Napoli, cinque morti ammazzati in pochi giorni, ma la camorra, è stata sconfitta dallo Stato, oppure è sempre padrona?

16.02.2016 00:00

Il vero nemico subdolo, viscido ed ingannatore  della società odierna è l’assuefazione, adattamento od abitudine. Passato il momento dell’emozione, del trauma dell’angoscia e della disperazione, l’omicidio diventa “consuetudine”. Clan feroci e spietati di camorra, che si contendono il territorio. In principio c’era ‘a guapparia di Alfredo Maisto, Pasquale Simonetta inteso ‘Pascalone ‘e Nola ed Antonio Spavone ‘O Malommo. Poi, venne la NCO di don Raffaele Cutolo. Quindi, arrivò la Nuova Famiglia di Antonio Bardellino, Mario Iovine, Luigi Giuliano, Umberto Ammaturo, Michele Zaza, Luigi Vollaro, Lorenzo Nuvoletta, Carmine Alfieri, Pasquale Galasso, Angelo "Enzo" Moccia, Antonio Vangone. Bisogna tener conto anche, dell’Alleanza di Secondigliano (Clan Mallardo, Clan Contini, Clan Licciardi, Clan Lo Russo, Clan Prestieri, Clan Stabile, Clan Ferone, Clan Bosti, Clan Bocchetti, Clan Carta). Nel 1986, sono egemoni, a Napoli e provincia, principalmente 18 clan : Graziano, Ammaturo, Cutolo, Zaza, Galasso, Licciardi, Contini, Nuvoletta, Bardellino, Giuliano, Misso, Alfieri, Cava, Mariano, D'Alessandro, Gionta, Moccia e Nuzzo-Fabbrocino. I colombiani, esportano cocaina al mercato europeo facendolo arrivare alle raffinerie siciliane. Da qui e da Napoli parte poi per tutta Europa. La famiglia siciliana Madonia di Palermo la distribuisce nell'Europa centrale, mentre il clan dei Corleonesi nell'Europa dell'est. I boss della camorra Zaza e Bardellino, la distribuiscono in Francia, Italia e Spagna. Zaza, si trasferisce a Marsiglia; Nunzio e Vincenzo De Falco in Portogallo; Antonio La Torre in Scozia ad Aberdeen. Augusto, Antonio e Francesco Tiberio La Torre in Olanda (dove inaugurano l'apertura dell'hotel Isolabella e di alcune pizzerie). Enrico Maisto in Austria; Antonio Egizio in Germania (dove inaugura anche una catena commerciale); Eduardo Contini nell'Europa dell'est (dove apre pizzerie, bar, ristoranti, alberghi). Francesco Toscanino si trasferisce in Brasile. Infine, arrivarono quelli del Clan dei Casalesi  con Francesco Schiavone inteso Sandokhan, Francesco Bidognetti noto come Cicciott ‘ e mezzanotte e l‘impero di Paolo Di Lauro, inteso Ciruzzo ‘O Milionario‘, padre di dieci figli. Uccisi i capi o condannati all’ergastolo, se non inviati al 41 bis, nel vuoto di potere, s’inserirono  le spit-fires ed i mosquitos, che incominciano a digrignare i denti ed a mostrare i muscoli; ed a sparare

QUEI LUNGHI TENTACOLI DELLA CAMORRA SU NAPOLI, SPEZZATI DA FEDERICO CAFIERO DE RAHO

Domenico Salvatore

Nel giro di pochi giorni, sono già cinque gli omicidi avvenuti tra Napoli e provincia. Una strage a Napoli? Un’altra? E’ la solita storia di sangue, morte, rovina e distruzione nel Sud d’Italia. Nel Mezzogiorno. A Napoli, Reggio Calabria, Palermo. Non, a Beirut, Bagdad, Tripoli. Deja vu!

Il 21 gennaio del 1982 l’omicidio di “Bambulella” Giacomo Frattini.  Il suo corpo fu trovato in una Fiat 500 familiare: senza cuore, senza testa e senza mani.

Il delitto di Gelsomina Verde, la 20enne brutalmente assassinata con tre colpi di pistola alla nuca dopo ore di torture, e bruciata nella sua auto a San Pietro a Patierno, il 21 novembre 2004, per non aver rivelato il nascondiglio di un nemico della cosca dei Di Lauro.

Il 29 gennaio 1983, a Roma, Vincenzo Casillo detto o' Nirone per la sua capigliatura corvina, è stato uno degli uomini chiave della Nuova Camorra Organizzata svolgendo un ruolo attivo sul territorio mentre Raffaele Cutolo, salta in aria con la sua macchina imbottita di tritolo.

Il 19 marzo 1994 la camorra assassina don Peppe Diana, parroco di per il suo impegno antimafia; ucciso nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, mentre si accinge a celebrare la santa messa . Un camorrista, lo affronta con una pistola in mano. I cinque proiettili vanno tutti a segno: due alla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo. L’esecutore materiale del delitto, pentito, fu condannato a 14 anni; gli altri due, all’ergastolo.  

Il 29 maggio 1982,  venne barbaramente uccisa a Cava dei Tirreni (Salerno), Simonetta Lamberti di soli dieci anni.  Figlia di Alfonso Lamberti, integerrimo procuratore capo della Repubblica che allora lavorava presso il tribunale di Sala Consilina; tornava dal mare in compagnia del padre, la loro macchina venne affiancata da un altra con a bordo i sicari, che fecero fuoco. Il magistrato, nell’agguato, rimase solo ferito ma la piccola morì, raggiunta da un proiettile in pieno volto.  

Il 27 marzo 2004, venne uccisa Annalisa Durante, una bella quattordicenne, con una pallottola che l’ha centrata alla testa a Forcella (Napoli);  si trovava sotto casa con gli amici. L’obiettivo,  dei sicari era Salvatore Giuliano, detto “ò russ”, nipote dell’ex capo clan Luigi Giuliano, che armato di pistola rispondeva al fuoco dei killers. Nella sparatoria, venne coinvolta suo malgrado, la ragazzina.  

Il 28 luglio 2014, l’ultima vittima innocente della camorra. Si chiamava Mariano Bottari, aveva 75 anni e quella  mattina stava rientrando a casa, dalla moglie invalida, dopo aver fatto la spesa. Una pallottola vagante l’ha colpito al volto durante un conflitto a fuoco tra killer in scooter in una stradina alla periferia di Portici, popolosa cittadina alle porte di Napoli. 

Vittime innocenti, in mezzo alle faide sanguinarie ed alle feroci guerre di mafia. Sull’altare del dio denaro. Per il controllo del territorio; per il potere; per la dittatura o tirannia. Libertà, negata. Democrazia, rubata. Sviluppo e progresso, scippato.

Nel regno dell’ignoranza. Nelle tenebre dell’analfabetismo strumentale e di ritorno, dove l’oscurantismo pre-illuminista, regna sovrano.

Basta scorrere alcuni link e le foto di qualche agenzia e dei maggiori quotidiani a tiratura nazionale, per avere un quadro chiaro della carneficina di Napoli.

Ma anche la stampa così detta locale, è sulla notizia. Su quel che sta succedendo a Napoli negli ultimissimi anni. La Camorra, padrona del territorio, spara, ferisce, uccide, azzoppa, mette sulla carrozzella a rotelle o spedisce al cimitero, mote volte in ospedale.

E le stelle, stanno a guardare? Non proprio. L’allora procuratore aggiunto della Repubblica di Napoli, Federico Cafiero De Raho, conquistò il platonico titolo di ‘invincibile Hulk’ con l’operazione “Spartacus”. Una sventagliata di ergastoli per i capibastone, padrini e mammasantissima.

Migliaia di anni di reclusione per i gregari, centinaia di milioni  di beni mobili ed immobili sequestrati e confiscati. Lo Stato, funzionava e funziona ancora. Un’altra battaglia vinta. Un’altra gloriosa pagina investigativa, processuale, storica. Ma la guerra, è lunga e dura. Lo Stato e l’antistato o parastato, non intendono recedere ovviamente.

Quando la prevenzione e la Repressione, andavano a braccetto. Ed i risultati erano ( e sono) sotto gli occhi di tutti. La Camorra era ridotta ai minimi termini. I link dei giornali, si diceva, forniscono un quadro sufficientemente chiaro…Ansa, La Stampa, TG Com 24, La Repubblica, Il Corriere della Sera, Il Mattino, Il Messaggero, Il Sole 24 Ore, Avvenire, Gazzetta del Sud, La Sicilia, Il Quotidiano del Sud, Famiglia Cristiana, Oggi; ma oltre ai quotidiani ed ai settimanali, c’è la miridade di giornali on line e siti internet se non blog, radio e televisione, di cui l’elenco da pubblicare(ma lo strameriterrebbero per l’apporto dato alla comunicazione) ci sono i network…Facebook, Twitter, My Space, Second Lifeed ancora, Wikipedia, Google …”.

I latitanti, spesso e volentieri finiscono nelle maglie della Giustizia. Catturati in Italia, ma anche all’estero. Facenti parte dei primi trenta ricercati dello speciale elenco dei super-ricercati, o meno. I Carabinieri del Comando Provinciale di Napoli, hanno catturato Alessandro Giannelli, ricercato come capo dell'omonimo gruppo emergente di camorra. Il gruppo è attivo nella zona Cavalleggeri di Napoli dove nelle ultime settimane ci sono stati fatti di sangue e sparatorie.  

Alessandro Giannelli è stato individuato dai carabinieri del comando provinciale di Napoli (diretto dal generale Antonio de Vita) sull'autostrada Napoli-Roma, all'altezza di San Nicola la Strada (Caserta).

Il boss aveva appena ripreso la marcia in direzione di Roma, dopo avere effettuato un cambio di auto - da una Golf a una Nissan - con l'aiuto di alcuni complici.

La colonna di uomini della sezione Catturandi ha attivato sirene e lampeggianti e lo ha circondato: Giannelli, vedendosi intrappolato, si è arreso e fatto ammanettare.

Giannelli, napoletano di 38 anni, è ritenuto il capo dell'omonimo gruppo criminale attivo nella zona via Cavalleggeri, tra i quartieri Bagnoli e Fuorigrotta di Napoli, area dove, nelle ultime settimane, si sono registrati fatti di sangue e continue sparatorie, con sventagliate di kalashnikov per le strade e su facciate di palazzi.

Il 38enne si è reso irreperibile alla fine del 2015, sottraendosi agli obblighi della sorveglianza speciale.

 

Contestualmente, nei quartieri a ovest della città, si acuisce la faida tra gruppi criminali opposti, e tra questi figura proprio quello di Giannelli, che si contendono il controllo delle attività criminali.

Agli inizi di gennaio e' stato raggiunto da un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, in quanto ritenuto responsabile di tentata estorsione, danneggiamento, violenza privata, porto e detenzione illegale di armi da fuoco, tutto aggravato dal metodo mafioso. 

 Due persone sono state uccise con numerosi colpi d'arma da fuoco in una zona di campagna a Saviano, in provincia di Napoli. Le vittime sono Francesco Tafuro, 33 anni, e Marcello Liguori, 32 anni, quest'ultimo già noto alle forze dell'ordine per gioco d'azzardo. I killer hanno sorpreso le vittime mentre viaggiavano in auto. Un corpo è stato trovato all'interno dell'auto, l'altro a poca distanza dalla vettura. Sono in corso indagini da parte dei Carabinieri di Nola e del Nucleo investigativo di Castello di Cisterna.

Il duplice omicidio è avvenuto in via Olivella, zona di campagna di Saviano (Napoli). Liguori e Tafuro stavano viaggiando a bordo dell'auto di quest'ultimo quando chi li ha uccisi è entrato in azione. Numerosi i colpi di pistola esplosi. Nel giro di pochi giorni sono già cinque gli omicidi avvenuti tra Napoli e provincia. A Marigliano (Napoli), poco dopo la mezzanotte dello scorso 6 febbraio, è stato ucciso, davanti casa, Francesco Esposito, 33 anni, pregiudicato per reati connessi allo spaccio di droga. Gli altri due assassinii sono invece avvenuti a Napoli, nei quartieri Bagnoli e Miano, la notte tra il 4 e il 5 febbraio scorsi: a cadere sotto i colpi dei sicari sono stati Giuseppe Calise, pregiudicato di 24 anni, e Pasquale Zito, 21 anni, colpito otto volte e deceduto in ospedale poco dopo il ricovero.

NAPOLI, 11 FEB - Un giovane di 19 anni, incensurato, è rimasto ferito nella notte al femore da un colpo di pistola che ha trapasso la portiera posteriore dell'auto nella quale si trovava insieme con un gruppo di amici a Napoli. E' quanto ha riferito alla polizia che indaga sull'episodio. Il giovane è stato portato all'ospedale Pellegrini: non è in pericolo di vita ma resta ricoverato. Il fatto è accaduto in via Mazzotti: un'altra auto avrebbe avvicinato quella su cui si trovava e da lì sarebbe partito il colpo di pistola.

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11 febbraio 2016

Duplice omicidio nel Napoletano: uccisi un 32enne e un 33enne

I killer hanno sorpreso le vittime mentre viaggiavano in auto. Un corpo è stato trovato all'interno della vettura, l'altro a poca distanza dalla macchina

13:10 - Due persone sono state uccise con numerosi colpi d'arma da fuoco in una zona di campagna a Saviano, in provincia di Napoli. Le vittime sono Francesco Tafuro, 33 anni, e Marcello Liguori, 32 anni, quest'ultimo già noto alle forze dell'ordine per gioco d'azzardo. I killer hanno sorpreso le vittime mentre viaggiavano in auto. Un corpo è stato trovato all'interno dell'auto, l'altro a poca distanza dalla vettura.

Liguori e Tafuro stavano viaggiando a bordo dell'auto di quest'ultimo quando chi li ha uccisi è entrato in azione. Numerosi i colpi di pistola esplosi.

In pochi giorni 5 morti ammazzati nel Napoletano - Nel giro di pochi giorni sono già cinque gli omicidi avvenuti tra Napoli e provincia. A Marigliano (Napoli), poco dopo la mezzanotte dello scorso 6 febbraio, è stato ucciso, davanti casa, Francesco Esposito, 33 anni, pregiudicato per reati connessi allo spaccio di droga.

Gli altri due assassinii sono invece avvenuti a Napoli, nei quartieri Bagnoli e Miano, la notte tra il 4 e il 5 febbraio scorsi: a cadere sotto i colpi dei sicari sono stati Giuseppe Calise, pregiudicato di 24 anni, e Pasquale Zito, 21 anni, colpito otto volte e deceduto in ospedale poco dopo il ricovero.

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Cinque morti ammazzati in meno di due mesi. Senza contare la serie di agguati, ferimenti, «stese» di motociclette che imperversano giorno e notte con a bordo uomini armati, e raid intimidatori. Nella sola giornata di giovedì la camorra è tornata a farsi viva massacrando a Napoli in meno di dodici ore due giovani, al Rione don Guanella e a Bagnoli. Più che uno schiaffo, un gancio diretto in pieno volto a quello Stato che il ministro dell’Interno era venuto a rappresentare proprio nel «giovedì nero» cittadino. Anche per questo ieri il procuratore della Repubblica Giovanni Colangelo ha convocato un vertice con i rappresentanti delle forze dell’ordine impegnate nelle indagini sugli ultimi omicidi di questo sequel dell’orrore.

L’incontro - durato oltre sei ore - è servito non solo a fare il punto su una decina di fascicoli già incardinati, ma anche a dare impulso a nuove iniziative tese a reprimere una escalation di violenza che appare inarrestabile. È cominciato male, malissimo, il 2016. I segnali che arrivano dal territorio indicano chiaramente due cose, entrambe da non sottovalutare. La prima: i focolai di guerra tra bande si moltiplicano sullo scacchiere camorristico. La seconda: la ripetuta ostentazione muscolare di clan ormai sempre più nelle mani di giovanissimi pronti a tutto impone, al di là della repressione, la messa a punto di un accurato piano di prevenzione capace di impegnare le forze in campo, che ci sono e sono sufficienti. C’è tanta carne al fuoco sulla griglia degli investigatori. Il riserbo dovuto alla segretezza degli atti giudiziari impone il rispetto del silenzio. Ma dopo la riunione di ieri convocata negli uffici della Direzione distrettuale antimafia coordinata dai procuratori aggiunti Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli appare chiara la volontà di forzare i tempi e le tappe di una risposta giudiziaria, che sarà imminente e molto forte. Il quadro a disposizione è ormai chiaro. E l’immagine che offre è quello di una città seduta su una polveriera che esplode a segmenti, senza dare tregua. Volendo ridurre in maniera schematica questa mappa del rischio le emergenze possono ricondursi a quattro scenari. Al primo posto, in un poco invidiabile ex aequo, si trovano la zona orientale e quella occidentale. A Ponticelli le armi non hanno mai smesso di tuonare, e da qualche tempo segnali inquietanti di contagio pare abbiano raggiunto anche la zona di San Giovanni a Teduccio. Malissimo procede anche sul versante opposto, quello che comprende i quartieri di Bagnoli, Soccavo e Pianura. 

