Lotta alla mafia, dopo le operazioni TNT 1 e TNT 2 contro la cosca Franco di Pellaro, ecco l'operazione 'Antibes'

27.01.2016 07:15

 

Operazione “Antibes”-REGGIO CALABRIA, lunedì 25 gennaio 2016- La Polizia di Stato di Reggio Calabria sta eseguendo una operazione contro la 'ndrangheta con l'esecuzione di 16 fermi emessi dalla Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di soggetti legati alla "famiglia" Franco della frazione Pellaro del capoluogo reggino. Tra i reati contestati, fonte Ansa, l'associazione mafiosa e l'estorsione in danno di operatori economici. Nel corso dell'operazione gli agenti della polizia di stato hanno eseguito anche  numerose perquisizioni.

MA IL PADRINO DELLA ‘NDRANGHETA DI PELLARO, GIOVANNI FRANCO, ERA NEL MIRINO DELLA DDA REGGINA?

Domenico Salvatore

Topolino, Topo Gigio, Speedy Gonzales, Minnie, Topolina, Geronimo Stilton, Jerry, Soldino, Tip e Tap, Timoteo, Supertopo, Piedelento, Savoir Faire, Romy, Topo Didi, Pixie e Dixie, Ratman… topi per tutti i gusti: allo spiedo, in umido o al forno? Montagne di topi per l’imprenditore del Bed & Breakfast, che alla fine ha fatto indigestione. A furia di pagare mazzette, alla fine si è deperito, svigorito, debilitato, sfinito e spossato. Inevitabile e scontato, il famigerato cartello, appeso alla toppa; con la scritta: “Chiuso per mafia”. La fine del sogno, ploff! I titoli di coda di tante vittime dell’estorsione; e talora dell’usura. Le spese di gestione della ‘ndrina, le paga sempre Pantalone. L’impresa od azienda ‘ndrangheta, ha tante uscite; tanti buchi da tappare…soldi per gli avvocati; soldi per i carcerati; soldi per le famiglie dei “liberi”; soldi per le famiglie dei latitanti; soldi per i picciotti e per i capi; soldi per l’acquisto di armi e droga; soldi per la corruzione e così via. Dracula, succhia tutto il sangue della vittima designata, anemica, fiacca, debole e sbiadita, che in ultimo, deperisce e finisce. E la logica cinica, impassibile, spietata, malvagia, crudele e disumana del malavitoso. Clan di ‘ndrangheta, padrone del territorio? Forse, ma lo Stato, sensibile al grido di dolore e di rabbia del cittadino esasperato, non ci sta; e passa al contrattacco. In questi casi, i fiancheggiatori della latitanza di Franco, tallonati, pedinati, controllati, sono finiti nel mirino della magistratura, che sul territorio coordina l’azione delle forze di polizia. Il mammasantissima della ‘ndrangheta, si era sottratto all’esecuzione di una condanna definitiva ad 11 anni e 4 mesi di reclusione per traffico di sostanze stupefacenti. Da quest’ennesima operazione per azzerare una cosca del Pellarese, che stringeva nel torchio ed opprimeva le vittime designate con richieste pressanti e metteva in discussione la libertà e la democrazia, come le altre cosche della ‘ndrangheta del resto, che vogliono sostituirsi allo Stato, emergono particolari inquietanti. I battesimi per entrare nella mafia hanno subito un crollo verticale. Giovani da arruolare nella ‘ndrangheta, ce ne sono sempre di meno. Un po’ per la prevenzione e repressione posta in essere dalla forze di polizia. Ma anche per la severità delle pene, irrogate dalla magistratura. E, per la restrizione, voluta dal Parlamento e dal Governo. Insomma come dice Nicola Gratteri ed anche altri magistrati: delinquere, non conviene. Lo Stato, aggiornato, moderno, efficiente e funzionale, ha inferto duri attacchi alle cosche mafiose. I clan, sono stati disarticolati dalla ben numerose operazioni della DDA. Le famiglie storiche, sono state smantellate. La magistratura ha inflitto secoli di anni di reclusione; dure condanne. Migliaia di anni di reclusione per capi e gregari ed il famigerato 41bis per i mammasantissima. A parte le migliaia di miliardi di euri di beni mobili ed immobili, sequestrati e confiscati. Ville, palazzi, isolati, alberghi, ristoranti, hotels, villaggi turistici, yacht e panfili, polizze assicurative, BOT, CCT, BTP, azioni, conti bancari e postali, libretti al portatore, parco macchine (Ferrari, Jaguar, BMW, Durango, Fiat, Alfa Romeo, Aston Martin, Wolkswagen, Ford, Isotta Fraschini, Mercedes, Lancia, Bugatti, Bentley, Cadillac), parco motociclette (Moto Guzzi, Piaggio, Gilera, Ducati, Moto Morini, Harley Davidson, Yamaha, Honda, Kawasaki, Suzuki, Triumph Thunderbird, Cagiva, Benelli, MV Agusta, Aprilia),  kit di super computer, smartphone, i-pad, parure di gioielli  all’ultimo grido dalle forme originali e svariate, (Bulgari,  Bucellati, Castellani, Cellini, Cartier, Dal Pozzo  Cagini, Melchiorre, Kutchinsky, Pomellato), vestiti alla moda, cappotti di kashmir, giacconi di astrakan o sherling se non di montone rivoltato, maglieria merinos, scarpe morbide ed elegani, cravatte, camicie, papillon, pietre preziose, profumi, gadget vari ecc, devono essere, tutti griffati……Timberland, Lumberjack, Giorgio Armani, Alberto Aspesi, Loris Azzaro, Renato Balestra, Rocco Barocco,       Laura Biagiotti, Pierre Cardin, Roberto Cavalli, Yves Saint Laurent, Nino Cerruti, Enrico Coveri, Alessandro Dell'Acqua, Domenico Dolce, Alessandra Facchinetti, Anna Fendi, Salvatore Ferragamo, Gianfranco Ferré, Elio Fiorucci, Stefano Gabbana, Fernanda Gattinoni, Guccio Gucci, Krizia, Valeria Marini, Alviero Martini, Marta Marzotto, Ottavio Missoni, Vittorio Missoni, Franco Moschino, Cesare Paciotti, Carlo Pignatelli, Miuccia Prada, Marina Ripa di Meana, Giuliano Ravizza, Mila Schön, Luciano Soprani, Marina Spadafora, Sergio Tacchini, Riccardo Tisci, Nicola Trussardi, Valentino, Donatella Versace, Gianni Versace, Giuseppe Zanotti, e così via. Personale della Squadra Mobile di Reggio Calabria, guidata dal primo dirigente Francesco Rattà e dal suo vice Fabio Catalano, in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa  dal gip presso il Tribunale di Reggio Calabria, P.M. Anna Maria Frustaci, Rosario Ferracane e Giovanni Gallo, su richiesta della Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, diretta dal procuratore capo Federico Cafiero De Raho,  a conclusione di una mirata attività di indagine, ha fermato 16 soggetti, aderenti o contigui alla locale di ‘ndrangheta della frazione Pellaro di Reggio Calabria. Il procuratore capo della Repubblica, non ha nascosto la sua soddisfazione per la collaborazione delle vittime di estorsione.  Alle operazioni, hanno partecipato pure agenti dell’aliquota della Polizia di Stato della Sezione di Polizia Giudiziaria. 16 fermi di indiziato di delitto nei confronti dei seguenti indagati:

 

1) Paolo Franco, nato a Reggio Calabria il 26.05.1979, per associazione mafiosa;

2) Vincenzo Ciccù, nato a Reggio Calabria il 31.10.1963, per associazione mafiosa;

3) Cosmo Montalto, nato a Reggio Calabria il 28.12.1971, per associazione mafiosa;

4) Nicola Domenico Dascola, nato a Reggio Calabria il 19.04.1970, per associazione mafiosa;

5) Alessandro Pavone, nato a Reggio Calabria il 09.08.1978, per associazione mafiosa;

6) Alfredo Dattola, nato a Reggio Calabria il 21.05.1952, per associazione mafiosa;

7) Filippo Oliva, nato a Reggio Calabria il 12.01.1953, per associazione mafiosa;

8) Giuseppe Oliva, nato a Reggio Calabria il 9.01.1949, per associazione mafiosa;

9) Antonio Giuseppe Franco, nato a Reggio Calabria l’11.07.1944, per associazione mafiosa;

10) Natale Cozzupoli, nato a Reggio Calabria il 19.05.1945, per associazione mafiosa;

11) Francesco Cozzupoli, nato a Reggio Calabria il 24.07.1946, per associazione mafiosa;

12) Fortunato Pavone, nato a Reggio Calabria il 3.02.1941, per associazione mafiosa;

13) Antonino Ambrogio, nato a Montebello Jonico (RC) il 19.02.1975, per procurata inosservanza di pena ed estorsione (consumata e tentata) aggravate dalle modalità mafiose;

14) Domenico Ambrogio, nato a Montebello Jonico (RC) il 28.01.1974, per tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose;

15) Davide Ambrogio, nato a Melito Porto Salvo (RC) il 22.08.1978, per tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose;

16) Demetrio Ambrogio, nato a Montebello Jonico (RC) il 13.03.1973, per estorsione aggravata dalle modalità mafiose.

Storicamente, il locale di Pellaro, a ridosso degli Anni Settanta ed Ottanta, fu galvanizzato dal clan  facente capo al mammastissima ‘don Carmelo ‘Ambrogio.

Dopo  l’omicidio di Ambrogio, prese le redini il boss Filippo Barreca, sostenuto e sorretto dai suoi parenti ed ‘amici degli amici’ e dalla “famiglia” Barreca. Poi, c' è l' indotto e ci sono i contigui.

