Rubrica “Società” di Cosimo Sframeli

12.11.2015 19:54

 

SEGRETI IN ASPROMONTE

Aspromontani che fecero l’Italia. Eroi di cui sconosciamo la coerenza, il sacrificio, la moralità, in silenzio passarono per vittime ed eroi. Fu lastricata di vite così la strada che faticosamente percorremmo, spesso disperando della meta, di una meta possibile, in questa valle di lacrime fatta pure di piccoli uomini.

La bellezza vera si perde facilmente, pur brillando di luce forte sparisce, ma sola può salvare il mondo e accompagnare nelle situazioni più difficili, quando le prove “invece di indurire temprano” (Hillesum). Come continuano a dirci, con il loro esempio i testimoni di quel tempo e di questa terra. Ricordiamo la lucidità di Carmine Tripodi e Nino Marino e i modi con cui pensavano il rapporto tra il colpevole e l’uomo, condannando il male perché non devastasse, ma guardando il volto per recuperare la persona. Ricordo il loro coraggio e la capacità di unire fedeltà e tenerezza, la loro idealità. In loro la bellezza risplende ancora, non in questo o quell’altro particolare, ma nella vita donata. Ci vuole per questo la capacità di salire in alto, negli spazi ampi e comunicanti del cielo e della terra e curare ciò che mantiene aperta la via della bellezza e della speranza, per accoglierla e donarla, per portarla al mondo.

Protagonista di cui tutti parlano, tutti vedono, ma che nessuno conosce fino in fondo, di luoghi che tornano e ritornano, in ogni storia e in ogni cronaca, evocando l'immagine stessa della 'ndrangheta, è l’Aspromonte, nel suo armonioso fascino, in un immenso, incontaminato, selvaggio, impenetrabile, mistero.

La statale 112, sconnessa come un tratturo e tormentata dalle curve e le controcurve sospese nel vuoto, è una delle strade che conduce alla montagna. Una striscia d'asfalto e di terra battuta che taglia la montagna, da costa a costa. Da Bovalino a Bagnara, dallo Jonio al Tirreno, proprio in quei luoghi dove transitarono rapiti e carcerieri, dove furono pagati riscatti e liberati ostaggi, dove la legge era lontana.

Vicino la fiumara Careri, larga, sassosa e piena di oleandri in fiore, esisteva una grotta usata per “congelare” qualche ospite-prigioniero prima che fosse trasferito in luoghi più sicuri. Un'antologia del crimine che si consumava in progressione, con impressionante regolarità. In Aspromonte tutto sembrava svolgersi ai limiti dell’estremo, anche il semplice viaggiare in auto verso il cuore della montagna. La strada, chiusa al traffico sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, era ufficialmente interrotta dal 1951, quando una disastrosa alluvione la sconvolse definitivamente, provocando diciotto vittime. Sessantacinque anni dopo, nelle contrade di Platì, gli abitanti sono ancora impegnati per sistemare i guasti di quella sciagura. Una maledizione piovuta dal cielo su una terra già rigorosamente difficile per segnare il destino di un paese ancorato ai piedi della montagna. Platì, ultimo avamposto abitato, considerato uno dei santuari della 'ndrangheta, nel tempo, due terzi della popolazione è emigrata verso gli Stati Uniti e l'Australia. Una economia povera, sostenuta in passato da una criminalità dedita ai sequestri di persona e, per poche famiglie, al traffico della droga. A scuola, Pasquale, un ragazzo che frequentava la terza media, scrisse nel compito in classe d'italiano: "Mi sento sulle spalle il peso di colpe non commesse. Malgrado tutto, però, io amo Plati' perché è parte di me".

La via per l’Aspromonte era più stretta e sconnessa, franosa per i tornanti a strapiombo. Gli ulivi si sposavano ai castagni e alle querce mentre, con il variare dell'altitudine, ginestre e fichi d'india lasciavano il posto a faggi, pini e a immensi prati di felce. Uno scenario di estrema bellezza e varietà. L'intervento umano si era limitato a introdurre la cannabis che trovò un habitat ideale dando vita ad una super specie ora nota in tutta Italia. Le terrazze della montagna pullulavano di marijuana. Vederla era quasi impossibile, come per i sequestrati. Labirintico e impenetrabile l'Aspromonte alimentava una mitologia di luoghi comuni.

Cercare qualcosa o qualcuno era come cercare un ago in un pagliaio. Gli ostaggi segregati chissà dove, in rifugi lontani e inaccessibili, oppure per ragioni logistiche, tenuti prigionieri non lontani dal paese. Qualcuno dei rapiti sentiva le campane, i clacson dei pullman di linea, i fuochi d’artificio. Il farmacista di Bovalino, Giuseppe De Sandro, sequestrato nel 1983, celebrava la data della sua liberazione come un compleanno, con torta e candeline, invitando molti ex rapiti.

