Siderno, il "Pater familias" Giuseppe Commisso inteso' U Mastru' e le sue api operaie, gestivano 120 locali di 'ndrangheta?

22.01.2016 23:58

L’operazione “Ape Green Drug, è scaturita dalle intercettazioni effettuate all'interno della lavanderia "Apegreen" di Siderno (RC), base operativa dei clan, gestita dal boss Giuseppe Commisso, 69 anni, l'accusa e' di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti e di  detenzione e messa in circolazione di monete contraffatte.  Otto persone sono destinatarie di misura cautelare in carcere, 6 della misura degli arresti domiciliari. COMMISSO Giuseppe, alias “U mastro”, nato a Siderno (RC) il 02.02.1947; PEZZANO Cosimo, nato a Siderno (RC) l’08.10.1972; SPATARO Claudio, nato a Messina il 19.6.1980; FAZARI Luigi, nato a Taurianova (RC) il 3.8.1976; CORREALE Michele, alias “U Zorro”, nato a Siderno (RC) il 2 novembre 1959; GALLUZZO Giovanni, nato a San Giovanni di Gerace (RC) il 29.11.1957; ARENA  Domenico, nato a Rosarno il 15.04.1954; GENISE Vincenzo, nato a Siderno (RC) il 05.08.1987; DEMASI Rocco, nato a Gioiosa Jonica (RC) il 15.03.1954; DEMASI Giuseppe, nato a Locri (RC) il 09.10.1986; MACRI’ Marco, nato a Locri (RC) il 03.05.1972; BUTTIGLIERI Salvatore, nato a Gioiosa Jonica (RC) il 16.03.1948;FUTIA Antonio, alias “u Ngilla” nato a Siderno (RC) il 21.09.1958; CASTAGNA Gian Luca, nato a Locri (RC) il 13.4.1975.

SIDERNO, OPERAZIONE "APE GREEN DRUG", NUOVA BUFERA GIUDIZIARIA SUI CLAN DI ‘NDRANGHETA DELLA STERMINATA LOCRIDE

Domenico Salvatore

Quest’ennesima operazione della DDA reggina, diretta dal procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho, conferma che per il narcotraffico internazionale di cocaina, la ‘ndrangheta si muovesse su tre continenti: Europa, Africa ed America.

Conferma pure, che sul Mandamento Jonico (in stretto collegamento con la Città di Reggio Calabria o mandamento di centro e la Piana o Mandamento   Tirrenico), comandino i Commisso di Siderno.

I dettagli dell’operazione, sono stati resi noti nel corso di una conferenza stampa in Procura a Reggio Calabria alla presenza del procuratore antimafia e antiterrorismo Franco Roberti; del procuratore di Reggio Federico Cafiero de Raho; del procuratore aggiunto Nicola Gratteri; del questore di Reggio Raffaele Grassi; del capo della prima sezione dello Sco Andrea Grassi e del capo della Squadra Mobile Francesco Rattà. 

“La Polizia di Stato, ha eseguito una serie di arresti e perquisizioni nei confronti di soggetti legati a cosche della 'ndrangheta operanti tra Gioiosa Ionica, Rosarno e Siderno. Sono in tutto 14, le ordinanze di custodia cautelare emesse dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Reggio Calabria: otto in carcere e sei ai domiciliari. Per tutti gli indagati l'accusa è di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga. 

Tra i destinatari dei provvedimenti scaturiti dalle indagini degli uomini del Servizio centrale operativo e dalla Squadra mobile di Reggio Calabria, recitava il lancio dell’ Ansa, figurano il boss Giuseppe Commisso - detto 'u mastru', considerato il capo dell'omonima famiglia e già detenuto per una condanna a 14 anni di reclusione per associazione mafiosa - i suoi broker di riferimento e personaggi legati ai Pesce di Rosarno e agli Ursino di Gioiosa Ionica.

I dettagli dell'operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa in programma alle 11 in procura a Reggio Calabria alla presenza del procuratore antimafia e antiterrorismo Franco Roberti, del procuratore di Reggio Federico Cafiero de Raho, del procuratore aggiunto Nicola Gratteri, del questore di Reggio Raffaele Grassi, del capo della prima sezione dello Sco Andrea Grassi e del capo della Squadra mobile Francesco Rattà.

L'operazione scaturisce dell'analisi delle conversazioni ambientali intercettate all'interno della lavanderia Apegreen di Siderno (Reggio Calabria), gestita da Giuseppe Commisso e ritenuta dagli investigatori la base operativa dell'organizzazione. Le microspie furono piazzate nel 2010: ore e ore di conversazioni fra gli esponenti della 'ndrangheta ionico-reggina consentirono di ricostruire le attività dei Commisso e, soprattutto, di scoprire l'esistenza di 'locali' di 'ndrangheta sia in Italia che all'estero. Indagini che portarono all'operazione 'Crimine', chiusa con oltre 300 arresti.

La rilettura e l'analisi di quelle e di altre conversazioni, rimaste fuori dal procedimento principale, ha consentito di individuare il ruolo dei Commisso nel narcotraffico internazionale e ha portato all'operazione di oggi. In sostanza, l'inchiesta rappresenta l'epilogo delle indagini che hanno coinvolto la cosca dal 2009 a oggi e ha dimostrato, secondo gli investigatori, come l'organizzazione fosse operativa in Belgio, Costa d'Avorio e Venezuela.”