Aree sulle quali è ogni giorno attivo un dispositivo straordinario di controllo del territorio che vede impegnati centinaia di poliziotti, carabinieri e finanzieri. Ma qui nemmeno se si militarizzassero interi rioni - cosa che nessuno auspica - si riuscirebbe a escludere la possibilità di nuovi fatti di sangue. E allora? Allora la prima e più formidabile risposta deve arrivare dall’attività investigativa.

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I raid dei ragazzini che a colpi di kalashnikov sfidano anche la camorra a Napoli

Il capoluogo partenopeo è la città più pericolosa del Paese: 69 morti nel 2015, il 40% in più

 

Un momento del flashmob degli amici di Genny Cesarano, il ragazzo di 17 anni ucciso nel rione Sanità da una banda di ragazzini che sparavano ad altezza d’uomo

andrea malaguti

Inviato a Napoli

Ogni volta che polizia e carabinieri vincono, Napoli apparentemente perde. E sembra farlo due volte. È il complicato paradosso di una città meravigliosa e dannata costretta a fare i conti col veleno della camorra anche quando le forze dell’ordine ne decimano i vertici, lasciando lo spazio, mai occupato da un liceo o da una piscina, a giovani sciacalli che sognano di prendere il loro posto. Eccola la fotografia della doppia sconfitta: poca scuola e molti sciacalli. 

 Nasce così la paranza dei bambini, il far west delle «stese», le scorribande a bordo di TMax e di Honda SH300 con raffiche sparate in aria, per rivendicare il controllo di un fazzoletto di territorio - «sdraiatevi a terra, stendetevi, che stiamo passando noi» - il marchio di infamia del 2015 napoletano che ha proiettato la città, con più di un morto ammazzato a settimana (69 vittime, una su due di camorra), in testa alle classifiche della pericolosità criminale, in compagnia di Foggia e di Bari e che anche nel 2016 fa sentire quotidianamente il suo fiato nauseabondo. 

Diciottenni con la pistola e il kalashnikov pronti a sparare a tutto e a tutti per conquistare un vicolo, una piazza, uno scantinato o un garage dove spacciare droga o imporre il pizzo. Centinaia di ragazzini fuori controllo e senza regole, imbevuti del mito di Gomorra, capaci di terrorizzare i quartieri nel cuore della città, cominciando a fare fuoco a 13-14 anni e concludendo la propria parabola criminale prima di compierne 25. La loro fine, in genere, è una galera. O, se va male, una bara. «Napoli è un’emergenza. Anche criminale», dice Antonio De Vita, comandante provinciale dei carabinieri. 

I banditi, certo, ma «anche», appunto, il deserto educativo e le fragilità familiari dei quartieri Spagnoli o dei rioni Sanità e Forcella, incastrati nel centro storico e appoggiati alla schiena delle case eleganti della Napoli bene, dove i revolver sono più numerosi delle lavagne. Secondo un rapporto di Save the Children, pubblicato il 2 dicembre, nel Napoletano il 19,76% dei ragazzi non arriva al diploma, il 35,8% degli alunni non raggiunge livelli sufficienti di competenza matematica e il 28% non sa leggere. 

È la legge della strada, da generazioni, l’unica ascensione sociale riconosciuta: vedetta, piccolo spacciatore, responsabile della piazza, gestore di una zona. Ma sei hai fegato un’arma, un motorino, un piccolo gruppo di fedelissimi e uno spazio da prenderti, in questi anni l’ascensore sale molto più in fretta. «Napoli è due città», dice padre Alex Zanotelli, che dopo una vita da missionario in Kenya, ha trasformato la chiesa di San Vincenzo nel punto di riferimento di chi, nel rione Sanità, ha ancora voglia di alzare la testa.

LE DUE CITTA’ 

L’ufficio del missionario è un piccolo loculo bianco scavato nella parete di un minialloggio incastrato in una zona laterale della chiesa. Ci sono bandiere della pace, foto di bambini africani, progetti legati alla sicurezza, all’occupazione e alle scuole stampati su fogli in ciclostile che non molti hanno la forza di leggere. Pile di carta. Una stufetta. Fuori i motorini si inseguono contromano e sui marciapiedi scassati. Il buco della legalità comincia così, con le piccole arroganze quotidiane. La strada è piena di voragini accompagnate da qualche sanpietrino. Le telecamere che dovrebbero garantire la sicurezza sono fuori uso. Tutte. Dei vigili neppure l’ombra. «La forza di questa camorra del centro è il caos. Criminalità disorganizzata, eppure, secondo l’amico don Angelo Berselli, più organizzata dello Stato». 

ANSA

Ha il sorriso lento della stanchezza, padre Alex, dita nodose, una croce di corda intrecciata al collo, un’arancia da sbucciare mentre resta incassato nella sedia di legno. «Qui, in 5 chilometri quadrati, vivono 65 mila persone. Non c’è un asilo comunale. C’è una buona scuola elementare ma non ci sono le medie. Infine c’è una sola scuola superiore che ha il secondo tasso di abbandono più alto d’Italia. Come si risolve il problema? Con i soldi naturalmente, ma quelli finiscono sempre altrove. Adesso stanno anche chiudendo l’ospedale. Ovviamente non c’è una banca. Dunque la gente si rivolge agli usurai». Lo dice con la voce neutra dell’abitudine.

Inutile cercare un cinema, un teatro, una palestra, un campo da pallone. Però c’è droga di ogni tipo. Cocaina prima di tutto. Poi l’eroina, improvvisamente tornata di moda. Basta mettersi in un angolo e aspettare. Dosi a buon prezzo, quindici-venti euro l’una. Per un giro di affari calcolato in ogni spiazza di spaccio in circa novantamila euro settimanali. 

«Viviamo su una bomba sociale. C’è la città bene, quella di Chiaia, del Vomero, di Posillipo, e poi ci sono il centro degradato e le periferie come Scampia, Barra e Ponticelli. La cosa grave è che queste due città non si vogliono incontrare. I ricchi non vogliono mai avere a che fare con i poveri. Ma se va avanti così la pagheremo tutti. La ricchezza sarà attaccata».

Quando in settembre padre Zanotelli ha officiato il funerale del diciassettenne Genny Cesarano, ucciso dalla camorra in piazza San Vincenzo, ha tenuto l’omelia fuori dalla chiesa. Le strade erano stipate. «Ho detto: nessuno verrà a salvarvi, dovete alzare la testa. Ma la tv e gli ultimi trent’anni di politica in questo Paese hanno distrutto i valori. E qui le famiglie non sanno neanche più perché sono al mondo». 

Servirebbero lo Stato e qualche volta genitori diversi perché ormai da tempo le dighe erette contro il debordare della violenza sono state travolte. Ma in queste ore lo spettacolo d’arte varia della politica, con un’inevitabile superficialità non troppo distante dal vero, si potrebbe riassumere così: Renzi non va a Napoli «per non mettere in imbarazzo De Magistris», De Magistris scrive su Facebook che Napoli è una città «derenzizzata», Bassolino dice a De Magistris che così non si fa e il sindaco dice a Bassolino che lui è il signore dei rifiuti. Si va da qualche parte in questo modo?

LA LOTTA PER LE PIAZZE DELLO SPACCIO 

Così, mentre la grande camorra, seppure sfiancata dal costante lavoro della Procura e delle forze dell’ordine, continua a fare i propri affari nella cintura cittadina tra racket, mercato del falso, stupefacenti, appalti e politica, a Napoli centro i cloni in sedicesimi dei boss finiti al 416 bis combattono corpo a corpo per seguire le loro orme, in un ricambio delinquenziale che non vuole avere fine.

 

I baby sciacalli, barbuti e tatuati, hipster di casa nostra, sono capaci di spendere quindicimila euro a notte in discoteca sognandosi imponenti e imperiosi, immaginandosi come un concentrato di invincibile autorità virile. Nuove leve, ma anche terze generazioni di famiglie come i Giuliano finiti, in compagnia dei Sibillo, al centro della guerra contro i Mazzarella per il controllo di Forcella e Sanità degli ultimi mesi. 

«A Napoli e provincia ci sono almeno 70 clan criminali. Ma è un caos che non conviene a nessuno. In un’intercettazione abbiamo sentito due donne del clan Sibillo che dicevano: ora abbiamo paura, con la paranza dei bambini non si capisce più niente», dice il capo della squadra mobile Fausto Lamparelli. «Non si capisce più niente», un perfetto autoscatto.

IN COMPAGNIA DELLA MORTE 

Non sono bastate 140 ordinanze di custodia cautelare - cioè 140 ragazzi finiti dietro le sbarre - a chiudere la storia. Le Stese continuano. E lo spaccio prospera ovunque, con una nuova emergenza nel rione Traiano, a ridosso della città felice. Fuori uno avanti un altro. La polizia vince. La camorra continua a non perdere. «Le armi provengono in larga parte dai furti negli appartamenti e dalle rotte balcaniche. La droga dal Sudamerica. E più che dal porto passa dal trasporto via gomma. L’estorsione è capillare. Non c’è cantiere a cui non sia chiesto di pagare. Poco o molto, comunque devi paga’. Noi lavoriamo, ma la legalità va fatta a 360 gradi».  

ANSA

L’ultimo arresto eccellente è stato quello di Pasquale Sibillo, 24enne boss di Forcella, datosi alla latitanza (e scovato a Terni), dopo che il fratello Emanuele, 19 anni, era stato fatto fuori dai rivali. Emanuele era considerato un gigante, perché ancora ragazzino era stato lui ad attaccare i Mazzarella. Ma qui i giganti hanno piedi d’argilla e vita breve. Muoiono loro e muoiono quelli che le forze dell’ordine chiamano «le vittime innocenti». È il caso di Maikol Giuseppe Russo, che il 31 dicembre si trovava al momento sbagliato nel bar sbagliato di Forcella. Un proiettile lo ha colpito alla testa durante una Stesa. Ancora lacrime. Ancora un funerale. 

QUALCOSA SI MUOVE

Cattivi, innocenti, guardie e ladri, chiunque può finire per terra. Lamparelli, per esempio, è appena tornato da Montecatone dove è ricoverato un collega cinquantenne colpito dietro un orecchio in uno scontro a fuoco. È rimasto paralizzato. Ha due figli, una moglie e una vita da ricostruire da zero.

Rischiano le forze dell’ordine, rischiano i cittadini, che faticano però a denunciare i reati. E più dell’omertà può la paura. «I reati diminuiscono, la stragrande maggioranza dei napoletani è sana e qui il coordinamento e la collaborazione delle forze dell’ordine sono eccezionali. Il punto è che il sistema deve garantire l’effettività della pena. I tempi per una sentenza definitiva sono troppo lunghi», chiarisce il procuratore capo della Repubblica Giovanni Colangelo. Come fai a denunciare qualcuno quando hai l’impressione di potertelo ritrovare sotto casa pochi mesi dopo? 

Eppure qualcosa si muove. «La platealità dell’azione criminale è in genere inversamente proporzionale al radicamento criminale. Nel centro di Napoli l’instabilità è molto forte. Ma dei segnali di risveglio si notano» assicura Tano Grasso, presidente onorario della Fondazione antiracket. Si affaccia alla finestra che guarda corso Umberto. «Vede? Da qui alla caserma Pastrengo, poco più di un chilometro, ci sono almeno cinque negozianti che hanno denunciato il racket. Un parrucchiere, un pizzaiolo, un barista, il titolare di un’agenzia turistica e quella di un mercato. Ora dobbiamo remare tutti dalla stessa parte per trasformare questa minoranza che reagisce in maggioranza». 

Il procuratore Colangelo, Lamparelli, De Vita, padre Zanotelli, don Angelo, Tano Grasso. In fondo dicono tutti la stessa cosa: Napoli è una città straordinaria e ferita e per curare queste ferite la repressione non basta. E nemmeno la prevenzione. Quelle ci sono. Sono le agenzie educative a mancare. E lì può intervenire solo la politica. Nell’attesa i baby sciacalli sparano a ripetizione, come se fosse sparita quella che Rousseau chiamava «la ripugnanza innata provocata dalla visione di un proprio simile che soffre». Sabato scorso in ospedale è finito un ragazzino di sedici anni. Perché durante una Stesa a Traiano qualcuno ha tenuto il braccio troppo in basso. E invece di sparare alla luna ha sparato a lui. Il colpo gli ha trapassato la spalla. Ma avrebbe potuto bucargli il cuore.

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Repubblica.it-Repubblica.it napoli-Edizioni locali-Notte di sangue a Napoli: uccisi un diciassettenne e un uomo di 30 anni

Violenza senza fine nelle strade di Napoli. Oltre ai due omicidi, una cinquantina di bossoli sono stati ritrovati in terra nel quartiere di Fuorigrotta. Al Rione Sanità il 17 enne ucciso potrebbe essere stato colpito da un proiettile esploso durante un raid intimidatorio nel quartiere.

di ANTONIO DI COSTANZO   

Notte di sangue a Napoli: uccisi un diciassettenne e un uomo di 30 anni

Piazza Sanità, il luogo del raid

NAPOLI - Ucciso  a 17 anni in piazza Sanità. E' morto così alle 4.30 del mattino  Gennaro Cesarano,  un giovane della zona, abitava in via Santa Maria Antesecula, la strada in cui è nato e cresciuto Totò. Tutte le piste sono aperte, anche quella che Cesarano sia stato centrato dalle pallottole esplose da una gang che ha attraversato le strade del rione sparando all'impazzata.

E non è la prima volta che capita. Da mesi i residenti della zona e di altri quartieri del centro storico denunciano esplosioni intimidatorie di colpi di arma da fuoco durante la notte. Gennaro, Genny per tutti nel rione, secondo le testimonianze raccolte in strada non era l'obiettivo mirato di un raid. La polziia non si sbilancia su alcuna ipotesi. Il ragazzo, 17 anni compiuti il 13 giugno, aveva un precendente di polizia per una tentata rapina a mano armata, ma i familiari sostengono che aveva messo la testa a posto, studiava all'istituto alberghiero e frequentava anche un'associazione di volontariato per il recupero dei minori.

Napoli, ucciso a 17 anni, in piazza la messa-denuncia: "Qui emergenza criminalità senza fine"

Nella zona dell'omicidio la polizia ha trovato a terra 20 bossoli di due diversi calibri. In piazza Sanità il parroco della chiesa di Santa Maria della Sanità, Antonio Loffredo, padre Alex Zanotelli, che da anni vive nel rione, e don Giuseppe hanno tenuto una celebrazione religiosa all'aperto per denunciare l'emergenza criminalità nel quartiere. Nel corso della funzione, padre Zanotelli ha chiesto a Dio di "guardare quanto siamo sporchi".

Il padre di Gennaro: "Era un bravo ragazzo, non un pregiudicato"

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Un altro omicidio è avvenuto nella tarda serata di sabato nel quartiere Ponticelli, dove un uomo di 30 anni, con precedenti penali, Antonio Simonetti, è stato ucciso in un agguato mentre usciva dal negozio della sorella. In due, a bordo di uno scooter, gli si sono avvicinati e hanno esploso contro cinque-sei colpi di pistola al torace e alla testa. Simonetti è stato accompagnato dai familiari all'ospedale Villa Betania, dove è arrivato privo di vita.

Da aggiungere anche la vicenda ancora da chiarire di un giovane arrivato in ospedale per un incidente stradale: i medici hanno scoperto che aveva una ferita d'arma da fuoco.

Lo zio di Gennaro: "Non è stata un'esecuzione di camorra"

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E numerose raffiche di colpi d'arma da fuoco sono state esplose nella notte ma anche stamattina nel quartiere di Fuorigrotta e nel Rione Traiano di Soccavo. Alle 23 di ieri il primo è arrivata alla polizia da via Quattro Novembre dove alcuni residenti hanno segnalato l'esplosione di colpi d'arma da fuoco: sul posto gli uomini della scientifica hanno poi ritrovato due bossoli.Alle 4.30 di mattina una nuova segnalazione, in una villetta di via delle Bucoliche, sempre a Soccavo. Ignoti avevano scavalcato il muro di cinta ed esploso numerosi colpi d'arma da fuoco alla porta di ingresso dell'abitazione. Solo sul portone sono stati ritrovati dieci fori, e diversi colpi erano stati esplosi contro la facciata e l'autovettura Smart parcheggiata dinanzi all'abitazione. La polizia ha sequestrato 30 bossoli, di calibro 7.62, normalmente utilizzati nelle armi a ripetizione.

Nell'abitazione vivono una donna, separata da oltre undici anni da un uomo con precedenti di polizia per reati minori, e le due figlie, tutte incensurate. Alle 8 di stamattina in via Canonico Scherillo, all'altezza dell'Asl, sono stati rinvenuti altri 10 bossoli. Venerdì notte, in un raid  a Soccavo alcuni sconosciuti armati di kalashnikov hanno centrato con numerosi colpi di pistola la serranda di una pizzeria e alcune auto.

E dura la reazione del presidente della terza municipalità, Giuliana Di Sarno che già nei giorni scorsi, dopo un altro omicidio in discesa Sanità, aveva parlato di guerra nel suo quartiere.

