Padre Pio'finalmente' venerato e riverito come un santo

04.02.2016 21:26

Visse a San Giovanni Rotondo, un comune italiano di 27.304 abitanti della provincia di Foggia in Puglia, famoso al mondo per ospitare le spoglie di San Pio da Pietrelcina, frate cappuccino vissuto a lungo nell'omonima città. Il comune fa parte del Parco Nazionale del Gargano.La stessa sorte di Natuzza Evolo e Fratel Cosimo (Fragomeni), e non solo

QUEL FRATE PIO, CAPPUCCINO SCOMODO, CHE DIVISE LA CHIESA ( E LA RIUNI’)

Domenico Salvatore

La Chiesa  Cattolica, la comunità dei fedeli che professano la fede in Gesù Cristo; “Luce dei popoli”; manto di carità e di misericordia; da sempre, faro delle genti.

Ma non sempre, le ha azzeccate tutte. Stendiamo un manto misericordioso e di carità sul periodo più buio della Chiesa, legato e collegato alla ‘santa inquisizione’; sorta per indagare e punire, mediante un apposito tribunale, i sostenitori di teorie considerate contrarie all'ortodossia cattolica (le cosiddette eresie); coinvolti numerosi papi; da papa Lucio III e dall'imperatore Federico Barbarossa, ad Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX, Innocenzo IV, Giovanni XXII, Sisto IV, Paolo III, Pio X. Sopravvisse con il nome di “ Sacra Congregazione del santo Offizio”, finché con il Concilio Vaticano II, durante il pontificato di Paolo  l’attuale nome di “Congregazione per la dottrina della fede”.

In epoca recente, tanto per dirne una, con Fratel Cosimo (Fragomeni), paragonato per le sue virtù profetiche e taumaturgiche a San Pio di Pietrelcina,  entrambi avversati, ha preso un’altra topica colossale. Salvo poi, a fare l’avanzata francese e la ritirata spagnola. E passare “dal Crucifige all’Osanna”.

Cosimo Fragomeni, primogenito di due figli dei  coniugi Ilario Fragomeni e Maria Mazzà, gente umile, impegnata a coltivare la terra, ma serena e fiduciosa nell’aiuto della Provvidenza è nato,  nella borgata di ‘Santa Domenica’, si legge sui vari siti internet, agro d Placanica in provincia di Reggio Calabria, il 27 gennaio  1950 alle ore 8,00.

Famose, furono le lettere,  in cui Cosimo Fragomeni, raccontava delle apparizioni della Vergine Immacolata, avvenute, dall’11 al 14 maggio 1968, all’imbrunire, mentre si accingeva a rientrare a casa dopo una giornata di duro lavoro nei campi su un enorme masso coperto da cespugli e rovi divenuto, da allora, ‘Lo Scoglio delle apparizioni ’.

Mi sono visto improvvisamente abbagliato da una grande luce…"Non avere paura, vengo dal Paradi­so, io sono la Vergine Imma­colata, la madre del Figlio di Dio. Sono venuta a chiederti di costruire qui una cappella in mio onore. Io ho scelto que­sto luogo, qui voglio stabilire la mia dimora e desidero che da ogni paese si venga qui a pregare". "Ti aiuterò, ma non ti manche­ranno tribolazioni e sofferenze. Non ti scoraggiare, io sarò con te e ti sosterrò con la mia mano. Il Signore vuole farti strumento del Suo amore, per la salvezza delle anime". "Qui desidero un grande centro di spiritualità, dove le anime trove­ranno pace e ristoro. In questo luogo, Dio vuole aprire una finestra verso il cielo. Qui, per la mia mediazione, vuole manifestare la Sua misericordia". "Se gli uomini si convertiranno, si penti­ranno dei loro peccati, si confesse­ranno, si avvicineranno a Dio e lo ameranno con tutto il cuore, Dio si avvicinerà a loro e li accoglierà nella Sua casa".  "Ecco il mio Rosario, esso sia la tua preghiera quotidiana, offrilo al mio cuore immacolato per la con­versione del mondo, il trionfo del Regno di Dio, la pace delle nazioni e la salvezza dell'umanità".

Come sia diventato pastore di capre e di buoi e come abbia cominciato a lavorare i campi a 14 anni ecc.

Per raggiungere la località, in macchina, autobus o camper, occorre imboccare l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, uscita Rosarno. Da qui, si  prosegue a sinistra, per la Strada di Grande Comunicazione Ionio-Tirreno fino a Marina di Gioiosa Ionica. 

Si imbocca poi, la Statale Jonica 106, lato nord (direzione Catanzaro o Taranto) fino a Caulonia Marina. All’uscita di questa cittadina, prendere il primo bivio a sinistra seguendo l’indicazione Focà o Scoglio. 

Il punto, dista circa dieci chilometri dalla strada statale. Stazioni ferroviarie: Caulonia o Roccella Jonica.

Aereoporti: Lamezia Terme o Reggio Calabria. Ricorrenze principali: Ogni primo sabato del mese, da giugno ad  ottobre, si svolge un pomeriggio particolare di preghiera, con il Santo Rosario, la Solenne Concelebrazione Eucaristica, la processione con il Santissimo Sacramento, la preghiera d’intercessione di Fratel Cosimo, la benedizione Eucaristica, la fiaccolata.

L’11 Maggio, giornata più speciale e importante dell’anno,  si festeggia l’anniversario della prima apparizione della Madonna sullo Scoglio, a Fratel Cosimo. Le Solenni celebrazioni iniziano già dal giorno precedente.

L’11 Febbraio si celebra, così come in tutti i luoghi della Santa Chiesa Cattolica, la Giornata Mondiale del Malato. Una volta all’anno, solitamente il primo sabato di Settembre, si svolge il Meeting Internazionale giovanile.

Meta incessante di pellegrinaggi, che negli anni, hanno superato le centomila presenze.

E’ possibile pranzare sul posto, presso il punto ristoro della Fondazione, ad una modica cifra (che si aggira sui 12,00 euro per un pasto completo).

Il punto ristoro è gestito da volontari che prestano la loro opera gratis e, pertanto, tutto il ricavato va interamente devoluto per la costruzione del Santuario della Madonna dello Scoglio. Per maggiori informazioni e/o prenotazioni potete telefonare ai seguenti recapiti: 348 1436776 (Chiara); 340 3120204 (Maria); 339 2096074 (Maria).

Fragomeni non è il caso limite. E forse, nemmeno Fortunata Evolo, si legge su Wikipedia, detta «Natuzza» (Paravati di Mileto, 23 agosto 1924 – Paravati di Mileto, 1º novembre 2009), è stata una mistica italiana.

Si riferisce che durante il corso della sua vita si siano manifestati una serie di presunti episodi paranormali: apparizioni e colloqui con Gesù Cristo, la Madonna, angeli, santi e defunti, bilocazione, la comparsa di stimmate ed effusioni ematiche accompagnate da stati di sofferenza durante il periodo pasquale e momenti di estasi. Svariate testimonianze le attribuiscono anche il presunto e cosiddetto "dono dell'illuminazione diagnostica", ovvero la capacità di diagnosticare con esattezza una malattia e suggerirne la cura migliore.[senza fonte].

Per decine di anni ricevette presso la sua abitazione migliaia di persone provenienti da tutto il mondo per incontrarla, principalmente nella speranza di avere notizie dall'aldilà dai propri defunti o indicazioni sulle proprie malattie.

Fu pure rinchiusa in manicomio. Parlava con i morti? Guariva i vivi? Inizialmente, non solo, non le credeva nessuno, ma era pure tacciata di essere visionaria, allucinata, vaneggiatrice, utopista e fanatica.

