Lotta alla 'ndrangheta, ma lo Stato, incassa un altro arresto importante

11.03.2016 06:32

Beccato mentre scendeva dalla scaletta dell'aereo, proveniente dalla terra dei canguri. “Quattro lussuose ville, un complesso alberghiero, due gioiellerie, un ristorante, 7 fabbricati, 13 appezzamenti di terreno, 13 aziende operanti, tra l'altro, nel settore immobiliare e dell'edilizia, auto anche di lusso e disponibilità finanziarie: sono i beni, per un valore di 11 milioni di euro, sequestrati dai finanzieri del Gruppo di Lamezia Terme all'imprenditore Giuliano Caruso, ritenuto un presunto usuraio. “Sei persone, fonte Ansa, sono state condannate al termine del processo con rito abbreviato scaturito dall'inchiesta 'Insomnia' che ha svelato un vasto giro di usura ed estorsioni compiute nelle province di Vibo e Reggio ai danni di un commerciante di abbigliamento e oggetti preziosi, poi divenuto testimone di giustizia”.

 

LOTTA ALLA MAFIA, PRESO IL LATITANTE ANTONIO VOTTARI DI SAN LUCA, APPENA RIENTRATO IN ITALIA CON UN VOLO DALL’AUSTRALIA

Domenico Salvatore

Il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria del tempo, Giuseppe Pignatone ed il suo successore Federico Cafiero de Raho, hanno chiarito in tutte le salse,  quale sia la mappa (in Italia e nel pianeta) della mafia più potente del mondo (la ‘ndrangheta).

Cosa, peraltro acclarata in lungo ed in largo dal procuratore capo facente funzioni Salvatore Boemi. Un valente magistrato dalle intuizioni geniali, che non ha avuto vita facile. Non solo con il CSM, il Governo, il Parlamento, la COPAM e la Procura Nazionale; e soprattutto con la ‘ndrangheta.

La “Piovra” calabrese, ex Picciotteria, Famiglia Montalbano, Fibbia, Onorata Società, Cosa Nuova e perfino “Gramigna”, è stata sottovalutata per decenni, sia livello locale e soprattutto, a livello nazionale.

Un vantaggio, favore, beneficio e privilegio incredibile, che ha consentito alla ‘ndrangheta (nome nuovo, ma in realtà già noto, quantomeno, dopo l’articolo di Corrado Alvaro sul Corriere della Sera, nel 1954, acquisito a partire dagli Anni Settanta del XX° secolo), indisturbata e minimizzata di radicarsi sul territorio calabrese; poi nazionale ed infine planetario.

Quasi senza colpo ferire. Fermo restando l’ampi uso delle armi “belliche” (lupara, pistole, mitra, mitragliette, kalashnikov, lanciamissili, lanciagranate, bazooka, bombe a mano, tritolo e via discorrendo).

Nonostante l’allarme rosso, lanciato da alcuni magistrati, scambiati per visionari, allucinati, idealisti, sognatori, utopisti e fanatici. Tra cui Enzo Macrì, attuale Procuratore Generale di Ancona, che ricoprì anche l’incarico di procuratore nazionale aggiunto.

Tanti Laocoonte, Cassandra, Tiresia, che avevano (ed hanno ancora) le idee chiare su come combattere la mafia. La loro spesso e volentieri, fu una vox clamantis in deserto. Un dialogo fra sordi e muti.

I ministri degl’Interni, compresi Roberto Maroni ed Angelino Alfano, occhio fedele dello Stato,  erano a sono di casa a Reggio Calabria. Con le loro visite istituzionali, utili e necessarie se non fondamentali, hanno indicato, inoculato nelle masse asservite, schiavizzate e talora in confusione ed non solo mentale, il senso dello Stato; la credibilità nel Governo; la via maestra della legalità.

Interventi morali e spirituali, fisici e metafisici, davvero provvidenziali per rinvigorire, rivitalizzare e rafforzare la fiducia del cittadino verso le istituzioni, che spesso finisce sotto i tacchi.

Nonostante la prevenzione e la repressione dei reati e dei delitti e la celebrazione dei processi con condanne dei capi bastone, anche al famigerato 41 bis, e dei gregari a migliaia di anni di galera, nonché il sequestro e la confisca di beni mobili ed immobili per un valore di milioni di milioni di euri, il fenomeno mafioso, non è stato per niente, debellato, smantellato, sgominato, estirpato, eliminato, azzerato.

