Il celeberrimo 'duetto' di Brescello, rivive a Taranto?

29.01.2016 01:59

 

Lite parroco-sindaco a Taranto 'Si tolga il colletto che porta', 'lei si dimetta da sindaco'

 

 MA DON CAMILLO & PEPPONE, VANNO SEMPRE DI MODA?

Domenico Salvatore

Reality show, neorealismo, vita di provincia, revival, amarcord. Un tuffo nel passato. Gino Cervi, Fernandel, Giovannino Guareschi, post Romanticismo o che cosa? “Don Camillo è un personaggio letterario creato dallo scrittore e giornalista italiano Giovannino Guareschi, fonte Wikipedia, come protagonista (opposto all'antagonista amico-nemico Peppone) in una serie di racconti nei quali è il parroco di un piccolo paese in riva al Po (nelle riduzioni cinematografiche identificato poi con Brescello -e il vicino comune di Boretto- nel quale son girate diverse scene, sebbene don Camillo sia presentato dall'autore nella prima storia come "l'arciprete di Ponteratto"), un ambiente che Guareschi definisce Mondo Piccolo, idealmente paradigmatico della realtà rurale italiana del dopoguerra. « Ecco... ricomincia l'eterna gara nella quale ognuno dei due vuole disperatamente arrivare primo. Però, se uno dei due s'attarda, l'altro aspetta. Per continuare assieme il lungo viaggio fino al traguardo della vita »

Il suo personaggio, fonte Wikipedia, è basato sullo storico prete cattolico don Camillo Valota, partigiano della seconda guerra mondiale e detenuto nei campi di concentramento di Dachau e Mauthausen, e sulla figura di don Ottorino Davighi, parroco di Polesine Parmense conosciuto personalmente da Guareschi.

La maggior parte degli episodi di don Camillo vede la luce sul settimanale umoristico Candido, fondato, insieme con Giovanni Mosca, dallo stesso Guareschi. Molti dei 347 racconti del Mondo Piccolo, pubblicati sia sul Candido sia su altri quotidiani e riviste, sono stati raccolti in seguito in otto libri, dei quali solo i primi tre pubblicati quando Guareschi era ancora in vita. Il personaggio divenne molto noto al grande pubblico italiano e francese (che lo identifica con il volto di Fernandel) per la riuscitissima riduzione cinematografica. Il don Camillo di Guareschi non ha l'aria del mite pretino appena uscito dal seminario: viene anzi descritto come un prete gigantesco, con le mani grosse, i piedi taglia 45, un "tipo di diretto al mento capace di abbattere un bue, ammesso che un bue abbia un mento", e che spesso ricorre alla forza fisica per risolvere questioni che a prima vista parrebbero irrisolvibili. Don Camillo parla inoltre direttamente col Cristo raffigurato nel crocefisso dell'altare, che gli risponde saggiamente in tutte le situazioni (particolare che fece irritare molti cristiani che disprezzavano Guareschi, affermando che questi dialoghi erano bestemmie); e non esita a risolvere a modo suo (facendo all'occorrenza roteare vorticosamente qualche panca) anche le discussioni più accese.

 

 

Al centro dei pensieri di don Camillo c'è, inevitabilmente, il sindaco comunista Giuseppe Bottazzi detto Peppone (interpretato nella trasposizione cinematografica da Gino Cervi), capo della locale sezione del Partito Comunista Italiano. Ed è al centro dei suoi pensieri sia in quanto prete "politicizzato", fortemente impegnato nella propaganda a favore della Democrazia Cristiana, sia perché sacerdote, in quanto don Camillo desidera che il suo sindaco comprenda quello che a suo avviso sarebbe l'errore dell'adesione al comunismo, anche se egli condanna l'ideologia e non la persona. Non a caso, nei momenti più importanti, Peppone sa perfettamente a chi rivolgersi (va in chiesa per il figlio che sta male, o per ringraziare per la propria elezione) e cosa scegliere (per esempio la concessione della bandiera reale alla vecchia maestra, per il suo funerale, è il segno di quanto egli sia libero dagli schemi del partito e ragioni con la propria testa e con la propria coscienza). La bontà dell'animo, nella Val Padana, si misura meglio nei momenti di necessità. Ecco allora tornare l'intesa quando l'avversario è in pericolo, quando l'alluvione mette a dura prova l'intero paese, quando la morte porta con sé una persona cara e in molte altre occasioni, in cui si dimostra che i due "nemici politici" hanno reciproca stima e lottano fianco a fianco per gli stessi ideali (se pur condizionati dal ruolo pubblico che rivestono).”