Ma poi, fu venerata come una Madonna. Ai raduni di Paravati arrivavano dall’Italia e dall’estero, decine di migliaia di persone.

Ai funerali, nel piazzale  «Villa della Gioia» dove ha sede la Fondazione Cuore Immacolato di Maria rifugio delle anime che è una delle strutture volute da Natuzza Evolo, nonostante la pioggia c’ertano almeno cinquantamila persone.

Il vescovo di Mileto-Nicotera-Vibo, Renzi e cinque vescovi: Antonio Ciliberti della diocesi di Catanzaro-Squillace, Luigi Antonio Cantafora della diocesi di Lamezia Terme, Giuseppe Fiorini Morosini della diocesi di Locri-Gerace e i vescovi emeriti di Mileto, Domenico Tarcisio Cortese e di Lamezia Vincenzo Rimedio.

Un tributo solenne le è stato rivolto dall'Arma dei carabinieri, dalla Guardia di finanza e dalla polizia di Stato in alta uniforme.

Tanti sindaci con la fascia tricolore a tracolla ed i gonfaloni delle province calabresi e della Regione e di tantissimi Comuni. il presidente della Calabria Agazio Loiero ha detto:” È un momento di mestizia per tutti noi, perché ci ha lasciato una grande donna, una donna calabrese che ha svolto una funzione sociale importantissima per i calabresi e anche per quelli che vengono da  fuori.

Ha lenito tante sofferenze, ha sciolto tanti dubbi a tante persone che, segnate dalla perdita di un congiunto caro, hanno trovato presso di lei un conforto e un richiamo, che c'è sempre un'altra vita al di là di questa vita e nel contesto sociale di oggi questo non è semplice”.

Pio da Pietrelcina, fonte Wikipedia, noto anche come Padre Pio, al secolo Francesco Forgione (Pietrelcina, 25 maggio 1887 – San Giovanni Rotondo, 23 settembre 1968), è stato un presbitero italiano dell'Ordine dei frati minori cappuccini; la Chiesa cattolica lo venera come santo e ne celebra la memoria liturgica il 23 settembre, anniversario della morte.

È stato destinatario, ancora in vita, di una venerazione popolare di imponenti proporzioni, anche in seguito alla fama di taumaturgo attribuitagli dai devoti, cosí come è stato anche oggetto di aspre critiche in ambienti ecclesiastici e non.

I primi anni (1887-1918)

Francesco Forgione nacque a Pietrelcina, un piccolo comune alle porte di Benevento, il 25 maggio 1887, da Grazio (detto "Orazio") Maria Forgione (1860-1946) e Maria Giuseppa (detta "Peppa") di Nunzio (1859-1929). Fu battezzato il giorno successivo nella chiesa di Sant'Anna. Gli venne dato il nome Francesco per desiderio della madre, devota a san Francesco d'Assisi.

Il 27 settembre 1899 ricevette la comunione e la cresima dall'allora arcivescovo di Benevento Donato Maria Dell'Olio. La madre era una donna molto cattolica e le sue convinzioni ebbero una grande influenza sulla formazione religiosa del futuro frate.

Il giovane non frequentò le scuole in maniera regolare perché doveva rendersi utile in famiglia lavorando la terra. Solo quando ebbe dodici anni cominciò a studiare sotto la guida del sacerdote Domenico Tizzani che, in un biennio, gli fece svolgere tutto il programma delle elementari. Poi, passò alla scuola per gli studi ginnasiali.

Il desiderio di diventare sacerdote fu sollecitato dalla conoscenza di un frate del convento di Morcone, fra' Camillo da Sant'Elia a Pianisi, che periodicamente passava per Pietrelcina a raccogliere offerte.

Le pratiche per l'entrata in convento furono iniziate nella primavera del 1902, quando Forgione aveva 14 anni, ma la sua prima domanda ebbe esito negativo. Solo nell'autunno del 1902 arrivò l'assenso.

Forgione sostenne di aver avuto una visione, il 1º gennaio 1903 dopo la comunione, che gli avrebbe preannunciato una continua lotta con Satana.

La notte del 5 gennaio, l'ultima che passava con la sua famiglia, dichiarò di aver avuto un'altra visione in cui Dio e Maria lo avrebbero incoraggiato assicurandogli la loro predilezione. Il 22 gennaio dello stesso anno, a 15 anni, vestì i panni di probazione del novizio cappuccino e diventò "fra' Pio".

Concluso l'anno del noviziato, fra Pio emise la professione dei voti semplici (povertà, castità e obbedienza) il 22 gennaio del 1904. Intraprese gli studi ginnasiali a Sant'Elia a Pianisi (CB).

A Serracapriola (1907-1908)

Negli anni 1907-1908, compiendo il percorso scolastico, fu nel Convento di Serracapriola. Qui fra Pio aveva compagni di studio i fraticelli di San Giovanni Rotondo Clemente, Guglielmo e Leone e, da Roio, Anastasio che abitava la cella accanto a quella sua. I cinque erano allievi del Padre Lettore Agostino da San Marco in Lamis.

Del fra Pio "serrano", Padre Agostino scrisse: "Conobbi Padre Pio da frate il 1907, quando l'ebbi studente in Teologia a Serracapriola. Era buono, obbediente, studioso, sebbene malaticcio... ".

"Pel continuo pianto" che faceva meditando sulla Passione di Cristo fra Pio "ammalò negli occhi". Quel suo pianto, a grosse lacrime e copioso, cessò nel Convento di Serracapriola.

 

Il Venerdì Santo del 1908 (17 aprile) nel Convento serrano fra Pio, già sofferente di "male toracico", fu ulteriormente colpito da una "emicrania" che continuò ad affliggerlo "per tutto il tempo" della permanenza a Serracapriola impedendogli, a volte, di partecipare alle lezioni scolastiche.

Nel Convento di Serracapriola, oltre ai malesseri generali, fra Pio patì anche la calura estiva dell'anno 1908: "... qui si sta un po' male", scriveva ai "carissimi genitori", a "cagione del caldo che in questi mesi è un po' eccessivo in questo paese.

Non v'impensierite in quanto a ciò, perché sono miserie che l'uomo non può andarne esente..."

Quegli "infiniti affanni" fisici, causati "da una misteriosa malattia" che "galoppava" e l'inappetenza cronica del giovane, allarmarono i Cappuccini di Sant'Angelo. Comunicando telegraficamente con Salvatore Pannullo, parroco di Pietrelcina, i frati convocarono Grazio Forgione, genitore di fra Pio. Giunto a Serracapriola, egli trovò ospitalità nel Convento. Con il padre fra Pio andò al suo paese per una vacanza di salute consigliata dal medico che lo aveva visitato: in carrozza, trainata da un cavallo, da Serracapriola a Larino, in treno fino a Pietrelcina stazione.

 Già prima dell'anno scolastico 1907/1908 fra Pio era stato per alcuni giorni nel Convento di Serracapriola; vi arrivò in "gita di lavoro", con altri confratelli, dal Convento molisano di Sant'Elia a Pianisi.

E tutti insieme, con i frati serrani, vendemmiarono la vigna del Convento. Durante le operazioni di vendemmia, i fumi di alcool liberatisi dalle uve pigiate nella cantina conventuale, inebriarono fra Pio che a Bacco non aveva brindato.

Nel tempo, rinverdendo i particolari di questo episodio serrano, Padre Pio commentava: "Fu l'unica volta in vita mia che il vino mi fece perdere la testa" (cit. P. Luigi Ciannilli da Serracapriola).

