Quell'atavico braccio di ferro fra Stato e Camorra, fra Guardie & Ladri, fra il Bene ed il Male

29.04.2016 21:13

 

Secondigliano, raffiche di colpi di kalashnikov   sparati  contro la stazione dei carabinieri di vico II Censi. Vicina al rione don Guanella dominato dal clan Lo Russo, il cui boss è stato arrestato qualche giorno fa, con l’accusa di omicidio. Non si esclude alcuna pista e si guarda anche al clan Licciardi, della vicina masseria Cardone. Ventisei colpi di AK 47 contro un palazzo delle istituzioni, attacco diretto all’Arma; pochi minuti dopo la mezzanotte, ma il rumore dei colpi a ripetizione sveglia l’intero quartiere Quattro bombe molotov sono state lanciate all' alba, intorno alle 5, contro una caserma dei carabinieri in via Aretina a Firenze. Il generale De Vita, comandante provinciale di Napoli: "Non ci intimidiscono, le nostre indagini danno fastidio, hanno agito dei giovanissimi a loro dico: deponete le armi, la vita non è un videogioco". Il generale di corpo d'armata Giovanni Nistri,  in visita al comando legione, ha voluto poi incontrare i carabinieri in servizio a Secondigliano esprimendo la vicinanza del comandante generale dell'Arma La faida contro il clan dei Vastarella.

 

ANCHE LE STAZIONI DEI CARABINIERI DI FIRENZE E NAPOLI, NEL MIRINO DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA. SOTTO IL VESUVIO IMPAZZA LO SCONTRO ARMATO TRA CLAN RIVALI,  COSCHE SANGUINARIE DELLA CAMORRA, IMPELAGATE NELLE FAIDE PER IL POTERE E LE GUERRE DI MAFIA, SI SPARA NEL MUCCHIO, MA NON VENGONO RISPARMIATE NEMMENO LE ISTITUZIONI

Domenico Salvatore

Macabri rintocchi. Un lugubre conteggio dei morti ammazzati. Carne da macello, in nome del potere, del dio denaro, della droga. Il 'Chissenefrega' della Camorra.

Nei fortini degli stupefacenti, in certi ‘supermarket della cocaina’ s’incassano, fino a centomila euri il giorno.

Un altro morto ammazzato (27 aprile 2016). Non c’è pace e né tregua sotto il Vesuvio. Una spirale di odio, violenza e sangue senza fine.

La cronaca, asettica ed impersonale, offre le cifre angosciose, le statistiche. Cadono, padre e figlio; figlio e padre; due fratelli; due cognati; due cugini; donne, bambini e talora anche anziani ecc.

“Un pregiudicato di 46 anni, Aniello Di Napoli, dice il flsh dell’Ansa, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco, in un agguato, scattato ieri sera in via Janfolla, nella zona di Miano, a Napoli.

Era il padre di Vincenzo Di Napoli, di 25 anni, ucciso lo scorso 9 dicembre, sempre a Napoli.

Si trovava a bordo di un'auto, la sua Fiat Panda nera, quando è stato raggiunto dai sicari.

Soccorso e trasportato all'ospedale Cardarelli di Napoli,  è morto poco dopo.

Nello stesso ospedale, sono giunti anche parenti e conoscenti.
Aniello Di Napoli, era conosciuto dalle forze dell'ordine per precedenti per reati di droga e ricettazione.

L'omicidio di ieri sera allunga la lista dei delitti compiuti negli ultimi mesi a Napoli”.

Vincenzo Di Napoli, 25 anni, figlio di Aniello, ritenuto essere gravitante nell’orbita del clan Lo Russo, era stato ucciso a colpi di pistola di grosso calibro, il 9 dicembre 2015, in via Miano, a Piscinola: sullo sfondo, allora come oggi, la lotta per il controllo delle piazze di spaccio della droga.

Nel rione Sanità, la scorsa settimana, c'è stato un altro raid di camorra: due morti e tre feriti; nel mirino il boss Vastarella e i suoi luogotenenti.

Il capo della Squadra Mobile di Napoli, Fausto Lamparelli, tenta di capire, se vi sia in atto una faida, una guerra di mafia per il controllo del territorio o che cosa.

Ma soprattutto, se vi sia relazione o nesso con gli omicidi dell’altra sera. Se possa essere stata o meno, la macabra risposta a quel duplice delitto.

Le ultime vittime sono state quelle della sparatoria dello scorso 22 aprile 2016, quando i sicari fecero fuoco con bimbi in strada: in un circolo ricreativo.

In via Fontanelle, furono uccise due persone - Giuseppe Vastarella, di 42 anni, esponente dello storico clan camorristico e il cognato Salvatore Vigna, di 41 - e altre tre rimasero ferite.

A Napoli, si muore per  fatti di droga e di camorra…una refurtiva non spartita; una parola di troppo; uno sguardo galeotto; una rapina andata a male; uno scippo; una vanteria imprudente ed arrogante.

Vincenzo Amendola, fu ucciso a colpi di pistola calibro 9X21 per essersi vantato di avere avuto una relazione con la moglie del boss del clan Formicola.

Venne prelevato la sera del 4 febbraio 2016, con un tranello e condotto nel campo agricolo di viale 2 Giugno, a San Giovanni a Teduccio.

Morto per ‘lupara bianca’ e sepolto nel cimitero della Camorra. Il corpo fu ritrovato, dopo gli ‘spifferi’ della gola profonda, che ‘cantò’ tutto, per filo e per segno.

Carabinieri e Polizia, negli ultimi decenni, hanno inferto durissimi colpi alla Camorra. I clan, sono stati sbaragliati.

I capi sono in galera al 41 bis od al cimitero; e se vada bene, in attesa di giudizio, oppure in ospedale.

I gregari, condannati a migliaia di anni di galera, hanno creato un vuoto di potere, nel quale tentano di insinuarsi le nuove leve della criminalità organizzata.

La precarietà dei patrimoni aggrediti, sequestrati e confiscati nell’ordine dei miliardi di euri, sono diventati il tallone d’Achille per le consorterie mafiose.

I nuovi capi della Camorra, più sanguinari, spregiudicati, temerari, gente senza scrupoli e senza paura, vogliono occupare in fretta il vuoto di potere, per  scalare in fretta i gradini della carriera criminale e poter controllare le piazze come Scampia, il più grande supermarket mondiale della droga a cielo aperto, e non badano a spese.

I Mazzarella, eredi di Michele ‘O pazzo, “padroni” del centro storico, e della maggiori piazze dello spaccio, sono stati scippati. Una sorta di esproprio proletario in salsa camorristica.

I rioni o quartieri, sono caduti in mano ai nipoti dei vecchi capi, che non conoscono regole. Le “paranze armate “ che scorrazzano a bordo di scooteroni di cilindrata 200.

Hanno allestito persino, poligoni di tiro, sui tetti dei palazzi, utilizzando le antenne paraboliche come bersagli.

E devono fare i conti con l’esercito di pentiti; anche capicosca, condannati al 41 bis, 30-40 e 50 anni di galera, se non all’ergastolo.

Fermo restando che gli organi inquirenti abbiano indirizzato le loro indagini per risalire a mandanti ed autori, a 360 gradi. Nessuna pista viene trascurata.

Servizi segreti e Comitato Provinciale per l’ordine e la sicurezza, Commissione Parlamentare antimafia, Procura Nazionale, Ministro degl’Interni, Comandi provinciali dei carabinieri e della Guardia di Finanza, Questure e Prefetture, si muovono freneticamente.

Per le novità, bisognerà attendere qualche giorno. A titolo di cronaca, l'Arma dei Carabinieri è una delle quattro forze armate della Repubblica Italiana, detta così per l'arma d'ordinanza utilizzata: una carabina.

Nata e rimasta al rango di "Arma" nell'ambito dell'Esercito Italiano, nel 2000 è stata elevata al rango di forza armata, con collocazione autonoma nell'ambito del Ministero della Difesa. È un corpo di gendarmeria, avente anche funzioni di polizia.

L'attuale comandante generale è il Generale di corpo d'armata Tullio Del Sette.

I Carabinieri sono nei secoli fedeli, come recita il loro slogan, ma soprattutto sono incorruttibili. Ciò, dà fastidio, soprattutto alle mafie.

Dice il flash dell’Ansa che “Potrebbe essere stata la vendetta di un boss, cui il Tribunale dei Minori ha sottratto i figli, ad armare la mano di due giovanissimi che nella notte tra martedì e mercoledì hanno esploso decine di colpi di kalashnikov contro la sede della caserma dei carabinieri di via del Macello, nel quartiere di Secondigliano a Napoli. I carabinieri non escludono, però, alcuna ipotesi e sottolineano che le indagini vanno avanti a 360 gradi.