Il comunicato ufficiale della Questura di Reggio Calabria:” Alle prime ore della mattinata odierna, a conclusione di articolate indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, gli investigatori del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria hanno eseguito 14 ordinanze di custodia cautelare in carcere e agli arresti domiciliari emesse dal G.I.P. presso il locale Tribunale, a carico dei seguenti soggetti - appartenenti in massima parte alla cosca COMMISSO di Siderno (RC), ma anche a quella dei PESCE di Rosarno (RC) e dei DE MASI di Gioiosa Ionica (RC) - ritenuti responsabili, a vario titolo, dei delitti di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e cessione di cocaina, hashish e marijuana, nonché di detenzione e messa in circolazione di monete contraffatte:

 

1.      COMMISSO Giuseppe, alias “U mastro”, nato a Siderno (RC) il 02.02.1947;

2.    PEZZANO Cosimo, nato a Siderno (RC) l’08.10.1972;

3.    SPATARO Claudio, nato a Messina il 19.6.1980;

4.    FAZARI Luigi, nato a Taurianova (RC) il 3.8.1976;

5.     CORREALE Michele, alias “U Zorro”, nato a Siderno (RC) il 2 novembre 1959;

6.    GALLUZZO Giovanni, nato a San Giovanni di Gerace (RC) il 29.11.1957;

7.     ARENA  Domenico, nato a Rosarno il 15.04.1954;

8.    GENISE Vincenzo, nato a Siderno (RC) il 05.08.1987;

9.    DEMASI Rocco, nato a Gioiosa Jonica (RC) il 15.03.1954;

10.                       DEMASI Giuseppe, nato a Locri (RC) il 09.10.1986;

11.  MACRI’ Marco, nato a Locri (RC) il 03.05.1972

12. BUTTIGLIERI Salvatore, nato a Gioiosa Jonica (RC) il 16.03.1948;

13.FUTIA Antonio, alias “u Ngilla” nato a Siderno (RC) il 21.09.1958;

14.CASTAGNA Gian Luca, nato a Locri (RC) il 13.4.1975.  

I primi otto soggetti sono stati attinti dalla misura cautelare della custodia in carcere, gli altri da quella degli arresti domiciliari.

Le indagini concluse dai poliziotti della Squadra Mobile di Reggio Calabria e del Servizio Centrale Operativo hanno portato alla luce l’esistenza di un vasto traffico di cocaina, con proiezioni internazionali, promosso, organizzato e diretto da affiliati alla potente cosca di ‘ndrangheta dei COMMISSO, sotto la direzione ed il controllo del boss COMMISSO Giuseppe, alias “u mastro” classe 1947, attualmente detenuto, in regime di carcere duro, a seguito dell’arresto operato dalla Polizia di Stato nel 2010, nell’ambito dell’operazione antindrangheta denominata “Crimine”, per cui ha riportato una condanna in secondo grado a 14 anni di reclusione per associazione mafiosa. Il predetto è stato altresì condannato il 20 gennaio scorso a 20 anni di reclusione per le attività di infiltrazione in alcuni pubblici appalti, con sentenza pronunciata ad esito del processo con rito abbreviato, scaturito dall’operazione “La morsa sugli appalti pubblici” eseguita dalla Polizia di Stato nell’estate del 2014.

 

L’inchiesta si basa principalmente sugli elementi di prova acquisiti dalle intercettazioni ambientali eseguite all’interno della lavanderia Apegreen di Siderno (RC) all’interno della quale erano state captate numerose conversazioni di COMMISSO Giuseppe “U Mastru”, con altri influenti esponenti della ‘ndrangheta calabrese. Un inarrestabile flusso di notizie fuoriuscito da quel che era considerato un riparo segreto della cosca, la lavanderia Apegreen, un versamento continuo di informazioni che, in molti casi,  hanno ridisegnato la storia della ‘ndrangheta portando alla luce le sue innovazioni criminali determinate soprattutto dall’avvento del traffico di sostanze stupefacenti con l’America, un’attività che, in breve, avrebbe cambiato integralmente la fisionomia e l’essenza delle cosche calabresi ed in particolare di quella dei COMMISSO.

 

COMMISSO Giuseppe, forte della sua rilevante posizione criminale in seno alla ‘ndrangheta, controllava e gestiva, dalla suddetta base operativa, un remunerativo traffico di sostanze stupefacenti.

 

I dialoghi intercettati hanno messo in luce, in modo inequivoco, singole trattazioni di sostanze stupefacenti poste in essere con la costante intermediazione dello stesso COMMISSO Giuseppe, che ha praticamente monopolizzato questa specifica attività illecita nel territorio controllato dalla cosca, con l’apertura di canali internazionali per l’approvvigionamento della cocaina dal Sud America, segnatamente dal Venezuela, in sinergia con esponenti di spicco della potente cosca PESCE di Rosarno (RC) influente sul Porto di Gioia Tauro.

 

Il boss Giuseppe COMMISSO era attivamente collaborato nelle attività di narcotraffico da alcuni sodali dell’organizzazione, tra i quali spiccano, per importanza criminale ed il ruolo svolto, PEZZANO Cosimo e SPATARO Claudio, nonché GALLUZZO Giovanni e MACRI’ Marco, figlio del defunto Vincenzo detto “U baruni”.

 

PEZZANO Cosimo e SPATARO Claudio erano i principali luogotenenti di COMMISSO Giuseppe u mastru, per conto del quale trasportavano e consegnavano agli acquirenti le partite di droga; curavano i rapporti con importanti esponenti di altre organizzazioni criminali, finalizzati all’acquisito di sostanza stupefacente, fra cui il camorrista FATTORUSO Francesco; indirizzavano l’attività di altri sodali, fra i quali SURACE Pietro e CASTAGNA Gian Luca.

 

CASTAGNA Gian Luca è un Sovrintendente della Polizia di Stato di origini sidernesi, in servizio presso la Frontiera Marittima del porto di Gioia Tauro, il quale è stato sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari con l’accusa di aver preso parte al sodalizio criminale finalizzato al traffico di sostanze stupefacenti, diretto da Giuseppe COMMISSO; di aver fornito ai componenti dell’organizzazione criminale informazioni riservate sui container che sarebbero giunti al porto di Gioia Tauro e sulla uscita degli stessi dall’area portuale, in sostanza informazioni sulle modalità di elusione dei controlli presso l’area portuale di Gioia Tauro, nel caso di importazioni di sostanza stupefacente via mare; di aver compiuto attività materiali connesse al traffico di sostanze stupefacenti, recando messaggi per conto dei componenti del sodalizio criminale, accompagnando alcuni di loro dagli acquirenti, tra i quali FATTORUSO Francesco[1], noto esponente del clan camorristico AQUINO-ANNUNZIATA di Boscoreale (NA) - trovato cadavere, il 26 marzo 2014, all’interno della sua autovettura completamente distrutta dalle fiamme - che acquistava dai COMMISSO ingenti quantitativi di sostanza stupefacente pagandola con denaro contante consegnato, di volta in volta, a PEZZANO Cosimo, SPATARO Claudio, SURACE Pietro, nonché allo stesso CASTAGNA Gian Luca.

