DALLA STAMPA ARABA - Il terrorismo a Bruxelles: una tragedia anche per i musulmani. Le radici del terrorismo di cui non si può parlare. Terrorismo, dalla paranoia all'apocalisse

28.03.2016 23:03

Il terrorismo a Bruxelles: una tragedia anche per i musulmani

Il terrorismo operato da gruppi che si definiscono “islamici”, ma di cui l'Islam e i musulmani sono estranei

Il terrorismo a Bruxelles: una tragedia anche per i musulmani
 

 

Di Jihad El Khazen. Al-Hayat (24/03/2016). Traduzione e sintesi di Rachida Razzouk.

Il terrorismo colpisce Bruxelles. Quel giorno sono uscito da casa per recarmi alla conferenza organizzata da Quilliam Fondation, (un think tank londinese che si confronta con la sfida al terrorismo), sotto l’egida e gli auspici dello sheikh Fawaz bin Mohammed al-Khalifa, ambasciatore del Bahrein a Londra, sul tema della minaccia del terrorismo in Medio Oriente. Ho ascoltato e ho partecipato attivamente, ma i miei pensieri erano rivolti agli eventi di Bruxelles e attendevo, con ansia, la fine della conferenza per recarmi più velocemente possibile nel mio ufficio per seguire le vicende del Belgio.

Bisogna comunque partire dal concetto che vi sono due tipi di terrorismo in Medio Oriente che interessano il mondo: il terrorismo israeliano, che ora preferisco saltare in questa mia analisi, e il terrorismo operato da gruppi che si rivendicano come “islamici”, di cui, però l’Islam e i musulmani sono estranei alle loro azioni.

Nell’attentato di Bruxelles, sono stati uccisi più di una trentina di innocenti e un numero imprecisato di persone sono rimaste ferite. Quale colpa mai avrebbe un turista cinese o giapponese, o un dipendente che stava svolgendo il proprio lavoro?

Anche l’attacco al giornale Charlie Hebdo è terrorismo, così come l’attacco allo stadio o l’esplosione nel teatro Bataclan a Parigi o l’esplosione di un aereo russo con passeggeri di ritorno da Sharm el Sheikh. Il popolo russo, per lo più cristiani ortodossi, sostengono gli arabi. E se prendiamo il Libano, per esempio, troviamo città come Tripoli, Beirut e Sidone condivisa da musulmani sunniti e da ortodossi.

Daesh (ISIS), o fahesh [in arabo “osceno”, ndr], è terrorismo che uccide i musulmani, violenta le bambine, come lo sono il Fronte al-Nusra, Al-Qaeda in tutte le sue ramificazioni, anche Ansar Bait al-Maqdis, ovvero i veri nemici di Gerusalemme (terroristi che sostengono di essere musulmani, e uccidono soldati egiziani musulmani).

Quale sarebbe la causa che necessiti l’uccisione di persone innocenti? Le conseguenze di questo tipo di terrorismo è l’acuirsi del risentimento verso gli stranieri, che porta all’escalation di pressioni da parte di coloro che richiedono di deportare i rifugiati e gli immigrati e la popolazione musulmana stessa ne subisce le conseguenze, diventando oggetto delle accuse come se fossero essi stessi i terroristi.

Ora chiedo al lettore di mettere a confronto i terroristi che uccidono persone innocenti insultando l’Islam e gli studiosi musulmani che, invece, auspicano la tolleranza e la coesistenza utili alla costruzione della pace e alla promozione dei diritti umani, alla crescita economica sulla base dello scambio di interessi.

La conferenza di Londra era di questo tipo. I relatori hanno evidenziato le attività dei gruppi estremisti che operano sotto la bandiera del jihad, come ad esempio il sedicente Stato Islamico che commercia tramite il contrabbando del petrolio e distrugge siti archeologici e violenta bambini. Il jihad che conosco io è d’obbligo solamente quando un paese musulmano viene occupato o colonizzato; oppure, quando i nemici attaccano un paese musulmano il fedele può andare in soccorso ai suoi fratelli.

Spero di vivere per vedere il giorno in cui i terroristi verranno sconfitti, siano essi israeliani o appartenenti a Daesh, per vivere in una nazione libera e dignitosa.

Jihad El Khazen è editorialista e giornalista del quotidiano arabo Al-Hayat.

 

 

 

Bruxelles paga il prezzo degli errori politici

Terrorismo= estremismo + violenza

Bruxelles paga il prezzo degli errori politici
 

Di Moataz Bellah Abdel-Fattah, Daily News Egypt (23/03/2016) Traduzione e sintesi di Chiara Cartia

In Europa, quando viene sferrato un attacco terroristico, la colpa ricade immediatamente sui musulmani, ancor prima che siano state svolte indagini. Come ho già scritto: “Pagano il prezzo dei nostri errori politici”.

La mia prima considerazione è che l’albero del terrorismo attecchisce solo in una foresta di estremismo. Chi combatte il terrorismo senza prendere in conto l’estremismo è destinato a perdere entrambe le battaglie.