"Assurde le dichiarazioni del sindaco sul fatto che Napoli non sia meno sicura di Roma o Milano - dice Di Sarno - A de Magistris dico: apra gli occhi: A due giorni di distanza al Rione Sanità è stata ammazzata

un'altra persona e stavolta si tratta di un ragazzo di 17 anni freddato in piena notte. Proprio stanotte, dopo l'una, io e l'assessore municipale Viviana Salzano ci trovavamo nel quartiere, dopo una riunione con padre Antonio Loffredo per discutere delle strategie di sviluppo del territorio. Nella traiettoria dei proiettili potevamo finire anche noi. Il rione Sanità sta diventando Baghdad. È ora che tutti ne prendano coscienza".

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CHI È LA CAMORRA

“La Camorra è attualmente considerata una delle maggiori piaghe del meridione d'Italia, al tempo stesso causa ed effetto di gran parte dei problemi socio-economici della Campania. Il suo potere, dovuto anche ad appoggi di tipo politico, le consente il controllo delle più rilevanti attività economiche locali, in particolare modo nella provincia di Napoli. Oggi la Camorra conta migliaia di affiliati divisi in oltre 200 famiglie attive in tutta la Campania. Sono segnalati insediamenti della Camorra anche all'estero, come in Olanda, Spagna, Portogallo, Romania, Francia, Repubblica Dominicana e Brasile.

I gruppi si dimostrano molto attivi sia nelle attività economiche (infiltrazione negli appalti pubblici, immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione, riciclaggio di denaro sporco, usura e traffico di droga) sia sul fronte delle alleanze e dei conflitti. Quando infatti un clan vede messo in discussione il proprio potere su una determinata zona da parte di un altro clan, diventano molto frequenti omicidi e agguati di stampo intimidatorio. Grande risalto ha avuto negli anni 2004 e 2005 la cosiddetta faida di Scampia, una guerra scoppiata all'interno del clan Di Lauro quando alcuni affiliati decisero di mettersi in proprio nella gestione degli stupefacenti, rivendicando così una propria autonomia e negando di fatto gli introiti al clan Di Lauro, del boss Paolo Di Lauro, detto Ciruzzo 'o milionario. Ma questa faida non è l'unica contesa tra clan sul territorio napoletano.

Numerose sono le frizioni e gli scontri tra le decine di gruppi che si contendono le aree di maggiore interesse. A cavallo tra il 2005 e il 2006 ha destato scalpore nella cittadinanza e tra le forze dell'ordine la cosiddetta "faida della Sanità", una guerra di Camorra scoppiata tra lo storico clan Misso del rione Sanità ed alcuni scissionisti capeggiati dal boss Salvatore Torino, vicino ai clan di Secondigliano; una quindicina di morti e diversi feriti nel giro di due mesi.

Per quanto riguarda l'area a nord della città (quella da sempre maggiormente oppressa dai gruppi criminali), tra i quartieri di Secondigliano, Scampia, Piscinola, Miano e Chiaiano, resta sempre forte l'influenza del cartello camorristico detto Alleanza di Secondigliano, composto dalle famiglie Licciardi, Contini, Prestieri, Bocchetti, Bosti, Mallardo, Lo Russo Stabile e con gli stessi Di Lauro quali garanti esterni (molto spesso, infatti, gli uomini di "Ciruzzo 'o milionario", si sono interposti tra le liti sorte fra le varie famiglie del cartello, evitando possibili guerre).

Per le zone centrali della città (centro storico, Forcella) resta ben salda l'alleanza tra i clan Misso, Sarno e Mazzarella, che controllano praticamente tutta l'area ad est di Napoli, dal centro fino al quartiere periferico di Ponticelli, facilitati anche dalla debacle del clan Giuliano di Forcella, i cui maggiori esponenti (i fratelli Luigi, Salvatore e Raffaele Giuliano) sono diventati collaboratori di giustizia. Nell'altra zona "calda" del centro di Napoli, le zone del quartiere Montecalvario, dette anche "Quartieri Spagnoli", dopo le faide di inizio anni novanta tra i clan Mariano (detti i "picuozzi") e Di Biasi (detti i "faiano"), e tra lo stesso clan Mariano e un gruppo interno di scissionisti capeggiato dai boss Salvatore Cardillo (detto "Beckenbauer") e Antonio Ranieri (detto "Polifemo", poi ammazzato), la situazione sembra essere tornata in un clima di relativa normalità, grazie anche al fatto che molti boss storici di quei vicoli sono stati arrestati o ammazzati.

La zona occidentale della città non è da meno per quanto riguarda numero di clan e influenza sul territorio. Tra le aree più "calde" si trovano il Rione Traiano, Pianura, Bagnoli e lo stesso quartiere Vomero, per anni definito quartiere-bene della città e considerato immune alle azioni dei clan, oggi preda di almeno quattro clan in guerra tra loro e di orde di bande composte da ragazzini provenienti da altre zone della città, che si ritrovano di sera e di notte per compiere rapine e violenze di ogni genere (fenomeno delle baby-gang). Da citare, il cartello denominato Nuova Camorra Flegrea, che imperversa a Fuorigrotta, Bagnoli, Agnano e Soccavo, ma che ha subito un duro colpo dopo il blitz del dicembre 2005, quando vi furono decine di arresti grazie alle rivelazioni del pentito Bruno Rossi detto "il corvo di Bagnoli". A Pianura vi è stata in passato una violenta faida tra i clan Lago e Contino-Marfella, che ha portato a numerosi omicidi, tra i quali quello di Paolo Castaldi e Luigi Sequino, due ragazzi poco più che ventenni uccisi per errore da un gruppo di fuoco del clan Marfella, perché stazionavano sotto la casa di Rosario Marra, genero del capoclan Pietro Lago ed erano, quindi, "sospetti".

Nella provincia, numerosi sono i comuni in mano ai gruppi camorristici, non solo per quanto riguarda i campi "classici" nei quali opera un clan mafioso (estorsioni, usura, traffico di droga), ma anche per quanto riguarda le amministrazioni comunali e le decisioni politiche (si vedano i numerosi comuni sciolti per infiltrazioni camorristiche). Una delle zone più soggette al potere camorristico è il comprensorio vesuviano, zona che raccoglie paesi quali Castellammare di Stabia, Torre del Greco, Torre Annunziata, Somma Vesuviana, San Giuseppe Vesuviano e San Gennaro Vesuviano.

Nelle altre province della regione, l'unica provincia che eguaglia Napoli per influenza della Camorra sul territorio è sicuramente Caserta, in mano al gruppo dei Casalesi, un cartello criminale di portata internazionale (come riferito dalle ultime relazioni di DIA e DDA di Caserta e Napoli) gestito dalle famiglie Schiavone e Bidognetti (che hanno ereditato il potere di Bardellino) e dalle altre famiglie alleate che fungono da referenti per le varie province.

Il 7 febbraio 2008 viene arrestato il boss Vincenzo Licciardi, tra i 30 latitanti più pericolosi d'Italia. Era considerato il capo dell'alleanza di Secondigliano.

Il ritorno al contrabbando di sigarette è dovuto ai recenti cambiamenti avvenuti all'interno di alcuni gruppi di Camorra. in particolare l'attività è risorta nell'area nord di Napoli, dove opera il gruppo formato dai Sacco- Bocchetti- Lo Russo che, uscito dall'alleanza di Secondigliano, ha recuperato parecchio spazio e deciso di investire in questa attività, visto che i canali della droga sono controllati da altri gruppi, in particolare quello degli Amato-Pagano.

A Napoli città il fenomeno è ancora limitato anche se in crescita, soprattutto nella zona dei Mazzarella (Mercato e Case Nuove).

Struttura [modifica]

 

La Camorra, attualmente, è organizzata in modo pulviscolare con un insieme di famiglie, pare siano 236 tra città e provincia, che si uniscono e si dividono con grande facilità. Questa struttura, caratteristica della Camorra fin dal dopoguerra, fu sostituita solo in 2 occasioni e solo temporaneamente: durante la lotta tra Nuova Camorra Organizzata (NCO) e Nuova Famiglia (NF) e durante la riorganizzazione della mafia napoletana in Nuova Mafia Campana (NMC).

Tutte le volte che si è tentato di riorganizzare la Camorra con una struttura gerarchica verticale si è preso come modello Cosa Nostra. Questi tentativi sono sempre falliti per la tendenza dei capi delle varie famiglie a non ricevere ordini dall'alto. Per tale ragione è improprio parlare di Camorra come un fenomeno criminale unitario e organico. Lo stesso termine Camorra, quale entità criminale unitaria, è fuorviante, data la natura estremamente frammentata e caotica della malavita napoletana.

Economia [modifica]

Secondo recenti dati forniti dall'Eurispes, sembra che la Camorra guadagni:

Il giro d'affari complessivo è di circa 12 miliardi e mezzo di euro.

A questo elenco va ora aggiunto lo smaltimento illegale dei rifiuti, sia industriali che urbani, attività estremamente lucrosa che alcuni ritengono stia conducendo verso il progressivo degrado ambientale vaste zone di campagna nelle province di Napoli e Caserta, in primo luogo.

A titolo di esempio, che la campagna fra i comuni di Acerra, Marigliano e Nola, una volta rinomata in tutta la penisola come fra le più verdi e fertili, è da taluni ora indicata con il termine di "triangolo della morte".

Istituzioni e Camorra [modifica]

Numerosi sono stati in passato i contatti tra i gruppi camorristici e la politica locale e nazionale.
All'inizio degli anni novanta i pentiti Pasquale Galasso e Carmine Alfieri fecero dichiarazioni che misero sotto accusa Antonio Gava, potente capo della corrente dorotea e dirigente della Democrazia Cristiana, successivamente assolto.
Secondo il procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore, il 30% dei politici campani è colluso con la Camorra. Il dato incrementa notevolmente se si conta che, solo nella Provincia di Napoli, più di 70 comuni su 92 sono stati sciolti o interessati da provvedimenti per infiltrazioni camorristiche, con pesanti condizionamenti sulla spesa pubblica e l'imprenditoria legata agli appalti.

Sono stati sciolti per Camorra in Campania più di 70 comuni fino ad oggi.

Elenco parziale comuni sciolti almeno una volta [modifica]

Fatti principali [modifica]

Faide [modifica]

  • faida tra la NCO e la Nuova Famiglia: guerra che scoppiò dopo che le principali famiglie malavitose napoletane decisero di confederarsi in un unico cartello denominato "Nuova Famiglia" per combattere lo strapotere di Raffaele Cutolo. Fu, di gran lunga, la più violenta per numero di morti ammazzati: nel 1979 si registrarono 71 omicidi; 134 l'anno successivo, 193 nel 1981, 237 nel 1982, 238 nel 1983, 114 nel 1984.
  • faida tra i Giuliano e i Contini: combattuta nel 1984 tra il clan Giuliano e il nascente gruppo di Eduardo Contini e Patrizio Bosti (condannati poi proprio per un duplice omicidio avvenuto nel contesto di questa faida, quello dei fratelli Gennaro e Antonio Giglio). Il tutto cominciò per una storia di controllo di una bisca della zona dell'Arenaccia, storia che vide coinvolti Vincenzo Attardo, a cui per ritorsione fu tagliato un dito di netto, Vincenzo Avagliano, Gennaro Giglio, Antonio Paglionico [8]
  • faida di Quindici: faida decennale tra le famiglie Graziano e Cava del comune di Quindici, in provincia di Avellino. Iniziata negli anni ottanta si protrae ancora oggi.
  • prima faida di Castellammare: Umberto Mario Imparato contro il Clan D'Alessandro. Questa faida portò a diverse decine di agguati mortali, tra cui quello di Michele D'Alessandro in cui morirono quattro suoi guardiaspalle (lui si salvò per miracolo) [9] in viale delle Terme a Castellammare di Stabia.
  • prima faida dei Quartieri Spagnoli: combattuta tra i clan Mariano, detti i picuozzi, e Di Blasi, detti i faiano, alla fine degli anni ottanta; fu una delle guerre più cruente di quel periodo, gli agguati mortali furono diverse decine. [10]
  • faida tra i Giuliano e l'Alleanza di Secondigliano: violento scontro avvenuto tra i due potenti gruppi nel 1990. Culminò con l'omicidio di Gennaro Pandolfi, dei Giuliano, e del figlio Nunzio Pandolfi, di appena due anni.
  • faida tra i Gallo e i Gionta: combattuta durante tutti gli anni novanta e duemila tra i clan Gionta e il clan Gallo di Torre Annunziata. A scatenare la faida, che continua tuttora, malgrado le inchieste della Procura antimafia e l’incessante lavoro degli investigatori, fu il duplice omicidio di Alfonso Contieri e Nunzio Palumbo, affiliati ai Gallo, uccisi nel dicembre 1990, a cui fece seguito, pochi giorni dopo, l’agguato in cui persero la vita Giuseppe Caglione e Francesco De Angelis, appartenenti al gruppo avversario.[11]
  • faida di Pianura: svoltasi tra il 1991 e il 2000 tra i clan Lago, e i clan Contino e Marfella, alleati. Il primo atto risale al 1991: il 21 aprile, in piazza Risorgimento, furono assassinati due spacciatori, Salvatore Fruttaoro e Salvatore Varriale. Dopo l'arresto e il pentimento del boss Giuseppe Contino, a continuare l'opera è stato il boss Giuseppe Marfella. In questa seconda fase del conflitto è da inserire il duplice omicidio di Luigi Sequino e Paolo Castaldi, due ragazzi innocenti ammazzati per errore.
  • prima faida di Ercolano: guerra tra gli Esposito e gli Ascione; uscirono perdenti gli Esposito dopo l'agguato mortale ai danni del boss Antonio Esposito.[12]
  • faida tra i Misso e l'Alleanza di Secondigliano: faida portata avanti dal boss Giuseppe Misso e dai vertici dell'Alleanza di Secondigliano. La situazione degenerò dopo il duplice omicidio di Alfonso Galeota e Assunta Sarno, moglie di Giueseppe Misso, nel 1992.
  • seconda faida dei Quartieri Spagnoli: dopo la prima faida, che si concluse senza un vincitore netto, i Mariano dovettero affrontare un gruppo di scissionisti al proprio interno guidati dai boss Antonio Ranieri (detto Polifemo, poi ammazzato) e Salvatore Cardillo (detto Beckembauer); questi ultimi due furono seguiti da un nugolo di fedelissimi. La violenta faida che ne seguì portò di fatto alla dissoluzione dello stesso clan Mariano a seguito di numerosi omicidi, pentimenti e blitz con decine di arresti negli anni 1993 e 1994.
  • seconda faida di Ercolano: faida decennale che vede coinvolti i clan Ascione e Birra. È una delle faide più cruente in termini morti ammazzati. In ballo ormai non c’è più soltanto il controllo del territorio: la guerra di Camorra va avanti perché tra i malavitosi delle due famiglie c’è un odio profondo e radicato. In questa guerra è rimasto coinvolto anche il clan Papale.[14]
  • prima faida interna ai Casalesi: combattuta nella seconda metà degli anni novanta tra la famiglia Bidognetti e il clan scissionista capeggiato da Antonio Cantiello. Vide il rogo di San Giuseppe, quando nella notte di San Giuseppe del 1997 fu incendiato il bar Tropical ad Ischitella (il cui gestore aveva rifiutato, per ordine degli stessi Bidognetti, di installare all'interno dell'esercizio alcuni video-poker commissionati dalla famiglia Cantiello), in cui morì, bruciato vivo, il giovane cameriere del locale, Francesco Salvo.
  • seconda faida interna ai Casalesi: scontro tra le famiglie del cartello e la fazione scissionista guidata dal boss Giuseppe Quadrano (poi pentitosi).
  • faida tra i Licciardi e i Prestieri: conosciuta anche come la faida della minigonna, fu combattuta tra i clan Prestieri e Licciardi e portò ad una ventina di morti in pochi mesi. Tutto cominciò infatti in una discoteca per una battuta di troppo tra due gruppi di giovani sul vestito troppo succinto di una ragazza. I due gruppi di giovani appartenevano a clan di camorra, questo portò prima alla morte del giovane Vincenzo Esposito detto 'o principino, pupillo della famiglia Licciardi, e poi a quella di numerosi affiliati dei Prestieri come ritorsione.
  • faida tra i Mazzarella e i Rinaldi: un tempo alleati, i Mazzarella da un lato, e dall’altro i Rinaldi, famiglia storica del rione Villa di San Giovanni a Teduccio, fino al 1989 fedelissimi di Vincenzo Mazzarella e fratelli. Tutto filò liscio fino a quando Antonio Rinaldi, detto "’o giallo" non cominciò ad essere troppo ingombrante e fu ucciso. Quest'agguato portò ad una guerra con decine di morti protrattasi fino ad oggi. In guesta guerra caddero anche Salvatore Mazzarella e Vincenzo Rinaldi detto 'o guappetiello.
  • faida tra gli Altamura e i Formicola: conflitto violentissmo durato anni svoltosi nel territorio di San Giovanni a Teduccio. Più che per motivi di predominio criminale, la faida è stata combattutta per rancori di tipo familiare. La guerra decapitò entrambe le famiglie, compresi i due boss (Luigi Altamura e Bernardo Formicola), e si fece sempre più feroce.

