per i jihadisti. Il riferimento storico a Al-Andalus appare così una motivazione più credibile per spiegare l’azione terrorista.

Un altro simbolo è quello del colore arancione delle uniformi degli ostaggi catturati dai gruppi estremisti. Il simbolo è stato usato per la prima volta durante la brutale esecuzione dello statunitense Nicholas Berg, decapitato nel 2004 da Abu Musab al-Zarqawi, il rappresentante di Al Qaeda in Iraq. L’uniforme arancione simboleggia la rappresaglia contro la persecuzione dei prigionieri jihadisti nelle prigioni di Abou Ghraib in Iraq o a Guantanamo. Essi vestivano questo tipo di tenuta arancione, che è stata poi scelta dallo Stato Islamico (IS) per le esecuzioni degli ostaggi nelle loro mani.

Il simbolo dell’uniforme arancione degli ostaggi detenuti da Al Qaeda e dall’ISIS

L’impiego di simboli particolari è diventato popolarissimo nella propaganda dello Stato Islamico e del suo leader Abu Bakr al-Bagdadi, soprattutto nell’ambito delle ultime esecuzioni di ostaggi. Dopo il massacro di 21 Copti egiziani uccisi su una spiaggia in Libia, nel febbraio 2015, l’ISIS ha chiarito che si era trattato di una vendetta per l’uccisione di Osama Bin Laden, il cui corpo era stato gettato in mare senza rispetto per la sepoltura mussulmana (8). Le immagini del sangue che colava sulla sabbia della spiaggia libica simboleggia il parallelo tra i due fatti.

Allo stesso modo l’esecuzione di un pilota giordano selvaggiamente bruciato in una gabbia è stato giustificato con argomentazioni teologiche e giuridiche, secondo cui il pilota aveva attaccato delle città e dei villaggi utilizzando bombe incendiarie, cosicché meritava una pena dello stesso tipo.

Occorre anche sottolineare che, a causa di una ridotta capacità operativa, militare e finanziaria, i jihadisti non sono più in grado di commettere attentati spettacolari; si sono dunque concentrati sui bersagli cosiddetti “molli”, facili da colpire, come agenti di polizia e elementi delle forze di sicurezza, simboli della laicità e della libertà o istituzioni multiculturali. I recenti attacchi in Europa contro poliziotti, giornalisti o Ebrei dimostrano l’assunto. Inoltre, i jihadisti prendono a bersaglio i simboli “molli” del dominio occidentale in Medio Oriente o in Africa. Ciò è evidente nell’attacco contro il centro commerciale Westgate a Nairobi (Kenya) del 2013 o nei frequenti attentati contro hotel o ristoranti in Somalia. Bisogna anche considerare il recente attentato contro l’hotel Corinthia a Tripoli, la capitale libica, del gennaio 2015, che ha provocato 9 morti tra gli stranieri, o l’ultimo attentato mortale contro il museo Bardo a Tunisi.

Conclusioni

Le ricerche dimostrano che gli attentati terroristi trasmettono un messaggio che si collega all’ideologia presentata nei manifesti jihadisti e che spesso è poco conosciuta in Occidente. Gli attacchi hanno tutti un significato simbolico che ha per obiettivo quello di spingere i combattenti a realizzare altre azioni.

Il carattere simbolico degli attentati è diventato più forte con l’indebolimento delle capacità operative, militari e finanziarie dei jihadisti. I più recenti attentati dell’ISIS contro obiettivi “molli” (ristoranti, hotel, centri culturali e commerciali, redazioni o rappresentanti di comunità religiose) anch’essi dimostrano che questa pratica va crescendo e che rischia di aggravare i rischi per la sicurezza in tutto il mondo.

    [1] http://www.universalis.fr/encyclopedie/erostrate/

 

  [2] http://www.todayifoundout.com/index.php/2012/02/this-day-in-history-samuel-byck-hijacks-an-airliner-with-the-intent-of-flying-it-into-the-white-house-to-kill-president-nixon/

    [3] http://www.islamreligion.com/fr/articles/344/

    [4] http://www.jeuneafrique.com/Article/ARTJAWEB20120912113303/

    [5] http://www.lemonde.fr/afrique/article/2012/09/12/l-innocence-des-musulmans-le-film-qui-a-mis-le-feu-aux-poudres_1758964_3212.html

    [6] http://news.bbc.co.uk/2/shared/spl/hi/uk/05/london_blasts/what_happened/html/

    [7] http://www.terrorisme.net/p/article_202.shtml

    [8] http://www.slate.fr/story/37733/enterrement-tradition-islamique

Racconta Gianmarco Volpe, giornalista dell’agenzia Nova e analista politico esperto di Nord Africa e Medio Oriente.

Perché il Belgio sembra diventato l’epicentro dello jihadismo europeo? Ed è davvero un fenomeno recente?

“Non è affatto recente. La presenza di jihadisti, o meglio di soggetti con un passato di guerriglia armata islamista, è attestata fin dagli anni Novanta. Ed è facilmente documentabile. Basti pensare che la prima spia infiltrata in una base di Al Qaeda prima degli attacchi dell’11 settembre proveniva proprio dal Belgio: Omar Nasiri, questo il suo pseudonimo, fu utilizzato dai servizi segreti francesi, inglesi e tedeschi e scrisse successivamente anche un libro intitolato “Infiltrato-La mia vita in Al Qaeda”. Nasiri ci parla di una Bruxelles fatta già allora di enormi ghetti di immigrati, spesso infiltrati da militanti islamisti provenienti dalla guerra in Afghanistan contro l’Unione sovietica o dalla guerriglia armata in Nord Africa”.

