SPETTACOLI NELL’ANTICA ROMA COSTI E ORGANIZZAZIONE

20.11.2015 19:06

Rubrica Storica a cura di Attilio Cotronei

 

Gli spettacoli relativi al culto, come i Consualia e gli Equiria, erano organizzati dai sacerdoti e pagati con le entrate dell’ordine religioso. All’inizio gli spettacoli pubblici organizzati dai funzionari dello stato erano coperti con una somma fissa (pecunia certa) proveniente dalle casse statali. Ben presto, però il danaro statale non fu più sufficiente ed erano i funzionari stessi ad offrire di tasca propria quanto mancava. Molti politici privi di scrupoli facevano ricadere il proprio impegno finanziario sugli “alleati” di Roma e sulla popolazione delle province. Lo stesso Cesare, per assicurarsi il favore del pubblico, organizzò degli spettacoli sontuosi e si procurò un carico di debiti di 25 milioni di denari. I suoi creditori che temevano di perdere i loro soldi, tentarono di impedire a Cesare di andare a governare la Spagna. Egli dovette fuggire da Roma e, dopo un anno di Spagna, fu in grado di pagare i suoi debiti.

Augusto tolse agli edili la responsabilità di organizzare gli spettacoli pubblici e la passò ai pretori che ricoprivano la carica direttamente superiore. In quel periodo vennero aumentati i contributi statali con una notevole quantità di denaro che però non riusciva a coprire le spese.

Come logica conseguenza, nel IV secolo d. C., non esistevano più candidati volontari alla carica di pretore. Alcuni, addirittura, per evitare il gravoso onere fuggivano dalla capitale. A partire dalla metà del secondo secolo sparì il volontariato e lo nel  “Basso Impero” si costringeva chi possedeva il capitale minimo necessario alla carica di decurione ad accollarsi l’onere dell’allestimento dei giochi.

ORGANIZZAZIONE

L’organizzatore degli spettacoli, nel corso del tempo, fu costretto a servirsi di imprese specializzate nel rifornimento di tutto quanto fosse necessario alle corse. Si trattava di “società per azioni” nate a scopo di lucro e le cui quote erano in mano ai membri del ricco ordine equestre, che desideravano investire il loro denaro.  Tali società, guidate da direttori detti  “domini fonctionum” divennero sempre più importanti per volume di affari e per le centinaia di persone al loro servizio; diventarono delle vere e proprie “factiones” che avevano, come simbolo di identificazione, il colore della tunica che indossavano i loro auriga. Nel I secolo esistevano quattro colori e quattro squadre: bianco, rosso, verde e azzurro. Ogni società poteva contare migliaia di tifosi fanatici che, a loro volta, andavano al circo con tuniche dello stesso colore della squadra prescelta. A queste manifestazioni si aggiungeva la passione per le scommesse fatte in funzione della qualità dei cavalli e degli aurighi che rendevano le corse anche remunerative per chi vinceva. Durante la gara i presenti si scalmanavano incitando la propria  factio e augurando incidenti e sconfitte a quelle avversarie. Questo era un modo non solo di distrarsi ma anche di scaricare la propria aggressività, il che rendeva il cittadino “pacifico ed innocuo” riguardo alla situazione politica e sociale. Le scommesse potevano avere delle puntate molto alte e potevano essere fatte anche da chi non si trovava al circo o addirittura abitava fuori Roma. Era necessario quindi che si conoscessero in tempi brevi i risultati e un certo Cecina di Volterra ebbe l’idea geniale di servirsi delle rondini per pervenire a questo risultato. Egli dipingeva le loro ali con il colore della factio vincente e le lasciava tornare a casa. (Da Plinio il Vecchio, Naturalis Historia  10, 71)

“Caecina Volaterranus equestris ordinis, quadrigarum dominus, conprehensas in urbem secum auferens victoriae nuntias amicis mittebat in eundem nidum remeantes inlito victoriae colore”.

“Cecina di Volterra dell’ordine equestre, signore di quadrighe, portando con sé in città (le rondini) catturate, mandava agli amici i risultati della vittoria, rimandandole nel loro nido dipinte con il colore della vittoria)  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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