DALLA STAMPA ARABA - ARABPRESS

16.05.2016 23:20

Le sfide degli intellettuali nella Siria di oggi

Il ruolo degli intellettuali siriani è di vitale importanza nella ricostruzione culturale, politica e sociale del Paese devastato da guerra

Di Akram al-Beni. Al-Hayat (6/05/2016). Traduzione e sintesi di Rachida Razzouk

I venti del cambiamento hanno messo gli intellettuali siriani davanti a nuovi orizzonti, spinti dalla speranza di rafforzare il loro ruolo per la promozione di una società libera e sana. L’eccessiva violenza ha messo alla prova la profondità delle loro scelte umane e la sincerità del loro impegno rivolto ad alleviare le sofferenze delle comunità.

In primo luogo gli intellettuali siriani non possono esonerarsi dal loro impegno umano e morale di respingere e condannare la violenza, in quanto essa incarna il disprezzo per l’uomo e l’aggressione ai più elementari diritti umani. Essa stessa è il frutto di potenze colpite da cecità ideologica che vedono nella forza e nella coercizione l’unico modo per imporre la loro autorità.

Nonostante la possibilità di un cambiamento pacifico stia svanendo e le brutalità si stiano esacerbando – emarginando il ruolo degli intellettuali ed indebolendo la loro voce – la storia dimostra che la strada della violenza è corta, costosa e priva di orizzonti. Il ruolo affidato agli intellettuali è dunque proprio quello di confutare la tesi della violenza, che diffonde un linguaggio di odio e di retorica dell’esclusione dell’altro e che rivela la brutalità e le barbarie estranee allo spirito del popolo siriano e alla sua storia.

Assumendo il giusto impegno contro la tirannia, dobbiamo arrivare a liberarci da ideologie obsolete e contribuire alla costituzione di correnti rinascimentali e a concetti di illuminismo moderno, per rispondere ai cori irrazionali e dogmatici che invitano a vivere in modo acritico e che si riempiono la bocca di verità assolute che non lasciano spazio a discussione e dialogo e che sono abituate a disprezzare il valore supremo della vita umana e i suoi diritti.

Akram al-Beni, giornalista e scrittore, ex detenuto dal regime siriano.

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La resistenza è la sola arma che possiede il popolo arabo in grado di rischiare il suo presente storico 

Di Adil Suleiman. Al-Araby al-Jadeed (05/05/2016). Traduzione e sintesi di Maddalena Goi.

Resistere è la cosa più nobile che gli esseri umani possono fare di fronte all’oppressione e all’ingiustizia, a difesa della fede e della terra, della nazione e dell’identità nello sforzo di sostenere i valori della libertà, del diritto e della giustizia. Questo permette all’uomo di vivere una vita nobile ossia quello stato in cui il cittadino gode di specifiche condizioni economiche, sociali e politiche ma anche militari, a nome della sicurezza della nazione e dei cittadini. Dotare la società della capacità di lavorare e produrre, incluso la realizzazione di tassi di sviluppo globali, porta all’aumento della qualità e degli standard di vita di tutti i cittadini. Occorre pertanto sostenere lo sviluppo della civiltà globale aumentando la capacità di competitività nel mondo del libero mercato.

In questo quadro, il popolo arabo, per lungo tempo, è stato riunito sotto un’unica entità politica nonché l’Impero Ottomano che era responsabile di garantire e mantenere la sicurezza nazionale di tutto il suo popolo. Successivamente, quello stesso popolo si è trasformato in un gruppo di entità politiche nazionali fino alla nascita di qualche regno ed emirato o di qualche staterello. Ma nessuno di loro è mai stato veramente indipendente, questi ultimi hanno sempre subito l’influenza dell’occupazione straniera a partire dalla fine della I Guerra Mondiale quando le potenze occidentali vincitrici si sono spartite l’eredità dello stato ottomano attraverso il famoso accordo Sykes-Picot.

L’inizio del 2011 ha visto lo scoppio delle Primavere arabe che ha portato il vento della Rivoluzione sia nel Mashreq arabo che nei paesi del Golfo e nel Magreb sebbene, per la maggior parte, abbiano fallito nel raggiungimento dei loro obiettivi. 

Ma resta la domanda più importante da porsi: che fine farà la resistenza? E come è possibile conservarla fino al raggiungimento degli obiettivi del popolo? Questo interrogativo richiede una valutazione oggettiva del cammino della resistenza, sia di quella contro la potenza occupante usurpatrice delle terre e dei diritti, sia della resistenza alle autorità e ai governi interni oppressivi. In cosa ha avuto successo? Dove ha fallito? Occorre correggere quel cammino affinché essa sia riconosciuta da tutte le forze nazionali di tutte le appartenenze ideologiche. Solo così, inevitabilmente, vincerà il popolo.

Adil Suleiman è uno scrittore e ricercatore accademico egiziano esperto in affari strategici e sistemi militari.

 

 

 

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