Vero o falso, la ritorsione sarebbe scattata dopo il decreto di affidamento temporaneo con cui un giudice del Tribunale dei Minori di Napoli avrebbe accolto la richiesta della Procura minorile e della Dda in merito all'allontanamento di due ragazzi dalla famiglia di un boss latitante.

In azione, sono entrate almeno quattro persone, tutte giovanissime. Venti i colpi esplosi, finiti contro la parete della caserma, ma anche contro auto dei carabinieri ed altre vetture parcheggiate nella zona”.

Il generale Antonio De Vita  comandante provinciale dei carabinieri di Napoli, ha dichiarato: "Non ci facciamo intimidire l'azione di questa dimostra che la presenza dell'arma nel territorio è incisiva e che le continue, martellanti operazioni danno molto fastidio.

Continueranno in maniera sempre più marcata". Secondo il generale, "con molta probabilità a sparare sono stati ragazzi molto giovani. A loro dico: deponete le armi, la vita non è un videogioco o uno slogan sui social".

Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, coordinati dalla magistratura,  (Giovanni Colangelo procuratore capo della Repubblica)hanno messo sotto pressione i clan di camorra e non mollano di un millimetro.

Il territorio viene setacciato palmo a palmo, per smantellare il traffico di armi e droga, con cadenza quotidiana; senza per questo, tralasciare alcun altro settore.

Tuttavia, l’ondata di omicidi non accenna a placarsi, come ricordano i flash delle agenzie di stampa a getto continuo ed i giornali on line, in tempo reale; recenti o remoti che siano.

L’ultimo delitto è di mercoledì 20 aprile 2016.

“Un pregiudicato per reati connessi alla detenzione e allo spaccio di stupefacenti, Daniele Stara, di 30 anni, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco stasera nella zona di Piscinola, a Napoli.

L'agguato è scattato in via Vittorio Emanuele III dove Stara si trovava in sella a una moto Honda Transalp con la fidanzata. I sicari li avrebbero speronati e fatti cadere: poi si sono diretti verso l'uomo, disinteressandosi della ragazza, e hanno sparato numerosi colpi, uccidendolo.

Stara è stato raggiunto da due proiettili: uno alla testa e l'altro alla schiena. La ragazza, fonte Ansa, è sotto choc per l'accaduto.

Secondo quanto si è appreso, Stara abitava nel famigerato rione Salicelle di Afragola (Napoli). Sull'agguato sono in corso indagini da parte degli investigatori della Squadra Mobile della Questura di Napoli, diretta da Fausto Lamparelli”.

Stara venne denunziato per reati connessi con gli stupefacenti.

 

Ma anche contro gli autori di altri delitti, perché le indagini per identificare mandanti ed assassini, vanno avanti e seguono un loro percorso.

Frattanto ci sono sviluppi sul delitto Pezzella, ucciso per una storia d’amore contrastata dai parenti di lei.

“Fu colpito alla testa, con un colpo d'arma da fuoco, in via Falcone a Marano (Napoli), lo scorso 8 aprile 2016, al culmine di una lite in strada e che aveva visto protagonista il papà della sua ex ragazza, poi arrestato dai carabinieri di Marano e Giugliano e (barbaramente ucciso, secondo l’accusa, in concorso dall'ex suocero e dal cognato, Alessandro Uccello, arrestato) dopo una settimana di agonia, all'ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli Enrico Pezzella, 25 anni, da tutti conosciuto in città con il soprannome di "Capigliott", morì, il 16 aprile 2016.  

Non aveva niente a che spartire con la malavita. La sola colpa che lo ha portata alla tomba è stata quella di innamorarsi della donna sbagliata che lo aveva abbandonato, ma lui insisteva e così…gli hanno fatto la…festa. 

Il 20 aprile, il decreto di fermo per omicidio aggravato a carico di Alessandro Uccello, incensurato, era in possesso della pistola, regolarmente denunciata, che si ritiene sia stata utilizzata per commettere l’omicidio.  

Il 21 aprile, dopo l’autopsia e la restituzione della salma ai familiari, i funerali, celebrati da Padre Rosario Moxedano, nella Chiesa del Santo Spirito di Marano. La bara bianca è stata trasportata dagli amici, che se la sono caricata sulle spalle.

E’ stato fermato Alessandro Uccello, che secondo i carabinieri sarebbe l'autore materiale dell'omicidio.
Nei giorni scorsi, era già stato fermato l'ex suocero di Pezzella, il 50 enne Raffaele Bacioterracino, padre della ex fidanzata della vittima, ma le indagini da subito sono state indirizzate per identificare un complice.

Poi, il decreto di fermo per omicidio aggravato a carico del 47enne di Marano.

Incensurato, era in possesso della pistola, regolarmente denunciata, che si ritiene sia stata utilizzata per commettere l'omicidio”. 

 

Il Ministero degl’Interni ed il Comando nazionale dei Carabinieri diretto dal generale di Corpo d’Armata con incarichi speciali Tullio Del Sette, sono preoccupati per l’improvvisa recrudescenza criminale.

Napoli e Firenze, nel mirino della criminalità organizzata o si tratta di altro? Ancora è presto per capire.

Dice Wikipedia:” Via Aretina è una delle arterie più lunghe del comune di Firenze e ne attraversa alcuni sobborghi della periferia orientale: Varlungo e Rovezzano.

Storia e descrizione. La via è l'antica direttrice cittadina che usciva verso est, in direzione Arezzo, appunto. Parallela al corso dell'Arno, sul lato nord, entra oggi nel confine del comune di Fiesole, con la zona del Girone, e poi in quello di Pontassieve. In antico si chiamava infatti "via di Pontassieve"

Tra le architetture che vi si affacciano spiccano la villa Favard di Rovezzano e la villa del Loretino.”. Ed il flash dell’Agenzia Ansa Quattro bombe molotov sono state lanciate all' alba, intorno alle 5, contro una caserma dei carabinieri in via Aretina a Firenze. Due sono esplose, ma senza causare danni alle persone: le fiamme hanno annerito la facciata della caserma e bruciato il motore esterno di un condizionatore.

Subito intervenuti i Vigili del Fuoco. L'episodio, secondo le prime informazioni, potrebbe essere legato a un intervento di poche ore prima di Polizia e Carabinieri intervenuti in una villa disabitata, dov'era in corso una festa non autorizzata: qui tre persone sono state arrestate e sono nel carcere fiorentino di Sollicciano, in attesa di convalida davanti al gip.

Per loro l'accusa, in concorso, è di resistenza aggravata a pubblico ufficiale (perchè ad aver agito sono più di 15 persone), lesioni aggravate e danneggiamento. La resistenza aggravata prevede una condanna dai 3 ai 15 anni.

In carcere sono finiti due 28enni, uno originario della Sardegna e uno della Puglia, e una 25enne di origine genovese.

Complessivamente sono 14 gli uomini delle forze dell'ordine che hanno dovuto far ricorso alle cure mediche: 7 carabinieri, 5 agenti di polizia e due agenti della polizia municipale.

Le prognosi vanno da 3 a 10 giorni.

Stamani sono in corso una serie di perquisizioni in alcuni stabili occupati a Firenze, e in particolare in Lungarno Dalla Chiesa.

Nel corso dell'intervento al rave party si è verificato uno scontro tra forze dell'ordine e anarchici, a seguito del quale oltre dieci agenti, tra poliziotti, carabinieri e vigili urbani, sono rimasti feriti in modo lieve.

Medicati al pronto soccorso, sono stati dimessi con prognosi fino a dieci giorni.

"Ho appena chiamato il comandante dei carabinieri di Firenze per esprimere a lui e a tutta l'Arma piena solidarietà per l'aggressione subita dai nostri carabinieri alla caserma di Rovezzano.

Una vile reazione al coraggioso intervento che le forze dell'ordine e i vigili urbani hanno condotto questa notte in città.

A questi agenti, a quelli contusi in particolare, la gratitudine e la vicinanza mia e della città per l'impegno a tutela della sicurezza della comunità fiorentina", ha scritto su facebook il sindaco di Firenze Dario Nardella.

 

"Le molotov contro la caserma di Rovezzano, sono un atto gravissimo, che colpisce non solo l'Arma dei carabinieri ma reca un'offesa anche a tutta la società toscana e a coloro che lavorano per la coesione sociale, la sicurezza dei cittadini e la diffusione di una cultura della legalità". Così il presidente della Regione Enrico Rossi condanna l'episodio.

"Questo gesto si pone fuori dalla civile e democratica convivenza su cui si fonda la società toscana - prosegue Rossi - colpisce un'istituzione radicata nel territorio, punto di riferimento per i cittadini toscani nella repressione delle violazioni, ma anche nella prevenzione dell'illegalità. Per questo auspico che sull'episodio sia fatta al più presto piena luce e vengano individuati i responsabili".

Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, ha preso delle iniziative per contrastare la criminalità organizzata e quella comune sul territorio partenopeo, in collaborazione con le altre istituzioni presenti sul territorio

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MA LA CIVILE FIRENZE CITTA’ D’ARTE PER ECCELLENZA, NON PUO’ SOPPORTARE QUESTO SMACCO

Circa l’attentato di Firenze, secondo quanto trapela, l’episodio, potrebbe essere legato a un intervento di poche ore prima di polizia e carabinieri intervenuti in una villa disabitata, al rave party dov'era in corso una festa non autorizzata.

Tre persone, sono state arrestate e sono nel carcere fiorentino di Sollicciano, in attesa di convalida davanti al gip, con  l'accusa, in concorso, è di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, lesioni aggravate e danneggiamento.

Quattordici uomini delle forze dell'ordine, hanno dovuto far ricorso alle cure mediche: sette carabinieri, cinque agenti di polizia e due agenti della polizia municipale. Per loro, una prognosi da 3 a 10 giorni.

Nulla trapela sulla serie di perquisizioni in alcuni stabili occupati a Firenze, e in particolare in Lungarno Dalla Chiesa.

Il sindaco di Firenze Dario Nardella, ha scritto su facebook "Ho appena chiamato il comandante dei carabinieri di Firenze per esprimere a lui e a tutta l'Arma, piena solidarietà per l'aggressione subita dai nostri carabinieri alla caserma di Rovezzano.

Una vile reazione al coraggioso intervento che le forze dell'ordine e i vigili urbani hanno condotto questa notte in città.

A questi agenti, a quelli contusi in particolare, la gratitudine e la vicinanza mia e della città per l'impegno a tutela della sicurezza della comunità fiorentina".

Il presidente della Regione Enrico Rossi condanna l'episodio :"Le molotov contro la caserma di Rovezzano, sono un atto gravissimo, che colpisce non solo l'Arma dei carabinieri ma reca un'offesa anche a tutta la società toscana e a coloro che lavorano per la coesione sociale, la sicurezza dei cittadini e la diffusione di una cultura della legalità.

 Questo gesto si pone fuori dalla civile e democratica convivenza su cui si fonda la società colpisce un'istituzione radicata nel territorio, punto di riferimento per i cittadini toscani nella repressione delle violazioni, ma anche nella prevenzione dell'illegalità. Per questo auspico che sull'episodio sia fatta al più presto piena luce e vengano individuati i responsabili".

PER LO SCONTRO SANGUINARIO TRA CLAN RIVALI DELLA CAMORRA, NAPOLI SEMPRE PIU’ NELLA BUFERA: SI SPARA AL CHIUSO ED ALL’APERTO, DI NOTTE E DI GIORNO, AL CENTRO ED IN PERIFERIA, PER IL CONTROLLO DEL TERRITORIO

Napoli e dintorni è un focolaio di atti, gesti, episodi, sparatorie, attentati, legati alla guerra di mafia. Morti e feriti non si contano più. E le faide per il controllo del territorio nemmeno.

Giovani spit fires, senza scrupoli si atteggiano a capicosca ed armi alla mano, sparano all’impazzata per le vie della città, nei quartieri del centro, ma anche in periferia; seminando paura, terrore e panico.

Recita un flash dell’Ansa :“Perquisizioni in abitazioni di pregiudicati, posti di blocco e persone ascoltate: per tutta la notte sono continuate le indagini della Polizia dopo il raid di camorra di ieri sera in un circolo nel rione Sanità, nel centro storico di Napoli, con due morti e tre feriti.

Nell'agguato - portato a termine mentre in strada c'erano numerosi bambini - sono stati ammazzati Giuseppe Vastarella, di 42 anni, esponente di spicco dell'omonimo clan camorristico ed il cognato Salvatore Vigna, di 41. Sono stazionarie, ma non giudicate gravi, le condizioni dei tre feriti: Dario ed Antonio Vastarella, rispettivamente di 33 e 24 anni, e Alfredo Ciotola, di 22.

Sono ricoverati nel reparto di Chirurgia d'urgenza dell'ospedale Cardarelli, sotto vigilanza delle forze dell'ordine”. Le indagini della Squadra Mobile diretta da Fausto Lamparelli, per identificare gli esecutori materiali del delitto ed i mandanti, sono coordinate dai pm Henry John Woodcock e Enrica Parascandolo coordinati dal procuratore aggiunto Filippo Beatrice.

La risposta, se tale sarà stata, è giunta a stretto giro di posta…Obiettivo, un  giovane di 26 anni, Walter Mallo,  che viaggiava in compagnia di un amico, ferito da un colpo di pistola esplosogli contro da due sconosciuti mentre percorreva in auto la bretella stradale della tangenziale di Capodimonte; curato, è già stato dimesso.

Fra le ipotesi investigative, un movente che riporta al duplice omicidio di via Fontanelle, alla Sanità, di venerdì scorso, nel quale è stato ucciso Giuseppe Vastarella.

Le indagini degl’inquirenti sono orientate a capire se Mallo o chi per lui, sia interessato al controllo del ‘Rione don Guanella’; e se, sia entrato in conflitto aperto con il clan Lo Russo di Miano.

Lo Stato non si rigira i pollici, non si limita, a guardare la scena.

In precedenza, giovedì 4 settembre 2014, durante un controllo  degli agenti del commissariato San Carlo all'Arena, dopo gli ultimi episodi criminosi nella zona di  Materdei, che hanno visto scorribande armate  a bordo di scooter, tra gli abitanti del quartiere, erano state bloccate ed arrestate sette persone, facenti parte del clan Vastarella,  rinvenuta e sequestrata una pistola, risultata rubata, a Gallipoli: Raffaele Vastarella, 62enne un tempo a capo del clan Tolomelli, suo figlio Fabio Vastarella, di 30 anni, Antonio Vastarella, di 23 anni, Giuseppe Vastarella, di 39 anni, Antonio Stella, di 21 anni, Mike Korkoi, di 22 anni e Daniele Pandolfi, di 19anni, sono stati arrestati perché responsabili, in concorso, di detenzione illegale di arma e  ricettazione della stessa.

DUE SECOLI DI CAMORRA DAL COLTELLO ALLA PISTOLA, DAL MITRA ALLA LUPARA E DAL BAZOOKA AL KALASHNIKOV SINO ALLE BOMBE A MANO, TRITOLO E LANCIAGRANATE

Recita Wikipedia: “Nel 1820 la "Bella Società Riformata" si costituì ufficialmente, riunendosi nella chiesa di Santa Caterina a Formiello a Porta Capuana; i camorristi napoletani definivano la loro organizzazione anche come "Società della Umirtà" o "Annurata Suggità" ("Onorata Società") per alludere alla difesa del loro "onore", che consisteva nell'omertà (Umirtà), cioè il codice malavitoso del silenzio e dell'obbligo a non parlare degli affari interni all'organizzazione con la polizia.

Per accedere all'organizzazione era previsto un vero e proprio rito di iniziazione definito "zumpata" (o dichiaramento) che consisteva in una sorta di duello rusticano.

Questo si spiega soprattutto con il fatto che i camorristi ebbero sempre l'ambizione di imitare i nobili. Impiegando il coltello piuttosto che la spada cercavano di dimostrare il loro "valore" in questa sorta di scontri.

Le fasi preliminari della zumpata erano l'appìcceco, il litigio, il ragionamento, tentativo di composizione della controversia, banchetto e poi duello.

Se il combattimento all'arma bianca si poteva tenere in una qualsiasi zona affollata l'utilizzo di una pistola richiedeva, invece un luogo solitario.

In origine il sodalizio si occupa principalmente della riscossione del pizzo da alcuni dei numerosi biscazzieri, che affollano le strade dei quartieri popolari di Napoli.

  

Ben presto, però, conseguentemente all'unità d'Italia, il fenomeno dilaga e le estorsioni iniziano a danneggiare la quasi totalità dei commercianti. Nonostante le violenze ed i crimini perpetrati, i camorristi godono della benevolenza del popolo al quale, in una situazione come quella post-unitaria di totale disinteresse delle istituzioni per i problemi sociali, garantiscono un minimo di "giustizia".[senza fonte]

Tra le principali fonti di risorse economiche della camorra si ricordano:

Il “Barattolo” che era la percentuale di circa il 20% sugli introiti dei biscazzieri;

lo “Sbruffo” era, invece, la tangente su tutte le altre attività (dai facchini ai venditori ecc.)

un particolare regime di tassazione per la prostituzione;

il gioco piccolo (una sorta di Lotto)

Sotto il regno di Francesco I la camorra godette del favore della casa reale, ad essa erano anche affiliati Michelangelo Viglia valletto del re e la cameriera della regina, Caterina De Simone.