 

In alcune intercettazioni ambientali, durante un viaggio di ritorno dalla Campania con PEZZANO, il poliziotto infedele riferiva che alcune banconote - evidentemente ricevute a Scafati da FATTORUSO Francesco da cui si erano recati poco prima - puzzavano di muffa.

 

Nel corso delle indagini sono stati documentati la cessione di un chilogrammo circa di cocaina (al prezzo di 41.000,00 euro) da COMMISSO Giuseppe - tramite PEZZANO Cosimo e SPATARO Claudio - a FAZARI Luigi di San Giorgio Morgeto (RC); il coinvolgimento di un esponente di spicco del clan dei PESCE di Rosarno, ARENA Domenico (cognato di PESCE Vincenzo) che veniva interpellato dal Mastro per organizzare l’importazione, in un container, di un carico di sostanza stupefacente dal Venezuela, con scalo al porto di Genova; le modalità per far arrivare partite di droga al porto di Gioia Tauro.

 

Il ruolo di broker della droga svolto dall’ARENA per conto della potente cosca PESCE di Rosarno (RC) è suffragato da alcune formidabili intercettazioni ambientali captate all’interno della lavanderia Apegreen, laddove egli riferiva a COMMISSO Giuseppe di avere avuto la disponibilità di un grosso quantitativo di sostanza stupefacente, circa cento chilogrammi, che aveva venduto a 39.000 euro al chilogrammo e di avere ricevuto, complessivamente, per tale vendita, somme di denaro che si aggiravano tra i 500 ed i 700 mila euro.

 

Nell’ottobre del 2013, gli investigatori della Polizia di Stato reggina, nel prosieguo delle attività di indagine coordinate dalla D.D.A. di Reggio Calabria, hanno arrestato GENISE Vincenzo, colto in flagranza mentre trasportava un chilogrammo circa di cocaina (978 grammi), rinvenuta dai poliziotti, ben occultata, all’interno della sua autovettura Suzuki Vitara.

 

Le intercettazioni video consentivano di accertare che il fornitore della droga sequestrata al GENISE era SPATARO Claudio.

 

COMMISSO Giuseppe è altresì indagato, in concorso con un correo, di detenzione e di banconote contraffatte di taglio imprecisato.

 

Fra i soggetti colpiti dal provvedimento restrittivo figurano anche DE MASI Rocco e Giuseppe di Gioiosa Jonica (RC), con l’accusa di aver venduto ed acquistato, per conto del sodalizio criminale diretto da COMMISSO Giuseppe, ingenti quantitativi di sostanza stupefacente Si tenga conto che i suddetti DE MASI sono rispettivamente fratello e nipote di DEMASI Giorgio[2], alias “u Mungianisi”, arrestato, dopo un periodo di latitanza a Torino, in quanto ritenuto il capo locale di Gioiosa Jonica, secondo quanto emerso nell’ambito dell’operazione “Il Crimine”.

 

In forza delle risultanze acquisite nel corso delle indagini condotte dalla Polizia di Stato è stato possibile stabilire la continuità e l’assiduità dei rapporti tra i sodali, evidenziati dai numerosi contatti tra di loro, la materiale partecipazione alla fase esecutiva dei numerosi reati scopo portati a termine, l’elaborazione e l’adozione di un linguaggio convenzionale comune e, infine, un luogo unico di incontro tra i partecipi, ovvero la lavanderia Apegreen di COMMISSO Giuseppe, elementi questi dotati della gravità indiziaria che è stata ritenuta idonea a suffragare la contestazione associativa agli indagati, con i seguenti ruoli:

 

        COMMISSO Giuseppe, alias “U mastro”, promotore ed organizzatore

        PEZZANO Cosimo, partecipe

        SPATARO Claudio, partecipe

        FAZARI Luigi, partecipe

        CORREALE Michele, alias “U Zorro”, organizzatori

        GALLUZZO Giovanni, organizzatore

        ARENA  Domenico, organizzatore

        GENISE Vincenzo, partecipe

        DEMASI Rocco, partecipe

        DEMASI Giuseppe, partecipe

        MACRI’ Marco, partecipe

        BUTTIGLIERI Salvatore, partecipe

        FUTIA Antonio, alias “u Ngilla”, partecipe

        CASTAGNA Gian Luca, partecipe

 

Quanto ai reati fine concernenti il traffico di cocaina, va rilevato che è stato contestato a:

 

        COMMISSO Giuseppe, PEZZANO Cosimo e SPATARO Claudio, di aver detenuto 5 kg di cocaina in data 15.02.2010;

        FAZARI Luigi, di aver detenuto 23 kg di tipo cocaina, nell’estate del 2009;

        COMMISSO Giuseppe, PEZZANO Cosimo, SPATARO Claudio e FAZARI Luigi  di aver detenuto 1 kg circa di cocaina in data 24.02.2010;

        COMMISSO Giuseppe, PEZZANO Cosimo, SPATARO Claudio e FAZARI Luigi di aver detenuto 1 kg di cocaina, in data 28.02.2010;

        COMMISSO Giuseppe, PEZZANO Cosimo, SPATARO Claudio, FAZARI Luigi, COMANDE’ Antonino e CAMILLO’ Rocco, di aver detenuto a fini di spaccio 1 kg circa di cocaina, in data 02.05.2010

        PEZZANO Cosimo di aver detenuto a fini di spaccio 5 kg circa di cocaina, in data 11.05.2010;

        COMMISSO Giuseppe, CORREALE Michele, GALLUZZO Giovanni di aver detenuto a fini di spaccio 3 kg circa di cocaina, in data 30.12.2009

        ARENA Domenico, di aver detenuto a fini di spaccio 100 kg circa di cocaina, nel mese di marzo 2010

        VARACALLI Giuseppe, di aver detenuto a fini di spaccio circa 50 kg di marijuana, nel mese di gennaio 2010

        PEZZANO Cosimo, SPATARO Claudio e GENISE Vincenzo, di aver detenuto a fini di spaccio, una ingente quantità di cocaina, in data 31.07.2015 e in data 28.09.2015

        SPATARO Claudio (in concorso con GENISE Vincenzo arrestato in flagranza di reato), di aver detenuto a fini di spaccio, un kg circa di cocaina (978 grammi)  in Siderno (RC) in data 12.10.2015.