 

La notizia dell’Ansa:“Il video di una clamorosa lite tra il parroco della Chiesa Sacro Cuore, don Luigi Larizza, e il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, durante un incontro a Palazzo di città, sta spopolando sulla Rete. Il sacerdote, fonte Ansa, contesta al primo cittadino di essersi adoperato per l'accoglienza ai migranti, portando loro anche cornetti caldi, e di non aver riservato la stessa attenzione agli sfollati del palazzo di via Giovan Giovine costretti da oltre due settimane a dormire nell'androne dopo il crollo di un solaio. Don Luigi parla di 'discriminazione razziale a danno di cittadini italiani. Il sindaco replica: "Lei parla un linguaggio che veramente mi sconvolge in rapporto alla sua missione". Il parroco: "dico la verità". Stefano aggiunge: "si tolga il colletto che porta". Il sacerdote: "E lei si dimetta da sindaco". "Lei - dice Stefano - è un voto, sono stato eletto certamente non per il suo". E don Luigi: "Io non l'ho mai votata, io voto le persone perbene". La disputa tra parroco e sindaco risale a giovedì della scorsa settimana, in occasione dell'intervista al sindaco Ippazio Stefano e al parroco don Luigi Larizza da parte dell'inviata del programma 'Luciano l'amaro quotidiano' condotto da Fabio e Mingo in onda su Telenorba e tgnorba24”.

 

Una storiella come tate ce ne sono state e ce ne saranno ancora. Una disputa fra il sindaco ‘rosso o di altro ‘colore’ ed il parroco, più o meno ‘Don Camillo’. Sebbene siano spariti il PCI e la DC; almeno, nelle ideologie.

Che ci fa tornare indietro, di oltre sessant’anni. Chi non ricorda le diatribe fra Giuseppe Bottazzi alias “Peppone” segretario della sezione PCI, ma anche sindaco ed il parroco del paese Don Camillo? Le esilaranti battute dei due personaggi & company, che facevano scompisciare.

Scene indimenticabili, passate dalla finzione alla realtà; come la costruzione di una Casa Popolare a discapito di una piccola cappella votiva posta su terreno della curia, la cosiddetta «Madonnina del Borghetto». Il sindaco (il Brusco) e Peppone vogliono abbattere la cappella e strumentalizzare politicamente il fatto che presumibilmente la chiesa avrebbe rifiutato il terreno, cosa che invece non si verifica, a patto però che gli alloggi vengano distribuiti equamente tra famiglie proposte dalla chiesa e famiglie proposte dal comune. La cappella resisterà a tutti i tentativi di abbatterla e farà parte dell'edificio. Oppure quella del matrimonio del figlio di Peppone, che questi vuol far celebrare nella sola forma civile, mentre la moglie vorrebbe per il figlio un matrimonio come quello che ha fatto lei con Peppone, cioè in chiesa. Per non parlare della clamorosa vincita di Peppone al totocalcio: egli però ha paura di essere scoperto e di dover poi dare in gran parte il denaro al partito. Don Camillo riesce a scoprire il vero nome del vincitore, notando che il nome scritto sulla schedina vincente e riferito dai giornali, "Pepito Sbazzeguti", altro non è che l'anagramma di Giuseppe Bottazzi, ovvero Peppone. Anche un proprietario terriero (Cagnola), che non voleva cedere parte delle sue terre per costruire un argine sul Po, per prevenire alluvioni, e che, in un alterco, ferisce il compagno detto "il nero", credendo di averlo addirittura ucciso e viene ferito a sua volta da Peppone, che anch'esso teme di averlo ammazzato.

Entrambi per avere un alibi, si rivolgono a Don Camillo nel suo esilio a Montenara. Don Camillo riesce a calmare la situazione, strappando la promessa a Cagnola che egli avrebbe ceduto le terre necessarie per fare l'argine. Per questo fatto, Peppone si rivolge al vescovo per far tornare Don Camillo al suo paesino, e viene accontentato, con l'ammonimento da parte del prelato, che poi non venga più a lamentarsi se riceverà ancora tavolate in testa. E Marchetti, un ex gerarca fascista del posto, tornato al paese in incognito dopo averlo lasciato dopo la guerra, travestito da indiano a carnevale, che viene riconosciuto da Peppone che ben ricorda l'olio di ricino fattogli bere durante il ventennio. L'ex gerarca si rifugia in canonica, ma anche Don Camillo aveva lo stesso tipo di conto in sospeso. Finirà che prima Peppone berrà dell'olio di ricino, da lui stesso comprato per rendere pan per focaccia all'ex camicia nera, sotto la minaccia di un fucile strappato a Don Camillo e ritenuto carico da parte del fascista, poi sarà questi a bere con la forza quell'olio, il fucile infatti era scarico e sarà facilmente sopraffatto dal prete e poi cacciato, infine il Cristo imporrà a Don Camillo di bere anche lui l'olio di ricino, come penitenza per la violenza usata. figlio di Peppone, svogliato a scuola e per questo messo in collegio da cui scappa sovente, riuscirà a parlargli e a convincere il padre di riportarlo a scuola al paese, dove in una lite col figlio di Cagnola viene ferito gravemente, ma riesce a guarire anche per le preghiere del parroco; e con la sfida tra gli orologi del campanile e della casa del popolo: per evitare che nessuno dei due sia in ritardo rispetto all'altro, il parroco e Peppone spostano continuamente in avanti le lancette dei rispettivi orologi, ottenendo che non si sa più che ora sia in paese. L'alluvione arriverà e sarà tremenda, ma Don Camillo resterà sulla torre campanaria, che svetta sul paese completamente allagato e da là manderà messaggi di conforto e di speranza alla popolazione sfollata.”. Domenico Salvatore

 

 

 

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