Ultimato il primo anno del Corso di Teologia a Serracapriola, fra Pio prosegui il suo "benessere morale e scientifico" nel Convento di Montefusco, nell'avellinese, ove per i diversi insegnamenti erano Lettori i Padri: Agostino da San Marco in Lamis, Bernardino da San Giovanni Rotondo, Bonaventura da San Giovanni Rotondo e Luigi da Serracapriola. Il 27 gennaio 1907 professò i voti solenni.

Nel novembre del 1908, completati gli studi, si recò a Montefusco dove studiò teologia. Il 18 luglio del 1909 ricevette l'ordine del diaconato, nel noviziato di Morcone. Nei mesi di novembre e dicembre dello stesso anno, risiedette nel convento di Gesualdo (AV). Il 10 agosto 1910 fu ordinato sacerdote.

Nonostante fosse ancora ventitreenne, il vescovo decise per un'eccezione alle disposizioni del diritto canonico che all'epoca prevedevano un'età minima per l'ordinazione di 24 anni.

In tale periodo gli agiografi collocano la comparsa sulle sue mani delle stimmate. Fra' Pio diede comunicazione per la prima volta l'8 settembre 1911, in una lettera indirizzata al padre spirituale di San Marco in Lamis: qui il frate racconta che il fenomeno andrebbe ripetendosi da quasi un anno, e che avrebbe taciuto perché vinto «sempre da quella maledetta vergogna».

Il 7 dicembre 1911 fece ritorno a Pietrelcina per ragioni di salute, restandovi, salvo qualche breve interruzione, sino al 17 febbraio 1916.

Il 10 ottobre dello stesso anno fra' Pio rispose alle domande perentorie, rivoltegli da padre Agostino da San Marco in Lamis, affermando che avrebbe ricevuto le stigmate, «visibili, specie in una mano», e che, pregando il Signore, il fenomeno sarebbe scomparso, ma non il dolore che sarebbe rimasto «acutissimo»; sostenne inoltre che avrebbe subito quasi ogni settimana, da alcuni anni, la coronazione di spine e la flagellazione.

Prestò il servizio militare a Benevento dal 6 novembre 1915. Un mese dopo venne assegnato alla decima compagnia sanità di Napoli.

Svolse il servizio con molte licenze per motivi di salute, sino a essere definitivamente riformato tre anni più tardi, a causa di una «broncoalveolite doppia», il 16 marzo 1918, dall'ospedale principale di Napoli.

Il 17 febbraio 1916 fra' Pio giunse a Foggia, restandovi sette mesi circa e dimorando nel convento di Sant'Anna. La sera del 28 luglio, accompagnato da padre Paolino da Casacalenda, arrivò per la prima volta a San Giovanni Rotondo.

Pur sentendosi meglio in tale luogo, dopo una settimana circa scese di nuovo a respirare l'aria afosa di Foggia, poiché il permesso chiesto al padre provinciale, anche se non necessario, tardava a venire.

In ragione di ciò il 13 agosto Pio scrisse al provinciale, chiedendo di poter «passare un po' di tempo a San Giovanni Rotondo» anche perché, a suo dire, Gesù gli avrebbe assicurato che là sarebbe stato meglio.

Fra' Pio venne infine lasciato in tale convento, con l'ufficio di direttore spirituale del seminario serafico.

La comparsa delle stigmate (1918-1920)

Nell'agosto del 1918 fra Pio affermò di aver avuto delle visioni su di un personaggio che lo avrebbe trafitto con una lancia, lasciandogli una ferita costantemente aperta (transverberazione).

 

Poco tempo dopo, in seguito a una ulteriore presunta visione, fra Pio affermò che avrebbe ricevuto delle stigmate. Tali lesioni vennero variamente interpretate: come segno di una particolare santità, o come una patologia della cute (per es. piaghe da psoriasi), o come auto-inflitte. L'inizio del manifestarsi delle stigmate risalirebbe al 1910, quando per la sua malattia il religioso aveva avuto il permesso di lasciare il convento e di vivere nella sua casa natale a Pietrelcina.

Non distante dal paese, tutti i giorni dopo aver celebrato la messa, si recava in una località detta Piana Romana, dove il fratello Michele aveva costruito per lui una capanna e dove aveva la possibilità di pregare e meditare all'aria aperta, che giovava molto ai suoi polmoni malati.

Il fenomeno delle stigmate, rivelò al suo confessore, cominciò a manifestarsi proprio in quel luogo, nel pomeriggio del 7 settembre 1910, e si manifestò con maggior intensità un anno dopo nel settembre 1911, quando il frate scrisse al suo direttore spirituale:

« In mezzo al palmo delle mani è apparso un po' di rosso, grande quanto la forma di un centesimo, accompagnato da un forte e acuto dolore. Questo dolore è più sensibile alla mano sinistra. Anche sotto i piedi avverto un po' di dolore. »

Nello stesso periodo cominciarono a circolare voci secondo le quali la sua persona aveva cominciato a emanare un "inspiegabile" profumo, che non era percepito da tutti allo stesso modo: «Chi diceva di sentire profumo di rose, chi di violette, di gelsomino, di incenso, di giglio, di lavanda ecc.».

La voce della comparsa delle stigmate fece il giro del mondo e San Giovanni Rotondo divenne meta di pellegrinaggio da parte di persone che speravano di ottenere grazie.

I pellegrini gli attribuirono il merito di alcune conversioni e guarigioni "inaspettate", grazie alla sua intercessione presso Dio.

La popolarità di padre Pio e di San Giovanni Rotondo crebbe ancora grazie al passa-parola e la località dovette cominciare ad attrezzarsi per l'accoglienza di un numero di visitatori sempre maggiore.

La situazione divenne imbarazzante per alcuni ambienti della Chiesa cattolica: il Vaticano infatti non aveva notizie precise su cosa stesse realmente accadendo; le scarne informazioni ricevute ben si prestavano ad alimentare il timore di una macchinazione, di fatto sommovente interessi economici, eventualmente perpetrata sfruttando il nome della Chiesa e la tonaca. Un primo inconcludente rapporto fu stilato dal Padre Generale dei cappuccini, il quale a sua volta aveva inviato Giorgio Festa.

Questi ipotizzò una possibile origine soprannaturale del fenomeno, ma proprio il suo entusiasmo ne minò la credibilità. Si commissionarono perciò ulteriori indagini, molte delle quali condotte in incognito.[senza fonte]

Le indagini (1919-1923)

Le stimmate.Il primo medico a studiare le ferite di Padre Pio fu il professore Luigi Romanelli, primario dell'ospedale civile di Barletta, per ordine del padre superiore Provinciale, nei giorni 15 e 16 maggio 1919.

Nella sua relazione fra le altre cose scrisse: «Le lesioni che presenta alle mani sono ricoperte da una membrana di colore rosso bruno, senza alcun punto sanguinante, niente edema e niente reazione infiammatoria nei tessuti circostanti.

Ho la certezza che quelle ferite non sono superficiali perché, applicando il pollice nel palmo della mano e l'indice sul dorso e facendo pressione, si ha la percezione esatta del vuoto esistente». Due mesi dopo, il 26 luglio, arrivò a San Giovanni Rotondo il professore Amico Bignami, ordinario di patologia medica all'Università di Roma.

Le sue considerazioni mediche non si discostarono da quelle del prof. Romanelli, in più però affermò che secondo lui quelle "stigmate" erano cominciate come prodotti patologici (necrosi neurotonica multipla della cute) ed erano state completate, forse inconsciamente per un fenomeno di suggestione, o con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio.