  • faida tra i Cuccaro e i Formicola: guerra a cui sono riconducibili diversi episodi di sangue. Alla base dei sanguinosi contrasti c’è l’agguato mortale contro Salvatore Cuccaro, potente numero uno della cosca familiare di Barra nonostante avesse soltanto 31 anni, avvenuto il 3 novembre del 1996.
  • prima faida di Forcella: detta anche "faida tra la Forcella di sopra e la Forcella di sotto", fu uno scontro interno al clan Giuliano che ebbe luogo a metà anni novanta; da una parte i figli di Pio Vittorio Giuliano, dall'altra i figli di Giuseppe Giuliano, Ciro Giuliano e Luigi Giuliano "'a zecchetella" (cugino omonimo di "'o rre"). Ci andò di mezzo, tra gli altri, anche il patriarca Giuseppe, detto zì Peppe, 63 anni, ammazzato nel corso di un clamoroso agguato a Forcella il 9 luglio del 1998.
  • prima faida della Sanità: fu combattuta negli anni 1997 e 1998 tra il clan Misso e i clan, alleati tra loro, Tolomelli e Vastarella. Dopo numerosi omicidi, tra cui quello del boss Luigi Vastarella, vi fu l'atto finale con l’autobomba, una Fiat Uno imbottita di tritolo, scoppiata in via Cristallini che doveva uccidere i boss dei Misso Giulio Pirozzi e Salvatore Savarese e che invece portò ad undici feriti innocenti.
  • faida tra i Sarno e i De Luca Bossa: questa faida può essere considerata come una sorta di "spin-off" della faida tra i Misso e l'alleanza di Secondigliano, essendo i primi alleati dei Sarno e i secondi inglobati nell'Alleanza. Dopo numerosi omicidi, la faida culminò con l'autobomba di Ponticelli del 1998, in cui morì Luigi Amitrano, nipote del boss Vincenzo Sarno (vittima predesignata dell'agguato) nonché suo autista.
  • terza faida dei Quartieri Spagnoli: fu la guerra combattuta, a fine anni novanta ed inizio anni deuemila, tra il clan Di Biasi, rimasto il clan dominante ai Quartieri dopo la dipartita interna dei Mariano, e i Russo, figli del boss Domenico Russo, detto Mimì dei cani. Numerosi omicidi tra cui quelli dei due patriarca, Francesco Di Biasi, padre dei faiano, e lo stesso Domenico Russo.
  • seconda faida di Forcella: scoppiò in seguito all'avvento dei Mazzarella a Forcella (dopo il matrimonio tra Michele Mazzarella, figlio del boss Vincenzo, e Marianna Giuliano, figlia del boss Luigi); alcuni componenti dei Giuliano (tra cui Ciro Giuliano 'o barone) non accettarono di buon grado l'entrata in scena dei Mazzarella. Inevitabile la spaccatura all’interno dell’organizzazione e soprattutto all’interno della famiglia; Michele Mazzarella si alleò con due personaggi di buon livello della Camorra: Massimiliano Ferraiuolo e Salvatore Fattore. Dall’altra si organizzarono, per combattere il clan Mazzarella, i giovanissimi Fabio Riso e Diego Vastarella, generi di Celeste Giuliano, sorella dei boss storici. Questo portò ad alcuni omicidi, tra cui quello dello stesso Ciro Giuliano e di Annalisa Durante, vittima quattordicenne innocente morta in un agguato con obiettivo Salvatore Giuliano junior, delfino di Ciro Giuliano.
  • terza faida interna ai Casalesi: combattuta dal 2003 al 2007 tra le famiglie Tavoletta-Ucciero e Schiavone-Bidognetti. Vide la "strage di San Michele", del 28 settembre 2003, con due innocenti ammazzati per errore.
  • faida di Chiaiano: conflitto svoltosi nel corso del 2003 e 2004 a Chiaiano tra il clan Stabile e il clan Lo Russo, in precedenza alleati sotto la bandiera dell'Alleanza di Secondigliano. Tra gli agguati mortali, si ricorda quello avvenuto sulla Tangenziale di Napoli il 1 giugno del 2004, quando vennero ammazzati Giuseppe D'Amico e Salvatore Manzo, con il primo che si trovava su un'ambulanza perché ferito a causa di un precedente agguato, ed il secondo, guardiaspalle, che lo seguiva in auto.
  • seconda faida di Castellammare: combattuta tra il clan D'Alessandro, predominante a Castellammare di Stabia, e il clan Omobono-Scarpa, guidato da Michele Omobono "'o marsigliese" e Massimo Scarpa "'o napulitano" nel 2003, 2004 e 2005.
  • faida di Scampia: guerra svoltasi negli anni 2004, 2005 e parte del 2006 che portò a quasi un centinaio di morti ammazzati; il conflitto si scatenò quando vari gruppi scissionisti del clan Di Lauro decisero di staccarsi dalla casa madre dopo che i figli del boss Paolo Di Lauro avevano deciso di sostituire alcuni boss nei principali ruoli chiave con gente a loro fidata. Questa guerra stravolse gli equilibri criminali a nord di Napoli e portò alla nascita di altri gruppi criminali indipendenti tutti federati nel cosiddetto cartello degli "scissionisti di Secondigliano".
  • faida tra gli Aprea e i Celeste-Guarino: combattuta nella zona di Barra tra il clan Aprea e la fazione scissionista guidata dai boss Ciro Celeste e Raffaele Guarino negli anni 2005 e 2006.
  • seconda faida della Sanità: combattuta dal 2005 al 2007 tra il clan Misso e la fazione scissionista dei Torino, appoggiati dai Lo Russo di Miano. Più di venti omicidi in due anni, stravolse completamente gli equilibri della camorra nella zona della Sanità, di Materdei, dei Tribunali. Questa faida portò alla dissoluzione di entrambi i gruppi, dopo i pentimenti dei boss Emiliano Zapata Misso, Giuseppe Misso junior e Michelangelo Mazza per i Misso, e di Salvatore Torino e altri elementi di spicco per la fazione opposta.

Stragi [modifica]

  • Strage di Torre Annunziata: avvenuta a Torre Annunziata presso il circolo dei pescatori il 26 agosto 1984. Da un autobus precedentemente rubato scendono una dozzina di killer che iniziano a fare fuoco per circa 2 minuti contro il circolo dei pescatori, sede di incontri tra affiliati del clan Gionta. Otto morti, sette feriti.
  • Strage di Pescopagano: avvenuta a Pescopagano, frazione di Mondragone, il 24 aprile 1990; 5 vittime: tre tanzaniani, un iraniano e un italiano ucciso per errore, e sette feriti, tra cui il gestore del bar e suo figlio quattordicenne, rimasto paralizzato perché colpito ad una vertebra
  • Strage di Acerra: avvenuta ad Acerra il primo maggio 1992 in ambito della faida tra i Di Paolo-Carfora e i Crimaldi-Tortora. Per vendicare l'uccisione del fratello del boss Di Paolo un gruppo di sicari stermina una intera famiglia compreso un innocente di quindici anni.
  • Strage di Castelvolturno: il 18 settembre 2008 vengono uccisi in un agguato sei extracomunitari. L'agguato seguì di pochi minuti l'omicidio di Antonio Celiento, evidentemente collegato. Conosciuta anche come la "strage di San Gennaro".

Arresti e blitz [modifica]

Coop e Camorra: le accuse di Berlusconi [modifica]

Nel febbraio del 2006 ebbero notevole risalto le accuse dell'allora presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, fatte ad una parte della magistratura napoletana. Questa fu accusata di aver "favorito la prescrizione ad un processo su una coop rossa", in particolare riguardo ai processi Katana 1 e Katana 2, nei quali i dirigenti accusati furono assolti, tranne che per un unico capo di imputazione prescritto.

Le inchieste furono avviate dopo le dichiarazioni dei pentiti Carmine Alfieri e Pasquale Galasso e riguardavano presunti accordi tra clan e coop per gli appalti relativi a grandi opere finanziate con i fondi della ricostruzione del dopo terremoto del 1980. Nel 1995, infatti, furono eseguite, su richieste dei magistrati della DIA di Napoli, decine di ordinanze di custodia cautelare, anche nei confronti di dirigenti nazionali delle cosiddette coop rosse. Dopo le accuse e le polemiche, l'allora ministro della Giustizia, Roberto Castelli, mandò gli ispettori nella sede della Giustizia napoletana al Centro Direzionale. Il caso, però, era quello che riguardava l'ex pm Luigi Bobbio accusato di aver favorito presunte omissioni nella conduzione delle indagini sul clan Di Lauro e sui clan dell'Alleanza di Secondigliano.

L'ASL sciolta [modifica]

Le giunte comunali non sono le uniche istituzioni ad aver subito l'onta dello scioglimento per infiltrazioni camorristiche. Nell'ottobre del 2005, infatti, fu sciolta l'ASL Napoli 4 che comprendeva 35 comuni suddivisi in 11 distretti sanitari per i comuni di Poggiomarino, Casalnuovo di Napoli, Nola, Marigliano, Roccarainola, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Palma Campania, Volla, Acerra e Pomigliano d'Arco, per un bacino di utenti di circa 600mila abitanti.

La Camorra e le altre mafie [modifica]

Camorra e Cosa Nostra [modifica]

La Camorra ha intrattenuto vari rapporti con Cosa Nostra. Elementi di spicco della mafia siciliana (come Salvatore Riina e Leoluca Bagarella) si sono trovati a contatto con famiglie camorristiche come i Nuvoletta e facenti parte della Nuova Famiglia.

Camorra e 'Ndrangheta [modifica]

Nel corso del '900 vi sono stati vari intrecci di favori e di cooperazione tra camorristi e ndranghetisti. Negli anni settanta in occasione della prima guerra di 'Ndrangheta il boss reggino Paolo De Stefano chiede e ottiene da Raffaele Cutolo capo della Nuova Camorra Organizzata l'omicidio di Don Mico Tripodo, altro boss reggino in carcere a Napoli. Tra famiglie delle due organizzazioni vi furono anche doppie affiliazioni come quella del camorrista Antonio Schettini affiliato al clan di Giuseppe Flachi o di Franco Coco Trovato affiliato alla famiglia di Carmine Alfieri[27]. Roberto, figlio di Raffaele fu ammazzato a Tradate in Lombardia dalla 'Ndrangheta per una vendetta trasversale il 24 dicembre 1990. In cambio per la mafia calabrese i Fabbrocino e gli Ascione avrebbero ucciso Salvatore Batti, un camorrista fuggito a Napoli.

Camorra e Sacra Corona Unita [modifica]

In Puglia è soprattutto la Nuova Camorra Organizzata che inizia ad operare illecitamente prima delle altre organizzazioni criminali. Nel 1981 Raffaele Cutolo, affidò a Pino Iannelli e Alessandro Fusco il compito di fondare in Puglia un'organizzazione diretta emanazione della Nuova camorra organizzata che prese il nome di Nuova camorra pugliese o NCOP (NUova Camorra Organizzata Pugliese).

Questa associazione prese piede soprattutto nel foggiano a causa della vicinanza territoriale e dei contatti preesistenti tra esponenti della malavita locale e i camorristi campani. Tuttavia questa iniziativa venne vista con sospetto dai malavitosi di altre zone della Puglia. Come risposta al tentativo di Cutolo di espandersi in Puglia, si tentò di dar vita ad un'associazione malavitosa di stampo mafioso formata da esponenti locali. Con la sconfitta dei cutoliani in Campania, scomparvero anche in Puglia. e l'organizzazione dominante divenne quella della Sacra Corona Unita fondata dagli 'ndranghetisti.

Camorra e Triadi cinesi [modifica]

Alcuni gruppi napoletani, tra cui i Giuliano di Forcella, hanno intrecciato relazioni di affari con gruppi cinesi soprattutto nel settore della contraffazione di marchi italiani. I gruppi napoletani hanno imposto il prezzo finale dei prodotti e in cambio hanno fornito i servizi per aggirare i controlli. I cinesi inoltre hanno fatto entrare nelle loro società diversi boss napoletani”.

Camorra azzerata? Diciamo ridimensionata, ma sempre viva e vegeta. Lo dimostrano il numero dei reati e delitti consumati con cadenza quotidiana; delle operazioni della DDA e della così detta magistratura ordinaria. E naturalmente la mole dei processi a decine di migliaia su base annuale. Delinquere non conviene, scrive il saggista Nicola Gratteri, ma ciò non scoraggia i camorristi. I capibastone, padrini e mammasantissima, son tutti in galera od al cimitero. Nella migliore delle ipotesi, agli arresti domiciliari od ai servizi sociali. Gli altri, oscillano fra il Tribunale e l’ospedale.

E cronache, radio, televisione, giornali, network, siti on line, agenzie di stampa e convegnistica, ma anche le conferenze stampa, hanno sempre fornito in tempo reale, notizie, articoli, servizi sui “cambiamenti climatici” all’interno della Camorra; passata dagli Alfredo Maisto, Antonio Spavone ‘O Malommo e Pasquale Simonetta inteso Pascalone ‘e Nola, ai Raffaele Cutolo, Antonio Bardellino, i fratelli Nuvoletta, Michele Zazà inteso ‘O Pazzo, ai Giuliano ‘O Re, ai Contini, Mallardo, Licciardi, Sarno, Lo Russo, Pagano, dopo intrufolamento di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Vincenzo Spadaro, Gaetano Riina e Salvatore Bagarella e la doppia affiliazione Cosa Nostra-Camorra; e più tardi, negli Anni Settanta, ai tempi della trimurti mafiosa, - Zi’ Mico Tripodi, Zi’ ‘Ntoni Macrì e Zi’ Mommo Piromalli-, dei fratelli De Stefano, don Ciccio Canale, inteso ‘U Gnuri, Pasquale Condello, Nino Imerti inteso Nano Feroce, fratelli Mammoliti, fratelli Pesce, fratelli Bellocco ecc. a ‘ndrangheta-Camorra) e ‘Ndrangheta, per una joint venture a tre, che dura tutt’oggi; a scorrere le cronache giornalistiche, ma anche quelle giudiziarie. Sino ai Salvatore Zazà, ai Carmine Alfieri, ai Vincenzo Mazzarella, ai Valentino Gionta; al cartello camorristico detto Alleanza di Secondigliano, composto dalle famiglie Licciardi, Contini, Prestieri, Bocchetti, Bosti, Mallardo, Lo Russo, Stabile e con gli stessi Di Lauro quali garanti esterni (molto spesso, infatti, gli uomini di "Ciruzzo 'o milionario", si sono interposti tra le liti sorte fra le varie famiglie del cartello, evitando possibili guerre). Ai clan Mariano (detti i "picuozzi") e Di Biasi (detti i "faiano"), e tra lo stesso clan Mariano e un gruppo interno di scissionisti capeggiato dai boss Salvatore Cardillo (detto "Beckenbauer") e Antonio Ranieri (detto "Polifemo", poi ammazzato), la situazione sembra essere tornata in un clima di relativa normalità, grazie anche al fatto che molti boss storici di quei vicoli sono stati arrestati o ammazzati.

Un capitola a parte spetta al Clan dei Casalesi, che alcuni storici considerano l’altra faccia della Camorra ed altri le due facce della stessa medaglia.

Clan dei Casalesi

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Clan dei Casalesi

Nomi alternativi       Cosa Nostra Campana

Area di origine   Casal di Principe, Caserta, Italia

Aree di influenza      Campania (soprattutto provincia di Caserta) e altre zone d'Italia come Lazio meridionale, Emilia-Romagna, Toscana e Lombardia[1], mentre all'estero sono attivi in Spagna, Romania, Germania, Stati Uniti d'America.

Periodo        Anni 1970 - in attività

Boss      Antonio Bardellino, Mario Iovine, Carmine Schiavone, Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti, Vincenzo De Falco, Michele Zagaria

Alleati   De Luca

Rivali    Nuova Camorra Organizzata, clan Nuvoletta

Attività        Racket, traffico di droga, omicidio, estorsione, corruzione, riciclaggio di denaro, gestione dell'edilizia, contraffazione, usura, rapina, contrabbando, gioco d'azzardo, ricettazione, frode, gestione dei rifiuti (anche illecita), prostituzione, cospirazione, omicidio su commissione, traffico d'armi e ricatto

Il clan dei casalesi è un'organizzazione criminale camorristica italiana, originaria della provincia di Caserta che prende il nome

dalla sua città d'origine, Casal di Principe e formatasi nella seconda metà del XX secolo.

Si connota all'interno della camorra come un cartello criminale che mostra di avere tratti tipici paragonabili alla 'ndrangheta o a cosa nostra. Oltre che nella provincia di Caserta, il clan risulta attivo in Italia, in particolare nel Lazio meridionale, Puglia e Lombardia, nonché in altri paesi del mondo, come la Spagna, dove gestisce un canale di distribuzione della cocaina proveniente dal sud America, Germania, Romania e infine negli Stati Uniti d'America.

Tra le varie organizzazioni-costola i più famosi sono il clan Belforte - attivo tra Marcianise e Maddaloni. Il clan dagli anni '80 è considerato una delle organizzazioni criminali più importanti e influenti d'Europa. Secondo le testimonianze di Carmine Schiavone il clan sarebbe composto da circa 150 - 160 capizona e un totale di 8000 - 9000 membri.