Un lancio dell’agenzia Adn Kronos, ricorda la guerra di mafia che coinvolse potenti famiglie di ‘ndrangheta fino agli Anni Novanta…”8 apr 1996. -(Adnkronos)- Ventisette ordini di custodia cautelare in carcere e la ricostruzione di 13 anni di attivita' criminale sono il bilancio di una operazione condotta dalla Dia di Reggio Calabria, diretta dal colonnello Angiolo Pellegrino, e chiamata in codice ''Rose Rosse''. Una operazione che ha permesso di portare alla luce fatti criminali verificatasi negli anni a cavallo tra il 1979 e il 1992. L'operazione, scattata questa notte, coinvolge uomini appartenenti alla cosca Iamonte di Montebello Jonico. Le indagini sono state avviate nel settembre dello scorso anno con la collaborazione di un ''pentito'', Pasquale Nucera, che ha consentito agli uomini della Dia di Reggio Calabria di scoprire una impressionante catena di fatti di sangue compiuti dalla cosca Iamonte. Gli elementi raccolti dalla Dia sono stati inviati alla Direzione Distrettuale Antimafia che ha emesso una informativa di reato a carico di numerosi esponenti del gruppo Iamonte. Le ordinanze di custodia cautelare emesse dalla Procura della Repubblica sono 27, 15 dei quali riguardano persone attualmente libere, 9 gia' detenute e tre latitanti. Tutte le persone coinvolte devono rispondere di associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata alla commissione di omicidi. Le indagini, condotte dalla Dia, hanno permesso di risalire agli omicidi di Carmelo Ambrogio, boss di Pellaro, ucciso nel 1982, nel corso di una faida tra i clan Ambrogio-Iamonte-Barreca-Chila; di Francesco Vadala, fratello di Domenico, capo della cosca operante nel territorio di Bova, ucciso nel 1990 durante la guerra di mafia tra i gruppi Vadala-Scriva e Iamonte-Talia.” . Filippo Barreca (4 gennaio 1947), con dote di ‘Santa’ ricevuta da Santo Araniti nel 1979, si pente l'8 gennaio 1992 mentre era in carcere a Cuneo per una condanna di traffico di droga da scontare in 9 anni ed inizia a collaborare nell'operazione Santa Barbara, ha disvelato insieme al pentito Giacomo Lauro (pentito il 9 maggio 1992) i retroscena dell'omicidio di Lodovico Ligato della seconda guerra di 'Ndrangheta e ha contribuito alle indagini sull'omicidio di Antonino Scopelliti. Le sue rivelazioni, fonte Wikipedia, saranno utili anche nelle operazioni Olimpia 1, 2, 3 e 4. “Filippo Barreca (secondo il pm antimafia Nicola Gratteri, l’unico vero pentito di ’ndrangheta, oltre a Franco Pino). Detto ’U Ragiuneri, fonte Corriere.it, faceva parte della cosca degli Ambrogio, dominante a Pellaro (Reggio Calabria) e di cui divenne il capo nell’82, quando venne ammazzato Carmelo Ambrogio. Attività predilette: contrabbando di sigarette e di preziosi, traffico di droga e di armi, riciclaggio di denaro sporco. Si fece battezzare il figlio da Santo Araniti, detto “Garibaldi”, ovvero uno degli ’ndranghetisti, che, vinta la prima guerra di mafia, aveva fondato la “Santa” ed era entrato nella massoneria deviata col nome di “Garibaldi” (vedi). Nel 79 fu investito della dote di “santista” dallo stesso Araniti (sulla santizzazione vedi anche Umberto Bellocco e Giorgio De Stefano). Nella seconda guerra di mafia (87-91, vedi Giorgio De Stefano), si schierò dalla parte dei destefaniani. Fornì l’appoggio logistico per l’omicidio dell’onorevole Ligato (ex parlamentare democristiano ed ex presidente delle Ferrovie dello Stato, assassinato nella notte tra il 27 ed il 28 agosto del 1989 nella sua villa al mare di Bocale di Pellaro). Trattandosi di zona di sua competenza, secondo gli inquirenti fu lui a fare spostare altrove il percorso di una gara di motocross che invece si doveva disputare vicino alla villa dove fu ucciso l’onorevole (vedi Pasquale Condello). La seconda guerra di mafia era già conclusa, l’8 ottobre 1992, quando, detenuto in carcere a Cuneo per una pena definitiva di nove anni per droga, comunicò di essersi pentito. Inizialmente coperto dagli inquirenti col codice “Delta”, spiegò ai magistrati perché era scoppiata la seconda guerra di mafia (Paolo De Stefano voleva conquistare la zona di Villa San Giovanni, di competenza di Antonino Imerti, per intascarsi i fondi stanziati dallo Stato per i lavori del Porto e dello Stretto), e perché era finita: «L’interesse a che fosse ristabilita la pace in provincia di Reggio scaturiva da una serie di motivazioni, alcune di ordine economico – pacchetto Reggio Calabria e realizzazione del ponte sullo Stretto – e altre di politica criminale. Anche i siciliani presero posizione, nel senso che andava imposta la pace fra le cosche del Reggino, essendo in gioco grossi interessi economici la cui realizzazione veniva compromessa da quella guerra» (come a dire che la guerra iniziò e finì per lo stesso motivo: vedi anche Antonino Imerti). Prima di lui, il 9 maggio 1992, si era pentito Giacomo Lauro, in codice “Alfa”, affiliato del fronte opposto (i Condello-Imerti-Serraino). Tutte le loro parole finirono negli atti di indagine dell’operazione “Olimpia” (seguita da “Olimpia” 2, 3 e 4), e quando furono istruiti i processi fu tutto un cercare riscontri alle loro dichiarazioni (confermate nel tempo anche da altri pentiti)”. Gli Ambrogio ( Carmelo, Rodolfo e Francesco, uccisi, nell’àmbito di una faida, secondo la sentenza D-Day-Rose Rosse, dai cognati Francesco Pascone, condannato all’ergastolo ed arrestato in una villa del Lungomare di Pellaro il 16 maggio 2001 dal capo della Squadra Mobile di Reggio Calabria del tempo, Giuseppe Cucchiara, poi diventato questore, ed Antonio Familiari boss del Salinese) ed i loro fiancheggiatori, dominavano nella zona di Pellaro a cavallo degli Anni Sessanta, Settanta ed Ottanta del XX° secolo”.

Ed ora, qualche cenno storico sulla cittadina, un tempo Comune autonomo, poi inglobato nell’idea della ‘Grande Reggio’, voluta dal podestà Giuseppe Genoese Zerbi, teatro di faide sanguinose e sanguinarie, che non risparmiavano nessuno, finalizzate alla conquista e possesso dello scettro mafioso.

Pèllaro (Pèddhuru in dialetto reggino, Pillaro in greco-calabro) è un quartiere di Reggio Calabria, situato nella parte meridionale della città, già formante la XV circoscrizione comunale. Conta poco più di 13.111 abitanti e confina a nord con San Gregorio, rione della XIII circoscrizone, ad est con Ravagnese e a sud con il comune di Motta San Giovanni, mentre ad ovest si affaccia sullo Stretto di Messina. Composto da diverse rioni, il quartiere è sede di un Centro Civico, edificio istituzionale della circoscrizione insieme al vecchio municipio. Dalle viti dei suoi giardini e appezzamenti collinari nasce il vino Pellaro IGT.