Nel 1920 padre Agostino Gemelli, medico, psicologo e consulente del Sant'Uffizio, fu incaricato dal cardinale Merry Del Val di visitare padre Pio ed eseguire "un esame clinico delle ferite".

Il Segretario del Sant'Uffizio, chiamato in causa per indagare l'attività del cappuccino, scelse il Gemelli, è dato supporre, sia per le sue conoscenze scientifiche, sia per i suoi studi specialistici sui "fenomeni mistici", che aveva condotti sin dal 1913.

"Perciò - pur essendosi recato nel Gargano di propria iniziativa, senza che alcuna autorità ecclesiastica glielo avesse chiesto - Gemelli non esitò a fare della sua lettera privata al Sant'Uffizio una sorta di perizia ufficiosa su padre Pio"Il Gemelli volle esprimersi compiutamente in merito e volle incontrare il frate.

Padre Pio mostrò nei confronti del nuovo investigatore un atteggiamento di chiusura. Il frate rifiutò la visita, chiedendo l'autorizzazione scritta del Sant'Uffizio. Furono vane le proteste di padre Gemelli che riteneva di avere il diritto di effettuare un esame medico delle stigmate.

Mario Guarino interpreta questo rifiuto come un'implicita ammissione di colpa da parte di padre Pio. Il frate, sostenuto dai suoi superiori, condizionò l'esame a un permesso da richiedersi per via gerarchica, disconoscendo le credenziali di padre Agostino Gemelli. Questi abbandonò dunque il convento, irritato e offeso.

Padre Gemelli espresse quindi la diagnosi:

« È un bluff... Padre Pio ha tutte le caratteristiche somatiche dell'isterico e dello psicopatico... Quindi, le ferite che ha sul corpo... Fasulle... Frutto di un'azione patologica morbosa... Un ammalato si procura le lesioni da sé... Si tratta di piaghe, con carattere distruttivo dei tessuti... tipico della patologia isterica » e più brevemente lo chiamò "psicopatico, autolesionista ed imbroglione"; i suoi giudizi, che come si è visto non potevano contare sull'esame clinico rifiutatogli, avrebbero pesantemente condizionato, per l'autorevolezza della fonte, la vicenda del frate.

Come risultato di queste vicende, il 31 maggio 1923, arrivò un decreto vero e proprio in cui si pronunciava la condanna esplicita. Il Sant'Uffizio dichiarava il non constat de supernaturalitate circa i fatti legati alla vita di padre Pio ed esortava i fedeli a non credere e a non andare a San Giovanni Rotondo.

La formula specifica utilizzata, nel linguaggio ecclesiastico, equivale ad asserire che al momento non sono stati evidenziati elementi sufficienti ad affermare la soprannaturalità dei fenomeni, pur non escludendo che possano esserlo in futuro.

Il decreto venne pubblicato dall'Osservatore Romano, organo di stampa del Vaticano, il 5 luglio successivo e subito ripreso dai giornali di tutto il mondo.

Il 15 dicembre del 1924, il dottor Giorgio Festa chiese alle autorità ecclesiastiche l'autorizzazione a sottoporre il Padre a un nuovo esame clinico per uno studio ulteriore e più aggiornato, ma non l'ottenne.

L'inchiesta sul frate si chiuse con l'arrivo del quinto decreto di condanna (23 maggio 1931) con l'invito ai fedeli di non considerare come sovrannaturali le manifestazioni certificate dal Gemelli, ma i più fedeli sostenitori di Padre Pio non considerarono il divieto di Roma vincolante.

A Padre Pio venne vietata la celebrazione della messa in pubblico e l'esercizio della confessione.

La revoca delle restrizioni e le ulteriori indagini (1933-1968)

Nel luglio del 1933 papa Pio XI revocò le restrizioni precedentemente imposte a padre Pio.

Secondo alcuni, il Sant'Uffizio non ritrattò i suoi decreti. Tuttavia, secondo altre fonti, papa Pio XI avrebbe detto a monsignor Cornelio Sebastiano Cuccarollo O.F.M. che Padre Pio era stato "più che reintegrato", aggiungendo che "è la prima volta che il Santo Uffizio si rimangia i suoi decreti" il Santo Uffizio avrebbe parlato di "una grazia speciale per l'anno santo straordinario".

A San Giovanni Rotondo accorreva gente comune, ma anche personaggi famosi. Nel 1938 arrivò Maria José di Savoia che volle farsi fotografare accanto a padre Pio. Giunsero i reali di Spagna, la regina del Portogallo in esilio, Maria Antonia di Borbone, Zita di Borbone-Parma, Giovanna di Savoia, Ludovico di Borbone-Parma, Eugenio di Savoia e tanti altri.

Nel 1950 il numero di persone che si volevano confessare era talmente imponente, che venne organizzato un sistema di prenotazioni. Il 9 gennaio 1940 iniziò la costruzione del grande ospedale Casa Sollievo della Sofferenza.

Papa Giovanni XXIII ordinò ulteriori indagini su padre Pio, inviando monsignor Carlo Maccari: nello spirito del Concilio Vaticano II si voleva intervenire con decisione verso forme di fede popolare considerate arcaiche. All'inizio dell'estate 1960, papa Giovanni fu informato da monsignor Pietro Parente, assessore del Sant'Uffizio, del contenuto di alcune bobine audio registrate a San Giovanni Rotondo.

Da mesi Roncalli assumeva informazioni sulla cerchia delle donne intorno a Padre Pio, si era appuntato i nomi di tre fedelissime: Cleonice Morcaldi, Tina Bellone e Olga Ieci», più una misteriosa contessa. Il Papa annota il 25 giugno 1960, su quattro foglietti rimasti inediti fino al 2007 e rivelati da Sergio Luzzatto:

« Stamane da mgr Parente, informazioni gravissime circa P.P. e quanto lo concerne a S. Giovanni Rotondo. L’informatore aveva la faccia e il cuore distrutto. »

« Con la grazia del Signore io mi sento calmo e quasi indifferente come innanzi a una dolorosa e vastissima infatuazione religiosa il cui fenomeno preoccupante si avvia a una soluzione provvidenziale. Mi dispiace di P.P. che ha pur un’anima da salvare, e per cui prego intensamente »

« L’accaduto—cioè la scoperta per mezzo di filmine, si vera sunt quae referentur [se sono vere le cose riferite], dei suoi rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana sin qui infrangibile intorno alla sua persona— fa pensare ad un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente.

 Nella calma del mio spirito, io umilmente persisto a ritenere che il Signore faciat cum tentatione provandum, e dall’immenso inganno verrà un insegnamento a chiarezza e a salute di molti. »

« Motivo di tranquillità spirituale per me, e grazia e privilegio inestimabile è il sentirmi personalmente puro da questa contaminazione che da ben 40 anni circa ha intaccato centinaia di migliaia di anime istupidite e sconvolte in proporzioni inverosimili. »

Pasqua 1968: Padre Pio incontra monsignor Lefebvre a san Giovanni Rotondo

Padre Carmelo Durante da Sessano riporta una discussione che si sarebbe avuta tra l'arcivescovo di Manfredonia Andrea Cesarano e papa Giovanni XXIII, in cui il papa sarebbe stato "tranquillizzato" circa le questioni riguardanti Padre Pio:

« “Che mi racconti di Padre Pio?” “Santità…” “Non chiamarmi santità – lo interruppe – “chiamami don Angelo come hai sempre fatto. Dimmi di lui!” “Padre Pio è sempre l’uomo di Dio che ho conosciuto all'inizio del mio trasferimento a Manfredonia.