Nei primi anni del regno di Ferdinando II divenne famoso Michele Aitollo detto "Michele 'a Nubiltà', costui i giovedì presiedeva una sorta di corte di giustizia in un basso napoletano, per dirimere litigi fra persone del popolo minuto, e talvolta per questa sua funzione pacificatrice si pronunciava anche su persone inviategli da Luigi Salvatores, commissario di Pubblica Sicurezza del rione Porto, e perfino Gennaro Piscopo il prefetto di polizia.

Secondo Marc Monnier, "la camorra fu rispettata, usata spesso sotto i Borbone fino al 1848. Essa formava una specie di polizia scismatica, meglio istruita sui delitti comuni della polizia ortodossa, che occupavasi soltanto dei delitti politici. [...] Inoltre la camorra [...] era incaricata della polizia delle prigioni, dei mercati, delle bische, dei lupanari e di tutti i luoghi malfamati della città".

Il ruolo nell'unità d'Italia.       Lo stesso argomento in dettaglio: Liborio Romano e Repubblica di Santo Stefano.

Quando nel 1860, Garibaldi sbarcò in Sicilia, la camorra ne approfittò appoggiando i Savoia contro la dinastia regnante dei Borbone.

La "ricompensa" nella politica camorristica fu concordata con i malavitosi dal ministro dell'interno Liborio Romano, il quale lasciò il controllo di Napoli alla camorra durante la fase di transizione del regno, al fine di evitare possibili rivoluzioni incoraggiate dai Borbone in esilio.

Il nuovo ministro degli interni del nuovo Regno d'Italia, Silvio Spaventa, ruppe con la camorra e cercò di estirpare il fenomeno e ripristinare la legalità.[senza fonte] Nel 1911, si tenne a Viterbo il processo Cuocolo per l'omicidio di Gennaro Cuocolo e Maria Cutinelli e, grazie alle confessioni del camorrista pentito Gennaro Abbatemaggio, vennero inflitte severe pene ai maggiori esponenti dell'organizzazione.

LA BELLA SOCIETA’ RIFORMATA SI ERA SCIOLTA

La sera del 25 maggio 1915, nelle Caverne delle Fontanelle, nel popolare rione Sanità, i camorristi, presieduti da Gaetano Del Giudice, decretarono lo scioglimento della Bella Società Riformata; in realtà l'associazione era già stata decimata nel corso del processo Cuocolo.

Il XX secolo, dittatura fascista e il dopoguerra

Lo stesso argomento in dettaglio: Camorra newyorkese, Pasquale Simonetti e Assunta Maresca.

Mussolini sottovalutò il fenomeno camorristico, tanto che concesse la grazia a molti dei camorristi condannati a Viterbo, sicuro che nel nuovo assetto dittatoriale questi non avrebbero costituito più un pericolo.[senza fonte]Molti delinquenti diventarono squadristi entrando a far parte delle squadre fasciste ed ebbero in cambio il silenzio sul loro passato.

Enzo Ciconte, Storia criminale.

La resistibile ascesa di mafia, 'ndrangheta e camorra, dall'Ottocento ai giorni nostri, Rubbettino Editore, 2008.

Il soggiorno obbligato a Napoli, imposto dal governo degli U.S.A. al boss di Cosa nostra americana Lucky Luciano contribuì al superamento della dimensione locale del fenomeno e all'inserimento dei camorristi campani nei grandi traffici illeciti internazionali, quali il contrabbando di sigarette in collegamento con il clan dei marsigliesi.

Tuttavia, in questa fase, la camorra non ha la struttura verticistica che la caratterizzava nei secoli precedenti, né tanto meno ha un potere decisionale sugli affari che svolge con la mafia, per i quali molto spesso è solo un vettore e si presenta come una pluralità di famiglie più o meno legate tra loro.

È ancora l'epoca della "camorra dei campi" e dei mercati. Infatti, una delle figure di spicco del periodo è Pasquale Simonetti, (detto Pascalone 'e Nola per il suo grosso fisico e per la sua origine), un camorrista che controllava il racket dei mercati generali di Napoli, la cui uccisione sarà poi vendicata da sua moglie Assunta Maresca (detta "Pupetta"), il cui processo penale avrà un'eco di livello nazionale.

Gli anni dai '70 ai '90: dalla Nuova Camorra Organizzata al clan dei casalesi

Lo stesso argomento in dettaglio: Carmine Alfieri, Clan dei casalesi, Faida tra Nuova Camorra Organizzata e Nuova Famiglia, Nuova Camorra Organizzata e Nuova Famiglia.

Gli anni 1973-1974 videro un boom del contrabbando di sigarette estere, che aveva il suo centro di smistamento a Napoli: infatti nei primi anni settanta numerosi mafiosi palermitani (Stefano Bontate, Vincenzo Spadaro, Gaetano Riina e Salvatore Bagarella) vennero inviati al soggiorno obbligato in Campania, consentendogli di avviare rapporti con Michele Zaza ed altri camorristi napoletani, attraverso i quali acquistavano i carichi di sigarette; addirittura nel 1974 i mafiosi siciliani provvidero ad affiliare a Cosa nostra Zaza, i fratelli Nuvoletta, Antonio Bardellino ed altri in modo di tenerli sotto controllo e di lusingarne le vanità, autorizzandoli anche a formare una propria Famiglia a Napoli: secondo il collaboratore di giustizia Antonino Calderone, il capo della Famiglia di Napoli era Salvatore Zaza (fratello di Michele), il consigliere era Giuseppe Liguori (detto "Peppe 'o biondo", suocero di Michele Zaza) e i capidecina erano Giuseppe Sciorio e i fratelli Nuvoletta.

Nella metà degli anni settanta, dal carcere di Poggioreale, nel quale è rinchiuso per omicidio, Raffaele Cutolo inizia a realizzare il suo progetto: ristrutturare la camorra come organizzazione gerarchica in senso mafioso, sfruttando il nuovo business della droga; nasce così la Nuova Camorra Organizzata (N.C.O.).

La NCO tentò di imporre il controllo su tutte le attività illecite e ciò spinse le organizzazioni contrabbandiere napoletane e siciliane, rappresentate da Zaza, dai fratelli Nuvoletta e da Bardellino, a riunirsi sotto il nome di Nuova Famiglia (NF), per portare guerra alla camorra cutoliana. La guerra tra le due organizzazioni criminali è spietata e si conclude nei primi anni ottanta con la sconfitta della NCO.

 Le vittime sono molte centinaia, tra esse anche molti innocenti. In questa fase ci fu anche una connessione generata dal "Caso Cirillo" tra camorra e Brigate Rosse.

Nel 1992 il boss Carmine Alfieri tentò di dare alla malavita organizzata nella regione una struttura verticistica creando la Nuova Mafia Campana (NMC), anch'essa scomparsa dopo poco tempo, ma nel corso degli anni novanta la camorra rafforza la sua struttura di tipo orizzontale (con varie bande territoriali più o meno in lotta tra loro) non verticistica fatta eccezione per alcuni pochi cartelli, tra cui il clan dei casalesi che si strutturò in modo verticistico, formato da una dozzina di clan con una cassa comune…”.

Tre flash dell’Ansa la dicono tutta:”Lo Stato vigile e veglia. Il presidente del consiglio Matteo Renzi ha annunciato che il ministro dell'Interno Alfano "è disponibile a partecipare la prossima settimana ad un tavolo in prefettura a Napoli sull'ordine pubblico 'per dare il senso di una vicinanza delle istituzioni e migliorare ciò che può essere fatto'".

Lo ha detto nella conferenza stampa per la firma del patto per la Campania.

Gli investimenti annunciati nel Patto per la Campania "sono una risposta di medio-lungo periodo all'emergenza criminalità". Lo ha ricordato Matteo Renzi, a due giorni dall'ultimo raid di camorra nel rione Sanità.

 "Se crei le condizioni per gli investimenti e la spesa dei fondi pubblici - ha aggiunto il premier - e crei lavoro, opportunità in modo non episodico, dimostri che la politica ha un senso".

Dopo la firma del Patto, Renzi ha incontrato una delegazione del rione Sanità. "Abbiamo chiesto sicurezza sociale, scuole aperte anche il pomeriggio e prospettive di lavoro".

Così don Angelo Berselli, portavoce del movimento "Un popolo in cammino", sintetizza le richieste avanzate nel corso dell'incontro avuto in prefettura a Napoli, insieme a una delegazione del rione Sanità, con il premier Matteo Renzi.

I sacerdoti - con don Berselli c'era anche un altro parroco, don Antonio Loffredo - hanno espresso preoccupazione e chiesto maggiore attenzione per il quartiere che l'altra sera è stato scenario dell'ennesimo raid di camorra, con due morti e tre persone ferite.


Erano state proprio le parrocchie e le associazioni del rione a chiedere un colloquio con Renzi, dopo l'episodio di due giorni fa che ha seminato terrore nelle strade.