Storia

La zona, abitata sin dai tempi della Magna Grecia[senza fonte], è sempre rientrata nell'area d'influenza di Reggio Calabria. Con la conquista della città nel 272 a.C. da parte dei Romani, la zona di Pellaro divenne con i suoi boschi il cuore della produzione di navi da guerra che Rhegium doveva fornire a Roma. Inoltre, sulla costa, all'incirca presso l'insenatura di Occhio, si suppone vi fosse un importante porto per i traffici con l'oriente[senza fonte].

Il terremoto e successivo maremoto, che il 28 dicembre 1908 colpì profondamente Reggio Calabria e Messina, causò gravissimi danni anche a Pellaro: sulla parte costiera dell'abitato si abbatterono onde alte fino a 13 metri[senza fonte] che, insieme al movimento tellurico, rasero al suolo il paese e causarono oltre un migliaio di vittime.

Nel 1927 il Comune di Pellaro, insieme ad altri dieci, fu incluso nella conurbazione, fortemente voluta dal podestà Giuseppe Genoese Zerbi, della Grande Reggio e ridotto a semplice circoscrizione.

Persone legate a Pellaro

    Filippo Anghelone (Pellaro 1901 - Mediterraneo centrale 17 settembre 1941), cameriere e marittimo mercantile perito nell'affondamento della motonave Neptunia da parte degli inglesi nelle acque di Tripoli. Medaglia d'argento al valor militare.

    Francesco Saverio Campolo (Pellaro 14 ottobre 1896 - fronte greco 20 gennaio 1941) maggiore dell'esercito italiano di origine pellarese, ma residente a Spilimbergo e decorato con la medaglia d'oro.

    Filippo Foti (Syracuse, 4 luglio 1916 – Trento, 30 settembre 1967), brigadiere della polizia ferroviaria italiana originario di San Leo di Pellaro. Decorato con la medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

    Monsignor Giuseppe Cognata (Agrigento 14 ottobre 1885 - Pellaro 22 luglio 1972) vescovo salesiano. Per opera sua Pellaro fu la sede iniziale dell'attività missionaria delle Suore salesiane oblate del sacro cuore.

Geografia

La zona di Pellaro, fonte Wikipedia, è prevalentemente collinare, digrada verso il mare, e forma una baia naturale dove nel XVI secolo sostò anche la flotta che avrebbe sostenuto la battaglia di Lepanto. Gran parte dell'abitato del centro si sviluppa lungo la Via Nazionale, parte della SS 106.

Corsi d'acqua

I corsi d'acqua che interessano il territorio pellarese sono:

    Fiumara di "Macellari".

    Fiumara di "San Giovanni".

    Fiumara di "Carro e Quattrone"

    Fiumarella "Lume"

    Valloni Filici 1ºe 2º.    Vallone Perara.

Rioni

Lungo la costa sono presenti i seguenti rioni, da nord verso sud:

    San Leo (Santu Leu)

    Occhio (Occhiu)

    Pantanello (Pantaneddu)

    Fiumarella (Sciumarèdda)

    Bocale I e II (Bucàli)

    San Cosimo (San Còcimu)

Altri rioni si trovano nelle zone collinari:

    Lume (Lùmi)

    Ribergo (Ribbèrgu)

    Nocille (Nucìddhi)

    Lia

    Macellari (Maceddhàri)

    Mortara (Murtara)

    San Giovanni (San Giuànni)

    San Filippo (San Fulìppu)

    Fosse di Comi (Foss'i Comi)

    Catania

    Campicello (Campiceddu)

Il 38º Parallelo

La città di Reggio Calabria è attraversata dal 38º parallelo proprio nel quartiere di Pellaro; su tale retta convenzionale giacciono anche le città di Seul, Smirne, Atene, San Francisco e Cordova. Nel 1987 fu edificato un Monumento al 38º parallelo nel punto esatto in cui questo incrocia la SS 106.

Luoghi di culto

Nella circoscrizione di Pellaro sono presenti diversi luoghi di culto cattolici:

    Chiesa di Santa Maria del Carmine (Rione Lume)

    Chiesa di Santa Maria "Mater Luminis" (Pellaro Centro)

    Chiesa di Santa Maria Regina Pacis (Frazione San Leo)

    Chiesa dei Santi Cosma e Damiano (Frazione Bocale)

    Chiesa di San Giovanni Battista (Rione San Giovanni)

    Chiesa di San Filippo (Rione San Filippo)

    Santuario dei SS. Cosma e Damiano (Rione San Cosimo)

    Chiesa di Santa Maria Dell'Abbondanza (Macellari).

Sul territorio è presente un'antica chiesa padronale settecentesca, oggi diroccata, intitolata alla Madonna della Liga (per liga si intende il procedimento di legatura delle viti da uva).

Sport

A Pellaro sono presenti alcune società dilettantistiche sportive: per molti anni è stata attiva (e lo è tuttora presente nella Prima Categoria) una società di calcio nota come Pro Pellaro, fondata nel 1921. Attualmente sono attive due squadre di pallacanestro, la Fortitudo Pellaro nata nel 1998 e la Pro Pellaro Basket fondata nel 2007, entrambe militanti nel campionato calabrese della provincia di Reggio Calabria. Negli ultimi anni Pellaro è diventata famosa grazie alla sua vocazione naturale: il vento. Da oltre 10 anni si è così sviluppata una economia ed un flusso turistico nuovo legato al kitesurf che cresce di anno in anno abbracciando un turismo anche internazionale con ottimi numeri.[senza onte]Nello spot di "Punta Pellaro", appena 3km rispetto ai 780 di tutta la costa Calabrese, si verificano condizioni di vento alquanto uniche in Europa. Quello di Punta Pellaro è stata più volte indicato come lo spot più ventoso d'Italia e tra i più ventosi d'Europa (Stance Mag. Luglio 2009).[senza fonte]Dal 2015 è disponibile una centralina meteo per raccoglierne e visualizzarne i dati in tempo reale. Dall'estate 2015 è possibile fruire della concessione Demaniale Comunale riservata specificamente al kitesurfed autorizzata alla pratica di questo sport e consentire gli allenamenti durante tutto l'arco dell'anno.