L’odierna operazione di polizia s’inserisce nel quadro dell’azione di contrasto alla ‘ndrangheta operante nel mandamento jonico della provincia di Reggio Calabria ed è, in particolare, finalizzata alla disarticolazione della potente cosca COMMISSO di Siderno, attiva in Italia, Europa ed in Canada.

Essa rappresenta la prosecuzione delle precedenti operazioni eseguite dalla Polizia di Stato sotto la direzione della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria passate alla cronaca con il nome convenzionale di “Crimine” (2010), “Recupero- Bene Comune” (2010), “La Falsa politica” (2012), “La Morsa sugli Appalti” (2014) “Acero-Crupi” (2015) che hanno colpito la cosca COMMISSO nelle sue diverse articolazioni territoriali ed internazionali.  

 

Reggio Calabria, 22 gennaio 2016.


[1] nato a Scafati (SA) il 07.08.1969, già ivi residente in via Lo Porto, traversa Marino n. 1.

[2] nato a Gioiosa Ionica (RC) il 6 maggio 1952.


Dalle prime ore dell’alba, è in corso un’operazione della Polizia di Stato in Calabria. Diversi arresti e perquisizioni, disposti dall’Autorità giudiziaria di Reggio Calabria, si stanno eseguendo nei confronti di soggetti ritenuti legati a cosche della ‘ndrangheta.

14 sono gli arresti e decine le perquisizioni nell’entroterra reggino, fra Gioiosa Ionica, Rosarno, Siderno.

8 persone sono destinatarie di misura cautelare in carcere, 6 della misura degli arresti domiciliari. Per tutti l’accusa è di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti.

Le indagini, coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, sono state svolte da investigatori del Servizio Centrale Operativo e della Squadra Mobile calabrese.

 

‘NDRANGHETA: OPERAZIONE Apegreen Drug

 

L’operazione, denominata Apegreen Drug, è frutto dell’analisi e dalla ricostruzione delle conversazioni ambientali intercettate all’interno della lavanderia Apegreen di Siderno(RC), gestita dal boss COMMISSO Giuseppe, detto u’mastru, di anni 69, detenuto per una condanna a quattordici anni di reclusione per associazione mafiosa.

 

Era l’estate del 2010, quando, gli investigatori del Servizio Centrale Operativo e della Squadra Mobile di Reggio Calabria, grazie alle microspie piazzate all’interno della lavanderia Apegreen di Siderno, intercettarono ore di conversazioni fra esponenti della ‘ndrangheta ionico-reggina che consentirono di ricostruire le attività criminali della cosca COMMISSO e scoprire l’esistenza di locali operative in Italia e all’estero. Quelle indagini portarono all’operazione Crimine che, con oltre 300 arresti, disarticolò le proiezioni nel Nord Italia, specie in Lombardia, e all’estero (Australia e Canada) della ‘ndrangheta.

 

Le odierne evidenze investigative, scaturite dalle attività tecniche effettuate all’interno della lavanderia Apegreen di Siderno - base operativa del sodalizio - hanno consentito con l’operazione di oggi, di qualificare il ruolo della cosca COMMISSO nel settore del narco-traffico internazionale.

L’attuale segmento investigativo rappresenta l’epilogo delle principali inchieste condotte sulla cosca COMMISSO, dal 2009 ad oggi, e conferma, anche con recenti sequestri di stupefacenti, l’operatività del sodalizio in Africa (Costa d’Avorio) e Nord Europa (Belgio) e Venezuela. 

 

Tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi figurano, oltre al boss detenuto COMMISSO Giuseppe, di anni 69, i suoi attuali broker di riferimento ed altri personaggi legati alla potente cosca PESCE di Rosarno (RC), alla cosca URSINO di Gioiosa Ionica (RC).

 

I dettagli dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa, che si terrà oggi, alle ore 11, presso la Procura di Reggio Calabria, alla presenza del Procuratore Nazionale Antimafia ROBERTI, il Procuratore Capo CAFIERO de RAHO, il Procuratore Aggiunto GRATTERI, del Questore e i dirigenti degli organismi investigativi (Andrea GRASSI-SCO e Francesco RATTA’- Squadra Mobile).

La rilettura dell’operazione-madre ha determinato un nuovo blitz della Polstato (Servizio centrale operativo diretto da Renato Cortese e Squadra Mobile di Reggio Calabria diretta da Francesco Rattà) contro i clan di 'ndrangheta del triangolo Siderno-Gioiosa-Rosarno. Una joint-venture, fra le cosche dei Commisso-De Masi e Pesce. Gli uomini della Questura reggina, hanno messo a segno una serie di arresti e perquisizioni nei confronti di soggetti considerati legati alle famiglie storiche della ‘Piovra’ calabrese.

Figura anche il mammasantissima Giuseppe Commisso,  inteso ‘U Mastru, ritenuto il capo dell’omonima famiglia e già detenuto per una condanna a 14 anni di reclusione per associazione mafiosa .

E pure un poliziotto colluso, tra le persone arrestate: Gian Luca Castagna, in servizio alla Frontiera Marittima del porto di Gioia Tauro, che è stato posto agli arresti domiciliari.

In base all'accusa, il poliziotto, avrebbe fornito agli accoscati notizie riservate sulle modalità di ingresso e uscita dei container dal porto di Gioia Tauro. In maniera  da eludere i controlli.

Lo stesso avrebbe accompagnato alcuni malavitosi dagli acquirenti, tra i quali Francesco Fattoruso, ritenuto un noto esponente del clan camorristico Aquino-Annunziata di Boscoreale in provincia di Napoli.