Fermo restando i progressi consistenti e considerevoli, rispetto all’immobilismo, che regnava sovrano nel secolo scorso; o quasi. E ci vuole altro che la militarizzazione del territorio.

Servono, investimenti “seri” e concreti, tempo e denaro. Degli enunciati…faremo, interverremo, diremo, erigeremo, costruiremo, pianificheremo, programmeremo, son pieni i fossi. Lasciano il tempo che trovano.

Non si può pretendere di fare la frittata, senza rompere le uova. Qui habet aures audiendi, audiat. Qualcheduno disse:Senatores boni viri, Senatus mala bestia.

La testa pensante della mafia calabrese, supremo organo di autogoverno della ‘ndrangheta planetario è “La Provincia”, suddivisa in tra mandamenti: Est, Ovest e Centro; altrimenti detti: Jonica ( e della Montagna), Reggio città e Tirrenica o Piana. A cui fanno capo in primis, i locali dell’Australia e del Canada, della Lombardia, del Piemonte, del Lazio, della Liguria e dell’Emilia Romagna.

Lo Stato, ha intuito che per vincere, si debba combattere contro la mafia, non solo in Italia; ma, soprattutto all’estero. E sono oramai numerosi i latitanti internazionali, finiti nelle maglie della Giustizia.

Anche perché, “finalmente”, i Paesi amici, hanno capito, quando, dove e come ‘collaborare’; ed in che modo combattere.. Soprattutto gli Stati amici, hanno capito, che la mafia non sia solamente un problema italiano.

Il procuratore aggiunto della DDA reggina Nicola Gratteri, ha ribadito in conferenza stampa che “la mamma della ‘ndrangheta’, stia sempre a San Luca. E che ‘il Crimine di Polsi’, sia sempre la colonna portante.

La macchina repressiva funziona h 24. “I carabinieri del Gruppo di Locri, hanno arrestato il latitante Antonio Vottari, 31 anni, ricercato da 5 anni. L'uomo, al termine di indagini condotte anche dai militari di San Luca, è stato bloccato all' aeroporto di Fiumicino dove è giunto dall'Australia.

Condannato il 30 settembre scorso, fonte Ansa, ad una pena definitiva di 7 anni e 6 mesi, Vottari è ritenuto responsabile di aver fatto parte di un'associazione finalizzata al traffico internazionale di ingenti quantitativi di cocaina, operante tra Sudamerica, Olanda, Belgio, Germania e Italia, e gestito dalle cosche di San Luca.

Già condannato nel 2004 per reati in materia di stupefacenti, era ricercato dal 2011 dopo che nei suoi confronti era stata emessa un'ordinanza cautelare dal gip di Reggio Calabria per traffico internazionale di stupefacenti. Nei suoi confronti era stato anche emesso un mandato di cattura europeo.


Al vertice dell'organizzazione vi era Bruno Pizzata (57), condannato per narcotraffico a 30 anni di reclusione. Al vertice dell’organizzazione di cui faceva parte il latitante, vi era PIZZATA Bruno cl. 59, anch’egli di San Luca - intercettato per diversi anni dalle FF.PP. italiane, dal BKA (Polizia Criminale Tedesca) e dalla Polizia Federale Olandese - noto per essere stato condannato alla pena complessiva di anni 30 di reclusione, in quanto ritenuto responsabile di aver promosso e capeggiato varie associazioni finalizzate al traffico internazionale di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti tra il Sudamerica e l’Europa.
Quest’ultimo, tra il 2010 ed il 2013, è stato destinatario di provvedimenti cautelari emessi nell’ambito delle operazioni antidroga convenzionalmente denominate “OVERLOADING”, “IMELDA”, “REVOLUTION”, “DIONISIO” e “CICALA” condotte dalle Direzioni Distrettuali Antimafia presso le Procure della Repubblica di Catanzaro e Reggio Calabria, nel corso delle quali sono stati sequestrati centinaia di chili di cocaina importata dal Centro e dal Sudamerica. 

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Quattro lussuose ville, un complesso alberghiero, due gioiellerie, un ristorante, 7 fabbricati, 13 appezzamenti di terreno, 13 aziende operanti, tra l'altro, nel settore immobiliare e dell'edilizia, auto anche di lusso e disponibilità finanziarie: sono i beni, per un valore di 11 milioni di euro, sequestrati dai finanzieri del Gruppo di Lamezia Terme all'imprenditore Giuliano Caruso, ritenuto un presunto usuraio.