All'incontro ha partecipato anche Antonio Cesarano, il papà di Genny, giovane di 17 anni, vittima innocente, ucciso nel settembre scorso da un colpo di pistola esploso da alcuni criminali che spararono all'impazzata nel quartiere proprio per intimidire le persone.

"Siamo abbastanza soddisfatti per gli impegni che sono stati assunti dal premier - dice don Berselli. - Per quanto riguarda l'apertura delle scuole i tempi potrebbero essere anche molto brevi.

Attenderemo con fiducia sperando che ci siano segnali concreti anche per gli altri due punti da noi evidenziati".

 

Tutto l’ambaradan, giovani determinati a farsi largo con spargimento di sangue, è concentrato sul controllo dello storico quartiere ‘Sanità’; una delle piazze più note e ricche dello spaccio di droga.

Gli equilibri cambiano a colpi di agguati; i ribaltoni, sono la regola: stragi ed imboscate, morti, che stanno riempiendo i cimiteri e feriti, non si contano più.

Uno dei protagonisti secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, era il presunto capomafia Giuseppe Vastarella, che avrebbe gestito le ‘piazze' dello spaccio di droga; in contrasto con la famiglia Sequino legata ai Buonerba-Mazzarella di Forcella, agli Spina-Esposito, legati ai Lo Russo, e ai Savarese, ex Misso . 

I Vastarella collegamenti forti anche coi Licciardi di Secondigliano, esiliati nella vicina Melito  sono ritornati in massa nella loro ‘terra d'origine', il rione Sanità.

Polizia e Carabinieri sono abituati alla ‘botta e risposta’, negli ambienti mafiosi. ‘Pedine’ che cadono, ora da una parte ed ora dall’altra. Ma non si limitano a contare i morti.

Il 3 settembre del 2015, intorno alle 0800, Pasquale Ceraso, un uomo di 67 anni, venne ucciso nel vicolo Santa Maria la Purità, all'angolo con Discesa Sanità a colpi di pistola da una calibro 7,65, che avevano raggiunto la vittima alla nuca nel centro storico di Napoli, all'interno di una Renault Twingo.  

Gli spari furono uditi dai residenti dalla zona che allertarono i poliziotti con il 113. Gli agenti intervenuti sul La vittima, precedenti per traffico di droga, venne identificata per Pasquale Ceraso, classe 1948, pregiudicato ritenuto legato clan camorristico Sequino-Esposito, attivo nel rione Sanità che insieme ai Savarese forma il cartello che gestisce i traffici illeciti nel Rione Sanità.  Indagini a 360 gradi, ma la pista privilegiata fu  la faida per il controllo del territorio.

Inserita nel quadro della ripresa del conflitto tra i clan del centro storico di Napoli dalla zona di Forcella a quella della Sanità.  

Pasquale Ceraso, aveva fatto parte negli anni '90 del gruppo criminale facente capo a Mario Savio, detto "O bellillo", specializzato nel trasporto delle sostanze stupefacenti dall'Italia del Nord ai quartieri napoletani; nel 1992,  arrestato insieme a Savio a Milano.  La vittima, frequentava un circolo ricreativo.

LA CAMORRA AL TEMPO DELLE SCISSIONI E DEI RIBALTONI

Nel Rione ‘Sanità’, si assiste a continui ribaltoni. Compreso quello ai danni del clan degli Esposito capeggiato dal capomafia Pietro.

Negli scontri, muoiono decine e centinaia di ‘soldati’ della camorra.

Complessivamente, i boss d‘alto bordo, sono stati e sono, solamente alcune decine; quelli di medio taglio, centinaia; ma, ci sono anche i boss di basso profilo, nell’ordine del migliaio. La ‘truppa’, statistiche alla mano, è ben numerosa.

I più fortunati, faranno la spola fra il Tribunale ed il carcere, ma anche con gli spedali; e gli studi degli avvocati o legali e difensori di fiducia.

Fine della pace per mogli, figli e nipoti, continuamente svegliati nel cuore della notte. Specialmente quando ci sono omicidi e retate delle forze di polizia.

Oppure, chiamati a fornire l’alibi-orario e sottoporsi al guanto di paraffina.

La ripresa della faida, sanguinaria e violenta, era stata segnata dall'uccisione del 21enne Ciro Esposito, legato all'omonima famiglia, alleata con altre potenti cosche della zona vesuviana.

Lega contro lega; federazione, contro federazione; patto, contro patto; alleanza, contro alleanza.

Prima, venne ammazzato il  figlio (Il 7 gennaio 2015), avuto da Dora Spina, vecchia conoscenza degli archivi di polizia giudiziaria, da ignoti killers armati di pistola calibro 9X21, Ciro Esposito, trucidato alla Sanità.

Un agguato camorristico per ammazzare il figlio del boss, da poco uscita dalla galera.

Poi il padre, Pietro Esposito, 45 anni, incontrastato boss del rione e più noto come Pierino.

La contentezza per la ritrovata libertà, sul finire del 2014, fu di breve durata: il 7 gennaio del 2015, gli uccisero il figlio Ciro, con nove colpi di pistola: aveva 21 anni: sarà ricordato come il primo morto ammazzato del 2015.

Il delitto di Pietro Esposito. Era su uno scooter T-Max, in piazza Sanità; all'altezza della basilica di Santa Maria della Sanità, per tutti la chiesa di san Vincenzo alla Sanità. Non era armato

Ad attendere, un commando di morte, che da corta distanza apre un fuoco d’inferno con diverse armi automatiche ed a tamburo.  La vittima, raggiunta alla schiena e alla testa, con il colpo di grazia, muore sul colpo. Non ci sono testimoni.

Il corpo del boss sarà ritrovato dagli uomini della Squadra Mobile di Fausto Lamparelli a faccia in giù. Gl’inquirenti hanno pochi dubbi circa la matrice, che potrebbe essere inquadrata nella  geografia di due quartieri in guerra tra loro: la ‘Sanità’ degli Esposito e la ‘Forcella’ dei Giuliano-Sibillo-Brunetti .

Pietro Esposito e suo figlio Ciro, sono stati colpiti nello stesso posto.

Ciro, non morirà sul colpo: gli amici lo accompagnano di volata al vecchio ‘Pellegrini’ dove, però, i medici non riescono a strapparlo alla morte. 

C’è anche un ferito nella sparatoria, un vero agguato di mafia, con il bersaglio in movimento, che a piedi tenta di sottrarsi ai colpi dei killers.

Giovanni Catena, 29 anni, dipendente del pub «il Pocho», che sta raggiungendo il cassonetto per gettare l'immondizia, colpito all'addome, da un proiettile vagante.  

GIUSTIZIA LENTA MA INESORABILE

Lo Stato non dorme. La Giustizia è lenta ma arriva anche dopo due lustri o tre dai fatti e colpisce.

Conferma, il flash dell’Ansa “A decretare il duplice omicidio, secondo gli investigatori, furono i vertici dei clan Birra-Iacomino di Ercolano (e l'ordine partì dal carcere) mentre il gruppo di fuoco fu fornito dal clan Lo Russo di Napoli.

Sotto il fuoco dei killer finirono, l'11 marzo del 2003, all'esterno di una sala giochi di corso Resina a Ercolano (Napoli) Mario Ascione e Ciro Montella.

Fu l'ennesimo fatto di sangue nella faida tra i clan Ascione-Papale da un lato e il clan Birra-Iacomino dall'altro.
A 13 anni dai fatti, grazie anche al racconto di ben 14 collaboratori di giustizia, ora sono stati individuati presunti killer e mandanti. E il gip del tribunale di Napoli su richiesta della Dda ha emesso nove misure cautelari che hanno raggiunto nove persone già tutte detenute.

Da quanto ricostruito, il duplice omicidio di Mario Ascione considerato dagli inquirenti reggente del clan e Ciro Montella, suo guardaspalle, fu compiuto in risposta all'assassinio di Giuseppe Infante, cognato del capoclan Giovanni Birra”.  