 

L’operazione Antibes (25 gennaio 2016), contro la cosca dei Franco-Murina, Franco-Tegano, Franco-Ambrogio, Franco-Serraino od altra denominazione,  segue di poco altre due precedenti TNT 1 e TNT 2,

 (fermati:Paolo Franco, nato a Reggio Calabria il 26.05.1979, per associazione mafiosa;

    Vincenzo Cicciù, nato a Reggio Calabria il 31.10.1963, per associazione mafiosa;

    Cosmo Montalto nato a Reggio Calabria il 28.12.1971, per associazione mafiosa;

    Nicola Domenico Dascola, nato a Reggio Calabria il 19.04.1970, per associazione mafiosa;

    Alessandro Pavone, nato a Reggio Calabria il 09.08.1978, per associazione mafiosa;

    Alfredo Dattola, nato a Reggio Calabria il 21.05.1952, per associazione mafiosa;

    Filippo Oliva nato a Reggio Calabria il 12.01.1953, per associazione mafiosa;

    Giuseppe Oliva, nato a Reggio Calabria il 9.01.1949, per associazione mafiosa;

    Antonio Giuseppe Franco nato a Reggio Calabria l’11.07.1944, per associazione mafiosa;

    Natale Cozzupoli nato a Reggio Calabria il 19.05.1945, per associazione mafiosa;

    Francesco Cozzucoli nato a Reggio Calabria il 24.07.1946, per associazione mafiosa;

    Fortunato Pavone, nato a Reggio Calabria il 3.02.1941, per associazione mafiosa;

    Antonino Ambrogio, nato a Montebello Jonico (RC) il 19.02.1975, per procurata inosservanza di pena ed estorsione (consumata e tentata) aggravate dalle modalità mafiose;

    Domenico Ambrogio, nato a Montebello Jonico (RC) il 28.01.1974, per tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose;

    Davide Ambrogio, nato a Melito Porto Salvo (RC) il 22.08.1978, per tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose;

    Demetrio Ambrogio, nato a Montebello Jonico (RC) il 13.03.1973, per estorsione aggravata dalle modalità mafiose)

segue le precedenti indagini a  carico della ‘ndrina,

Operazione TNT 1 (9 aprile 2014)

(fermati:BATTAGLIA Domenico Demetrio, nato a Reggio Calabria il 23.10.1963;

BERLINGERI Damiano Roberto, nato a Melito Porto Salvo il 23.12.1986;

CILIONE Giovanni, nato a Melito Porto Salvo in data 11.07.1976;

CIRILLO Ivano Alessio, nato a Reggio Calabria il 22.02.1988;

FORTUGNO Vincenzo, nato a Reggio Calabria il 07.03.1968;

MORO Teodoro, nato a Cardeto il 23.05.1955;

MURINA Massimo, nato a Reggio Calabria il 12.05.1975;

PICCOLO Massimo, nato a Reggio Calabria il 27.12;

SURACE Osvaldo, nato a Reggio Calabria il 19.06.1978;

ZAMPAGLIONE Giuseppe, nato a Montebello Jonico (RC) il 04.02.1975.

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Operazione TNT 2 ( febbraio 2015)

 (fermati:Giuseppina Franco 44 anni

Giuseppe Franco 64 anni

Filippo Gironda 40 anni

Stefano Porchi 36 anni

Massimo Murina 40 anni

Massimo Piccolo 36 anni

Giuseppe Zampaglione 40 anni

 

Ai domiciliari:

Giovanni Ambrogio 42 anni).

L’operazione  è stata denominata “Antibes”, dal nome della località turistica francese in cui, nel novembre 2013, venne catturato il latitante Giovanni Franco, nel corso di un blitz congiunto della Mobile reggina e della polizia francese, con il coordinamento dello Sco (il Servizio Centrale Operativo) e del Servizio di Cooperazione Internazionale di Polizia. Secondo l’accusa, si legge nel comunicato stampa, Giovanni Franco, Natale Cozzupoli, Fortunato Pavone e Antonio Giuseppe Franco, erano i capi e promotori dell’organizzazione, con compiti di direzione, decisione, pianificazione e individuazione delle azioni e delle strategie della locale di Pellaro. Cosmo Montalto, Nicola Domenico Dascola e Alessandro Pavone, in qualità di partecipi attivi del sodalizio, avevano il compito di assicurare le comunicazioni tra gli associati (anche se latitanti); di aiutare Giovanni Franco a sottrarsi, anche all’estero, all’esecuzione di un provvedimento giudiziario di carcerazione a pena definitiva ad anni 11 e mesi 4 di reclusione, inflitta per i reati di cui agli artt. 73 e 74 D.P.R. n. 309/90 con sentenza divenuta irrevocabile il 16.02.2012; di partecipare alle riunioni ed eseguire le direttive dei sodali aventi un ruolo di direzione ed organizzazione della locale di cui facevano parte, riconoscendo e rispettando le gerarchie e le regole interne al sodalizio; di partecipare attivamente ai riti di affiliazione alla ‘ndrangheta, mettendo al contempo a disposizione – Alessandro Pavone – l’immobile ove periodicamente si svolgevano i riti.

Che cosa è cambiato rispetto a trent’anni fa? Anche alla luce della così detta ‘modernità’. Spulciamo su internet, alla ricerca di qualche articolo dei maggiori quotidiani cartacei del tempo “La Repubblica”, che in qualche modo dia un’idea. Lo sigla, una firma prestigiosa, come quella di Leonardo Coen.