Alla base dell'operazione, secondo quanto riferito dal procuratore della Repubblica di Lamezia Domenico Prestinenzi, le indagini che avrebbero evidenziato "una sproporzione abnorme tra i beni dichiarati e quelli posseduti".
La Procura ha ravvisato "la sussistenza delle ipotesi di reato di usura ed esercizio abusivo del credito a danno di tre vittime le quali avrebbero corrisposto interessi variabili dal 51,58% al 93,31% annuo". All'incontro hanno partecipato il comandante provinciale della Guardia di finanza Davide Rametta ed il comandante del Gruppo di Lamezia Fabio Bianco.

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Un appartamento con garage e soffitta del valore di 230 mila euro è stato sequestrato dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Cosenza ad un uomo condannato con sentenza divenuta definitiva nel luglio 2000 per associazione mafiosa.

Il provvedimento è giunto a conclusione di indagini delegate dalla Procura generale presso la Corte d'appello di Reggio Calabria. Dagli accertamenti compiuti dai finanzieri sarebbe emersa la sproporzione tra il patrimonio accumulato ed il reddito dichiarato. I finanzieri avrebbero anche dimostrato la mancata giustificazione della legittima provenienza dei beni oggetto del sequestro”.

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“Sei persone sono state condannate al termine del processo con rito abbreviato scaturito dall'inchiesta 'Insomnia' che ha svelato un vasto giro di usura ed estorsioni compiute nelle province di Vibo e Reggio ai danni di un commerciante di abbigliamento e oggetti preziosi, poi divenuto testimone di giustizia.

La sentenza è stata emessa dal giudice per le udienze preliminari del tribunale di Catanzaro, Giuseppe Perri. Il giudice ha condannato Gaetano Antonio Cannatà a 6 anni di reclusione; Francesco Cannatà (4 anni); Damiano Pardea (3 anni e 4 mesi); Alessandro Marando (3 anni); Salvatore Furlano (5 anni); Giovanni Franzè (4 anni). Nei confronti di Gaetano Antonio Cannatà il giudice ha riconosciuto l'aggravante del metodo mafioso.

Il Pm della Dda di Catanzaro Camilo Falvo aveva chiesto la condanna degli imputati. Nel processo si sono costituiti parti civili la vittima, rappresentata dall'avvocato Michele Gigliotti e la fondazione antiusura "Interesse Uomo" con l'avvocato Josè Toscano.

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I carabinieri di Cittanova hanno arrestato, in flagranza di reato, Giuseppe Galluccio, 49 anni, già noto alle forze dell'ordine, per detenzione di armi comuni e armi da guerra e ricettazione.

Nel corso di una perquisizione nella sua abitazione e in un terreno nella sua disponibilità, i militari hanno trovato due fucili e due pistole con matricola abrasa ed un consistente quantitativo di munizioni.”.

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Beni per 45 milioni, tra aziende, società, immobili, autoveicoli e rapporti finanziari, sono stati confiscati ad un imprenditore calabrese dagli uomini della Dia di Reggio Calabria e del Nucleo di polizia tributaria della Gdf di Firenze e Pistoia. Il provvedimento è stato emesso dalla Dda di Reggio Calabria.

Dalle indagini è emerso che l'imprenditore operava, in maniera occulta, nel settori della sanità privata calabrese, gestendo case di cura e centri riabilitativi, e in quello immobiliare, attraverso imprese attive sia in Toscana che in Calabria.

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Torna in carcere Pantaleone Gullà, di 49 anni, accusato di essere il responsabile dell'omicidio di Ferdinando Rombolà, ucciso il 22 agosto del 2010 sulla spiaggia di Soverato.

Questa mattina i carabinieri del Nucleo operativo del Comando provinciale di Catanzaro gli hanno notificato l'ordinanza di ripristino della custodia cautelare. Gullà era stato arrestato nel luglio scorso, ma un mese dopo il Tribunale del Riesame ne aveva disposto la scarcerazione.

 Una decisione contro cui la Procura aveva presentato ricorso in Cassazione. Ricorso che la Suprema corte ha accolto disponendo per Gullà l'immediato ripristino della custodia cautelare in carcere. Rombolà venne assassinato mentre era in spiaggia insieme alla moglie ed al figlio di un anno.

L'omicidio Rombolà viene inquadrato dagli inquirenti nella faida per il predominio sul territorio soveratese da parte della cosca emergente dei Sia-Tripodi-Procopio, contrapposto a quella dei Gallace-Novella.

Domenico Salvatore

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