Se sapessimo che il fumo causa il tumore, sarebbe illogico fornire sigarette a prezzo minimo per poi curare i pazienti di cancro.

Questo, però, è quello che fanno i paesi occidentali: chiudono gli occhi e permettono all’estremismo di fiorire in un ambiente in cui la libertà di religione, di opinione, di espressione e di asilo politico vengono protetti, e poi pagano lo scotto di quegli stessi estremisti che vivono nel loro territorio.

La mia seconda osservazione è che l’”islamizzazione politica” sia necessaria ma non sufficiente a fermare il terrorismo politico.

Considerando il numero di terroristi e di operazioni terroristiche nel mondo, si può dedurre che la maggioranza dei musulmani non sono terroristi ma che la maggior parte dei terroristi sono islamizzati.

I musulmani in prevalenza non sono terroristi perché capiscono l’essenza della loro religione, che ordina loro di seguire la volontà di Dio e combattere solo chi combatte contro di loro.

I versetti che incitano i credenti alla lotta sono stati rivelati in un contesto di battaglia. La regola originale è: “E se sono inclini alla pace, allora siate inclini alla pace anche voi e affidatevi a Dio”.

In questo contesto, è emerso un gruppo di individui islamizzati che si reclamano migliori degli altri, dei “super musulmani” a tutti gli effetti. Chi non segue il loro modus operandi, viene relegato nella categoria delle “persone che non applicano la legge di Dio” e per questo meritano di essere uccisi.

L’islamizzazione, in questo senso, è una condizione necessaria per diventare un terrorista. E’ un processo che porta all’odio, alla distorsione degli altri. Si prende un segmento della società e si disumanizza, facilitando così la decisione di uccidere chi ne fa parte. L’islamizzazione è una condizione necessaria per il musulmano che vuole convertirsi al terrorismo. E’ essenziale quanto il superamento di un esame per uno studente. Tuttavia, l’islamizzazione non è una condizione sufficiente, perché alcuni individui islamizzati, per via della loro educazione, delle circostanze o della loro virtù, non adottano la violenza anche se sono inclini a giustificarla. Alcuni di loro, purtroppo, approfittano della libertà di religione, opinione ed espressione per adottare l’estremismo, fornendo un ambiente adatto a chi dall’estremismo passa al terrorismo.

Terrorismo= estremismo + violenza.

In terzo luogo, voglio dire che il terrorismo ci colpisce tutti quindi tutti dovremmo contrastarlo.

L’occidente dovrà affrontare lo stesso destino dell’Egitto e del Medio Oriente. Il nodo che l’Occidente non riesce a sciogliere è che si presenta come un focolaio per l’estremismo ma poi rimane scottato dal terrorismo.

In quarto luogo, mi sento di dire che i terroristi sono stupidi. Fanno sì che tutti si coalizzino contro di loro.

Qualsiasi gruppo terrorista, ivi incluso Daesh, perpetra attacchi ad ampio raggio: contro gli  iracheni, i siriani, i turchi, gli americani, gli iraniani, gli egiziani e i russi. Immaginano di poter sconfiggere tutti ma come risultato, tutti vogliono eliminarli.

Il dilemma è che nessuno trasforma questo assunto in una strategia per lottare contro il terrorismo e la violenza estremista.

Si combatte invece i terroristi considerandoli come fossero individui o gruppi. Alcuni paesi nel mondo sovvenzionano gli estremisti e i terroristi, convinti che servano i loro interessi ma presto si accorgeranno che rimarranno scottati dal fuoco terrorista.

Moataz Bellah Abdel-Fattah è un professore egiziano di scienze politiche. Ha lavorato precedentemente come consigliere del primo ministro egiziano e come professore di scienze politiche alla Cairo University e alla Central Michigan University.

 

 

Le radici del terrorismo di cui non si può parlare

Il ruolo dell’Occidente nello sviluppo dell’estremismo religioso

Le radici del terrorismo di cui non si può parlare
 

 

Di Ibrahim Ahmed. Elaph (07/01/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri.

È innegabile che il sostegno dei religiosi estremisti, la trascuratezza delle istituzioni europee e americane riguardo il problema dei profughi musulmani e l’aumento del razzismo in Occidente abbiano avuto ruoli diversi nell’esplosione del terrorismo; ma nello sviluppo dell’ideologia estremista, la politica americana e di alcuni Stati europei ha certamente nutrito l’albero del terrorismo per riceverne i frutti avvelenati.

Negli ultimi quattro decenni due eventi hanno scosso la regione e il mondo intero, e tra le loro conseguenze la più pericolosa è stata la diffusione dell’estremismo popolare su larga scala: questi sono la rivoluzione comunista in Afghanistan e la rivoluzione iraniana contro lo scià.

I comunisti hanno preso il potere in Afghanistan ritenendo i fanatici musulmani una minaccia per l’islam, e l’America, per sfidare gli interessi sovietici nel Golfo, si è unita agli islamici per affrontarli in guerra: dal loro seno sono nati Al-Qaeda e Bin Laden, i quali dopo aver fornito il proprio aiuto per rovesciare il comunismo, sono stati messi da parte e non ripagati come promesso dagli americani.