Storia-La camorra agraria nei Mazzoni

Nell'agro aversano era storicamente presente la camorra legata al controllo del mondo agricolo della zona dei mazzoni, ossia la parte della provincia di Caserta tra i bacini del Volturno e dei Regi Lagni. Nata nell'imposizione della sorveglianza alle aziende agricole ("guardianìa"), delle mediazioni nelle transazioni agricole e delle estorsioni sui mercati agricoli, si era gradualmente interessata all'attività edilizia.

I suoi storici esponenti erano:

    La famiglia Pagano, con il capostipite Antonio, detto "Tatonno", di San Cipriano d'Aversa, guardiano terriero e mediatore, a cavallo della seconda guerra mondiale, viene ricordato come guappo, ossia come mediatore di contrasti nei paesi della zona e nelle campagne. Suo figlio Ernesto Dante Pagano, detto "Dantuccio", legatosi a Cutolo, fu ucciso nel 1979 da Antonio Bardellino. Il figlio di Dantuccio, Antonio, fu assassinato nel 1989 insieme ad altri tre affiliati;

    Giuseppe Pedana (1918 - 1979), detto "Peppe Braciola", di Villa Literno, morto cadendo dal balcone durante un tentativo di cattura. Si era fatto spazio nel 1947 uccidendo il suo rivale Paolo di Bello; si era reso responsabile anche dell'uccisione di un carabiniere nel 1963. Conobbe in carcere Raffaele Cutolo, a cui si legò. Era attivo nel controllo del mercato agricolo;

    La famiglia di Vittorio Simeone (1930 - 1982), detto " Vittorio Baffone" per i suoi baffi lunghi e la capigliatura folta o "'O Cummannante", da Casal di Principe, guardiano e mediatore di terreni, ucciso a San Cipriano d'Aversa, dove viveva, il 17 febbraio 1982 col figlio Pietro, di 15 anni. Vittorio Simeone nel 1966 fu sospettato di avere contatti con la mafia siciliana, ma successivamente in carcere si era legato a Raffaele Cutolo. La famiglia viene definitivamente estromessa dal controllo del mercato agricolo il 24 marzo 1982 con la strage del Ponte Annecchino, in cui quattro componenti, tra cui il figlio Ottavio e due nipoti, furono ammazzati con una mitragliatrice nei pressi di un ponte sui Regi Lagni in Casal di Principe. In tutto sette componenti della famiglia furono uccisi nello stesso periodo.

 

 

Questi clan familiari negli anni '70 si erano legali alla Nuova Camorra Organizzata fondata nel 1970 da Raffaele Cutolo, che era riuscito a federare anche altri clan minori dell'Agro aversano.

La lotta tra i vecchi clan e il ruolo di Bardellino

Lo stesso argomento in dettaglio: Alberto Beneduce (criminale) e Antonio Bardellino.

L'attività dei vecchi clan entrò in contrasto col gruppo emergente capeggiato da Antonio Bardellino e Mario Iovine. La loro attività ha inizio alla metà degli anni settanta del XX secolo. Antonio Bardellino, di San Cipriano d'Aversa, nel 1974 faceva ancora il carrozziere, per poi dedicarsi alle rapine, in particolare a quelle dei TIR e ai furti sui treni merci. Entrato in contatto con il clan Nuvoletta di Marano di Napoli, di cui costituisce nel 1977 il braccio armato, venne affiliato a Cosa Nostra dal mafioso siciliano Rosario Riccobono presso la masseria dei fratelli Lorenzo e Ciro Nuvoletta a Marano di Napoli; Carmine Schiavone dichiarò:

« [...] Benché in quell'epoca Lorenzo Nuvoletta era rappresentante regionale di Cosa Nostra, Bardellino era stato autorizzato da detta organizzazione ad affiliare nuovi adepti, con la facoltà di non poter comunicare i nomi al Nuvoletta. Delle nuove affiliazioni doveva, comunque, informare Saro Riccobono.»

Già a partire dalla fine degli anni settanta, Bardellino intuì che il futuro dei traffici illegali sarebbe stato rappresentato dalla cocaina, capace di alimentare a lungo termine un affare molto più redditizio rispetto a quello dell'eroina. Per questo motivo, il capoclan, organizzando un'attività di import-export di farina di pesce, imbastì un'imponente traffico di cocaina che, partendo dall'America latina, arrivava nell'agro aversano passando attraverso Alberto Beneduce, uno dei vertici indiscussi del clan e fraterno amico di Michele Zagaria. Cionondimeno, il clan Bardellino contrabbandò anche l'eroina, le cui spedizioni dirette alla Famiglia Gambino erano nascoste all'interno dei filtri di caffè espresso. I collaboratori di giustizia hanno riferito che quando una di queste spedizioni venne intercettata dalle autorità antidroga, Bardellino telefonò a John Gotti affermando che il business non si sarebbe di certo fermato e che avrebbe mandato una quantità di stupefacente pari al doppio di quella sequestrata.

 

Bardellino ottenne un potere enorme, dal casertano fino al basso Lazio, che molto frequentemente era gestito da suo nipote, il giovane Paride Salzillo. Bardellino spesso si allontanava dal territorio, si recava in Brasile e a Santo Domingo. Lo strapotere del boss infastidiva gli altri capi-clan che decisero di eliminarlo utilizzando un subdolo stratagemma: spinsero Bardellino a ordinare l'uccisione di Domenico Iovine, dopodiché indussero il fratello di Domenico, Mario, ad uccidere per vendetta Bardellino stesso.

L'espansione di Bardellino nel basso Lazio

La zona sud della provincia di Latina anticamente era parte integrante della Terra di Lavoro, quindi per le comuni origini e affinità culturali città come Fondi, Formia, Gaeta, Minturno, Castelforte e Santi Cosma e Damiano sono stati luoghi ad insediamento camorristico delle organizzazioni provenienti dalla provincia di Caserta. Ciò è in particolar modo avvenuto tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 per svariati motivi tra i quali la bellezza delle località turistiche, che suggeriva ai boss il luogo dove trascorrere le vacanze; trasferirvi i propri familiari lontano dai paesi d'origine soprattutto nei periodi "caldi"; le misure restrittive, come il soggiorno obbligato, applicate nei confronti di affiliati ai clan, non solo campani hanno agevolato l'infiltrazione.

L'integrazione di questi diversi fattori ha portato alla constatazione che nel territorio a sud dell'Agro Pontino in quel periodo erano presenti ed operavano le figure criminali di:

    Antonio Bardellino ed Ernesto Bardellino, membri della famiglia a capo del clan che sarà egemonizzato dai "casalesi" alla fine degli anni '80.

    Alberto Beneduce e Benito Beneduce, entrambi capo-zona di Baia Domizia e nel sud Pontino, affiliati storici prima dei Bardellino e poi dei Casalesi, con attività prevalentemente nelle città di Minturno, Formia e Gaeta.

    Aldo Ferrucci, originario di Sessa Aurunca, insospettabile imprenditore attualmente collaboratore di giustizia, che fungeva da prestanome di Bardellino.

    Franco Sorvillo, originario di Mondragone, con svariati interessi nell'edilizia e nel commercio a Minturno, Formia e Gaeta.

    Gennaro De Angelis, originario di Casal di Principe, organico del clan Bardellino e poi dei Casalesi, capo - regime di Cassino

L'ex stabilimento della discoteca Seven Up a Formia.

Tanta rappresentanza mafiosa era favorita dalla compiacenza della politica locale sulla quale ancora oggi grava più di un sospetto in considerazione dei lavori della Commissione d'Accesso a Fondi e sulla richiesta di scioglimento del suo consiglio comunale avanzata dal Prefetto di Latina. Antonio Bardellino limitò la sua attività a sporadiche apparizioni in quanto era già all'epoca latitante, inseguito da diversi ordini di cattura per estorsione, omicidio e strage. In un summit a Formia Bardellino, alla presenza di Pasquale Galasso, Giacomo Cavalcanti ed Enzo Moccia, stabilì l'attacco alla masseria dei Nuvoletta a Poggio Vallesana. Il fratello Ernesto rappresentava il braccio operativo che sul territorio concretizzava il rinvestimento dei capitali di provenienza illecita. Infatti, nel 1979 a Formia veniva registrata la Immobiliare Tirreno Sud, di cui erano soci lo stesso Ernesto Bardellino, i fratelli Alberto e Benito Beneduce e Giuseppe Natale. Questa azienda realizzò nella zona di Vindicio, in Via Unità d'Italia, una maxi lottizzazione (come ad esempio nel caso della costruzione dell'hotel SOLEMAR). Altro settore per il riciclaggio di denaro di provenienza illecita era quello dei locali notturni, e ciò fu accertato già nel 1982 nell'ambito del procedimento penale riguardante il fallimento della società Maurice, proprietaria della discoteca Seven Up, titolare della quale risultava Aldo Ferrucci.

Quest'ultimo aveva ottenuto dalla Banca Popolare del Golfo prestiti consistenti, senza però fornire alcuna garanzia: la facilità con cui Ferrucci ottenne liquidità spostò l'attenzione degli inquirenti sui massimi vertici dell'istituto di credito locale che, al termine degli accertamenti investigativi giudiziari, risultò pesantemente infiltrato dalla criminalità organizzata. In sostanza, la banca andò in rovina in quanto aveva "prestato", tra il 1980 e il 1981, 5 miliardi di vecchie lire alla Maurice che, essendo una società espressione dell'economia camorrista, fallì. Lo stabile della discoteca, tra le più famose all'epoca in Italia, finì sotto sequestro nel 1985 nell'ambito dell'inchiesta della Magistratura napoletana sui beni riconducibili ad Antonio Bardellino.

Un anno prima il suo direttore, sempre Aldo Ferrucci, venne arrestato dalla criminalpol di Napoli con l'accusa di far parte del clan Bardellino. Prima dell'altro arresto scaturito da un'inchiesta sul clan Moccia, al quale Ferrucci era anche legato, il locale nel 1986 rimase semidistrutto da un'esplosione (provocata dalla combustione di fuochi artificiali) seguita da un incendio che ne compromise seriamente la struttura; due ragazzi morirono carbonizzati, oltre quaranta i feriti sui cento ragazzi presenti quella sera. L'incidente comportò la fine della discoteca Seven Up, che non riaprì mai più. Le indagini, i sequestri e gli arresti susseguitisi negli anni dimostrarono il legame tra la discoteca e la malavita.

L'omicidio Bardellino e l'ascesa degli Schiavone

Tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta, il clan vive una grave crisi, scaturita dall'omicidio di Alberto Beneduce, operato dai clan satellite La Torre ed Esposito, a cui seguono gli omicidi di Vincenzo De Falco e di Mario Iovine, elementi di spicco del gruppo. Secondo i collaboratori di giustizia, Mario Iovine si recò a casa di Bardellino in Brasile e qui lo uccise con un martello. La circostanza, tuttavia, non è mai stata acclarata poiché il corpo di Bardellino non venne mai ritrovato.[senza fonte] Con l'omicidio di Antonio Bardellino nel 1988 si determina un vortice di vendette e numerosissimi morti a Casal di Principe, tanto che il comune italiano, in quegli anni, ottenne il sinistro primato di area urbana col più alto tasso di omicidi d'Europa

Non scampò alla morte neanche il nipote di Bardellino, Paride Salzillo, colui che gestiva sul territorio, per conto dello zio, gli affari malavitosi. Ricevuta la telefonata dal Brasile dell'avvenuta morte del capo, Francesco Schiavone invitò Salzillo a un incontro con tutti i maggiori elementi di spicco dell'organizzazione. Questi ultimi, non appena il giovane si presentò, disarmarono il ragazzo, lo informarono della morte dello zio e gli preannunciarono la morte:; Salzillo venne fatto sedere e fu strangolato con una corda di plastica. Anche il suo cadavere non venne mai ritrovato, probabilmente fu gettato in un canale poi cementificato. L'omicidio Diana e il processo Spartacus

 Lo stesso argomento in dettaglio: Giuseppe Diana e Processo Spartacus.

All'inizio degli anni '90 dopo la morte di Alberto Beneduce suo omicidio dà vita ad una sanguinosa lotta interna proprio tra De Falco e le fazione degli Schiavone e Bidognetti, che si protrae sino alla metà degli anni novanta. La guerra intestina assegnerà il definitivo comando del clan a Schiavone e Bidognetti. Dopo la vittoria dei secondi, il potere e il comando del clan fu assunto Francesco Schiavone (detto Sandokan per la sua somiglianza con l'attore Kabir Bedi) e di Francesco Bidognetti (detto Cicciotto' e mezzanotte per la sua passione per i locali notturni); anche se il primo fu il principale boss. Subito dopo spiccavano le figure di Michele Zagaria e Antonio Iovine. In questi anni, precisamente nel 1994, i casalesi uccisero il sacerdote cattolico Giuseppe Diana, parroco di Casal di Principe, colpevole secondo l'organizzazione di aver criticato la camorra.

Il dominio di Schiavone e Bidognetti venne interrotto con una maxi-operazione denominata "Spartacus" nata dalla collaborazione di alcuni pentiti. L'operazione portò all'arresto di Bidognetti nel 1993 e di Schiavone nel 1998. Tali azioni permisero di intentare un processo - il processo Spartacus - di cui invero la stampa non si occupò molto. Iniziato nel 1998, le sentenze di primo grado arrivarono nel 2005, quelle di appello nel 2008 e il terzo ed ultimo grado (la Cassazione) il 15 gennaio 2010. Il colpo per il clan fu molto duro, vennero condannati all'ergastolo Schiavone, Bidognetti e molti altri importanti esponenti latitanti come Zagaria e Iovine.

Durante gli anni del processo il pentito Carmine Schiavone sembrò rivelare che ci sarebbe stato un piano del clan per uccidere lo scrittore Roberto Saviano entro il 25 dicembre del 2008. L'affermazione venne poi smentita dallo stesso Schiavone, che incontrò Saviano nella sede della Mondadori in via Sicilia a Roma. Secondo Schiavone quella informazione venne messa in giro dai Servizi Segreti con l'obiettivo di screditare il suo ruolo di collaboratore, visto che una volta scontata definitivamente la pena, avrebbe cominciato a rivelare le informazioni sulle coperture istituzionali dell'organizzazione, da lui verbalizzate ma coperte con degli omissis.

Gli anni 2000 e gli arresti dei boss

A partire dagli anni 2000 gli arresti, le condanne e il regime penitenziario del 41 bis hanno indebolito molto le figure di Schiavone e Bidognetti permettendo l'ascesa di due boss già condannati all'ergastolo ma latitanti: Michele Zagaria e Giuseppe Costa; il primo che controllava gli affari dei casalesi nel nord italia e nell'Europa dell'est, il secondo che si occupava delle coperture politiche a Roma. Il gruppo di Bidognetti venne stato quasi distrutto, soprattutto dopo l'arresto di Giuseppe Setola, allora reggente del gruppo e colpevole della strage di Castelvolturno dove vennero uccise sette persone a colpi di AK-47. Nello stesso periodo, venne colpito anche il clan La Torre grazie all'arresto, nel 2007 prima e nel 2008 poi del boss Augusto La Torre (il quale aveva progettato un attentato contro il magistrato italiano Raffaele Cantone) che consentì a Zagaria di acquisire egemonia nell'area.

Il clan di Schiavone fu stato indebolito dal l'ascesa di Giuseppe Costa al potere ma ancora attivo, lo dimostrano l'arresto di Nicola Schiavone (figlio maggiore di Francesco) avvenuto il 15 giugno 2010 visto come reggente del gruppo e mandante del triplice omicidio di Francesco Buonanno, Giovanni Battista Papa e Modestino Minutolo[31] seguito dall'arresto di Francesco Barbato o' sbirro considerato a sua volta reggente del clan dopo l'arresto di Nicola.

L'arresto di Antonio Iovine avvenuto il 17 novembre 2010, fino ad allora uno dei più importanti boss del clan, aveva reso Michele Zagaria l'unica figura di spicco del clan. Tuttavia il 7 dicembre 2011, durante una massiccia operazione della Polizia di Stato (a seguito dell'attività investigativa della III sezione della squadra mobile della questura di Napoli, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli) scattata all'alba, è stato anch'egli catturato: il boss, latitante da ben 16 anni, si nascondeva in un bunker sotterraneo di un appartamento del suo paese, Casapesenna, in via Mascagni. Il 10 marzo 2015 nell'"Operazione Spartacus Reset" vengono arrestati 40 appartenenti alla fazione Schiavone tra cui anche i figli di sandokan Nicola e Carmine Schiavone.

Dal 2011 la reggenza del Clan viene affidata alla famiglia Iavarazzo di Villa Literno, già imparentati con gli Schiavone.

Ambito ed aree di attività

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Ecomafia, Terra dei fuochi, Triangolo della morte Acerra-Nola-Marigliano e Traffico di rifiuti.

Le attività dell'organizzazione sono molto diversificate, ma il racket delle estorsioni è tuttavia molto rilevante per l'economia del clan, soprattutto nell'agro aversano. Secondo una stima della Direzione nazionale antimafia il fatturato risultante delle aziende controllate dal clan e dei traffici illeciti si aggirerebbe attorno ai 30 miliardi di euro. Inoltre dal 1985 al 2004 sarebbero stati compiuti dal clan 646 omicidi. L'attività dell'organizzazione risulta attiva anche sotto l'aspetto imprenditoriale, tanto che nel 2008 tentò addirittura di acquisire quote societarie della Società Sportiva Lazio, tramite l'ex calciatore Giorgio Chinaglia.