È un apostolo che fa alle anime un bene immenso”. “Don Andrea, adesso si dice tanto male di Padre Pio”. “Ma per carità, don Angelo. Sono tutte calunnie. Padre Pio lo conosco sin dal 1933 e t’assicuro che è sempre un uomo di Dio. Un santo”. “Don Andrea, sono i suoi fratelli che l’accusano.

E poi… quelle donne, quelle registrazioni… Hanno perfino inciso i baci”. Poi il Santo Padre tacque per l’angustia e il turbamento. Monsignor Cesarano, con un fremito che gli attraversava l’anima e il corpo, tentò di spiegare: “Per carità, non si tratta di baci peccaminosi.

Posso spiegarti cosa succede quando accompagno mia sorella da Padre Pio?” “Dimmi”. E monsignor Cesarano raccontò al Santo Padre che quando sua sorella incontrava Padre Pio e riusciva a prendergli la mano, gliela baciava e ribaciava, tenendola ben stretta, malgrado le vive rimostranze nel timore di sentire un ulteriore male per via delle stigmate.

Il buon Papa Giovanni alzò lo sguardo al cielo ed esclamò: “Sia lodato Dio! Che conforto che mi hai dato. Che sollievo! »

In quel periodo il superiore locale di padre Pio era padre Rosario da Aliminusa (al secolo Francesco Pasquale, 1914-1983), che ricopriva l'incarico di guardiano della comunità di san Giovanni Rotondo; padre Rosario da Aliminusa, fermo custode delle regole dell'ordine, in diversi scritti testimoniò che padre Pio non venne mai meno ai suoi doveri d'obbedienza; ne mise inoltre in risalto il rigore teologico.

Il 30 luglio 1964, il nuovo Papa Paolo VI comunicò ufficialmente tramite il cardinale Ottaviani che a Padre Pio da Pietrelcina veniva restituita ogni libertà nel suo ministero. Concesse anche l'Indulto per continuare a celebrare, anche pubblicamente, la Santa Messa secondo il rito di San Pio V, sebbene dalla Quaresima del 1965 fosse in attuazione la riforma liturgica. Contemporaneamente, molteplici attività finanziarie gestite da Padre Pio passarono in gestione alla Santa Sede.

Padre Rosario da Aliminusa, inoltre, in relazione alla nomina - da parte della Santa Sede - di padre Clemente da Santa Maria in Punta quale amministratore apostolico destinato a gestire la situazione giuridico-economica dei beni della Casa Sollievo della Sofferenza, fu nominato procuratore generale dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, una delle massime cariche dell'ordine, incaricato, per la funzione, di mantenere i rapporti tra l'Ordine e la Santa Sede, cosa questa che favorì una ricomposizione della frizione che stava insorgendo in relazione alla gestione dei beni e delle donazioni: padre Pio istituì nel suo testamento la Santa Sede quale legataria di tutti i beni della Casa Sollievo della Sofferenza.

Alle ore 2:30 del mattino di lunedì 23 settembre 1968 Padre Pio morì all'età di 81 anni: ai suoi funerali parteciparono più di centomila persone giunte da ogni parte d'Italia.

La canonizzazione

Le pratiche giuridiche preliminari del processo di beatificazione iniziarono un anno dopo la morte del Padre, nel 1969, ma incontrarono molti ostacoli, da parte di coloro che erano stati nemici dichiarati di Padre Pio.

Furono ascoltati decine di testimoni e raccolti 104 volumi di disposizioni e documenti, e nel 1979 tutto il materiale fu inviato a Roma al vaglio degli esperti del Papa. Il procedimento che portò alla canonizzazione ebbe inizio con il nihil obstat del 29 novembre 1982.

Il 20 marzo 1983 iniziò il processo diocesano per la sua canonizzazione. Il 21 gennaio 1990 Padre Pio venne proclamato venerabile, fu beatificato il 2 maggio 1999 e proclamato santo il 16 giugno 2002 in piazza San Pietro da papa Giovanni Paolo II come san Pio da Pietrelcina.

La sua festa liturgica viene celebrata il 23 settembre.

Tra i presunti segni miracolosi che gli vengono attribuiti troviamo le "stigmate" che avrebbe portato per 50 anni (20 settembre 1918 - 23 settembre 1968), il dono della bilocazione, la profezia e la scrutazione dei cuori e delle coscienze (capacità di leggere nei cuori e nella mente delle persone, carisma noto come cardiognosi).

Tra i molti miracoli che attribuitigli c'è quello della guarigione del piccolo Matteo Pio Colella di San Giovanni Rotondo, sul quale è stato celebrato il processo canonico che ha portato poi alla elevazione agli altari di San Pio. Tra i racconti di bilocazione che lo avrebbero visto protagonista c'è quello fornito da Luigi Orione, secondo il quale nel 1925, mentre si trovava in piazza San Pietro per i festeggiamenti in onore di Teresa di Lisieux, gli sarebbe apparso inaspettatamente Padre Pio, che in realtà non si mosse mai dal convento che lo ospitava dal 1918 sino alla morte.

Il miracolo per la canonizzazione

In generale, ai fini della canonizzazione, la Chiesa cattolica ritiene necessario un secondo miracolo, dopo quello richiesto per la beatificazione: nel caso di Padre Pio, ha ritenuto miracolosa la guarigione di Matteo Pio Colella, un bambino di sette anni nato a San Giovanni Rotondo.

Il 20 gennaio 2000, mentre era a scuola, Matteo si sentì male: fu portato a casa, ma nella serata la situazione precipitò e il padre, urologo dell'ospedale "Casa Sollievo della Sofferenza", lo accompagnò al pronto soccorso dello stesso ospedale, dove fu diagnosticata una meningite fulminante.

Ricoverato in rianimazione, il 21 gennaio Matteo ebbe un edema polmonare e non si riusciva più a rilevare la pressione arteriosa; successivamente collassarono nove organi; i medici emisero una prognosi infausta, non avendo mai registrato guarigioni in pazienti con più di cinque organi compromessi, secondo la casistica riportata nella letteratura medica internazionale.

In favore del bambino si sviluppò una catena di preghiere rivolte a Padre Pio, a cominciare dai genitori, devoti del frate. La madre riferì di aver avuto una visione di Padre Pio, e la stessa cosa riferì Matteo una volta uscito dal coma. Contrariamente alle previsioni, il bambino cominciò a migliorare, e il 25 febbraio fu dimesso.

Dopo un altro mese di terapie riabilitative poté riprendere la scuola, con un successivo completo recupero psicofisico. La Consulta medica della Congregazione per le Cause dei Santi, il 22 novembre 2001, dichiarò che "La guarigione, rapida, completa e duratura, senza postumi, era scientificamente inspiegabile".

Il decreto sul presunto miracolo fu promulgato il 20 dicembre 2001 alla presenza di Giovanni Paolo II, che procedette alla canonizzazione il 16 giugno 2002.

I sospetti e il dibattito sulle stigmate

La vicenda di Padre Pio fu sempre accompagnata da un lato da manifestazioni di fede popolare ineguagliate per la loro intensità, e dall'altro da sospetti anche di alte personalità della Chiesa.

Di Padre Pio si sospettava innanzitutto una motivazione volta a procacciare un risultato economico (ancorché indiretto) da donazioni e lasciti attraverso una mitizzazione della persona.

Questo sospetto fu in parte attenuato quando il frate designò la Chiesa di Roma come erede universale di tutte le sue cose. Parimenti, i flussi di denaro riguardanti le iniziative culminate nella costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza continuarono ad essere oggetto di illazioni e di scontro con le gerarchie ecclesiastiche.