 

“COME IL FAR WEST MA SENZA SCERIFFI

REGGIO CALABRIA Nel Far West calabrese di Reggio gli sceriffi contano poco o nulla: sono i fuorilegge della ' ndrangheta a controllare il territorio comunale, che per estensione è il quinto d' Italia. E' l' onorata società che spadroneggia nella periferia squallida e disintegrata del capoluogo. Il mucchio selvaggio di cui dispongono le ventidue cosche di Reggio vuol dire quasi duemila uomini pronti a uccidere, se necessario. Ossia, un reggino ogni novanta. Poi c' è l' indotto e ci sono i contigui. Una forza d' urto per fortuna frammentata, divisa da odi e rancori feroci. Altrimenti... Ecco tra cespugli riarsi, strade disastrate, cumuli di immondizia, palazzine cadenti, le case di Archi, sbrindellata e turbolenta Dodge City dello Stretto. Qui i De Stefano erano (e sono ancora) i padroni, il clan vincente di Reggio: legati con tutti. Coi camorristi di Cutolo. Coi mafiosi Santapaola di Catania. Paolo De Stefano era considerato il capo assoluto del reggino. Un giorno il boss venne a sapere che la famiglia Condello, fino a quel momento stretta da vincoli di parentela e di affiliazione ai De Stefano, aveva deciso di ammazzarlo. Paolo De Stefano giocò allora d' anticipo: con un' autobomba. Era la prima volta che questo succedeva in Calabria. Ma il tritolo, piazzato l' 11 ottobre del 1985 sotto gli uffici di una assicurazione di Villa San Giovanni quartier generale di Antonino Imerti detto ' u nanu feroce, fresco sposo di Rosetta Condello uccise solo tre personaggi di secondo piano. Fu l' inizio di una guerra che in tre anni ha provocato oltre 350 morti, il primo dei quali proprio lui, Paolo De Stefano, quarantaduenne venerato capo santista, latitante (sottocasa...). Ammazzato appena due giorni dopo il fallito attentato a nanu feroce il 13 ottobre dell' 85 mentre su di una Honda attraversava via Mercatello, nel cuore di Archi, il suo popoloso regno. Quel fatidico agguato portava la firma dei tre fratelli Condello, cognati di nanu feroce e di uno dei Saraceno, un' altra famiglia che si era schierata contro i De Stefano. L' eredità bellica I pallettoni che colpirono don Paolino furono sparati dal balcone di casa Condello. Tutto è sempre emblematico con la ' ndrangheta. Da quel momento l' intera famiglia De Stefano non considera più Archi un tempo roccaforte del gruppo un rifugio sicuro. Uno dei figli di don Paolino va a Roma da amici fidati, la vedova con altri figli si rinchiude nella villa Tacita Georgia di Cap d' Antibes mentre l' avvocato Giorgio De Stefano, cugino del boss ucciso, sposta la propria attività a Roma (così faranno altri fidi gregari). L' eredità bellica dei De Stefano venne assunta da uno dei Tigano, il primo che uscì dalla chiesa di Sant' Anna di Archi dove all' alba si celebrò il funerale. Da quel giorno cominciarono a circolare a Reggio i santini con l' immagine di don Paolino. Quanti ne troveranno in tasca ai suoi fedelissimi, finiti magari morti ammazzati con una proiettile nella schiena... Unica concessione, quel santino, ad una tradizione d' onore che vuole i mafiosi costituzionalmente legati alla cosca locale, perno a cui convergono e da cui si dipartono i fili molteplici della solidarietà dei singoli, spiegò una volta il giudice Giuseppe Tuccio. La guerra tra gli Imerti-Condello-Saraceno-Fontana (detta la cosca dei perdenti) e i De Stefano-Tegano-Martino (la cosca maggiore del reggino) ha costretto infatti le altre famiglie reggine a schierarsi. Non è solo il controllo territoriale della città ad essere la posta, ma il monopolio degli appalti e soprattutto quello della droga, l' affare più grosso di questi ultimi mesi. Due raffinerie clandestine opererebbero fra Reggio e Cosenza, una delle quali sarebbe volante. Senza dimenticare i 750 miliardi del decreto per il risanamento e lo sviluppo di Reggio Calabria: una legge che al primo punto prevede il riassetto del patrimonio edilizio comunale e dei Rioni Minimi. Un boccone ghiotto per una mafia che tante volte ha messo le mani sulla città. Una città desolatamente povera ma con altissimi consumi a leggere le bollette della Sip e quelle dell' Enel, le vendite di automobili (soprattutto di grossa cilindrata) e dei beni di lusso. Soldi di chi? Per capirlo, guardiamo un attimo la mappa mafiosa di Reggio. Il centro spesso e volentieri è usato come poligono di tiro: regolamenti di conti, delitti, vendette, negozi bruciati. La paura determina i comportamenti della vita (ma è vita, questa?) quotidiana. Persino i 126 vigili urbani che dovrebbero sorvegliare il traffico preferiscono chiudere non uno ma tutti e due gli occhi sulle infrazioni. Il corso Garibaldi, per esempio, chiuso al traffico privato, è un continuo via vai di auto. E chi si azzarda a far rispettare la legge? I sensi unici sono finti: guai ad arrabbiarsi se ti trovi una vettura che marcia in controsenso. Qualche volta ti possono mostrare il revolver. Più spesso si regolano le tenzoni a cazzotti. La legge che vige è quella del più forte. E chi la garantisce? A Sambatello gli Araniti. A Ortì i Morabito e i d' Agostino, che sono influenti pure a Terreti e Gambarie, lungo la strada del cimitero che porta su all' Aspromonte. A Catona, il pugno duro è quello dei Rugolino. A Santa Caterina, il rione nord dove ha sede la Questura, si stanno sbranando i Rosmini e i Logiudice. Ai rioni Ravagnese, vicino