Trovato cadavere il 26 marzo 2014 nella sua auto distrutta dalle fiamme. Il narcotrafficante defunto acquistava dai Commisso di Siderno, pagando con denaro consegnato, in alcuni casi allo stesso Castagna. In una conversazione intercettata, il poliziotto infedele riferiva che alcune banconote puzzavano di muffa. 

L’operazione della Polizia di Stato contro le cosche di 'ndrangheta scaturisce dell’analisi delle conversazioni intercettate nella lavanderia Ape Green di Siderno (Reggio Calabria), gestita da Giuseppe Commisso e ritenuta dagli investigatori la base operativa dell’organizzazione  che consentirono nell’àmbito dell’operazione 'Crimine', chiusa con oltre 300 arresti di ricostruire le attività del clan dei Commisso e, soprattutto, di scoprire l’esistenza di  circa 120 "locali" di 'ndrangheta attivi in Italia ed all’estero.

La rilettura e l’analisi di quelle e di altre conversazioni, rimaste fuori dal procedimento principale, ha consentito di individuare il ruolo dei Commisso nel narcotraffico internazionale.

Secondo gli investigatori, l’organizzazione era operativa in Belgio, Costa d’Avorio e Venezuela. Oltre al boss detenuto Commisso Giuseppe, di anni 69, figurano anche i suoi attuali broker di riferimento ed altri personaggi legati alla potente cosca Pesce di Rosarno (RC), alla cosca Ursino di Gioiosa Ionica (RC).

Ha le idee chiare sull’Onorata Società, poi diventata ‘Ndrangheta,  NICOLA GRATTERI, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria.

E lo ha spiattellato ai quattro venti nelle conferenze stampa, tenute con i giornalisti; nelle scuole; nei convegni, seminari di studio, simposii, meeting, tavole rotonde ed assemblee.

Ma soprattutto, nei libri best-sellers, scritti a quattro mani, con il giornalista Antonio Nicàso; professore nelle Università americane; uno dei massimi esperti di mafia dell’intero pianeta.

Purtroppo in questi decenni è stato guardato con diffidenza e sospetto. Come se fosse, una sorte di Don Chisciotte contro i mulini a vento.

La politica lo ha sempre snobbato e circuito. A parte l’ultima  ‘sparata’ del Governo e del Parlamento sul Ministero della Giustizia. Una leggenda metropolitana, che ha fatto il giro del pianeta. Nell’ audizione alla Camera nella Seduta n. 27 di Lunedì 14 aprile 2014, di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, ha fornito un saggio della sua conoscenza del fenomeno mafioso di tipo ‘ndranghetistico.

“Faccio questo lavoro da 29 anni; mi sono interessato sempre di ’ndrangheta e, oggi in particolare, di traffico internazionale di stupefacenti, visto che la ’ndrangheta ha quasi un monopolio nell'importazione di cocaina in Europa.

Nella sostanza, fonte documenti.camera.it, dobbiamo dire che contrastare la ’ndrangheta è molto più difficile rispetto ad altre mafie, considerato il vincolo familiare: due o tre famiglie patriarcali formano un locale. Un collaboratore di giustizia dovrebbe quindi parlare prima di 200 parenti, poi degli amici e poi dei nemici.

La legge sui collaboratori di giustizia nel corso di questi anni è stata modificata ed è stata resa molto stringente e comunque più garantista. Lo dico in senso positivo, perché sono d'accordo, data la delicatezza del mezzo di ricerca della prova. Se volete, in seguito approfondiremo l'argomento.Pag. 3

La ’ndrangheta sinora ha avuto collaboratori di giustizia di serie B e di serie C. Nessun capo locale di ’ndrangheta di serie A si è mai pentito. Noi abbiamo avuto solo Filippo Barreca di Pellaro, una frazione di Reggio Calabria, e Franco Pino di Cosenza, ma parliamo di una ’ndrangheta «di seconda o terza fascia», per usare un termine calcistico.

L'evoluzione della ’ndrangheta è avvenuta nel 1969, quando c’è stata una rivoluzione interna alla ’ndrangheta con la creazione della Santa. La Santa consiste nella possibilità per uno ’ndranghetista di essere affiliato anche alla massoneria deviata.

Questo è servito alla ’ndrangheta per avere contatti con i quadri della pubblica amministrazione e, quindi, con medici, ingegneri e avvocati.

Un collaboratore di giustizia ci ha spiegato che «all'orecchio del Gran Maestro» possono essere affiliati tre incappucciati. Ciò vuol dire che questi sono conosciuti solo al Gran Maestro. Lo stesso collaboratore ci ha spiegato che anche alcuni magistrati hanno partecipato a riunioni della Santa. Su questo, però, non siamo riusciti ad avere riscontri.

Nel 1969 avviene la riunione di Montalto. Montalto è una frazione del comune di San Luca vicino al santuario di Polsi, che è l'Olimpo della ’ndrangheta. Polsi è importante, perché è il luogo dove si ratificano le nomine.

Quando sono state condotte l'operazione Crimine a Reggio Calabria e l'operazione Infinito a Milano, è stato commesso un grave errore di valutazione. È stato detto, in sede di conferenza stampa, che è stato scoperto il Riina della Calabria, Oppedisano Domenico, e che era stata scoperta la cupola, come nel caso di cosa nostra. Questa è una sciocchezza. La ’ndrangheta non è piramidale come cosa nostra. All'interno di un locale di ’ndrangheta nessuno può interferire.

Il crimine di San Luca, che è erroneamente stato rapportato alla cupola di cosa nostra, non è altro che il custode delle regole. Il crimine è il custode delle dodici tavole. Il crimine esiste per presiedere il rispetto delle regole. Il crimine interviene quando c’è una faida all'interno di un locale, come è successo a Locri nel 1989.

Con l'acuirsi della faida, il pubblico ministero della ’ndrangheta di San Luca è sceso a Locri. Con l'espressione «pubblico ministero» intendo un istruttore, che istruisce un processo interno alla ’ndrangheta. La ’ndrangheta mandò un emissario a Locri che disse a Cordì Antonio: «State attenti, perché quando voi sparate alle serrande, quando voi bruciate le macchine e quando voi terrorizzate gli avvocati e la gente, il popolo vi abbandona.