America e Francia hanno poi sottratto la rivoluzione in Iran dalle mani di laici e liberali in favore di Khomeini. Hanno impiccato i leader comunisti, e hanno risvegliato negli sciiti il desiderio di potere, li hanno messi contro i loro fratelli sunniti per combattere anche nelle terre lontane al fine di ampliare le proprie aspirazioni.

Molte persone sanno che l’America e l’Occidente hanno creato l’islam politico, con tutti i suoi artigli insanguinati, per combattere i comunisti, e che sono stati loro a dividere i musulmani!

I sunniti, che costituiscono più del 90% dei musulmani, si sentono oggi presi di mira dai nuovi leader sciiti che possiedono missili e TV satellitari, da cui insultano i loro simboli religiosi ed esultano per le loro sconfitte e le loro perdite.

Per molti sunniti i loro nemici sono stati creati dall’America e dall’Occidente, non hanno forse loro dato il potere a Khomeini nel 1979? Non hanno consegnato l’Iraq a Teheran nel 2003? Non hanno giocato con astuzia e cattiveria col dramma siriano limitandosi a condanne verbali?

Per quanto insultiamo i terroristi, essi possono filosofeggiare sui loro crimini e portare giustificazioni logiche. C’è un islam popolare che chiede amore e tolleranza, ma i terroristi non accettano la manipolazione delle parole, e noi nella loro visione tentiamo di distorcerle.

I leader americani e dei paesi europei vogliono eliminare il terrorismo? Vogliono venire qui e rimediare ai loro errori, o ritengono che sia troppo tardi, anche se il conflitto e la sofferenza si prolungheranno nel tempo e per generazioni?

 

 

 

Terrorismo: dalla paranoia all’Apocalisse

La Tunisia è stata ancora una volta presa di mira da un attacco terroristico, colpendo allo stesso tempo più simboli dello Stato

Terrorismo: dalla paranoia all’Apocalisse
 

 

Di Meriem Ben Nsir. L’Économiste Maghrébin (08/03/2016). Traduzione e sintesi di Laura Giacobbo.

Il terrorista è pragmatico e ha tracciato un percorso al di là delle norme sociali. Anche se questi “pazzi” dell’ideologia estremista non lo sono dal punto di vista medico, c’è un legame tra la loro estrema violenza e alcune caratteristiche patologiche.

Secondo Kruglanski e Fishman – ricercatori di psicologia sociale – “è noto che fattori situazionali come la povertà, l’oppressione politica o la carenza di educazione non sono le ‘radici’ del terrorismo, sebbene in certe circostanze la personalità e la situazione possano far precipitare nel terrorismo”.

Nonostante questa diversità di profili, gli individui che hanno scelto la via del terrorismo si riuniscono intorno a un carattere comune: la paranoia. La loro ideologia è, infatti, basata principalmente su un discorso dal tono paranoico di “noi contro di loro”. Un tratto comune a molti terroristi di fedi diverse.

Durante gli attacchi di Ben Guerdane, gli abitanti del posto affermano che i terroristi hanno chiesto loro di non farsi prendere dal panico, come per dire che loro erano lì per proteggerli da una minaccia imminente: ma quale?

Uno dei “punti forti” del sedicente Stato Islamico è il fatto di aver saputo attirare, con grande abilità, un vasto pubblico con un discorso basato principalmente sulla sensazione di persecuzione, presentando questa organizzazione come un baluardo contro l’imminente pericolo dell’imperialismo. Essa ha saputo approfittare delle conseguenze della presenza militare americana in Iraq. Non solo: anche del rimodellamento geopolitico che ne seguì, per instaurare all’interno della comunità sunnita – e non solo nella regione – un senso di ingiustizia e minaccia permanente.

Eppure Daesh (ISIS) non gioca sulla corda sensibile del senso di persecuzione. Esso fa anche appello alla fantasia dei suoi simpatizzanti, arruolandoli in una guerra non come le altre.

Inoltre, l’organizzazione gioca su alcune coincidenze: i luoghi (Siria, Iraq, Gerusalemme), le circostanze politiche (guerre civili, colonizzazione) per creare uno scenario ben costruito: quello del piccolo gruppo dei “buoni musulmani” tra i “cattivi” che combattono contro gli infedeli.

Il terzo numero di Dabiq (rivista di propaganda jihadista di Daesh) dal titolo “Una chiamata alla hijra“, fa il parallelo con la migrazione del Profeta Muhammad accompagnato dai primi fedeli a Medina. Così è giunta l’ora (secondo loro) di assicurarsi un posto in paradiso – tra gli ultimi ancora disponibili!

Una delle soluzioni per far ragionare le future reclute di questa organizzazione, non sarebbe di ricordare loro che solo il Divino è in grado di sapere quando l’ora arriverà?

Meriem Ben Nsir è una giornalista per l’Économiste Maghrébin.

 

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