Durante la crisi dei rifiuti in Campania nel 2008 venne scoperto un grande traffico e smaltimento illegale di rifiuti da parte del clan. Il clan è inoltre attivo anche nel traffico di eroina e cocaina, essendo inoltre stato accertato i contatti di vari esponenti ad alcuno boss di cosa nostra americana della famiglia Gambino di New York, John Gotti, per la fornitura di di stupefacenti.

La diffusione nel mondo

Secondo lo scrittore Roberto Saviano (minacciato di morte dalla stessa organizzazione) i casalesi condurrebbero all'estero già dagli anni '90 attività illecite in Polonia, Ungheria, Bulgaria, Germania, Regno Unito, Romania, Santo Domingo, Venezuela e Kenya; in Spagna sono molto impegnati in investimenti su immobili, aziende agricole, alberghi, ville, negozi di lusso e traffico di droga. Sono inoltre da anni presenti nel traffico e nello smaltimento internazionale dei rifiuti tossici e nocivi delle industrie italiane e straniere.

A New York, sempre secondo ricostruzioni riconducibili allo stesso autore, sono implicati in attività illecite correlate alla ricostruzione del World Trade Center di New York dopo il 2001, in Svizzera ove riciclano capitale e nell'acquisto di banche, così come in Scozia, Cina e a Francoforte; puntano in borsa in Portogallo, Brasile, Francia, Ungheria.

Il contrasto

L'attività di contrasto al clan dei casalesi da parte delle polizia italiana e della magistratura italiana ha acquisito maggiore intensità progressivamente, soprattutto dopo la collaborazione di alcuni pentiti che portò al processo Spartacus nel 1998. Da allora vi sono stati molti sequestri di beni e arresti importanti ma la potenza del clan rimane ancora enorme a causa dei fortissimi legami con la politica (sia locale che nazionale), con l'imprenditoria, con l'industria e infine a causa della mancata collaborazione della popolazione.

Operazioni di polizia

    Il 30 settembre 2008 una maxi-operazione porta all'esecuzione di 127 ordini di custodia cautelare (un'ottantina per persone già detenute) e all'arresto di Giuseppina Nappa, moglie di Sandokan. Inoltre sono stati sequestrati beni per 100 milioni di euro. A Quarto, in un'altra operazione dei carabinieri, è stato posto agli arresti il gruppo di fuoco di Giuseppe Setola, formato da Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo e Giovanni Letizia, gruppo che da mesi stava seminando il terrore sul litorale Domizio. In oltre, nel corso del blitz, sono state sequestrate 7 pistole un fucile a pompa e 2 fucili Ak-47 e numerosi proiettili di vario calibro pettorine dei carabinieri palette lampeggianti 2 auto rubate e 2 moto di grossa cilindrata.

    L'11 ottobre 2008 vengono arrestate dalla DDA di Napoli 7 persone delle 10 ricercate legate al clan scissionista di Bidognetti e con a capo il latitante Giuseppe Setola sfuggito anche questa volta.

    Il 7 novembre 2008 vengono arrestati Davide Granato, 33 anni, e Giuseppe Alluce, il primo uno dei responsabili dell'omicidio del collaboratore di giustizia Stanislao Cantelli, l'altro braccio destro del boss latitante Setola.

    Il 21 novembre 2008 viene arrestato Gianluca Bidognetti, figlio di Francesco (detto Cicciotto 'e Mezzanotte), reo di aver partecipato il 31 maggio 2008 a un commando con l'intento di uccidere sua zia e sua cugina.

    Il 21 dicembre 2008 viene arrestato Metello Di Bona, 38 anni, stragista del clan dei casalesi.

    Il 12 gennaio 2009 fallisce il blitz contro Giuseppe Setola a Trentola-Ducenta. Setola riesce a fuggire attraverso le fogne. Viene invece arrestata e interrogata la moglie del superlatitante, Stefania Martinelli.

    Il 14 gennaio 2009 i Carabinieri riescono ad arrestare Giuseppe Setola a Mignano Monte Lungo e a porre fine alla sua latitanza.

    Il 30 marzo 2009 vengono arrestate 38 persone appartenenti ai Casalesi tra Napoli, Caserta, Milano, Ferrara e Reggio Emilia che gestivano un traffico di droga sul litorale campano da Mondragone (Caserta) fino a Lago Patria, frazione di Giugliano (Napoli).

    Il 6 aprile 2009 nell'operazione Medusa vengono arrestate a Modena 5 persone legate al clan dei casalesi che operavano nella zona da più di 20 anni e riconducibili al figlio di Francesco Schiavone. Altri 4 erano già stati arrestati il 9 marzo.

    Il 29 aprile 2009 nell'operazione Principe viene arrestato Michele Bidognetti, il fratello del capo-clan Francesco Bidognetti detto Cicciotto 'e mezzanotte. Sequestrati beni del valore di 5 milioni di euro.

    Il 3 maggio 2009 viene arrestato dagli agenti della Squadra Mobile di Caserta Raffaele Diana, boss dei casalesi, ricercato dal 2004 e inserito nell'elenco dei 30 super-latitanti.

    Il 18 maggio 2009 viene arrestato Franco Letizia dagli agenti della Squadra mobile di Caserta a San Cipriano d'Aversa. Letizia, al momento dell'arresto nella lista dei cento latitanti più pericolosi, era considerato il successore di Giuseppe Setola alla guida del clan Bidognetti, fazione del clan dei Casalesi. Insieme a lui sono stati arrestati anche Antonio Diana, proprietario dell'abitazione in cui si trovava Letizia, e Carlo Corvino, entrambi già noti alle forze dell'ordine.

    Il 15 luglio 2009, in un'operazione anti-camorra effettuata dalla Polizia di Stato, vengono arrestate 42 persone appartenenti al clan tra Caserta e Modena, città da tempo succursale del sodalizio criminale, attivo nella città emiliana con il racket delle estorsioni e il gioco d'azzardo. Nell'operazione vengono arrestate anche la moglie e la figlia di Raffaele Diana, capo-zona di Modena catturato il 3 maggio 2009.

    Il 13 agosto 2009 la squadra mobile di Casal di Principe fa irruzione durante un summit di camorra che porta all'arresto di 9 persone più il super latitante Maccariello Raffaele, condannato all'ergastolo per essersi reso responsabile di efferati omicidi.

    Il 18 marzo 2010 il gruppo di investigazione sulla criminalità organizzata del Nucleo di polizia tributaria di Bologna ha emesso 20 ordinanze di custodia cautelare per altrettanti affiliati del clan camorristico dei Casalesi dislocati tra Modena, Mantova, Napoli e Caserta. Confiscati valori mobili ed immobili illecitamente accumulati per un valore complessivo di almeno 6 milioni di euro.

    Il 30 marzo 2010 Carmine Zagaria e Nicola Zagaria, rispettivamente fratello e padre del boss latitante Michele Zagaria, sono stati arrestati nel corso di un'operazione che ha portato a 16 ordinanze di custodia cautelare e al sequestro di beni per circa 30 milioni di euro. Carmine è stato scarcerato il 22 aprile 2010, probabilmente per mancanza di gravi indizi di colpevolezza, mentre Nicola, riconosciuto colpevole di estorsioni è agli arresti domiciliari per la sua età. Carmine è stato successivamente riarrestato.

    Il 14 aprile 2010 viene catturato Nicola Panaro, numero 3 del clan dei casalesi, ricercato dal 2003, ed inserito nell'elenco dei 30 latitanti più pericolosi.

    Il 12 luglio 2010, su richiesta della DDA di Napoli, vengono arrestate 17 persone con l'accusa di estorsione, turbativa d'asta, associazione camorristica, e sequestrati beni per un miliardo di euro. Tra gli arrestati l'ex consigliere regionale dell'UDEUR Nicola Ferraro, accusato di essersi accordato col clan nella doppia veste di imprenditore nel settore dei rifiuti e di politico, allo scopo di ottenere vantaggi per l'affermazione delle proprie aziende e di ottenere voti, fornendo in cambio appoggio al clan insieme al fratello Luigi, per agevolare l'attribuzione di risorse pubbliche attraverso l'aggiudicazione di appalti ad imprese compiacenti, nonché per favorire il controllo da parte del clan dello strategico settore economico dello smaltimento dei rifiuti. Nella stessa operazione risultano indagati anche il superlatitante Antonio Iovine, Nicola Schiavone (figlio del boss Francesco "Sandokan" Schiavone) e il prefetto di Frosinone Paolino Maddaloni.

    Il 4 novembre 2010 vengono arrestati cinque esponenti dei casalesi appartenenti al gruppo di Francesco Schiavone accusati dell'omicidio di Raffaele Lubrano perpetrato nel novembre 2002. La causa dell'omicidio nasceva dalla volontà del clan Lubrano di rendersi autonomo dai casalesi.

    Il 17 novembre 2010 personale della Squadra Mobile della Questura di Napoli arresta a Casal di Principe il boss Antonio Iovine, detto "O' ninno", già condannato all'ergastolo nel 2008 e latitante da 14 anni.

    Il 23 novembre 2010 la DIA e il NIC arrestano due vigili di Casal di Principe (Mario De Falco, fratello del defunto boss Vincenzo e Stanislao Iaiunese) ed eseguono altri due provvedimenti di custodia cautelare nei confronti di Gianluca e Michele Bidognetti (già reclusi) per violazione del regime carcerario 41 bis.

    Il 25 novembre 2010 viene arrestato Nicola Della Corte con l'accusa di essere il killer di Giovanni Battista Papa, Modestino Minutolo e Francesco Buonanno, uccisi l'8 maggio 2009 su ordine di Nicola Schiavone.

    Il 20 dicembre 2010 viene arrestato Sigismondo Di Puorto (38 anni), latitante da nove mesi, considerato il reggente del clan Schiavone. Accusato di associazione mafiosa ed estorsione aggravata.

    Il 21 dicembre 2010 vengono arrestati otto presunti affiliati dei casalesi per tentate estorsioni nei confronti di imprenditori e commercianti.

    L'11 gennaio 2011 viene arrestato, con l'accusa di associazione mafiosa, Mario Iavarazzo, considerato il reggente del clan Schiavone e il gestore della cassa del clan. Il 13 gennaio 2011 Iavarazzo viene scarcerato dal GIP per insufficienza di elementi di prova.

    Il 29 marzo 2011 viene arrestato a Santa Maria Capua Vetere Carmine Morelli, l'ultimo degli accusati del triplice omicidio di Giovanni Battista Papa, Modestino Minutolo e Francesco Buonanno ad essere latitante. Insieme a Morelli sono state arrestate altre quattro persone per favoreggiamento.

    Il 14 aprile 2011 vengono arrestate nel corso di una maxioperazione in cinque regioni italiane (Veneto, Lombardia, Sardegna, Campania e Puglia) 29 persone riconducibili ai casalesi. Il gruppo aveva la propria sede principale in Veneto. Gli arrestati sono accusati di estorsione verso centinaia di ditte, usura aggravata, associazione mafiosa.

    Il 2 maggio 2011 viene arrestato a Casal di Principe Mario Caterino, condannato all'ergastolo nel processo Spartacus e latitante da 3 anni.

    Il 7 dicembre 2011 viene catturato a Casapesenna Michele Zagaria, capo della cosca e latitante da 16 anni.

    Il 27 gennaio 2012 vengono arrestate 6 persone in un'operazione eseguita dalla Squadra Mobile di Caserta e dalla Dia di Roma e coordinata dalla Dda di Napoli, tutte appartenenti sia al Clan dei Casalesi, nello specifico la fazione facente capo al gruppo Schiavone, sia a Cosa Nostra. L'operazione si basa su indagini riguardanti un'alleanza tra camorra e mafia per prendere il monopolio nel settore dei trasporti nel Mezzogiorno. Tra i destinatari delle misure cautelari vi sono Nicola Schiavone, figlio di Sandokan, e anche Gaetano Riina fratello del "Capo dei Capi" Totò.

    Il 10 febbraio 2012 viene arrestato il sindaco in carica del comune di Casapesenna, Fortunato Zagaria, omonimo ma non parente del boss della camorra. Accusato, secondo le indagini della Dda di Napoli, di concorso esterno in associazione camorristica, in particolare come uomo di fiducia di Michele Zagaria, di violenza privata nei confronti del precedente sindaco del Comune casertano, Giovanni Zara.

    Il 4 giugno 2012 viene arrestato a Prato Tancredi Marco Fazzi in un'operazione eseguita dalla squadra mobile di Prato chiamata "operazione Diamante"l'affiliato toscano accusato di usura ed estorsione ai danni di imprenditori e di agenti immobiliari tra cui G.M di Prato. Tancredi Marco Fazzi,promessa del calcio,giocava nella società calcistica dell'Empoli F.C e quella semi professionistica A.C. Calenzano asd. dove fu accusato per essere coinvolto in un appalto per la ristrutturazione del campo da allenamento.

    Il 2 agosto 2012 Il Dipartimento di stato americano, ha deciso di bloccare i beni e nel divieto a tutti gli americani di effettuare con loro transazioni, a cinque boss campani, fra i quali Antonio Iovine, Michele Zagaria, Mario Caterino (clan dei casalesi), Paolo Di Lauro (soprannominato Ciruzzo 'o milionario, uno dei protagonisti della prima faida di Scampia) e Giuseppe Dell'Aquila (noto come Peppe 'o ciuccio, tra i fondatori dell'Alleanza di Secondigliano).

    Il 2 agosto 2012 nella zona di influenza criminale del clan dei casalesi, alcuni commercianti ai quali viene estorta una tangente cominciano a denunciare. Viene arrestato Oreste Reccia, luogotenente del boss Salvatore Venosa.

    Il 6 ottobre 2012 viene arrestato il boss latitante dal 2010 Massimo Di Caterino luogotenente di Michele Zagaria.

    Nel novembre 2012 vengono arrestate, per estorsione aggravata dal metodo mafioso, nove persone del gruppo Zagaria. Tra loro anche tre fratelli e un nipote di Michele Zagaria. Uno dei tre fratelli arrestati è Antonio Zagaria, ritenuto il reggente della cosca dopo l’arresto del boss.

    Nel gennaio 2013 viene arrestato Carmine Schiavone, figlio di Francesco, per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo i carabinieri è stato lui a governare la famiglia dopo gli arresti dei fratelli Nicola, Ivanhoe ed Emanuele. Dei cinque figli di Francesco Schiavone resta libero soltanto Walter. Carmine Schiavone, il cui nome era stato scelto in omaggio al cugino del boss, poi pentito, non aveva precedenti penali.

    Il 28 febbraio 2013 vengono effettuati 23 arresti – tredici in Toscana e dieci in Campania – con accuse di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, detenzione e porto d'armi, danneggiamento seguito da incendio, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.

    Aprile 2013: operazione Titano, 24 arresti. Rilevati affari nella Repubblica di San Marino, Emilia Romagna e Marche.

    Il 27 giugno 2013 in tutta Italia vengono arrestate 57 persone ritenute affiliate al Clan dei Casalesi. Operazione "Rischiatutto". Asse Casalesi-Mafia-'Ndrangheta.

    Nel dicembre 2013 vengono arrestati per estorsione Cipriano Chianese, avvocato-imprenditore, e il suo collaboratore Carlo Verde.

    Operazione “Dirty Job”: nel giugno 2014 vengono arrestati 7 imprenditori impegnati nella ricostruzione dopo il terremoto dell'Aquila del 2009. Si rivolgevano alla camorra, in particolare al clan dei Casalesi, per farsi procurare le maestranze a basso prezzo. Gli imprenditori arrestati sono accusati, a vario titolo, di estorsione aggravata dal metodo mafioso, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

    Il 31 maggio del 2014 viene arrestato a Castel Volturno Luigi Autiero di Gricignano di Aversa boss del clan Autiero - fazione Schiavone; prima dell'arresto di Autiero sono stati arrestati in precedenza altri esponenti del clan sempre a Gricignano di Aversa.

In seguito anche il sindaco verrà arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa, oltre a quest'ultimo anche il sindaco di Orta di Atella Angelo Brancaccio e Sergio Orsi imprenditore di Casal di Principe.

    Il 10 marzo 2015, operazione "Spartacus Reset", in un blitz congiunto anche in altre province in tutta Italia, vengono arrestati 40 indagati, affiliati al clan. Tra questi vi sono anche Carmine e Nicola Schiavone, figli di "Sandokan".

Sequestri di beni

    L'8 aprile 2010 vengono sequestrati beni per oltre 700 milioni di euro, tra cui l'ex zuccherificio Ipam, e l'azienda agricola la Balzana (ex Cirio), appartenevano a Dante Passarelli, imprenditore organico al clan, deceduto in circostanze misteriose nel 2004. Gli inquirenti ipotizzano che il valore dei beni sequestrati ammonti a 2 miliardi di euro, quindi si tratterebbe del più grande sequestro di beni, nella lotta alle organizzazioni mafiose.