E quando il popolo vi abbandona, vi alzate una mattina e avete perso quello che avete fatto in trent'anni».

Questa è l'intercettazione più importante che io abbia mai ascoltato (ne ascolto migliaia). Questo vuol dire che la mafia esiste perché ha il consenso popolare. Altrimenti sarebbe criminalità organizzata, criminalità comune o gangsterismo, cose diverse e facilmente abbattibili.

Le mafie esistono perché si nutrono del consenso popolare e non sono un corpo estraneo alla società. Vivono all'interno della società e si evolvono man mano che ci evolviamo noi. Non stanno ferme. Se la ’ndrangheta stesse ferma, man mano che la società si sposta, verrebbe facilmente individuata. Invece la ’ndrangheta vive con noi e si nutre con noi.

Nel 1969 è avvenuto il summit di Montalto. Ogni anno nel mese di settembre le élite della ’ndrangheta, ovvero i capi locali e i rappresentanti dei capi locali di tutto il mondo, partecipano a questa riunione. Una volta a queste riunioni partecipavano 150-200 capi locali da tutto il mondo.

Oggi stanno molto più attenti, anche perché io – finora ho parlato sempre di «noi», ma ora mi sono seccato, vista l'ingratitudine – con i carabinieri di Locri ho messo le microspie e le telecamere davanti al santuario di Polsi.

Io abito a otto chilometri da Locri e ho vissuto sempre in Calabria. Io dicevo ai vescovi che si sono succeduti nel corso degli anni di fare attenzione, perché la Chiesa viene usata come forma di esternazione del potere, come quando la ’ndrangheta o cosa Nostra decidono di Pag. 4comprarsi una squadra che va male.

La ’ndrangheta compra tre o quattro giocatori, prende un bravo allenatore e la squadra sale.

Quando la squadra sale, gli ’ndranghetisti vanno al campo. Nella tribuna ci sono il presidente, il medico, l'ingegnere, l'avvocato, il magistrato, il poliziotto e il finanziere. Quando la squadra segna, facciamo tutti i complimenti al presidente. Di fronte c’è il popolo che vede la partita. Il rappresentante del capomafia è il modello vincente. In una cittadina in cui non succede nulla, la gente si rallegra perché almeno ha una squadra.

Quello è il modello vincente, l'interlocutore privilegiato per il popolo che sta dall'altro lato.

La stessa cosa succede per la Chiesa. Il mafioso ha bisogno di farsi vedere col prete, perché il prete ha il potere all'interno della diocesi, soprattutto al Sud, dove la chiesa è molto più frequentata rispetto al Centro-Nord Italia.

Gli ’ndranghetisti sono molto fedeli alla Madonna di Polsi. Nei bunker dei latitanti troviamo sempre l'immagine della Madonna di Polsi e anche la sua statua. Troviamo anche l'immagine di San Michele Arcangelo, che serve per i riti di affiliazione, e da cinque o sei anni una new entry: l'immagine di Padre Pio.

La riunione di Polsi del 1969 fu importante, perché Zappia, che ha presieduto quell'incontro, disse: «Qui non c’è più la ’ndrangheta di ’Ntoni Macrì.» Antonio Macrì era il capo di Siderno, che discuteva alla pari con cosa nostra americana. Totò Riina veniva a trovarlo in Calabria vestito da prete. Totò Riina veniva ad Africo a trovare don Stilo vestito da prete. Brusca, quello che ha schiacciato il telecomando, veniva in Calabria a trovare don Stilo per chiedere raccomandazioni per aggiustare i processi in Cassazione.

Questa era la ’ndrangheta di allora, che nessuno ha capito e che tutti hanno sottovalutato, considerandola una mafia stracciona. La filosofia della ’ndrangheta è stata sempre quella di presentarsi come una mafia contadina, che cercava sempre l'abbraccio con gli uomini delle istituzioni e mai lo scontro. Ciò è valido ancora oggi.

Nel 1969 Zappia dice: «Qui non c’è più la ’ndrangheta di ’Ntoni Macrì e la ’ndrangheta di don Mico Tripodo (altro personaggio fondamentale della periferia di Reggio Calabria, ndr). Qui la ’ndrangheta è di tutti. Chi vuole stare, ci sta. Chi no, se ne va».

Questa è stata la prima sentenza dell'aprile 1970 davanti al tribunale di Locri. Il presidente Marino ha scritto una bellissima sentenza, parlando dell'unitarietà della ’ndrangheta, concetto che non è stato ripreso e condiviso dalla Corte d'appello di Reggio Calabria, commettendo un errore per più di trent'anni.

Oggi con l'operazione Crimine abbiamo finalmente una sentenza dove si parla di unitarietà della ’ndrangheta. Dopo quarant'anni dal punto di vista giudiziario riusciamo a dimostrare l'unitarietà della ’ndrangheta.

Ciò vuol dire che esiste l'unitarietà della ’ndrangheta, ma ripeto che sulla vita economica, politica e strategica all'interno del locale nessuno può interferire, a meno che non si vìolino le regole della ’ndrangheta e il crimine di San Luca non intervenga per dirimere la faida.

Infatti, quando c’è stata la faida a Locri, si è riunito il tribunale della ’ndrangheta a San Luca, che ha decretato con sentenza lo scioglimento del locale di ’ndrangheta di Locri per indegnità. Locri per anni, fino a due anni fa, non ha avuto il locale di ’ndrangheta.

Dal 2000 al 2012 il locale di ’ndrangheta di Locri è stato sospeso. Ciò vuol dire che nessuna attività svolta all'interno del locale veniva riconosciuta all'esterno, e che quindi quella era terra di nessuno. Questo è uno dei motivi per i quali è stato possibile l'omicidio Fortugno.

Vi parlavo della Santa, che è una dote altissima. Ci sono poi Vangelo, Quartino e Trequartino. Si tratta sempre di élite della ’ndrangheta, ovvero di persone che discutono di macrocriminalità.

Quella che vi ho appena illustrato è la struttura della ’ndrangheta. Qual è la situazione attuale della ’ndrangheta ? In questo momento vi possiamo dire che la ’ndrangheta è più forte rispetto a vent'anni fa, perché è più ricca.