all' aeroporto, e Gallina le ' ndrine dei Morabito (omonimi di quelli che stanno ad Ortì), dei Latella e dei Carriago, che hanno sovrintendenza anche a Rosario-Valanidi, lungo la fiumara che solca la vallata del Valanidi. A Schindilifà, a Terreti e in parte ad Ortì ci sono i Polimeni. A Sbarre e al rione Gebbione i Labate, soprannominati i-ti-mangiu. A Vinco e al rione Cannavò i Libri, ossia i padroni del partito reggino dell' edilizia che fa capo ai fratelli Domenico e Pasquale Libri, oggi uno in prigione, l' altro agli arresti domiciliari, gli alleati più potenti dei De Stefano. Il 18 settembre scorso un killer di altissimo livello e con una mira olimpionica ha freddato Pasquale Libri, 26 anni, il più giovane rampollo del clan, sparandogli da 250 metri di distanza mentre si stava affacciando sul cortile del carcere reggino di San Pietro. Un cecchino infallibile Un solo colpo, il proiettile dum-dum gli ha spappolato la testa. L' infallibile cecchino si era appollaiato in cima ad uno dei palazzi in costruzione che soffocano il carcere. Ovviamente, palazzi quasi tutti abusivi. Sempre a Cannavò e a Vinco, sopra Reggio, hanno potere i Ligato e i Martino, i più fedeli tra gli alleati dei De Stefano: le tre ' ndrine formano infatti una società comune, hanno cioè sottoscritto un vincolo di sangue. Ma non sono più i tempi romantici e folcloristici del bandito Musolino: sono i tempi che vedono i figli dei boss frequentare college all' estero; sono i tempi in cui le attività del gruppo assomigliano a quelle di una holding. Assieme le tre ' ndrine possono disporre di un esercito di trecentocinquanta uomini. Un modello che si ripete, che si espande: ogni quartiere, ognuna delle quarantaquattro frazioni di Reggio ha la sua efficiente famiglia che vigila sugli affari di zona e che regola il mondo marginale e degradato cui è costretta la gente che vi abita. A Bocale e a Lazzaro, a sud, sulla costiera jonica che da Reggio porta a Melito di Porto Salvo, è la famiglia Barreca a tenere banco. A Pellaro si confrontano gli uomini della cosca Chilà e quelli della cosca Ligato. Anche gli Ambrogio, affiliati ai Chilà, hanno mostrato interesse a ficcare il naso in questa area. Un interesse letale: sono stati tutti o quasi fatti fuori, e se non sono finiti al Creatore sono finiti in galera. Negli ultimi tempi, i morti ammazzati di Pellaro e dintorni hanno avuto una sola ragione: gli appalti del raddoppio del binario ferroviario. La nuova linea Reggio-Melito trasformata in una sorta di lungo, sanguinoso ok Corral. Nuova e vecchia mafia: l' anziano capobastone Giuseppe Chilà, braccato per vent' anni dalle forze dell' ordine, viene chissà come scovato (una spiata?) a Pellaro il 7 giugno dell' anno scorso in un rifugio scavato sotto casa, dove non solo viveva ma continuava a dirigere i suoi uomini di conseguenza. Un' organizzazione differenziata, la sua: mazzette (cioè estorsioni, per finanziare i picciotti e gli affibbiati); appalti; contrabbando; passaggi di droga. E l' attaccamento alle antiche regole della ' ndrangheta. Don Peppino Chilà, già da tempo malato di cancro (per questo motivo otterrà gli arresti domiciliari) stava ricopiando le pagine di un lungo manoscritto che riportava puntigliosamente il cerimoniale della mafia calabrese, dai giuramenti alle parole d' onore. Ma la cosca di Chilà sta perdendo potere e terreno, incalzata da nuove bande più agguerrite. Mentre don Peppino si spegne per la malattia, le cosche avversarie gli sbancano due luogotenenti, e Giuseppe Ambrogio e Santo Chiumì sono fatti fuori. Un altro Ambrogio, Leandro, definito capocosca, dipendente del Comune di Reggio, distaccato all' Acquedotto, era stato arrestato pochi mesi prima assieme ad altri venti gaglioffi, accusati di estorsioni, di accaparramento di appalti pubblici attraverso tecniche intimidatorie. Due impiegati comunali, tre imprenditori, cinque ferrovieri fanno parte del gruppo: obiettivo della cosca dimezzata dalla polizia, il raddoppio famoso. Quello dei clan è un vero, autentico contropotere che sfrutta un territorio urbano perfettamente adeguato alle esigenze malavitose. Il disservizio municipale, la disattenzione dello Stato, la speculazione continua e i rottami di industrie inutili (quando ce ne sono) sono ossigeno puro per la ' ndrangheta che è più forte laddove l' economia e la società civile latitano. Tra disoccupati, rimpatriati (oltre ventimila dall' 83) e gente in cerca di prima occupazione la ' ndrangheta cerca e riesce a trovare, sovente, il silenzio di cui ha bisogno. Un silenzio che è geografico. Le strade, infatti, sono come sentieri selvaggi: troppo spesso mancano le indicazioni toponomastiche, per non parlare dei numeri civici. L' indirizzo è dunque la prima forma di omertà. Il nostro lavoro comincia tra mille difficoltà nel momento stesso in cui dobbiamo metterci a cercare qualcuno confessa francamente Alfonso d' Alfonso, capo della Criminalpol. All' ineffabile Comune si risponde ammettendo che sì, questa è una vergogna e che comunque, nel nuovo bilancio sono previsti 500 milioni di lire per rimediare a quella che è una situazione inaccettabile, parole dell' assessore al Bilancio, il giovane democristiano Agatino Licandro. Ma intanto... Intanto la mafia scorrazza impunemente. Troppe volte polizia e carabinieri arrivano a sparatoria conclusa, a delitto consumato, a strage avvenuta. Gli