    Il 10 luglio 2010, viene sequestrata al clan la società Country Club, intestata ad un prestanome del boss dell'ala stragista del clan Giuseppe Setola, per un valore di 15 milioni di euro, nonché viene sottoposto a sequestrato preventivo il Lago D'Averno di cui non viene calcolato il valore economico essendo un luogo naturale, specchio d'acqua tra i più suggestivi del mondo, ricco di importanti siti storici, narrato da Virgilio, e Dante.

    Il 25 marzo 2010 vengono sequestrati beni tra Caserta e Modena per un valore complessivo di 50 milioni di euro agli Schiavone, gruppo affiliato dei Casalesi guidato da Francesco Schiavone.

    Il 14 luglio 2009 la Dia di Napoli sequestra al clan beni per oltre 50 milioni di euro, intestati a 30 prestanomi ricollegabili a 5 persone, per le quali vengono emessi dei provvedimenti restrittivi.

    Il 4 dicembre 2009, vengono sequestrati ad affiliati, e prestanomi, nelle province di Massa-Carrara, Parma e Cremona, beni per 20 milioni di euro.

    Il 24 gennaio 2010, la Polizia di Caserta sequestra beni per tre milioni di euro riconducibili a Vincenzo Ucciero, elemento di spicco dei casalesi nella zona di Villa Literno.

    Il 15 marzo 2011 la DIA sequestra nel basso Lazio beni per 100 milioni di euro.

    Il 6 aprile 2011 vengono sequestrati beni per 13 milioni di euro nel padovano. I beni erano legati ad un imprenditore casertano ma intestati ad un imprenditore veneto collegato ai casalesi e allo smaltimento dei rifiuti tossici. Tra i beni sequestrati anche una villa a Sperlonga.

    Il 7 febbraio 2012 vengono sequestrati beni per 4 milioni di euro a carico dei fratelli Roma, imprenditori implicati in affari riguardanti il traffico illegale di rifiuti, coadiuvati con il gruppo del clan facente capo alla famiglia Bidognetti.

    Il 10 luglio 2012 Maxi-sequestro da 1 Miliardo di euro tra aziende, immobili e ristoranti. Uno dei sequestri più ingenti contro le mafie italiane.

    Il 14 gennaio 2013 vengono confiscati beni per 90 milioni di euro nel Lazio e in Campania. Si tratta della più grossa confisca ai danni delle organizzazioni camorristiche nel Lazio.

    Il 21 gennaio 2013 avviene un sequestro di beni per due milioni di euro nei comuni del basso Lazio Fondi, Sperlonga, Formia, Sezze e Latina. Si tratta di società di trasporto, fabbricati, terreni, veicoli e rapporti finanziari. Prevenzione personale nei confronti di Giuseppe D'Alterio, Luigi D'Alterio, Melissa D'Alterio e Armando D'Alterio, nel 2010 arrestati a seguito dell'indagine Sud Pontino. Secondo l'accusa Giuseppe D'Alterio, detto O'Marocchino, pluripregiudicato, ha rappresentato per lungo tempo un punto di riferimento nel M.O.F. (Mercato Ortofrutticolo di Fondi) per il clan dei Casalesi.

    Aprile 2013: operazione Titano, sequestro di beni per due milioni di euro tra cui una Ferrari 612 Scaglietti e immobili in costruzione in provincia di Pesaro.

    Il 27 giugno 2013: operazione "Rischiatutto", sequestro di beni per 450 milioni di euro tra cui sale bingo, sale scommesse, auto di lusso, terreni, fabbricati e rapporti bancari.

Collaboratori di giustizia

Il clan dei casalesi conta tra boss e minori circa 50 collaboratori di giustizia, ne segue un elenco parziale:

 

    Carmine Schiavone (1993)

    Domenico Bidognetti (2008)

    Antonio Iovine (2014)

    Luigi Basile (1988)

    Attilio Pellegrino (2014)

    Raffaele Ferrara

    Franco Di Bona

    Dario De Simone

    Angela Barra (2003)

    Giuseppe Quadrano

    Emilio Di Caterino

    Cipriano D'Alessandro (2013)

    Luigi Diana

    Alfonso Diana

    Salvatore Venosa (2012)

    Massimo Amatrudi

    Luigi Tartarone (2012)

    Anna Carrino (2007)

    Mario Schiavone (2009)

    Salvatore Laiso (2009)

    Giuseppe Guerra

    Orlando Lucariello

    Roberto Vargas (2010)

    Raffaele Piccolo

    Paolo Di Grazia

    Oreste Spagnuolo (2009)

    Francesco Cantone

    Luigi D'Ambrosio

    Gaetano Vassallo (2008)

    Pasquale Vargas

    Giovanni Ferriero (1999)

    Maurizio Di Puorto

    Nicola Panaro (2015)

    Massimo Pannullo (2003)

Vittime

Nel corso della sua storia, il clan dei casalesi ha ucciso diverse persone, alcune delle quali molto note, talvolta con modalità estremamente violente. Tra gli episodi più famosi, ricordiamo

    Filomena Morlando muore a 25 anni in Giugliano in Campania il 17 dicembre 1980, utilizzata come scudo dall'allora nascente boss Francesco Bidognetti per salvarsi da un attentato

    Salvatore Nuvoletta, carabiniere, ucciso a Marano di Napoli il 2 luglio 1982 perché considerato uno dei responsabili della morte di un affiliato avvenuta durante uno scontro a fuoco (in realtà Nuvoletta non partecipò all'operazione).  Salvatore Squillace: morto il 10 giugno 1984 a Marano di Napoli, colpito da una pallottola vagante dopo che Bardellino e i suoi uomini avevano assaltato la masseria dei Nuvoletta

    Mario Diana: ucciso a Casapesenna il 26 giugno 1985, proprietario di una ditta di autotrasporti assassinato per dare "un esempio" a chi non si piegava alle volontà del clan

    Giuseppe Mascolo: assassinato a Baia Domizia il 20 settembre 1988 per non aver ceduto alle richieste estorsive imposte dal clan Beneduce, organico ai casalesi.

    Strage di Pescopagano: avvenuta il 24 aprile 1990 a Mondragone, si contarono 5 morti e 7 feriti

    Tobia Andreozzi ucciso il 30 agosto 1990 a Trentola Ducenta si trovava in compagnia del vero obiettivo dei sicari

    Salvatore Richiello: dodicenne ucciso insieme al padre Michele (anche lui non appartenente alla camorra) durante un agguato il 18 aprile 1991 a Castelvolturno

    Cristiano Festa: ventunenne ucciso l'8 luglio 1991 in Castel Volturno, cameriere, coinvolto nell'omicidio del boss Salvatore Bianco

    Angelo Riccardo: ventunenne ucciso il 21 luglio 1991 in San Cipriano d'Aversa da una pallottola vagante durante un attentato contro il boss Luigi Venosa

    Paolo Letizia rapinatore ventenne scomparso nel comune di Casapesenna nel 1989 (si è poi saputo che è stato assassinato da esponenti della famiglia Schiavone perché erroneamente ritenuto vicino alla famiglia Bardellino). Il suo corpo non è stato mai ritrovato.

    Antonio Di Bona ucciso il 6 agosto 1992 a Villa Literno ucciso insieme ad altre 2 persone in un'officina.

    Luigi Sapio e Egidio Campaniello 2 anziani di 88 e 67 anni uccisi per errore il 13 luglio 1992 durante un raid contro un altro camorrista

  Gennaro Falco: medico ucciso a Parete il 31 ottobre 1993, perché il boss Francesco Bidognetti lo riteneva responsabile della prematura morte della moglie

    Antonio Magliulo: ucciso nel 1994 perché corteggiava la parente di un boss. Fu sequestrato, portato su una spiaggia, legato ad una sedia e gli fu ficcata della sabbia in gola fino alla morte.

    Don Giuseppe Diana: ucciso nel 1994 a colpi di arma da fuoco per il suo impegno contro la camorra.

    Genovese Pagliuca: venticinquenne ucciso il 19 gennaio 1995 perché alla ricerca della sua ragazza, rapita da Angela Barra (amante del boss Francesco Bidognetti e capozona di Teverola) la quale si era invaghita di lei così tenendola prigioniera e vittima di stupri

    Francesco Salvo: cameriere, morì il 20 marzo 1999 all'interno del bar Tropical di Ischitella, bruciato vivo. Il gestore aveva rifiutato, di installare all'interno dell'esercizio alcuni video-poker commissionati dalla famiglia Cantiello, in quel periodo contrapposta ai Bidognetti.

    Luigi Putrella: guardiano di ville ucciso il 19 settembre 1999, ritenuto responsabile dell'arresto del latitante Giuseppe Dell'Aversana

    Antonio Petito ucciso l'8 febbraio 2002 perché aveva avuto una discussione con Gianluca Bidognetti (figlio di Francesco) per banali motivi di viabilità

    Federico Del Prete: sindacalista, ucciso nel 2002 perché si era ribellato alla logica delle estorsioni.

    Giuseppe Rovescio: falegname ucciso il 29 settembre 2003 in Villa Literno perché scambiato per un camorrista

    Umberto Bidognetti: zio di Francesco Bidognetti e padre del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti, ucciso all'alba del 2 maggio 2008 a Castelvolturno con dodici colpi di pistola.

    Domenico Noviello: ucciso con venti colpi di pistola il 16 maggio 2008; titolare di una scuola guida fu eliminato per aver denunciato nel 2001 3 esponenti dei casalesi.

    Raffaele Granata: imprenditore balneare ucciso a Marina di Varcaturo l' 11 luglio 2008 per ritorsione contro il figlio, sindaco di Calvizzano (o, come seconda ipotesi, perché prima aveva denunciato gli estorsori del clan e poi si era rifiutato di pagare il pizzo).

    Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi di 51 e 43 anni uccisi a Trentola Ducenta da Giuseppe Setola e la sua banda per ritorsione contro Ciardullo colpevole di aver denunciato per estorsione 10 anni prima Giuseppe Guerra.

    Strage di Castelvolturno: perpetrata il 18 settembre 2008, vennero uccisi 6 immigrati a Castelvolturno e Antonio Celiento, titolare di una sala giochi, a Baia Verde.

    Francesco Alighieri e Francesco Rossi agenti di polizia uccisi in un incidente stradale dopo l'inseguimento nel tentativo di cattura di Oreste Spagnuolo, allora latitante

    Lorenzo Riccio: ragioniere di una ditta di pompe funebri, ucciso il 2 ottobre 2008.

    Stanislao Cantelli: ucciso il 5 ottobre 2008, zio dei collaboratori di giustizia Luigi e Alfonso Diana”.

Il processo Spartacus, fonte Wikipedia,  è stato un processo penale svoltosi in Italia e durato dal 1998 al 2010, anno in cui è stata stata emessa la sentenza di terzo grado di giudizio, e condotto principalmente a carico di membri del clan camorristico del clan dei Casalesi, che vide oltre 115 persone processate, fra cui il boss Francesco Schiavone, soprannominato "Sandokan".

Storia

Il processo ha avuto origine da un'indagine avviata dalla DDA sin dal 1993, da un pool di magistrati composto da Lucio Di Pietro, Federico Cafiero De Raho, che ha sostenuto l'accusa durante il dibattimento, Franco Greco e Carlo Visconti. I magistrati hanno ricostruito le vicende del clan dei casalesi da quando era guidato dal boss Antonio Bardellino, scomparso misteriosamente in Brasile nel 1988.

Il processo si è aperto presso la Corte d'Assise del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, presieduta dal Catello Marano, in qualità di presidente della corte, il 1º luglio 1998.

Gli imputati

Gli imputati furono 31, tra questi Michele Zagaria e Antonio Iovine considerati ai vertici del clan dei Casalesi e nei cui confronti è stato chiesto l'ergastolo. Stessa richiesta per Francesco Bidognetti (soprannominato "Cicciotto ‘e mezzanotte") e Francesco Schiavone ("Sandokan"), entrambi detenuti e ritenuti i capi storici dell'organizzazione. Richiesta d'ergastolo anche per Walter Schiavone, Francesco Schiavone, cugino e omonimo di "Sandokan", Vincenzo Zagaria, tutti detenuti, e Raffaele Diana, recentemente arrestato.

Altri cinque imputati hanno già chiuso il processo con un "concordato" che, nei casi di ergastolo, ha comportato una condanna di trent'anni di reclusione.

Il primo grado

Il processo è terminato in primo grado il 15 settembre 2005, con sentenza (3187 pagine in 550 "faldoni", giudice estensore Raffaele Magi) depositata nel giugno dell'anno successivo.

Tra i dati di questo "maxiprocesso": l'escussione di 508 testimoni (25 dei quali collaboratori di giustizia), l'interrogatorio di Carmine Schiavone, cugino del capoclan, pentito dal 1993 (e grazie al quale la DDA avviò l'indagine), è durato 49 udienze, 50 udienze per la requisitoria del pubblico ministero, 108 udienze per le arringhe dei difensori. L'esito provvisorio di questa prima fase è stato di 95 condanne (di cui 21 ergastoli), 21 assoluzioni (assolti quasi tutti i politici coinvolti e i rappresentanti delle forze dell'ordine) mentre altri dieci imputati sono morti prima della conclusione del dibattimento.

Il processo di appello

Durante l'udienza del 13 marzo 2008, del processo d'appello, che si svolge nella prima sezione della Corte d'Assise di Appello di Napoli, nell'aula bunker "Ticino uno" di Poggioreale, presieduta dal presidente Raimondo Romeres, i boss imputati Francesco Bidognetti e Antonio Iovine (quest'ultimo ricercato dal 1995) hanno prodotto un documento che faceva riferimento anche alla possibilità di appellarsi alla parte della legge Cirami riguardante la "legittima suspicione". La formalizzazione e l'accoglimento dell'istanza avrebbe comportato l'attesa di una decisione della Corte di Cassazione (mentre il processo restava sospeso, in conformità alla medesima legge, nei termini della prescrizione e delle custodie cautelari). Ma il tutto si è sgonfiato in seguito alla rimessione del mandato da parte dell'avvocato dei due boss, Michele Santonastaso (lettore del documento in udienza), e delle riprovazioni e del disaccordo avanzati dagli altri avvocati facenti parti dello stesso collegio difensivo (avvocati Mauro Valentino, Raffaele Esposito, Massimo Biffa, Alfonso Baldascino e Carlo De Stavola), i quali hanno dichiarato la loro sorpresa riguardo al documento.

In tale udienza, tuttavia, rimangono rilevanti, al di fuori delle tecniche processuali, le giustificazioni a supporto di tale documento: in questo si dichiarava che l'autore del libro Gomorra (2006), Roberto Saviano (che vive lontano dalla sua città di residenza, Napoli, e sotto scorta dal 2006 per il pericolo di una vendetta dei Casalesi secondo indagini condotte dai Carabinieri), con la sua opera avrebbe "tentato di condizionare l'attività dei giudici", in particolare per avere rimproverato, nello stesso libro, agli organi di informazione di non aver dato un grande e giusto risalto al processo, alla sentenza e alle sue motivazioni (il riferimento è ancora al primo grado), mentre le inchieste giornalistiche di una cronista del quotidiano nazionale Il Mattino, Rosaria Capacchione, avrebbe favorito la Procura di Napoli. Il documento conteneva accuse anche al Pubblico ministero della DDA Raffaele Cantone, già dimessosi all'epoca dei fatti; secondo lo scritto quest'ultimo avrebbe influenzato, con la collaborazione dei pentiti, i giudici della Corte d'Assise. Le parole dei boss hanno suscitato grande clamore tra gli operatori dell'informazione e tra gli esponenti politici italiani, di tutti i partiti, in particolare di provenienza o attivi in Campania. I riferimenti personali sono stati considerati minacce gravi e non espressione di un genuino, ancorché capzioso, diritto di difesa. La voce più autorevole in questa direzione è stata quella del Presidente della Repubblica. Il Mattino del 15 marzo 2008 dà la notizia della telefonata giunta al giornale da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Sto partendo per l'estero ma prima voglio esprimere attraverso il Mattino la mia solidarietà a Roberto Saviano, al giudice Raffaele Cantone e alla vostra giornalista Rosaria Capacchione per le minacce che sono state rivolte loro in un'aula di tribunale dai boss della camorra». L'ultima udienza del processo d'appello si è svolta il 16 giugno 2008: il sostituto procuratore generale Francesco Iacone non ha svolto la replica prevista, limitandosi alla richiesta di accoglimento delle richieste di condanna, e Francesco Schiavone, in videoconferenza dal carcere de L'Aquila, ha chiesto e ottenuto la parola. Schiavone l'ha usata per stigmatizzare le riprese video e fotografiche dei vari organi di informazione autorizzati dalla Corte, affermando, tra l'altro, che egli non voleva essere ripreso da «Telekabul» e che non era una «fiera in gabbia». Nel medesimo giorno, la Camera di Consiglio ha cominciato l'iter per emettere la sentenza di secondo grado.