Un dato che mi fa Pag. 5capire che la ’ndrangheta è più forte è che 25 anni fa erano i mafiosi che andavano col cappello in mano dal politico a chiedere cortesie o a chiedere l'assunzione alla forestale.

A questo proposito, quando svolsi la mia prima indagine nel 1969, partimmo dalla forestale e arrivammo alla regione Calabria. Ricordo che ho arrestato il vicepresidente della regione Calabria. In seguito è caduta la Giunta regionale della Calabria. In quell'occasione avevamo scoperto che c'erano 30.000 forestali, metà dei quali assunti con telegramma.

Non si è mai saputo nemmeno quanti erano con precisione. In quel periodo venivano pagate persone che erano state ammazzate, che erano latitanti e che erano in carcere, senza che producessero nulla. Da allora, pian piano, nel corso degli anni, ci sono stati sempre meno forestali.

Oggi, invece, sono i politici che vanno a casa dei capimafia, a chiedere pacchetti di voti in cambio di appalti. Mediamente in Calabria i paesi hanno 5.000 abitanti. Tutti ci conosciamo e nessuno può dire di non sapere chi è il mafioso. È impossibile, perché siamo nati nello stesso paese di 5.000 o 15.000 abitanti. Non puoi dire che non sai chi è il mafioso, chi è il faccendiere, chi è il politico, chi è la persona onesta. Lo sappiamo tutti.

Eppure anche la Chiesa, anche i preti, anche i vescovi hanno detto che non possono chiedere il certificato penale. Se sei vescovo da dieci anni in quel paese, non mi puoi dire questo.

Questa risposta non mi appaga. È una foglia di fico.  Oggi se è il politico che va a casa del capomafia a chiedere i voti, vuol dire che nel comune pensare e sentire si ritiene che il modello vincente è il capomafia. Perché il capomafia interviene anche sulla ristrutturazione di un marciapiede da 20.000 euro ? Con tutti quei soldi si interessa pure di un marciapiede ? Sì, perché lui farà lavorare per venti giorni cinque padri di famiglia per quel lavoro, e quando sarà ora di votare quei cinque padri di famiglia si ricorderanno di votare per il candidato prescelto dal capomafia.

Questo è quello che accade, per non parlare del sistema elettorale attuale. Nei comuni, ad esempio, è molto più facile per le mafie decidere chi sarà il sindaco. Le mafie sono una minoranza. Non è tutto mafia in Calabria, in Sicilia o in Campania. Facciamo il gioco della mafia.

La mafia è una minoranza, anche nei paesi a più alta densità mafiosa, ma la differenza è che è una minoranza organizzata. Loro contano sul 15 o al massimo sul 20 per cento dei voti, però spostando quel 20 per cento a destra o a sinistra loro determinano chi sarà il sindaco e quindi poi gli chiedono il conto.

Male che vada, siccome il sindaco può scegliere il tecnico comunale (grazie alla Bassanini), il mafioso troverà un tecnico comunale compiacente, il quale gli farà un piano regolatore, e si comprerà un terreno agricolo. Per 5 o 10 anni ha lavorato ai fianchi un latifondista, boicottandogli l'aratura, incendiandogli l'uliveto o l'aranceto.

Ora si comprerà quel terreno a 1 o 2 euro al metro quadro (mediamente i prezzi sono sui 5 euro), perché nessun altro potrà comprarlo. Dopodiché, per incanto, si scriverà nel piano regolatore che si prevede che la popolazione aumenterà di 7.000 abitanti e si fa la speculazione edilizia. Questo è il minimo che può accadere. Il sindaco partecipa alla vita politica, nel senso che c’è una cogestione nei comuni.

Ci siamo dimenticati una cosa importante, che viene sempre tralasciata: la stagione dei sequestri di persona. Quello è stato lo snodo. Il decadimento della Calabria è avvenuto negli anni 1970-1980 con i sequestri di persona, prima di tutto quelli fatti in Calabria e poi quelli fatti in Piemonte, in Lombardia e in parte in Emilia-Romagna.

Perché questo è stato il periodo più buio per la Calabria, dal quale non ci siamo ancora ripresi e dal quale non so se ci riprenderemo ? Parliamo prima un attimo dei sequestri avvenuti in Calabria. Che cos’è accaduto ? Chi aveva i soldi in Calabria ? Qualche latifondista ancora non decaduto, i farmacisti, i grossi medici specialisti e qualche notaio. Anzi, i notai Pag. 6venivano toccati poco e ci domandavamo perché. Quelli che avevano tanti soldi erano soprattutto i farmacisti, perché le regioni allora avevano risorse e le elargivano.

In quegli anni è accaduto che i farmacisti hanno mandato tutti i figli a studiare da Roma in su. Poi hanno svenduto tutto quello che avevano in Calabria e sono andati a vivere al Nord. In Calabria è sparita una classe sociale, la borghesia, che era al contempo la classe dotta. Da allora non ci siamo più ripresi, al punto che a Locri in quegli anni è stata sindaco anche una persona che si firmava con la croce (ora mi sfugge il nome).

Questo non vuol dire che a Locri avevano l'anello al naso. In quegli anni Locri aveva il terzo migliore liceo classico d'Italia, come è emerso da un sondaggio serio, fatto da un'università. Locri era un luogo di cultura, dove c'era gente che parlava latino e greco come noi parliamo italiano.

La stagione dei sequestri di persona, che è stata lunghissima, ha spazzato via una classe sociale, la classe dotta, e questo ha fatto sì che i posti all'interno della pubblica amministrazione venissero occupati dai figli degli ’ndranghetisti, che nel mentre si erano laureati, in particolare a Messina, alcuni minacciando. In quegli anni la casa dello studente di Messina era una casbah, dove si trovava qualsiasi cosa: bombe, tritolo, esplosivo.

Il Grifo era di Locri ed è stato ucciso. Da questa stagione noi ancora oggi non ci siamo ripresi, perché ora il grosso problema è la pubblica amministrazione. Oggi noi abbiamo gente incensurata che gestisce la cosa pubblica in modo mafioso. Il mafioso non va a chiedere la mazzetta, ma è lì; è una persona pubblica, un medico o un ingegnere.