Tra i monti c’erano i Carabinieri per battute e rastrellamenti, guidati dal Brigadiere Nino Marino, che sarà ucciso durante la festa dell’Immacolata a Bovalino Superiore, alla ricerca di Cesare Casella e di altri quattro ostaggi. Tentava di riportarli alle loro famiglie, ma l’Aspromonte era difficile batterlo palmo a palmo. C’erano grotte in cui si entrava con un gregge intero e se ne usciva fuori a chilometri di distanza. Si sfondavano a calci le porte dei casolari abbandonati. Vi fu una sorta di militarizzazione che si limitò a deteriorare i rapporti con la popolazione locale, sospettata di complicità o connivenza coi sequestratori, con la ‘ndrangheta, comunque trattata come tale, in una quanto mai fantomatica presunzione di colpa. La popolazione, nei rari incontri offerti in paese e in montagna, mostrava un atteggiamento contraddittorio, di diffidenza e ospitalità. Formaggio, capicollo, pane biscottato, si offrivano per dovere. La conversazione era rituale, con i figli senza lavoro, la famiglia da portare avanti, il freddo con piogge incessanti d’inverno e il caldo asfissiante senza acqua d’estate. Il male di questa terra.

Un deserto silenzioso, che di notte era rotto dal verso del cuculo, per le Rocche dell'Agonia, la Valle dell'Uomo Morto, il Cristo di Zervò, con il fianco trafitto da un colpo d’arma da fuoco (sparato chissà da chi e perché?), per i Piani dello Zillastro, che segna lo spartiacque tra lo Jonio e il Tirreno e ricorda l’ultima battaglia del regio esercito combattuta da quattrocento ragazzi paracadutisti del Reggimento “Nembo”, la mattina dell’8 settembre 1943, contro cinquemila Anglo-canadesi, che nemici non lo erano più. Fu liberato da quelle parti il piccolo Marco Fiora e trovato un farmacista che, liberato dall’Anonima, vagò tutta la notte rischiando di morire assiderato. Tanti i riscatti pagati in una terra che emanava paure per chiunque si fosse avventurato senza cognizione. Delianuova fu teatro di uno dei primi sequestri di persona avvenuto in Calabria negli anni '60, ma era Bovalino ad essere assurto a rango del più alto indice di rapimenti in Italia, sedici. Sui Piani dello Zillastro furono trattati e pagati i riscatti e, gli esattori, a piedi, sparivano nel nulla, raggiungendo qualsiasi luogo attraverso misteriosi intrecci di gole e sentieri. Lungo la strada, accanto alle fonti, le immagini della Madonna di Polsi al cui Santuario si recò in pellegrinaggio la mamma di Cesare Casella per pregare insieme al Rettore, don Giosafatto Trimboli, ed all’economo, don Giuseppe Giovinazzo, parroco anche di Moschetta, frazione di Locri, che il I giugno 1989 fu ucciso a colpi di lupara. Il commando mafioso aspettò il Sacerdote sulla strada, nei pressi della Croce di Polsi. Il cadavere, sfregiato dalla ferocia dei killer, fu scoperto il giorno dopo. Addosso aveva ancora l’oro che i devoti portavano alla Madonna come dono votivo. Nessuno se ne appropriò. Toccherà ad un saggio Sacerdote dell’Aspromonte, don Pino Strangio, erede spirituale di coloro che l’avevano preceduto, di condurre, nella santa valle di Polsi, il Santuario della Madonna della Montagna. Smantellata la  Squadra dei Carabinieri di Locri che investigava su fatti di ‘ndrangheta con i P.M. Ezio Arcadi e Carlo Macrì, intervenne l’esercito. In un bosco senza fine, per esercitazione, si accamparono i paracadutisti della Folgore. Attorno alle tende, tirarono su una cinta di filo spinato e accanto alle sentinelle una serie di cartelli gialli con la scritta nera: “Attenzione - Sorveglianza Armata”. Gli incessanti rastrellamenti a tappeto, in ausilio ai carabinieri, nel periodo di permanenza in Aspromonte, si conclusero con l’arresto di due cacciatori di frodo. 

La certezza della verità è sempre un’esigenza morale, un’urgenza sociale indifferibile. Nel verificarsi di un delitto, una comunità sana ha bisogno di individuare il colpevole, di punirlo e anche di riabilitarlo. Solo una società allo sfascio non è in grado di esercitare il suo diritto-dovere di giustizia. In Calabria tutto diventa incertezza, sfiducia, convinzione che la legge del più forte è sempre quella vincente, anche sulla giustizia dei tribunali. Le vittime calabresi, oltre che del suo aguzzino, sono prede della violenza delle carte e delle scartoffie. Quando la verità giudiziaria si sostituisce a quella dei fatti, alleandosi con la becera e colpevole pseudo verità televisiva o della carta stampata, che inquina prove e buon senso, è un bel guaio che favorisce i fortunati e quelli che possono permettersi gli avvocati più bravi. “La verità ha mille facce ed è mutevole come le persone” dice Kafka. Per noi la verità è una e crediamo che risolvere i gialli serva a individuare il colpevole, ma soprattutto a liberare l’innocente da sospetto.

 

 

 

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