Da chi sono costituiti i gruppi che stanno tenendo la città e l’Europa in ostaggio, quali sono le radici storiche della loro presenza a Bruxelles e nei dintorni?

“Prevalentemente Nord Africa. Sono persone arrivate vent’anni fa mentre erano ancora attivi i movimenti di opposizione islamista ai regimi locali, che spesso utilizzavano contro di loro il pugno di ferro. Molti di questi hanno fatto parte del Gia, il Gruppo islamico armato algerino, hanno subìto la tolleranza zero della monarchia marocchina, specialmente col precedente re Hassan II, o facevano parte dell’Lifg, il gruppo dei combattenti islamici libici fondato negli anni Ottanta da mujaheddin libici veterani della guerra tra Urss e Afghanistan. Uno dei loro ex capi, tanto per tirare un altro legame con l’attualità, Abd al-Hakim Belhadj – che pure non risulta transitato dal Belgio, solo per arricchire lo scenario – è oggi tra gli uomini-chiave per la ricerca di una soluzione in Libia. Questa è la prospettiva storica che ci occorre per capire il radicamento dell’islamismo militante in Belgio, che in quegli anni è divenuto un approdo sicuro anche in virtù di quella rete nata all’interno di ghetti come Molenbeek”.

Quali sono i vantaggi in termini strategici per queste persone nel muoversi in Belgio invece che altrove?

“Il Belgio è il cuore dell’Europa non solo sul piano politico ma anche su quello geografico. Lo dimostrano gli spostamenti e le fughe di Salah Abdeslam pre e post 13 novembre da Parigi a Bruxelles, consente una mobilità senza pari. In seconda battuta è molto semplice acquistare armi ed esplosivi sul mercato nero sfruttando la rete di coperture di cui parlavamo prima”.

Quanto c’entra il radicamento di alcune comunità in Belgio?

“Il problema non sono le comunità straniere. Ma il fatto che negli anni siano state emarginate in queste aree nelle quali accade di tutto e su cui i servizi e le forze dell’ordine hanno notizie frammentarie. Come avrebbe potuto Salah Abdeslam sfuggire per mesi alla cattura senza un tessuto di protezione di quel genere, saltando da un quartierone all’altro? Non basta. Questo contesto urbanistico e sociale favorisce anche la circolazione di idee che, ovviamente, non si combattono con le armi né con le retate. Restano, si alimentano e mutano negli anni interpreti e obiettivi”.

È vero che esisteva una sorta di “patto” fra i servizi segreti belgi e gruppi di terroristi per evitare operazioni troppo invasive in cambio della tranquillità in termini di attentati ma che con gli attacchi di Parigi e l’arresto di Salah Abdeslam sia saltato tutto?

“Sono ipotesi che mi lasciano scettico. In Medio Oriente il contesto è totalmente diverso ed è verosimile che possano esistere accordi di questo genere, pur sempre nella massima instabilità. In Europa non ci sarebbe alcuna convenienza: ciò che si potrebbe guadagnare in termini di relativa stabilità interna si finirebbe poi col pagarlo negli anni. Ci saranno sempre gruppi fuori controllo o frange ancora più estremiste contrarie al quieto vivere in cambio della libertà di manovra. Ci credo poco”.

Anche dell’Italia si racconta che sia una terra di passaggio e per questo “tutelata” da simili attacchi: è una tesi sensata?

“Il discorso precedente vale anche per l’Italia. Anche se il nostro Paese non ha consentito che crescessero e nascessero buchi neri come i ghetti di Parigi o di Bruxelles. Certo, abbiamo situazioni critiche ma per altre ragioni. Non c’è tuttavia da abbassare la guardia: è un discorso che incrocia politica, urbanistica, cultura. Potrebbero certo nascere contesti simili e alimentare in futuro, come oggi alimentano la criminalità generica, anche fenomeni di questo tipo”.

Gli attentati di oggi sembrano particolarmente complessi: è verosimile che siano una “risposta” all’arresto di Abdeslam?

“Non è da escludere ma certo fra aeroporto e metropolitana il quadro è abbastanza articolato. Sono dell’idea che fossero già in preparazione da tempo e che semmai possano essere stati accelerati dopo gli sviluppi degli ultimi giorni”.

Cosa dobbiamo attenderci per i prossimi mesi?

“Difficilissimo rispondere. L’indicazione che abbiamo è che sono definitivamente saltati i vecchi parametri terroristici. L’obiettivo siamo noi e per questo è più complesso difenderci. Se lo scopo, ancora prima dell’elemento simbolico, è fare più morti possibile, il gioco si fa duro. Quelli entrati in azione a Parigi e a Bruxelles sono gruppuscoli semiautonomi in grado di attivarsi in base alle più diverse indicazioni e ai quali in fondo non servono troppi fondi per mettere in piedi un attentato di questo livello. Sono cellule sparpagliate, radicate negli anni, che hanno sposato nuove e assurde cause”.

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