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Lo Stato ha fornito risposte concrete. Compresa l’operazione ‘Forcella Libera” del 9 giugno 2015; con le indagini della Squadra Mobile di Napoli, diretta da Fausto Lamparelli.  Ha smantellato i clan di camorra appartenenti ai    Giuliano, Sibillo, Brunetti e Amirante. Questi i nomi degli arrestati: Luigi Giuliano, Giuseppe Giuliano, Daniele Giuliano, Ciro Giuliano, Antonio Giuliano, Guglielmo Giuliano, Luigi Jr Giuliano, Luigi Vicorito, Salvatore Cedola, Carmela De Rosa, Cristiano Giuliano, Giuliano Cedola, Manuel Brunetti, Salvatore Amirante, Crio Rinaldi, Raffaele Maddaluno, Enrico Massara, Alessio Vicorito, Francesco Lucenti, Domenico Giaquinto, Salvatore Pizzo, Gennaro Pollaro, Cesare Morra, Pasquale De Martino, Luigi Leanza, Antonietta Giuliano, Vincenzo Costagliola, Salvatore Brunetti, Ciro Brunetti, Beniamino Ambra, Salvatore Casaburi, Celestino Storto, Salvatore Del Prete, Rosario Cinque, Vittorio Cioffi, Raffaele Sollo, Salvatore Marino, Nunzio Nardo, Antonio Baldassarre, Assuntina Baldassarre, Emanuele Catino, Ciro Catino, Pasquale Catino, Antonio Esposito, Antonio Esposito, Alessandro Riccio, Giovanni D’Alpino. Accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, omicidio, tentato omicidio, traffico di stupefacenti e possesso di armi. Ci sono anche i minorenni.

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QUELL’IMPNENTE OPERAZIONE “ARACNE”

Una delle più imponenti operazioni anticamorra fu certamente l’indagine “Aracne” del 23 gennaio 2014,  eseguita anche con l'ausilio della Squadra mobile e del Gico di Napoli, del Comando provinciale dei carabinieri e del centro Dia di Roma e della Guardia di Finanza di Pisa, che portò all’arresto di novanta persone e colpì il business della ‘Famiglia Contini’ nella capitale e su molte altre città, non solo italiane. Ristoranti, bar, pizzerie e decine di altre attività utili a incrementare il business dei clan, a ripulire grandi somme di denaro provenienti prevalentemente dal traffico di droga. Un blitz imponente messo a segno tra Campania, Lazio e Toscana che ha portato all'arresto di 90 persone e al sequestro di un tesoro pari a 250 milioni di euro.  Per colpire il clan partenopeo agli ordini di Edoardo Contini e Patrizio Bosti  a Napoli, nei quartieri popolari dell'Arenaccia, San Carlo all'Arena e Vasto. Sono queste le roccaforti che da anni custodiscono il potere dei Contini.   'O romano Contini   tra il 2000 e il 2007 fu inserito nella lista dei 30 latitanti più pericolosi d'Italia.

  Un impero fondato sulle estorsioni, sul traffico di droga, addirittura in subappalto per conto di altri Capisce presto che per fare affari è meglio allacciare alleanze, stringere patti di non belligeranza. Ed è quello che fa con molte delle cosche napoletane, dai Misso ai Licciardi, con i quali aveva costituito il cartello dell'alleanza di Secondigliano, facendo persino da mediatore date le ruggini tra i due clan. Condannato a 20 anni per un omicidio.  Su richiesta del pm Marco Del Gaudio, il gip Raffaele Piccirillo ha disposto, oltre ai 90 arresti, la misura del divieto temporaneo di esercitare le professioni di commercialista, consulente contabile, revisore dei conti e intermediario finanziario nei confronti di due persone e il sequestro preventivo di beni e attività imprenditoriali.

Una lista impressionante: 30 impianti per la distribuzione di carburante; 11 bar; quattro impianti per la torrefazione di caffè; una oreficeria e una gioielleria; un'azienda per il commercio all'ingrosso di prodotti alimentari; due società immobiliari; 28 tra appartamenti e locali commerciali; un terreno; 478 rapporti finanziari e bancari di varia natura. Un tesoro dal valore di 176 milioni di euro. Sul versante partenopeo un ruolo cruciale sarebbe stato affidato anche ad un altro uomo: Ciro Di Carluccio, che secondo gli inquirenti è la persona di fiducia del capoclan Eduardo Contini.

Connesso, con l’operazione Aracne, c’è lo scivolone del “Principe” Giuseppe Giannini ex calciatore della Roma e della Nazionale, ex allenatore del Gallipoli, e della nazionale libanese  rinviato a giudizio per frode nelle competizioni sportive aggravate dalla matrice camorristica.

L’ex calciatore della nazionale è consuocero di Salvatore Righi, considerato un prestanome del boss Eduardo Contini, potentissimo capoclan di Vasto.

La figlia di Giannini ha sposato Ivano Righi. Isidoro Di Gioia, 34 anni, figlio del boss Gaetano “o’ tappo”, ucciso il 31 maggio 2009 da un commando di fuoco nei pressi di via Teatro, racconta al pm della DDA Maria Di Mauro ed ai giudici della seconda sezione penale di Torre Annunziata (presidente di collegio Antonio Pepe), i rapporti che legavano il capo-clan all’imprenditore edile Ciro Giannini (75), arrestato nel 2012 per riciclaggio di denaro sporco.

A sparare sarebbe stato, secondo l’accusa, Ciro Grieco, conosciuto negli ambienti della criminalità come “Cirotto 'a marchesa”, già detenuto, arrestato nel 2012 per associazione a delinquere di stampo mafioso.

Giannini ora è alla sbarra con suo figlio, il più giovane Giancarlo: accusato in passato dall’antimafia di essere un mero prestanome. Isidoro Di Gioia, è imputato in un procedimento connesso. Scampò miracolosamente, ad un agguato di camorra.

Il 31 maggio 2009 Gaetano Di Gioia, 54 anni, inteso ‘Gaetano ‘O Tappo’, sorvegliato speciale uscito dal carcere da un paio d'anni, cognato del boss Giuseppe Falanga, capo dell'omonimo clan,  rimase ucciso in un agguato in via Diego Colamarino a Torre del Greco, in provincia di Napoli;  era in compagnia del figlio, Isidoro, 25 anni, pregiudicato uscito dal carcere grazie all'indulto e rimasto gravemente ferito a bordo di un'auto.

 

In sostanza, l’episodio contestato a Giannini,  risale al campionato 2008-2009, quando  allenava la squadra del Gallipoli, Lega Pro, prima divisione, girone B.

Secondo i pm napoletani, per conquistare la promozione della squadra i Righi, in concorso con Giannini e con l’allora direttore sportivo del Gallipoli Luigi Dimitri.

Comprarono la partita, versando 50mila euro ad alcuni giocatori del Real Marcianise, coinvolti nella frode, tutti legati al figlio del boss Contini, gli ultimi avversari, battuti per 3 a 2; il che, valeva la promozione in serie B.

ladomenicasettimanale@gmail.com, scrive…” VECCHI boss spodestati. Mire espansionistiche e “cattivi ragazzi” che vogliono più potere, più soldi. Ecco la nuova guerra di Scampia. Una guerra che parte all’inizio del 2011 quando comincia la nuova scissione. O meglio, quando avviene la scissione negli scissionisti. La scissione. Nel cartello criminale che si era ribellato ai Di Lauro si apre una frattura.

Il clan guidato dalle famiglie Amato-Pagano, capaci di aggregare i vari gruppi scontenti dei Di Lauro e scatenare la faida del 2004, inizia a scricchiolare.

Nasce un nuovo consorzio del sangue, formato dagli Abete-Abbinante con gli alleati Notturno e Aprea. Famiglie legate anche da solidi legami di parentela che decidono di ribellarsi alla dittatura degli Amato-Pagano.

Nascono così i cosiddetti “Girati”. La nuova strategia L’obiettivo è quello di ricacciare il clan che ha guidato la rivolta contro Paolo di Lauro, alias Ciruzzo ‘o milionario, nei comuni di Melito, Mugnano e Casavatore. In pratica i Girati vogliono strappare Scampia e Secondigliano a quelli che fino al 2011 sono stati i leader degli scissionisti, ovvero, vogliono prendersi il più grande market della droga d’Europa. Ad accelerare l’inizio della nuova guerra, sostengono gli inquirenti, sono le scarcerazioni di Arcangelo Abete e Giovanni Esposito detto ’O Muort che tornano su “piazza” proprio quando il gruppo Amato-Pagano è colpito dall’arresto del boss Carmine Amato, nipote di Raffaele detto a Vicchiariella, con le redini delle famiglie finite nelle mani del solo Mario Riccio.

I rapporti di forza Arcangelo Abete, 43 anni, per una serie di “congiunture favorevoli”, come sostiene la Procura, gode impropriamente di una situazione di libertà proprio in una fase di riassestamento dei rapporti di forza all’interno della compagine scissionista, finalizzata a ridurre il potere criminale degli Amato-Pagano, durante la quale emergono i gruppi Abete-Abbinante, capaci di saldare in alleanza anche i Notturmo e gli Aprea di Barra e lanciare così la sfida a chi è rimasto fedele a Riccio.