Il commercio di pezzuole apparentemente macchiate dalle stigmate (in realtà il sangue risultò poi essere sangue di gallina), andava, stando ai risultati dell'indagine, molto bene.

A seguito dell'indagine in questione alcuni frati che avevano tradito il voto di povertà furono spostati altrove.

Riguardo alle stigmate, alcuni rapporti medici indicarono una possibile causa non soprannaturale: il medico napoletano Vincenzo Tangaro, che incontrò Padre Pio ed ebbe cura di osservarne le mani, scrisse in un articolo pubblicato dal Mattino: «Le stigmate sono superficiali e presentano un alone dal colore caratteristico della tintura di iodio».

Altri medici, osservando il fenomeno, non furono in grado di determinarne la causa con certezza, ma parlarono in ogni caso di un possibile fenomeno artificiale e/o patologico. A titolo d'esempio, il professor Amico Bignami, inviato dal Sant'Uffizio ad esaminare le stigmate, scrisse nella sua relazione: «Le [stigmate]… rappresentano un prodotto patologico, sulla cui genesi sono possibili le seguenti ipotesi: a) determinate artificialmente o volontariamente; b) manifestazione di uno stato morboso; c) in parte il prodotto di uno stato morboso e in parte artificiale.

Possiamo pensare che siano state mantenute artificialmente con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio. Ho notato (...) una pigmentazione bruna dovuta alla tintura di iodio. È noto che la tintura di iodio vecchia diventa fortemente irritante e caustica».

L'ex abate della basilica romana di San Paolo, il teologo Giovanni Franzoni, riguardo al fenomeno delle stigmate di Padre Pio ricorda il giudizio negativo di padre Agostino Gemelli e le diagnosi cliniche di Luigi Cancrini, che parlavano d'«istrionismo pulsionale» e di «necessità di mettersi in mostra».

Per quanto riguarda le ferite alle mani Franzoni dichiarava: «Le stimmate sono una nota malattia della pelle. Le ho viste anche in persone che nulla avevano di santo. Padre Pio non è mai parso monastico e ritratto in se stesso, ma idolatrato e sovraesposto già da un’iconografia miracolistica».

Nuovi dubbi sull'origine soprannaturale delle stigmate sono stati avanzati dallo storico Sergio Luzzatto in un libro del 2007, che riporta la testimonianza del 1919 di un farmacista, il dottor Valentini Vista, e di una sua cugina, Maria De Vito, anch'ella titolare di una farmacia, ai quali Padre Pio ordinò dell'acido fenico e della veratrina, sostanze adatte per la loro causticità a procurare lacerazioni nella pelle simili alle stigmate.

Una risposta ai dubbi suscitati dalle informazioni riportate da Luzzatto è arrivata dai giornalisti Saverio Gaeta e Andrea Tornielli, che hanno consultato i documenti del processo canonico.

Secondo Gaeta e Tornielli la testimonianza della farmacista sarebbe poco attendibile in quanto in realtà presentata in Vaticano dall'arcivescovo di Manfredonia Pasquale Gagliardi, ostile a Padre Pio.

I due giornalisti riportano inoltre la testimonianza del dottor Giorgio Festa che esaminò le stimmate del frate il 28 ottobre 1919 e nella sua relazione scrisse che esse «non sono il prodotto di un traumatismo di origine esterna, e che neppure sono dovute all'applicazione di sostanze chimiche potentemente irritanti».

A settembre 2009, in occasione di un convegno su Padre Pio a San Giovanni Rotondo, il professor Ezio Fulcheri, docente di anatomia patologica all'università di Genova e di paleopatologia all'università di Torino, ha invece dichiarato di aver esaminato molto materiale fotografico e documentario sulle stimmate di Padre Pio e su queste basi ha affermato:

« Non posso immaginare quali sostanze permettano di tenere aperte le ferite per cinquant'anni, impedendone la naturale evoluzione [...] Più si studia l'anatomia e la fisiopatologia delle lesioni, più ci si rende conto che una ferita non può rimanere aperta com'è accaduto invece per le stimmate di Padre Pio, senza complicazioni, senza conseguenze per i muscoli, i nervi, i tendini.

Le dita del frate stimmatizzato erano sempre affusolate, rosee e pulite: con ferite che trapassavano il palmo e sbucavano sul dorso della mano, avrebbe dovuto avere le dita gonfie, tumefatte, rosse, e con un’importante impotenza funzionale.

Chi subisce lesioni come quelle, ha le dita rattrappite con sensibilità alterata. Per Padre Pio, invece, le evidenze contrastano con la presentazione e l’evoluzione di una ferita così ampia, quale ne sia stata la causa iniziale. Questo è ciò che dice la scienza. »

Lo psichiatra Luigi Cancrini (Università La Sapienza di Roma), più recentemente, ha tentato di classificare Padre Pio secondo il DSM-IV (edizione aggiornata del manuale internazionale dei disturbi mentali).

Secondo questa teoria le stigmate sarebbero quindi particolari sintomi di "conversione somatica" (vedi bibliografia), ovvero la moderna definizione dei disturbi somatici generati da una patologia psichiatrica di tipo isterico.

Secondo le biografie che riportano le testimonianze di persone che ebbero modo di assistere di persona alla preparazione del corpo per la sepoltura, sulla salma di Padre Pio non ci sarebbe stata alcuna traccia delle stigmate. Queste testimonianze sono confermate dalle fotografie scattate al corpo del santo subito dopo la sua morte.

Le malattie

Cella di San Pio, dove dimorò dal 1943, sino alla morte avvenuta il 23 settembre 1968

Nel diario di padre Agostino da San Marco in Lamis, direttore spirituale di padre Pio, si legge che nel 1892, quando il giovane Forgione aveva solo 5 anni era affetto da diverse malattie. A 6 anni venne colpito da una grave enterite, che lo costrinse al letto per un lungo periodo.

A 10 anni si ammalò di febbre tifoidea. Nel 1904, fra' Pio venne inviato, con gli altri giovani che insieme a lui avevano superato l'anno di prova di noviziato, a Sant'Elia a Pianisi in provincia di Campobasso, per iniziare il periodo di formazione.

Ma quasi subito cominciò a star male accusando inappetenza, insonnia, spossatezza, svenimenti improvvisi e terribili emicranie per questo non andò nel convento di Sicignano degli Alburni dove era stato destinato. Vomitava spesso e riusciva a nutrirsi soltanto con del latte.

Gli agiografi raccontano che proprio in quel periodo, insieme ai malanni fisici, cominciarono a manifestarsi fenomeni a detta dei testimoni inspiegabili.

 

Secondo i loro racconti, di notte, nella sua stanza, si udivano rumori sospetti, a volte urla o ruggiti, durante la preghiera, fra' Pio restava come intontito, quasi fosse assente (va ricordato che fenomeni di questo tipo sono frequentemente descritti, nelle agiografie di santi e mistici di ogni tempo, e secondo la psichiatria contemporanea sono spiegabili come sintomi di psicosi o schizofrenia). Qualche confratello disse addirittura di averlo visto in estasi, sollevato da terra. Nel giugno del 1905 la salute del frate era talmente compromessa che i superiori decisero di mandarlo in un convento di montagna, nella speranza che il cambiamento d'aria gli facesse bene.

Le condizioni di salute però, peggioravano e allora i medici consigliarono di farlo tornare nel suo paese; anche qui però il suo stato di salute peggiorò.