Non è possibile saperlo, a meno che non capiti qualche intercettazione ambientale, come è capitato con l'intercettazione in cui Commisso, detto «U Mastru», dalla lavanderia Ape Green di Siderno, parlava del sindaco Figliomeni, ingegnere, dicendo che aveva la dote del Vangelo e che era una persona importante, e quindi uno ’ndranghetista.

 Solo in quel caso è stato possibile dire che il sindaco aveva la dote di Vangelo (la sentenza non è ancora definitiva). Non lo sta dicendo l'uomo della strada al bar dello sport mentre parla di Platini e di Maradona. Lo sta dicendo il capo del crimine di Siderno, U Mastru, che in un'intercettazione ambientale afferma che lui gestisce 180 locali di ’ndrangheta.

Non lo sta dicendo l'ultimo della strada, ma anzi uno dei vertici della ’ndrangheta nel mondo.

Quando noi parliamo del locale di ’ndrangheta di Siderno, al contempo dobbiamo pensare al clone di Toronto e al clone di New York. Lo ’ndranghetista con la coppola non esiste più: o è morto, o è al 41-bis. Oggi la ’ndrangheta è gestita da gente che veste perfettamente come noi e che parla la lingua italiana meglio di noi.

I sequestri di persona sono finiti quando si è smesso di pagare per i sequestri di persona. Prima si facevano i sequestri di persona perché si pagava, e non si sapeva da dove uscivano questi soldi.

MARIO MICHELE GIARRUSSO. Non quando Forlani ha chiesto la pena di morte ?

NICOLA GRATTERI, Procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria. No. I sequestri di persona sono finiti quando non era più conveniente farli, non per il contrasto alle mafie.

Se vogliamo, possiamo parlare della politica fallimentare di quegli anni, portata avanti dai Ministeri degli interni e della difesa, che hanno mandato 1.000 carabinieri e poliziotti a Locri, pensando che la lotta alla ’ndrangheta fosse la caccia alla volpe all'inglese. Facevano i rastrellamenti partendo dalla marina per salire sulla montagna.

Anziché dare mezzi e soldi a chi da vent'anni stava lì, hanno mandato in missione mille poliziotti e carabinieri, che, se lasciati da soli dentro il centro di Locri, si perdevano e non sapevano come tornare al commissariato.

Comunque, non parliamo di questo. La sede dei NAPS (nucleo antisequestri) era a Pag. 750 chilometri dall'epicentro, quando in un triangolo di 15 chilometri quadrati (tra Platì, San Luca e Natile) si tenevano fino a sei o sette sequestri contemporaneamente.

Lasciamo stare questo argomento (ormai è acqua passata) e vediamo di arrivare al presente. Oggi c’è innanzitutto una situazione nella pubblica amministrazione sulla quale è molto difficile lavorare.

Cosa si è fatto con i soldi dei sequestri di persona ? Ovviamente allora le misure di prevenzione non erano evolute come quelle di oggi, quindi era molto difficile sequestrare o confiscare i beni. Allora ogni mafioso si costruiva la villa o il palazzotto all'ingresso del paese, che serviva, oltre che a stare comodo, anche a esternare il potere, e si comprava la macchina di lusso, perché tanto nessuno gliela toccava.

Addirittura a Bovalino c’è via Paul Getty, fatta di una serie di palazzi costruiti con i soldi del sequestro di John Paul Getty III, che fu sequestrato a Roma e a cui fu tagliato l'orecchio.

Questi soldi sono stati anche riciclati. Mediamente le banche trattenevano il 20 per cento per riciclare i soldi dei sequestri di persona. I soldi dei sequestri di persona sono serviti soprattutto per entrare nel mondo del traffico della cocaina. Ricordiamoci che in quegli anni siamo a cavallo tra il consumo di eroina e quello di cocaina. Allora la cocaina era una droga delle élite, della destra e della borghesia, anche perché costava di più. La sinistra usava eroina e hashish.

Anche la ’ndrangheta in quel periodo era interessata all'eroina, però cosa nostra aveva il quasi monopolio del traffico di eroina.

La ’ndrangheta non ha ideologie, ma va con il cavallo vincente, dove può guadagnare e dove può esternare denaro e potere.

Cosa nostra aveva il monopolio dell'eroina, perché, come sapete bene, attorno a Palermo c'erano molte raffinerie, però già all'epoca la ’ndrangheta portava l'eroina dal Libano e la faceva sbarcare sulle coste davanti al ristorante La Capannina, tra Pellaro e Saline, dove c’è la Liquichimica, quel monumento all'efficienza.

L'eroina arrivava anche con alcuni tir da Afghanistan e Turchia, via ex Jugoslavia, e la portavano soprattutto a Roma, dove c'era una famiglia specializzata, proveniente da Canalo e trapiantata a Sant'Ilario, un paese a 5 chilometri da Locri. Si trattava della famiglia Agostino, un cui esponente fu sindaco di Canalo. Si trattava di piccole quantità (40 o 50 chili).

Mentre cosa nostra è impegnata con lo stragismo e lo Stato guarda alla Sicilia, la ’ndrangheta riesce a intercettare questo nuovo trend del consumo di cocaina e manda degli uomini della ’ndrangheta a vivere stabilmente in Sud America (Colombia, Venezuela, Bolivia, Argentina, Uruguay, Brasile e Cile). Ci sono uomini che vivono stabilmente lì da 30 o 40 anni e hanno famiglia lì.

Io ho sequestrato i primi 20 chili di cocaina nel 1988-1989, in una Ford T4, provenienti da La Plata, una città a 50 chilometri da Buenos Aires, in Argentina. È stata una cosa emozionante ed eccezionale. Pensavamo che fosse una cosa incredibile. Ieri invece mi hanno telefonato dicendomi che abbiamo sequestrato 100 chili, e ho risposto: «Va bene, ci vediamo domani». Ormai ci siamo assuefatti anche alle quantità. Se sequestriamo 100 chili, ormai non ci facciamo più caso”. Domenico Salvatore

  

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