All’inizio di gennaio 2012 la faida in sedici giorni conta cinque morti: il 5 a Giugliano, via San Vito, viene ucciso Rosario Tripicchio; l’11 a Melito tocca a Patrizio Serrao e il 16 dello stesso mese, di nuovo a Melito, i killer ammazzano Fortunato Scognamiglio. Agguati eccellenti Il 9 in un’auto bruciata erano stati trovati i corpi carbonizzati di Raffaele Stanchi, “Lello bastone” e del suo autista Luigi Mondò. Si tratta di un duplice omicidio eccellente che determinerà altre tragiche conseguenze. Il conflitto si chiude con un altro caduto importante: Biagio Biancolella, figlio di Francesco, detto Ciccio ’o Manaco, esattore degli Amato-Pagano per le estorsioni nel settore degli appalti pubblici e privati nei comuni di Melito e Mugnano, di cui il figlio aveva preso il posto. Biancolella cade sotto i colpi dei sicari il 9 maggio in via Cesare Pavese a Mugnano.

Dopo questo colpo gli Amato-Pagano sono costretti a lasciare Napoli e rifugiarsi nei soli comuni a Nord. Per gli Abete-Abbinante è la svolta. Ormai hanno in mano il mercato della cocaina (con un volume di affari che va dagli poter conquistare tutte le vecchie piazze un tempo controllate dai Di Lauro, accaparrandosi anche i proventi che derivano dalla vendita di eroina, hashish e marijuana. Nella loro avanzata gli Abete-Abbinante non hanno fatto i conti, però, con i “cattivi ragazzi” della cosiddetta “Vianella Grassi”, il complesso di case simile a un fortino che sorge in via Vanella Grassi, alle spalle di corso Secondigliano. Tra i vecchi boss di Scampia e i giovani armati di Secondigliano iniziano le prime frizioni.

L’escalation continua con episodi eclatanti come quando due giovani  vengono salvati dalla polizia mentre sono stati sequestrati e legati all’interno di un’auto. L’offensiva di quelli della Vianella secondo gli inquirenti, inoltre, nasconderebbe la regia occulta del clan Di Lauro ridimensionato dalla prima faida eppure, a giudizio degli inquirenti, ancora pienamente operativo intorno alla leadership di Marco Di Lauro, 31 anni, latitante da quando ne aveva 24, figlio del padrino “Ciruzzo ‘ o milionario” che è detenuto dal 16 settembre del 2005.

otto ai dodici milioni di euro ogni due mesi) e sono sicuri di

Il gruppo Vanella Grassi. Il gruppo della Vanella Grassi, rileva la Procura negli atti dell’inchiesta che alla fine di luglio ha ricostruito le più recenti dinamiche criminali di Scampia, “appare il migliore alleato possibile del clan Di Lauro”, con l’obiettivo di richiamare alla base e ricompattare anche “transfughi dal cartello scissionista, ma già in passato affiliati al clan Di Lauro e comunque pronti a ridisegnare e rinegoziare gli assetti criminali del territorio”. Un’alleanza quasi naturale considerando anche i rapporti di alcuni personaggi di primo piano della Vanella Grassi con i Di Lauro, come Antonio Mennetta.

Nel marzo del 2007, con il duplice omicidio Giuseppe Pica e Francesco Cardillo, all’epoca referenti sul territorio del clan Di Lauro, il gruppo della Vianella capeggiato da Salvatore Petriccione (coadiuvato dai nipoti Fabio Magnetti, Rosario Guarinio e Antonio Mennetta e da numerosi killer come Salvatore Frate), che durante la faida del 2004-2005 costituivano l’originario gruppo di fuoco di Marco Di Lauro, passa con gli scissionisti. La decisione non viene condivisa subito da Antonio Mennetta, che in quel periodo era detenuto.

Il tessitore Marco Di Lauro. Durante il periodo di detenzione, comunque, Mennetta non interrompe i suoi rapporti con il gruppo di appartenenza, pur manifestando grandi perplessità per la scelta operata dallo zio e dagli altri affiliati di aderire al cartello scissionista. Con la sua scarcerazione, nel dicembre del 2010, torna sul territorio un personaggio ritenuto dagli inquirenti di primo piano, in passato fortemente legato a Cosimo e Marco Di Lauro, che riprende il proprio ruolo all’interno del clan, soprattutto nel settore del mercato degli stupefacenti, con chiare aspirazioni espansionistiche, cercando di trarre vantaggio dalla situazione di indebolimento della cosca Amato-Pagano.

Considerato questo scenario lo scontro con gli Abete-Abbinante e i loro alleati è conseguenziale anche perché quelli della Vianella possono contare su un commando di fuoco di giovanissimi pronti a tutto. Il punto di non ritorno L’episodio eclatante che dà vita alla terza faida, uno scontro che per la ferocia ricorda quello iniziato nel 2004, è proprio l’omicidio di Raffaele Stanchi, alias Lello ‘o bastone, contabile e gestore della Piazza di spaccio del Lotto P (le cosiddette case dei puffi), per conto degli Amato-Pagano.

Questo agguato, eccellente, assesta un colpo al cuore del clan segnando il momento di maggiore contrapposizione nel cartello scissionista,ma allo stesso tempo determina l’allontanamento definitivo della compagine della Vianella Grassi, aprendo un terzo fronte. “Lello ’o bastone” viene ucciso in quanto non vuole pagare una partita di droga acquistata proprio da quelli della Vanella Grassi. Il contabile Il 9 gennaio del 2012 in un’auto carbonizzata vengono trovati due cadaveri.

Uccisi a colpi di arma da fuoco. A una delle due vittime i killer hanno tagliato la mano destra. L’uomo torturato, mutilato e ucciso insieme con il suo autista non è un personaggio qualunque ma rispondeva al nome di Raffaele Stanchi, “contabile e gestore della piazza di spaccio del Lotto P per conto degli Amato-Pagano”, lo definiscono i pm del pool anticamorra Stefania Castaldi, Maurizio De Marco e Vincenza Marra. Amante della bella vita, Stanchi aveva gestito per anni il fiume di denaro garantito dalle “Case dei Puffi, una delle piazze di spaccio più redditizi di Scampia.

Il “contabile” è un camorrista esperto, uno di quelli che ne ha viste tante e ha superato indenne le altre faide. Forse si sente intoccabile e commette un grave errore: sottovalutare i “cattivi ragazzi” della Vanella Grassi, ai quali decide di non pagare una partita di droga ritenendo, scrive la Procura, che un’azione del genere non avrebbe avuto alcuna conseguenza per il loro “scarso rilievo criminale”. Stanchi viene sequestrato insieme al suo autista, Luigi Mondò, e ucciso con lui dopo il macabro taglio della mano destra: quella con cui avrebbe dovuto versare il denaro per la partita di droga.

Conseguenze di un omicidio. L’omicidio di Stanchi ha due conseguenze: rappresenta “il momento di maggiore contrapposizione tra i gruppi del cartello scissionista” e segna, a giudizio della Procura, “l’allontanamento definitivo della compagine della cosiddetta Vanella Grassi”. I cattivi ragazzi non intendono sottostare alla dittatura dei nuovi padroni, quelli Abete-Abbinante, che con gli alleati Notturno-Aprea hanno strappato Scampia ai potenti Amato-Pagano. Esplode uno scontro durissimo che è ancora in corso con agguati, sparatorie, conflitti a fuoco con le forze dell’ordine. Gruppi armati girano a caccia di nemici da colpire.

Due gli episodi più eclatanti: il 23 agosto sulla spiaggia di Terracina viene ammazzato Gaetano Marino, detto “moncherino”, fratello di Gennaro “Mc Key”. Pochi giorni dopo in un bar di via Roma verso Scampia, di fronte al carcere di Secondigliano, con tre colpi alla nuca viene freddato Raffaele Abete, fratello del capoclan Arcangelo, detenuto, e zio del ventenne Mariano Abete, latitante. I cattivi ragazzi della Vianella a suon di piombo riescono a conquistare parte della piazza di spaccio del Lotto P e la Vela Celeste.

A Scampia è guerra. Come nel 2004. Lo Stato reagisce la periferia Nord viene blindata da polizia e carabinieri, ma la guerra non si ferma. Commando armati girano per le strade a caccia di nemici. Basta solo essere identificato come individuo vicino al gruppo avversario per diventare un obiettivo. Per vedersi disegnare sulla schiena un mirino.”

Il trasformismo, come i camaleonti, è l’arma vincente delle mafie. Il ‘soldato’ di un certo clan, non è mai fedele in assoluto alla cosca.

Cambia pelle, alla prima occasione utile. Per interessi diretti; per questioni di supremazia mafiosa; perché si sente più debole; perché si sente più forte; per una “dote” negata; per un diritto non concesso; per un’offerta allettante dai rivali del territorio; per una scissione, per un matrimonio combinato ecc..

Come nel caso degli “scissionisti del clan Di Gioia”.  Ciro Grieco, detto Cirotto ‘a marchesa e Francesco Paolo Raiola, entrambi accusati dell’omicidio del boss di Torre del Greco, Gaetano di Gioia avvenuto il 31 maggio del 2009.