Negli anni giovanili padre Pio fu anche colpito da "bronchite asmatica", di cui continuò a soffrire fino alla morte. Aveva anche una calcolosi renale grave, con coliche frequenti. Un'altra malattia molto dolorosa fu una specie di gastrite cronica, che poi si trasformò in ulcera. Soffrì di infiammazioni dell'occhio, del naso, dell'orecchio e della gola e infine di rinite e otite croniche.

Nell'estate del 1915, il religioso dovette lasciare Pietrelcina per adempiere al servizio militare. Aveva fatto la visita di leva nel 1907 ed era stato dichiarato abile ma lasciato a casa con un congedo illimitato, fu però richiamato e il 6 novembre del 1915 si presentò al distretto militare di Benevento, e venne assegnato alla Decima compagnia sanità di Napoli con il numero di matricola 2094/25.

Ma, dopo circa un mese a causa di continui disturbi cui andava soggetto, venne mandato in licenza per 30 giorni. Tornato in servizio fu sottoposto ad altre visite mediche e rimandato ancora in licenza a per 6 mesi.

Trascorse questo periodo di licenza in un convento di Foggia. Ma anche lì il religioso stava male. Si decise quindi di spostarlo a San Giovanni Rotondo, un paesino sul Gargano a 600 m di altezza, dove anche nei mesi caldi faceva relativamente fresco.

Arrivò in questo convento il 28 luglio del 1916. A dicembre riprese il servizio militare, ma fu rimandato a casa per altri 2 mesi. Al rientro venne giudicato idoneo e destinato alla caserma di Sales in Napoli, dove rimase fino al marzo del 1917, quando dopo una visita all'ospedale di Napoli gli fu diagnosticata una "tubercolosi polmonare" accertata dall'esame radiologico e mandato a casa con un congedo definitivo.

Nel 1925 fu operato per un'ernia inguinale, e un po' dopo sul collo si formò una grossa cisti che dovette essere asportata. Un terzo intervento lo subì all'orecchio, si era formato un epitelioma, l'esame istologico eseguito a Roma disse che si trattava di una forma tumorale maligna.

Dopo l'operazione padre Pio fu sottoposto a terapia radiologica, che ebbe successo, sembra, in sole due sedute.

Nel 1956 fu colpito da una grave "pleurite essudativa", la malattia venne accertata radiologicamente dal professore Cataldo Cassano che estrasse personalmente il liquido sieroso dal corpo del Padre. Rimase a letto per 4 mesi consecutivi.

Negli anni della vecchiaia il Padre fu tormentato dall'artrite e dall'artrosi.Le ipertermie

Un fenomeno misterioso che si sarebbe manifestato nel corpo di Padre Pio furono le febbri alte. Secondo quanto riportato da Renzo Allegri, tale evento sconcertò alcuni dei medici che in qualche modo si erano interessati alla sua salute.

I primi a osservarle furono i medici dell'ospedale militare di Napoli durante una visita di controllo. La febbre era così alta che il termometro clinico non era in grado di misurarla in quanto fuori scala. In altre occasioni, sempre durante il periodo del servizio militare, sarebbero state rilevate temperature elevate fino a 52 °C.

Il primo a misurare con esattezza il grado di temperatura della febbre di padre Pio fu un medico di Foggia, quando il frate era ospite di un convento del luogo e continuava a stare male. Il medico ricorse a un termometro da bagno che avrebbe registrato una temperatura di 48 °C.

Lo studio scientifico di quelle febbri altissime fu ripreso dal dottor Giorgio Festa nel 1920, che aveva sentito parlare di tale anomalia e riteneva il fenomeno impossibile. Iniziò pertanto a misurargli la temperatura con metodo, due volte al giorno, e diede ordine ai superiori del convento di fare altrettanto in sua assenza.

Secondo il rapporto stilato da Festa, a giorni in cui la temperatura oscillava tra i 36.2 e i 36.5 °C si alternavano altri in cui si evidenziavano picchi di temperatura a 48-48.5 °C. Quando veniva colto da tali temperature elevate, il frate appariva molto sofferente e agitato sul suo letto, ma senza delirio e senza i comuni disturbi che di solito accompagnano alterazioni febbrili notevoli.

Secondo Francesco Castelli, il Padre Lorenzo da San Marco in Lamis, superiore dei Cappuccini di San Giovanni Rotondo, interrogato il 16 giugno 1921 dal Visitatore Apostolico, dichiarò di avere verificato a più riprese la temperatura di Padre Pio, alla presenza del dottor Francesco Antonio Gina e del dottor Angelo Merla, riscontrando successivamente 43 °C, 45 °C e 48 °C.

Dopo uno o due giorni tutto rientrava nel suo stato normale, e al terzo giorno lo si vedeva nuovamente nel confessionale.

Da un punto di vista medico-scientifico si tratterebbe di un fenomeno inspiegabile, in quanto temperature così elevate dovrebbero condurre in breve tempo alla morte: in generale, infatti, "la temperatura corporea più elevata considerata ancora compatibile con la vita è 42 °C anche se, per brevi periodi, è possibile sopravvivere a temperature più elevate, sino a 43 °C".

Tuttavia viene riportato che dopo tali attacchi febbrili il frate era in grado di tornare ai suoi compiti senza apparente danno. Il fenomeno delle ipertermie è oggetto di discussione e di diverse interpretazioni. Ad esempio, secondo Pier Angelo Gramaglia, anche se Padre Pio «interpretava il fenomeno come un segno di inusuali esperienze mistiche», «in realtà l'ipertermia ha per lo più cause neuropatologiche e può accompagnare le reazioni emotive di individui che subiscono facilmente stati di dissociazione, perdendo nel delirio febbricitante conseguente il senso del limite tra fantasia allucinata e realtà. L'ipertermia provocava anche deliri, grida e crisi isteriche, sempre acriticamente intese quali esperienze soprannaturali e di eventi carismatici».

Riesumazione

L'esposizione alla pubblica venerazione della salma di San Pio

Il 6 gennaio 2008 il vescovo Domenico D'Ambrosio annunciò durante la messa nel santuario di Santa Maria delle Grazie che nel mese di aprile 2008 il corpo di Padre Pio sarebbe stato riesumato per una ricognizione canonica con l'esposizione alla pubblica venerazione sino al mese di settembre 2009 in vista del quarantesimo anniversario della sua morte.

Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2008 è stata riaperta la bara che contiene il cadavere di san Pio. Secondo le dichiarazioni del locale arcivescovo le unghie e il mento erano ben conservati pur essendo trascorsi quarant'anni dalla sua morte, mentre altre parti del corpo erano visibilmente decomposte. Non sono però state rese pubbliche fotografie.

Dal 24 aprile 2008 al 23 settembre 2009 a San Giovanni Rotondo è stata esposta la salma di Padre Pio, all'interno di una teca di cristallo costruita appositamente.

Essa in realtà è stata poco visibile: il volto, ben conservato solo nella parte inferiore, è stato ricoperto da una maschera di silicone che ne riproduce le sembianze. La salma poggia su un piano di plexiglas forato e rivestito di tessuto. Al di sotto ci sono due contenitori in pvc pieni di gel di silice per la regolazione dell'umidità. Nella teca è stato immesso azoto per evitare ulteriori decomposizioni. Il 23 settembre 2009, nell'anniversario della morte, si è conclusa l'esposizione della salma con una solenne cerimoni.