strumenti d' indagine sono quelli che sono, in una città dove non c' è ancora un obitorio e ci si deve arrangiare per le autopsie in una sala del cimitero. Non esiste un istituto di medicina legale. Le perizie balistiche e quelle foniche sono affidate a centri specialistici esterni. Il servizio anagrafico municipale è lo stesso dell' Ottocento, non è ancora meccanizzato al contrario del servizio elettorale, del servizio stipendi e dell' Acquedotto. In municipio ci sono 500 posti vacanti in pianta organica da sei anni. Appetiti insaziabili Una faida fra le forze politiche che si alternano alla guida di Reggio impedisce ogni decisione. La faida interessa un po' tutti i settori civili. Perché tutta la città è attraversata da una serie di conflitti d' interesse commenta Girolamo Polimeni, segretario cittadino comunista. Conflitti che alimentano le pretese e gli appetiti insaziabili della ' ndrangheta. Se ne trova traccia nel recentissimo rapporto dell' assessore alle Finanze che si lamenta dell' eccessiva rigidità del bilancio comunale, le cui risorse sono per il 70 per cento assorbite dalle spese correnti, mentre non si è stati in grado nemmeno di spendere quel che si poteva spendere (l' avanzo della passata amministrazione è stato di 3,7 miliardi). E non solo: Il dato più grave è che non siamo in grado di valutare con esattezza l' ammontare dei debiti sommersi anche per l' insufficienza degli strumenti in dotazione degli uffici, che, nella indolenza generale, spiccano in operosità. La ' ndrangheta, invece, si modernizza: nemmeno le indagini bancarie servono più a qualcosa, ed è così dal 1983. Il flusso di denaro sporco passa ormai lontano dagli sportelli casalinghi. Bot, azioni, titoli, finanziarie. Gli investimenti immobiliari locali della mafia calabrese stanno ridimensionandosi, troppo pericolosi. Dopo la legge Rognoni-La Torre quel canale è stato progressivamente abbandonato. Eppure, tre quarti degli omicidi, denuncia la magistratura, sono legati a questioni che riguardano gli appalti pubblici. La mafia agro-pastorale è ormai un lontano ricordo. L' economia cittadina è sempre più dipendente da quella mafiosa: chi dice per un terzo, chi addirittura per metà. Le cronache di tanto in tanto raccontano scandali e omissioni, come nel caso dell' ingegner Mimì Cozzupoli, presidente del Mediocredito calabrese, dell' associazione industriali, capogruppo dc al Comune (ex sindaco negli Anni Settanta), accusato di non aver attivato una commissione comunale inerente al controllo dei lavori, diretti peraltro da un fratello, per l' intubamento della ferrovia nel tratto del lungomare, favorendo così i subappalti (si parla della cosca del partito edilizio). Il solito intreccio, le solite storie. La gente ci ha fatto l' abitudine. Uccidono Demetrio Mammì, celebre chef e proprietario del ristorante Pesce fresco, il 13 gennaio dell' 87? Fa nulla: si cambierà ristorante, e si prenderà nota. Tanto, lo ha scritto l' antropologo calabrese Luigi Lombardi Satriani, la cultura mafiosa viene gestita per realizzare il fine principale dell' arricchimento e dell' acquisizione di maggior prestigio sociale degli appartenenti al gruppo mafioso; perché questo si realizzi, la gestione dei valori analoghi ai valori popolari deve essere fatta secondo un' ottica che non è più quella delle classi subalterne. QUESTE LE COSCHE E LE ZONE CONTROLLATE AMBROGIO Pellaro, a sud di Reggio ARANITI Sambatello, a nord, sulla strada che si inerpica verso Aspromonte BARRECA Bocale-Lazzaro, frazioni a sud, fuori città di una ventina di chilometri CHILA' Pellaro, frazione a sud, prima della punta omonima CONDELLO Archi, Villa San Giovanni D' AGOSTINO Ortì (altra strada che sale all' Aspromonte, sotto il monte Chiarello ); Terreti ( stradina che sale all' Aspromonte costeggiando il torrente Calopinace ); Gambarie, a quarantun chilometri dal centro di Reggio, oltre Santo Stefano in Aspromonte ) DE STEFANO Archi è il loro caposaldo FONTANA Villa San Giovanni IMERTI Villa San Giovanni MARTINO-TEGANO Cannavò e Vinco LABATE Sbarre (aeroporto) LIBRI Cannavò e Vinco LIGATO Pellaro LO GIUDICE-ROSMINI Santa Caterina MORABITO A. Ortì; Terreti MORABITO LATELLA-CARRIAGO Gallina e Ravagnese POLIMENI Terreti; Ortì; Schindilifà RUGOLINO Catona

dal nostro inviato LEONARDO COEN 06 novembre 1988 sez.”.

Qualcosa, è cambiato invece nella strategia dello Stato, che vuole tornare sovrano, se non padrone del territorio devastato. Anche perché, il cittadino, chiede la restituzione della libertà e della democrazia, messe in serio pericolo dalla satrapie mafiose e tirannie “siracusane”.

Nuovi mezzi e strumenti, soprattutto di tipo tecnologico, in dotazione alla magistratura ed alle forze di polizia. Personale altamente istruito, se non le migliori professionalità investigative. Lotta alla mafia, ‘vera’. Lotta alla corruzione, autentico tallone d’achille, “credibile”.

S’illumina d’immenso la magistratura e lo Stato, di fronte alla crescita, presa di coscienza e di responsabilità da parte della così detta ‘società civile’. Non soltanto cortei silenziosi, sit-in, fiaccolate, proteste di piazza, ma anche pubbliche denunce, pure sui social network tipo Facebook, Twitter, Second Life, My Space.

La strada maestra, è quella giusta, ma ancora c’è tanto da fare. Domenico Salvatore

 

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