 Per questo, condannati all’ergastolo. In parte ribaltato. Il 18 marzo 2016, è arrivata la sentenza di Appello,   che cancella il carcere a vita per mandante e killer. Venti anni di carcere.   

Il boss Gaetano Di Gioia dopo un lungo periodo di detenzione  Di Gioia era tornato libero e aveva ripreso le redini del clan affidando al figlio Isidoro la gestione della droga, avocando a se i proventi delle estorsioni e la gestione delle liquidità.

La decisione, non condivisa, era sfociata nell’agguato, con il quale padre e figlio erano stati puniti. In sostanza, era stata sancita la scissione dal clan di appartenenza e la formazione di un gruppo criminale a sé stante, appunto gli “scissionisti del clan Di Gioia”.

A parte il doppiogiochismo, cerchiobottismo o salto della quaglia; se non il pentimento. Le gole profonde, sono un esercito.

Nemmeno i boss più scaltri, furbi, astuti ed esperti, hanno vita facile. Il miglior amico, quello con cui ti sparti il sonno, può girarti le spalle alla prima occasione; distruggere l’intero clan con una soffiata; ucciderti.

Roba da emicrania, inappetenza, gastrite, colite, depressione e via di seguito. Si fanno vincere dalla diffidenza e dal sospetto. Dormono con un occhio solo e forse, nemmeno con quello.

Altro discorso è la corruzione, le tangentopoli varie, i Comitati d’affari, le conventicole e congregazioni criminali. i rapporti fra la mafia e le istituzioni se non lo Stato… Recita un lancio dell’Ansa:” Il presidente del Pd campano Stefano Graziano, che è anche consigliere regionale, è indagato per concorso esterno in associazione camorristica in un'inchiesta della Dda di Napoli che ha portato oggi in carcere per presunte tangenti l'ex sindaco di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) Biagio Di Muro, in carica fino al novembre scorso, e l'imprenditore della ristorazione Alessandro Zagaria, ritenuto dagli inquirenti l'anello di congiunzione tra la politica e il clan guidato dal boss, solo omonimo, Michele Zagaria.

Per altre sette persone, tra cui l'attuale responsabile dell'Ufficio Tecnico del Comune di Santa Maria Capua Vetere Roberto Di Tommaso, il gip di Napoli ha disposto i domiciliari. Per i pm - sostituti D'Alessio, Giordano, Landolfi e Sanseverino coordinati dall'aggiunto Borrelli - Graziano, che si è autosospeso dal partito ma è rimasto in carica come consigliere regionale, avrebbe ricevuto appoggio alle elezioni regionali dello scorso anno dalla cosca, attraverso il sostegno diretto di Alessandro Zagaria, ponendosi "come punto di riferimento politico e amministrativo" del clan.

A Graziano, che è stato deputato e consulente a Palazzo Chigi con Enrico Letta e fino al 31 dicembre 2014 (incarico non rinnovato dal Governo Renzi), i carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta, delegati con i finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Napoli, hanno perquisito le abitazioni di Roma e Teverola e l'ufficio nella sede del Consiglio regionale, a Napoli.

L'inchiesta ruota attorno all'appalto per i lavori di consolidamento e "riqualificazione in polo della Cultura e della Legalità" di Palazzo Teti Maffuccini, storico immobile ubicato a Santa Maria Capua Vetere dove risedette anche Garibaldi, confiscato anni fa al padre dell'ex primo cittadino, Nicola Di Muro, ex vice-sindaco della città sammaritana.

Nel corso di alcuni colloqui intercettati dagli investigatori tra Biagio Di Muro e Alessandro Zagaria, quest'ultimo gestore di bar e mense nelle facoltà della Sun, la Seconda università di Napoli, si fa riferimento all'appoggio elettorale che occorreva garantire a Graziano.

Quest'ultimo si sarebbe attivato - ma tale circostanza non è ritenuta illecita dagli inquirenti della Dda - per favorire il finanziamento dei lavori di Palazzo Teti. In particolare avrebbe dovuto agire per scongiurare che si perdesse il finanziamento facendolo trasferire in un diverso capitolato di spesa.

Dagli elementi raccolti sarebbe emerso il versamento a Di Muro, al suo funzionario Di Tommaso e al componente della commissione di gara Vincenzo Manocchio, di una tangente di 100 mila euro da parte dei due imprenditori finiti ai domiciliari Guglielmo La Regina e Marco Cascella, rappresentanti legali delle società "Archicons Srl" e "Lande Srl", la prima responsabile della progettazione dei lavori relativi a Palazzo Teti, la seconda aggiudicataria dell'opera da oltre due milioni di euro.

La mazzetta sarebbe stata "mascherata" grazie a una serie di fatture false necessaria a raccogliere la "provvista" emessa da società facenti capo ad altri due indagati arrestati. Con Di Muro sono tre i sindaci del Casertano a essere finiti di recente in carcere per presunti legami con il clan Zagaria, ovvero l'ex sindaco del capoluogo Caserta, Pio Del Gaudio, arrestato nel giugno 2015 (scarcerato e in attesa di avviso di chiusura indagini) e l'ex primo cittadino di Trentola Ducenta, Michele Griffo; le infiltrazioni del clan Zagaria sono state poi accertate anche all'ospedale di Caserta, che per tale motivo è tuttora commissariato.

Altre inchieste anti-camorra della Dda hanno poi portato all'arresto nei mesi scorsi dell'ex sindaco di Orta di Atella, Angelo Brancaccio, e dell'ex sindaca di Roccamonfina, Letizia Tari mentre a Villa di Briano, l'ex sindaco, Dionigi Magliulo, indagato, si è dimesso dopo l'arresto per reati di camorra del fratello, funzionario comunale.

Gli arresti eseguiti oggi sembrano rappresentare il primo step di un'inchiesta destinata ad allargarsi a macchia d'olio. Lo si evince dalla lettura del capo di imputazione, laddove viene contestata l'associazione mafiosa ad Alessandro Zagaria.

Il quale sarebbe stato incaricato dal clan "di instaurare e mantenere rapporti illeciti di tipo corruttivo con esponenti politici locali, in prevalenza sindaci del territorio casertano" per l'affidamento di lavori pubblici "ad imprenditori a lui graditi".

La tegola giudiziaria abbattutasi su Graziano ha scatenato una vera e propria bufera politica sul Pd, con il M5s all'attacco ("E' Gomorra del Pd in Campania", scrive Valeria Ciarambino sul blog di Beppe Grillo) e il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, che ricorda l'incarico di consulenza di Graziano a Palazzo Chigi e scrive: "Vi prego: liberiamo l'Italia".

"Totale e incondizionata fiducia nel lavoro della magistratura", viene espressa dal vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, ma dagli Stati Uniti il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, tuona: "Mentre ascolto e incontro tanti imprenditori italo-americani con voglia di fare e onesti giovani in fuga dall'Italia, da Roma arrivano notizie di altri arresti e indagati a carico del partito al governo per reati gravissimi e collusione con la criminalità organizzata. Che tristezza...".

Sullo sfondo il braccio di ferro antico del Bene contro il Male. Fra Guardie & Ladri.

Il territorio è sempre lo stesso. Cambiano solamente, i nomi delle persone, dei capi, delle associazioni.

Non cambia il denaro, sempre soldi sono; non cambiano le armi ( se non raramente) da taglio o da fuoco, esplodenti, irritanti ecc.; ogni tanto, se ne aggiunge qualcheduna nuova.

E non cambiano i mezzi e gli strumenti: corruzione, contaminazione ed inquinamento del tessuto sano, minacce, ricatti, intimidazioni, richieste oscene, aggressioni fisiche e morali e via di sèguito.

Non cambiano le finalità: arricchirsi, soggiogare, sottomettere, asservire e schiavizzare.

Non cambia nemmeno il metodo: sfruttamento dell’uomo sull’uomo, con le buone maniere o con le cattive. Homo homini lupus.

Oggi, nel terzo millennio dell’Era Cristiana, c’è la Camorra; e c’è la Ndrangheta e Cosa Nostra, per rimanere alle più gettonate, spesso e volentieri in combutta o mutua assistenza, alleanza e confederazione.

Lo Stato c’è. Ha fatto tanto, nonostante tutto. Deve garantire il diritto, la libertà e la democrazia, anche al delinquente e mafioso.

Deve al tempo stesso, amministrare la Giustizia e perseguire i mafiosi. Prevenire e reprimere.

L’esercizio di mezzi, strumenti e finalità, non sempre è fluido, scorrevole, oliato, sciolto, facile e naturale.

Il meccanismo, a volte s’inceppa. C’è l’usura. Ed inoltre, il legislatore, non le azzecca tutte.

Domenico Salvatore

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