Traslazione della salma e ostensione permanente

Il 19 aprile 2010 la salma del santo è stata traslata nella cripta della nuova Chiesa di Padre Pio, decorata con i mosaici del sacerdote gesuita sloveno Marko Ivan Rupnik e con il soffitto ricoperto di foglia oro, ricavato dalla fusione degli ex voto che i fedeli negli anni hanno donato a san Pio.

 Tuttavia, l'inaugurazione di una siffatta cripta è stata contrassegnata da forti polemiche, sia da parte del mondo laico che da parte degli stessi cattolici, in quanto un tale sfarzo è decisamente contrario agli ideali dell'Ordine Francescano (al quale Padre Pio apparteneva) improntati all'umiltà e alla povertà. Dal 1º giugno 2013 la salma è permanentemente esposta alla pubblica venerazione.

L'Altro Padre Pio, la genesi del Santo a Pietrelcina

Di Padre Pio è analizzato poco il suo periodo di vita a Pietrelcina, il paesino del Beneventano dove nacque e visse fino a circa trent'anni e dove ritornò spesso anche durante il noviziato e la piena partecipazione all'ordine dei Cappuccini. In realtà è quello il periodo più importante per capire il santo sannita, ma anche la sua incredibile propensione per il sociale contrariamente al luogo comune che lo vede chiuso sempre nel confessionale.

Dal suo convento Padre Pio si interessava molto delle condizioni di vita dei suoi concittadini, tanto da schierarsi negli anni Cinquanta contro Alcide De Gasperi e il suo fido braccio destro Giulio Andreotti sulla Riforma Agraria a favore dei più deboli o impegnandosi per la creazione di un "ospedaletto" a San Giovanni Rotondo per le puerpere che spesso morivano nel tragitto per recarsi in ospedale a Foggia.

Da ribelle della Chiesa a santo itinerante.“Un lungo applauso della folla fonte Ansa, ha salutato la partenza delle spoglie di Padre Pio da Pietralcina, che hanno lasciato la chiesa superiore a lui dedicata a San Giovanni Rotondo a bordo di un furgone.

LA PARTENZA PER ROMA

All'arrivo a San Lorenzo fuori le Mura è prevista la liturgia dell'accoglienza delle spoglie di san Pio e di quelle di san Leopoldo, presieduta da frate Gianfranco Palmisani, ministro provinciale dei Frati minori Cappuccini della Provincia romana. In serata, alle 18, ci sarà la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Agostino Vallini, vicario generale del Papa per la diocesi di Roma, e a seguire, dalle 20.30, una veglia di preghiera presieduta da frate Mauro Johri, ministro generale dei Frati minori Cappuccini.

A Roma le spoglie di san Pio resteranno fino all'11 febbraio, quando ripartiranno per raggiungere Piana Romana, frazione rurale di Pietrelcina, paese natio di san Pio, dove poi verranno esposte le reliquie del santo. Il ritorno delle spoglie a San Giovanni Rotondo è previsto per il 14 febbraio prossimo, passando prima per Benevento e Foggia.

LE CERIMONIE

Nove aree di sicurezza,metal detector, bonifiche anche del sottosuolo e uomini delle forze dell'ordine e delle forze armate. Questo il dispositivo varato dalla Questura di Roma per l'arrivo delle spoglie di San Pio da Pietrelcina e di San Leopoldo da Padova.

Il piano, maturato in sinergia con la Prefettura, prevede l'impiego, nell'arco delle 24 ore, di uomini della Polizia e dei Carabinieri con il concorso di Guardia di Finanza e Polizia di Roma Capitale. Le misure, precisa la Questura, "saranno uguali a quelle assicurate a Capi di Stato di alto rango". Verranno create nove aree di sicurezza che garantiranno ai fedeli la condivisione delle reliquie. In azione Unità Cinofile, Squadre Antiterrorismo e squadre di verifica del sottosuolo per bonificare le aree interessate all'evento. In ogni occasione in cui i fedeli renderanno omaggio alle reliquie sono previsti controlli con metal detector.

La Questura raccomanda a tutti i fedeli di arrivare per tempo e limitare al massimo bagagli o borse voluminose.

Amato dai fedeli ma spesso in passato avversato dalle gerarchie ecclesiastiche. E' stato questo il destino di Padre Pio, il frate cappuccino proclamato santo da un altro santo, Giovanni Paolo II, il 16 giugno 2002. E ora venerato addirittura in San Pietro per il Giubileo della Misericordia, per volontà di Papa Francesco.

Padre Pio, al secolo Francesco Forgione, era nato a Pietrelcina nel 1887 in una famiglia di contadini. Entrato in noviziato a 16 anni, il 10 maggio del 1910 era stato ordinato prete a san Giovanni Rotondo, in provincia di Foggia, dove poi creò dal nulla un grande ospedale e diverse opere caritative.

Inizialmente il frate cappuccino fu avversato dalla Chiesa per le stimmate, accusato di essersele procurate da solo, in pratica di essere un impostore. Ma altre, pesanti accuse, gli vennero sempre da ambienti ecclesiastici: "Il Padre si permette di accarezzare giovani donne; fa pagare giornalisti per la propaganda a suo favore; si procura profumi costosi, stoffe di lusso, stivaletti di cuoio finissimi; ha preteso poltrone, letto a molle, pavimenti e finestre nuove; esige cibo speciale".

Cominciava intanto la vera guerra, quella sulla gestione delle grandi somme di denaro che arrivano e che il frate voleva destinare alla costruzione dell'ospedale "Casa sollievo della sofferenza": "Maneggia denari senza il permesso dei superiori'', fu la nuova accusa. Pio XII, pontefice dal 1939 al 1958, il più convinto difensore di padre Pio, nel 1953 lo esonerò dai voti di povertà e di obbedienza ai superiori affinché, rispondendo solo al Papa, potesse guidare i Gruppi e realizzare la "Casa" che viene inaugurata nel 1956. E tuttavia con papa Pacelli ripresero le verifiche, con anche due "visite apostoliche", vere e proprie ispezioni.

E poi scoppiò lo scandalo Giuffrè, "il finanziere di Dio", che, offrendo interessi altissimi, raccoglieva fondi soprattutto in ambienti religiosi che vengono coinvolti nel successivo crack.

Qualcuno sperava di salvarsi con i 585 milioni liquidi che sono nelle casse della "Casa" di padre Pio, che rischiò così di essere coinvolto dallo scandalo. Ma il frate resistette: non volle che quei soldi venissero distolti dagli scopi per cui gli erano stati dati.

E' così che un registratore viene trovato nel confessionale di padre Pio, per provare i colloqui troppo "confidenziali" con le sue "figlie". Nel 1960 il "visitatore" mons. Carlo Maccari scriverà conclusioni durissime contro il frate: "in lui regna il demonio dell'impurità", "la sua vita è un sensualismo mistico".

Il rapporto a Giovanni XXIII viene praticamente smentito dal segretario di Stato, card. Domenico Tardini che richiama a Roma mons. Maccari.

Uomo di carattere energico, fece anche profezie sulla vita delle persone e non di rado cacciò qualcuno che cercava di accostarsi al suo confessionale, quando non riscontrava un pentimento sincero.

Ricevette visite da tutto il mondo: nel 1947, tra i tanti che si fanno confessare c'e' anche un giovane prete polacco, Karol Wojtyla. Nasce una leggenda, che non ha mai trovato conferma, secondo la quale padre Pio avrebbe predetto: "Tu diventerai papa, ma io vedo anche sangue e violenza su di te". Nel 1963 diviene papa Paolo VI, che annullò i provvedimenti contro padre Pio. Il frate, stanco e provato, morì cinque anni dopo, il 23 settembre 1968”.

Domenico Salvatore.

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