La sentenza del processo d'appello e le condanne

Il giorno 19 giugno 2008 è giunto il giudizio della sentenza d'appello. Vennero integralmente accolte le 16 richieste di ergastolo formulate dal p.m.: ribadita, dunque, la condanna al carcere a vita per Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti. Lo stesso vale per i latitanti Antonio Iovine e Michele Zagaria.[4] L'elenco degli altri condannati all'ergastolo in via definitiva annoverava: Giuseppe Caterino, Cipriano D'Alessandro, Enrico Martinelli, Sebastiano Panaro, Giuseppe Russo, Francesco Schiavone, Walter Schiavone, Luigi Venosa, Vincenzo Zagaria, Alfredo Zara, Raffaele Diana e Mario Caterino, tutt'ora latitante.

La presenza degli organi di informazione nell'aula del processo fu notevole. All'uscita dall'aula del dibattimento di Poggioreale, dove era stata emessa da poco la sentenza da parte del presidente Romeres, i magistrati dell'accusa sono stati applauditi dai numerosi presenti. Nell'aula, ad assistere alla lettura del giudizio d'appello, era presente anche Roberto Saviano, sotto scorta.

La sentenza della Corte di Cassazione

Il processo si è concluso il 15 gennaio 2010 con la sentenza della Cassazione, che ha colpito duramente i vertici dei casalesi. La sentenza ha "azzerato" i vertici dei casalesi: Francesco Schiavone, detto Sandokan, il capo indiscusso, il suo (ormai ex) braccio destro Francesco Bidognetti, soprannominato Cicciotto è mezzanotte, e i due boss latitanti che avrebbero acquisito in questi anni il ruolo di reggenti dell'organizzazione, ovvero Antonio Iovine e quel Michele Zagaria che si fece costruire la villa sul modello di quella di Scarface interpretato da Al Pacino.

Sono stati respinti tutti i ricorsi presentati dai 24 imputati condannati in appello, e condannati all'ergastolo sedici camorristi, fra i quali Francesco Schiavone (Sandokan), Francesco Bidognetti, Michele Zagaria e Antonio Iovine. Vennero confermate anche le altre otto condanne, fra le quali quella per Antonio Basco (a 21 anni), Luigi Diana (a 16 anni), oggi pentito, e Nicola Pezzella (a 15 anni).

Vicende correlate

Dal processo - che incontrò diverse difficoltà - seguito da vari magistrati tra i quali Raffaello Magi, è emerso anche un piano per uccidere il senatore Lorenzo Diana, come si può leggere nell'interrogazione parlamentare dell'11 dicembre 2000, firmata da un nutrito gruppo di parlamentari.

Nel 2015 però nuove inchieste giudiziarie asseriscono che il Sen. Lorenzo Diana sia stato pienamente operativo nel consesso camorristico relativamente alla spartizione dei lavori per la metanizzazione dell'agro-aversano. Nutriti gruppi di cittadini richiedono la rimozione dalla scorta prevista in suo favore.Smantellata la fazione Schiavone. Ci sono anche i figli del boss “Sandokan”. Arresti in 13 province italiane.

Operazione Spartacus Reset 

HINTERLAND – Quaranta affiliati al clan dei Casalesi in manette. Dalle prime ore di oggi, i Carabinieri della Compagnia di Casal di Principe hanno condotto una vasta operazione volta all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Tribunale di Napoli su richiesta della locale D.D.A., nei confronti di oltre 40 indagati, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsioni, detenzioni di armi e ricettazione, reati tutti aggravati dal metodo mafioso. Il blitz delle forze dell’ordine è condotto attraverso l’impiego di circa duecento militari e l’ausilio di elicotteri e unità cinofile.

Gli arresti interessano tantissime province italiane. In particolare le province di Caserta, Napoli, Avellino, Benevento, Terni, L’Aquila, Lecce, Cosenza, Cuneo, Prato, Frosinone, Trapani e Taranto.

I destinatari del provvedimento restrittivo sono affiliati alla fazione Schiavone del clan dei casalesi; tra gli essi figurano Nicola e Carmine Schiavone, figli di Francesco Schiavone detto “Sandokan”. Gli arresti sono stati eseguiti nelle province di Caserta, Napoli, Avellino, Benevento, Terni, L’Aquila, Cosenza, Cuneo, Prato, Frosinone, Trapani, Taranto e come detto anche nella Città del Barocco.

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IL FENOMENO ‘GOMORRA’

Gomorra. Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra è il primo romanzo non-fiction di Roberto Saviano, pubblicato nel 2006 dalla casa editrice Mondadori.

Il romanzo ha venduto oltre 2 milioni e 250 000 copie nella sola Italia e 10 milioni nel mondo, essendo stato tradotto in 52 paesi. È presente nelle classifiche di best seller in Germania, dove l'opera è saltata subito in cima alla classifica del settimanale Der Spiegel, Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Francia, Svezia, Finlandia e Lituania. Da Gomorra è stato tratto un film diretto da Matteo Garrone dal titolo omonimo, uscito nelle sale italiane il 16 maggio 2008, e nel 2014 ne è stata tratta anche una serie televisiva, Gomorra - La serie, in dodici episodi prodotta da Sky Italia e trasmessa a partire dal 6 maggio 2014 sul canale Sky Atlantic e confermata, a seguito del successo ottenuto, per una seconda stagione, le cui riprese sono iniziate nell'aprile del 2015 e concluse nel novembre successivo; è stata inoltre già annunciata anche la produzione di una terza stagione.

Il quotidiano statunitense New York Times lo ha inserito nella classifica dei 100 libri più importanti del 2007.

Indice

Prima parte:

 

    Il porto - descrive il commercio di scarpe, abbigliamento, accessori d'importazione cinese attraverso il porto di Napoli.

    Angelina Jolie - la sartoria di qualità per i grandi marchi della moda italiana realizzata in condizioni di miseria umana e imprenditoriale.

    Il Sistema - descrizione del funzionamento della camorra.

    La guerra di Secondigliano - i boss, gli equilibri, le regole della scalata al potere nel quartiere di Secondigliano, prima, durante e dopo la Prima faida di Scampia.

    Donne - la vita delle donne degli affiliati e dei boss e la trasformazione dei loro ruoli all'interno dei clan.

Seconda parte:

    Kalashnikov - descrizione dei traffici e dell'utilizzo dell'arma preferita dalla camorra.

    Cemento armato - l'impero economico dei cantieri edili nella zona di Casal di Principe, San Cipriano d'Aversa e Casapesenna in provincia di Caserta.

    Don Peppino Diana - il sacerdote Giuseppe Diana, ucciso a Casal di Principe perché manifestava la sua opposizione al Sistema camorristico.

    Hollywood - somiglianze e scimmiottamenti dei film hollywoodiani a tematica criminale da parte dei boss della camorra.

    Aberdeen, Mondragone - i rapporti della camorra in Gran Bretagna.

    Terra dei fuochi - l'affare dello smaltimento dei rifiuti urbani e tossici in Campania e tutta Italia, e la catastrofe ambientale e sanitaria derivata.

Trama

Il libro è un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra e dei luoghi dove questa è nata e vive: la Campania, Napoli, Casal di Principe, San Cipriano d'Aversa, Casapesenna, Mondragone, Giugliano, luoghi dove l'autore è cresciuto e dei quali fa conoscere al lettore un'inedita realtà.

Una realtà fatta di ville sfarzose di boss malavitosi create a copia di quelle di Hollywood, fatta di una popolazione che non solo è connivente con questa criminalità organizzata, ma addirittura la protegge e ne approva l'operato; l'autore racconta di un Sistema (questo il vero nome usato per riferirsi alla camorra) che adesca nuove reclute non ancora adolescenti, facendogli credere che la loro sia l'unica scelta di vita possibile, di bambini boss convinti che l'unico modo di morire come un uomo vero sia quello di morire ammazzati e di un fenomeno criminale influenzato dalla spettacolarizzazione mediatica, in cui i boss si ispirano negli abiti e nelle movenze ai divi del cinema.

Saviano, basandosi sugli atti processuali e sulle indagini di polizia, descrive una realtà fatta di terre dove finiscono quasi tutti i rifiuti sfuggiti ai controlli legali, pari ad una massa grande il doppio del Monte Everest (ogni anno, secondo una stima di Legambiente, sono quattordici milioni le tonnellate di rifiuti smaltiti illegalmente), di una terra infetta, quella della Campania, dove i morti di tumore sono cresciuti del 21% rispetto al resto dell'Italia. Ci parla di montagne gravide di rifiuti tossici, campagne pregne di sostanze mortali che individui senza alcuna morale hanno sparso vendendo fertilizzanti misti a rifiuti tossici. Tutto questo con il benestare di funzionari pubblici compiacenti e delle aziende stesse che, facendo finta o non volendo sapere dove i propri rifiuti andassero a finire, hanno affidato alla camorra quella che ormai è diventata merce di un traffico di centinaia di miliardi di euro ogni anno, valore inferiore solo a quello del traffico della cocaina.

Controversie

Gomorra ha ricevuto alcune critiche da parte di Piero Vernaglione e Carlo Lottieri, economisti del centro studi liberista Istituto Bruno Leoni, verso la tesi più volte ricorrente nel libro secondo cui la criminalità organizzata campana rappresenterebbe una forma coerente e sofisticata di libero mercato.

Secondo Carlo Lottieri, infatti:

« È difficile immaginare come si possa continuare a credere che un sistema di dominio come quello camorristico, che mira ad emulare il monopolio statale della violenza e cerca di costruire un proprio sistema di prelievo fiscale, possa essere assimilato alle logiche del libero mercato: le quali esigono il più rigoroso rispetto della proprietà privata, della libertà di scambio e di iniziativa, dell’autonomia contrattuale dei singoli. Tutti elementi che cercheremmo invano all’interno della prassi aggressiva e intimidatoria delle organizzazioni mafiose: a Napoli e altrove. »

Il libro, la sua storia ed il film che ha ispirato, hanno ricevuto, inoltre, una critica da parte del Presidente del Consiglio allora in carica Silvio Berlusconi riguardo alla capacità del libro di avere dato troppa pubblicità alla mafia danneggiando l'immagine internazionale dell'Italia. A queste critiche si sono aggiunte quelle del direttore del TG4 in onda su Rete 4 Emilio Fede, il quale ha affermato che Saviano avrebbe ottenuto una visibilità eccessiva rispetto ai suoi meriti. Nonostante ciò Roberto Saviano è stato ricevuto dal Presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini, che nel mese di maggio 2010 ha assicurato all'autore la piena collaborazione e vicinanza delle istituzioni alla causa che Gomorra cerca di sostenere, in relazione alla lotta alla criminalità organizzata.

Premi e riconoscimenti

Roberto Saviano

    Premio Viareggio - Opera Prima 2006;

    Premio Giancarlo Siani 2006;

    Premio Lo Straniero 2006;

    Premio Elsa Morante - Narrativa Impegno Civile 2006;

    Premio Stephen Dedalus 2006;

    Premio letterario Edoardo Kihlgren - Opera Prima 2006;

    Premio Tropea 2007;

    Premio Vittorini per l'impegno civile 2007;

    Premio Guido Dorso per la letteratura 2007;

    Premio TG1 Benjamin Libro dell'anno 2007.

Saviano ha vinto anche la prima edizione del Premio Nazionale Enzo Biagi.

Da Gomorra è stato tratto uno spettacolo teatrale scritto da Saviano e Mario Gelardi che è valso agli autori il Premio E.T.I. Gli Olimpici del teatro come migliori autori di novità italiana.

Il 18 ottobre 2008 Gomorra viene insignito del Hessische Filmpreis per il miglior adattamento cinematografico di un'opera letteraria. È la prima volta che il premio, sponsorizzato dalla "Fiera internazionale del libro" di Francoforte viene diviso tra l'autore del copione e il regista di un film. Juergen Book, direttore della Buchmesse, ha così spiegato i motivi della scelta della giuria: «La forza del racconto nel film Gomorra è pari a quella della sua fonte letteraria, in maniera autentica e non sentimentale, e questo lo rende ancora più avvincente».

Trasposizioni

Cinema

Lo stesso argomento in dettaglio: Gomorra (film).

Gomorra è diventato un film dal titolo omonimo uscito nelle sale italiane il 16 maggio 2008, diretto da Matteo Garrone e prodotto dalla Fandango con la sceneggiatura dello stesso Saviano e del regista Matteo Garrone con Toni Servillo, Massimo Gaudioso, Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio. Il film Gomorra ha vinto al Festival di Cannes 2008 il premio della critica ed ha ottenuto anche un grande successo di pubblico, risultando il decimo miglior incasso in Italia della stagione cinematografica 2007-2008. Nel settembre 2008 viene indicato per concorrere al premio Oscar come miglior film straniero per l'Italia, ma non riesce ad entrare nella rosa dei dieci film pre-selezionati.

Televisione

Lo stesso argomento in dettaglio: Gomorra - La serie.

Dal 6 maggio 2014 è in onda Gomorra - La serie, prodotta da Sky Italia, Cattleya e Fandango, che vede Roberto Saviano tra i consulenti e la regia di Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Cupellini; la serie è composta da 12 episodi e va in onda su Sky Atlantic e Sky Cinema 1 tra maggio e giugno 2014 ed in seguito in chiaro su Rai 3 all'inizio del 2015. A seguito del successo ottenuto, ne è stata annunciata la produzione di una seconda stagione, le cui riprese sono iniziate nell'aprile del 2015 e terminate nel novembre dello stesso anno; tale seconda stagione sarà trasmessa in prima visione su Sky Atlantic e Sky Cinema 1 a partire dal marzo 2016.

È inoltre già in programma la produzione di una terza stagione.

Teatro

Nel 2008 Gomorra diventa anche uno spettacolo teatrale, ideato da Ivan Castiglione e Mario Gelardi che ne ha curato anche la regia”

Camorra smantellata, demolita, azzerata? Niente di tutto questo ovviamente. La mafia napoletana, è così radicata nel costume e diffusa ai cinque continenti, da resistere.

Il procuratore aggiunto del tempo (Oggi procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria), Federico Cafiero De Raho, era convinto e lo è ancora, che la Camorra possa essere definitivamente sconfitta.

Lo dimostrerebbero le ben numerose operazioni della DDA e della magistratura così detta ordinaria, scatenate contro i clan di camorra.

Certamente si può affermare, che il fenomeno camorra sia stato sfibrato, indebolito, stremato, ridimensionato, ridotto, accorciato,  diminuito, rimpicciolito.

I figli, dei figli, dei figli,  vogliono prolungare l’effetto del fenomeno, una specie di onda lunga e non badano a spese. Morti ammazzati, come fossero mosche.

Fiumi di stupefacenti, infiltrazioni negli enti locali per controllarne la macchina dal di dentro e pianificare meglio il controllo del territorio, per incassare cifre esorbitanti ed iperboliche.

Controllo della filiera del cemento e del traffico dei boat-people, altrimenti noti come migrantes, immigrati, profughi, espatriati, o emigranti; ma tutti li chiamano “stranieri”.

Riciclaggio del denaro sporco, usura e rakett delle estorsioni, scommesse clandestine, infiltrazioni nel mondo dello sport.

Guappi di ultima generazione con il kalashnikov, la pistola e il mitra, che sparano sulla pubblica strada, come bere un bicchiere d’acqua.

Viaggiano con la BMW se non sulla business class; più di uno è pure laureato con tanto di master e specializzazione. Uno sfizio o pennacchio, a cui non rinunciano i loro padri camorristi; e le loro sfrenate ed ambiziose mamme, le “bossine”.

Cantano sempre le pistole, sviolinano i kalashnikov, risuona la lupara, rimbomba il tritolo, la dinamite, le bombe ‘ananas’, echeggiano i bazooka. La cocaina arriva e…parte a tonnellate. Mare di droga e oceano di soldi liquidi.

L’uomo contro l’uomo, che fece dire a Plauto… lupus est homo homini. Ed a Carlo Marx, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; il plusvalore, il rompicapo tra il valore del prodotto ed il valore del salario.

Sullo sfondo, la presa di coscienza del cittadino, che intravede la possibilità di difendere se non di riconquistare la libertà e la democrazia perdute.

Il senso di responsabilità dell’imprenditore, trait d’union con il malaffare e la malavita, adescato, circuìto, lusingato ed irretito, che intuisce quali siano i veri valori morali.

Rifiuta lo stato di ipnosi, suggestione e trance. Sino ad essere soggiogato, sottomesso, asservito e schiavizzato.

Lo scatto d’orgoglio del politico corrotto e traviato, che ritrova il coraggio, il senso di servizio, di onestà, la voglia di riscatto.

La catena di sant’Antonio del processo educativo fondata sulla scuola, la famiglia il volontariato, l’associazionismo, i boy-scout, la Chiesa, la così detta società civile, lo Stato, che finalmente, dopo aver oliato gl’ingranaggi-cardine, comincia a funzionare.

La sconfitta dei fautori della cultura della rassegnazione, del fatalismo, se non dello scetticismo, della diffidenza e del sospetto; finalmente, messi al bando od all’angolo.

 

Il trionfo della Giustizia, della Legalità, della Trasparenza; del bene sul male.Lo Stato è vigile e veglia. Il ministro degl'Interno Angelino Alfano, ha già inviato a Napoli ben 250 militari. La risposta agli episodi di violenza e recrudescenza della violenza; a potenziamento del controllo del territorio, per restituire fiducia nelle istituzioni al cittadino. Domenico Salvatore

 

 

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